L'inchiesta

Saronio, una «disonestà profonda»

«IO HO VISTO LE COSE CHE SONO SUCCESSE, la gente che è morta dentro lì è tantissima. Ma anche fuori. Ricordo che c’era un reparto che a un certo punto hanno chiuso, lo han bloccato a chiave e non si poteva entrare, dove facevano dei prodotti altamente nocivi. Non so a cosa servissero.

«La cosa difficile da discutere è cosa facevano nei reparti. Facevano turni di notte e di giorno e gli davano degli scarponi alti, zoccoloni a volte, con le mascherette che non servivano a niente e per purificarsi uscivano un’ora prima per lavarsi, poi andavano a casa e – come mi raccontava la moglie di uno dei dipendenti che è morto – non solo dovevano lavarsi un’altra volta ma dovevano mettere nel letto dove dormivano una specie di foglio di plastica per non sporcare le lenzuola.

«C’era una disonestà profonda, quando i filtri ad esempio si rompevano non venivano effettivamente cambiati ma scambiati tra i due stabilimenti di Melegnano e Riozzo. Le vasche di decantazione erano fatte proprio malamente, come se mettessi giù delle tavole come capita e quindi chissà quante cose sono filtrate nel terreno», racconta un testimone.

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Di Elisa Barchetta
12 dicembre, ore 15:32
Reblog dal settimanale 7giorni

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Immagine in evidenza: Michelina Salandra

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L'inchiesta

1935, SARONIO NO LIMIT

DAL 1926 AL 1935 L’INDUSTRIA CHIMICA DOTTOR SARONIO conosce un intenso sviluppo. Arriverà a occupare tra Riozzo e Melegnano circa 2500 persone.

È il 1935, il dottor Saronio è nominato consigliere del Governo Italiano per la chimica organica. Vengono emanate delle norme restrittive per quel che riguarda le costruzioni edilizie, tuttavia all’Industria Chimica vengono concesse tutte le autorizzazioni richieste secondo quanto stabilito da un decreto prefettizio, che prevede eccezioni per i casi di interesse pubblico. È quindi l’amministrazione comunale di Melegnano a facilitare l’espansione della fabbrica oltre i limiti delle concessioni edilizie autorizzate.

Saronio e i collaboratori sanno che lo stabilimento è nocivo. Introducono un medico permanente per il personale. Cinque mucche di razza olandese, ospitate in fabbrica, fanno bere il loro latte ai dipendenti: la speranza è disintossicarli.
Non funzionò.

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Un articolo di Elisa Barchetta
5 dicembre, ore 14:00
Reblog dal settimanale 7giorni

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Immagine in evidenza: M.A. De Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali, 1906-1947. Vedi su vogliadiarte.com

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CULTO DELLA CITTÀ

Via Bascapè 16 agosto 2019

IL GIORNO 16 AGOSTO 2010 le travi dell’ex filanda si spezzarono e il tetto crollò all’altezza della ciminiera. Il fragore fu spaventoso; ricordano i testimoni, «non si fermava alle orecchie, arrivava dritto al cuore». 

Eppure erano un mattone o due. Pure vecchi. Nel 2010 la filanda — e l’antico monastero orsolino di cui la filanda è un affiancamento tardivo — era già sbriciolata.
In centro c’è un altro crollo quasi annunciato. Si chiama Corte Castellini. È un complesso di edifici che sorge sull’ultimo tratto di via Clateo Castellini, angolo con il vicolo del Barbarossa, ingresso principale al civico 10. È mai possibile che un pericolo come quello sia in piedi? Di chi è la responsabilità?

Chi è il responsabile? 

1. È il sindaco Rodolfo Bertoli? Eletto il 25 giugno 2017, Bertoli è conoscitore del pericolo in via Castellini. Poche settimane prima del voto è stato attivo nelle riunioni di un gruppo di cittadini promotori di un restauro di Corte Castellini. Gli sforzi del gruppo hanno raccolto quasi 200 firme contro la demolizione dell’edificio più antico della corte, antica dimora dei nobili Spernazzati.
I pregi del palazzo sono evidenti. Un arco a sesto acuto, murato nella parete, fregia la corte. L’area ha una storia: nei catasti è registrata come chiostro monacale di età gotica. Decine di famiglie l’hanno visto, abitando o frequentando la Corte; il ricordo del palazzo è ancora vivo. Maria, melegnanese, andava lì a trovare la nonna e ricorda che «al centro, all’aperto, era collocato un pozzo».
Il sindaco Bertoli — di professione architetto — è al corrente. Certamente ha il dovere — per mandato dei cittadini e come primo ufficiale governativo — di fare in modo che la ristrutturazione di Corte Castellini rispetti la legge e sia ligia a un trattamento da Zona Omogenea di Classe A. Ha la responsabilità di non allinearsi alla malamministrazione italiana, sorella delle operazioni di sventramento dei centri storici locali e rurali messe in atto da costruttori-distruttori e mattonari piccoloborghesi — la cui missione è stata una sola: devastare la «forma della città», così come si è venuta a comporre dal medioevo al XIX secolo.
Ma il pericolo di Corte Castellini risiede nella negligenza. E, sotto questo aspetto, non è di Bertoli la responsabilità. 

2. L’ex sindaco Vito Bellomo? Bellomo è autore dell’ordinanza che, nel 2017, recintò di rete rossa l’edificio tra le vie Bascapè/Castellini. L’ordinanza occorse dopo un crollo di abbondanti porzioni del tetto. E i tetti crollarono perché manutenzione e sicurezza della Corte erano trascurate da parte dell’attuale proprietà, che non ha mai provveduto a scongiurare il pericolo; finché sopraggiunse il crollo. La responsabilità che porta il nome di Vito Bellomo è quella di avere armato la mano del proprietario di Corte Castellini con una delibera di Giunta, la numero 92 del 6 giugno 2017, che approvava cinque giorni prima delle elezioni il Piano di Recupero n.86. Sua la responsabilità di un modo di amministrare superato, apparentato alla distruzione mattonara quotata in oneri di urbanizzazione: «Ci servono soldi», così la sua giunta ha sempre motivato la liberatoria nei confronti dei costruttori.
Ma Bellomo non si elesse da solo; e Corte Castellini non è un bene pubblico: è un edificio privato. Sotto questo aspetto, Bellomo non è il responsabile. 

3. I proprietari, cioè la società Progetto Cinque? È una società a responsabilità limitata con sede in via Roma. Detiene l’82% delle quote di proprietà. Ma la firma sul Piano di Recupero è dell’architetto Locatelli Stefano; il quale si aspettava di firmare la convenzione attuativa del Piano di Recupero 86 «entro e non oltre 12 mesi» dalla delibera. Quindi il 6 giugno 2018. E poi iniziare i lavori. Che volevano trasformare Corte Castellini in un «salotto buono» collegato a Corte Turin, con tanti «parcheggi interrati».
Ma i lavori non possono iniziare. La furente impazienza della proprietà non impressiona; essa sa perfettamente che la Sovrintendenza ai Beni Storici ha sempre anteposto un accertamento dell’esistenza di parti storiche. Acquistandola, sapeva che doveva adoperarsi per manutenerla ed evitare che fosse un pericolo. In questo senso sì, è responsabilità del privato proprietario. 

4. Ma così è troppo semplice. Il modo di fare di un proprietario è mal comune in mezzo al gaudio della negligenza dei contribuenti. Sì, dei concittadini; che non muovono un muscolo né una lacrima per il loro centro storico.
La vera responsabilità è dei cittadini. Tua, che leggi. Nessuno in decenni — con l’eccezione dell’associazione Italia Nostra e di pochissimi altri — ha alzato gli occhi sull’edificio. Te compreso. Se non la smetti di rassegnarti, dopo che avranno finito con il centro storico è te che inizieranno a demolire. E non dire che non te lo sarai meritato. 

Se il 16 agosto 2019 accadrà che il palazzo su via Castellini crolli per strada, la responsabilità sarà stata tua. 

Lo Staff
Giovedì 20 settembre, ore 10:24

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CULTO DELLA CITTÀ

Belloni odia l’Angola

«Non capisco perché noi italiani dobbiamo fare ISEE e dimostrare che abbiamo/non abbiamo proprietà e beni, mentre per gli altri è sempre tutto gratis… a prescindere…
Io vorrei che venissero controllati gli Isee di TUTTI, italiani e non, perché devo capire come mai gente porta a scuola i figli con macchine nuove o macchinoni e ha tutto gratis… cosa rode? Che è finita la pacchia» scrive F., lodigiana.

Nulla da obiettare, regole e norme sono sacre. Le modifiche fatte in nome delle buone regole sono sacre altrettanto. 

Se però l’assessoressa Sueellen Belloni — lo ha espresso su Radio24 il 14 settembre, nel corso del programma Effetto Giorno (minuti 18:50) — dichiara: «Stiamo applicando una norma che divide tra cittadini comunitari e cittadini extracomunitari. Ci sono italiani che vivono sotto i ponti, se un extracomunitario ha una casa in Angola può anche ritornarci, l’italiano no», allora sorge il dubbio che le modifiche non sono fatte in nome di una buona regola.

«Va bene, però, accedere» ha replicato il conduttore Simone Spetia, «al catasto del Bangladesh, dell’Eritrea… dell’Etiopia, del Mali… non è esattamente un procedimento immediato. C’è chi dice che voi vogliate cacciare queste persone da Lodi. Che cosa puoi ricavare da un affitto di una casa in Angola?».

Se così dichiara l’assessoressa Belloni, sorge il dubbio che le modifiche siano fatte in nome del disprezzo e dell’odio per chi è nato in Angola, o in altro Paese extracomunitario. Disprezzo che in un assessore, in un comune della repubblica non ci deve stare.

Lo Staff 
Domenica 16 settembre, ore 06:00

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CULTO DELLA CITTÀ

Il problema siete voi (se questa notizia vi lascia indifferenti)

LODI, LOMBARDIA — Oggi pomeriggio a Lodi alle 18:30 si tiene una manifestazione di protesta indetta da alcuni genitori di famiglie extra-comunitarie. Qual è l’oggetto del contendere?

Il comune di Lodi ha approvato a maggioranza una modifica del regolamento per l’iscrizione all’asilo pubblico in cui è richiesta, oltre alla presentazione ISEE, una documentazione aggiuntiva per tutte le famiglie extra comunitarie. Questa norma serve, infatti, a smascherare i terribili casi di abbienti possessori di centinaia di case nei paesi d’origine, che non compaiono nei registri europei. In mancanza della dovuta documentazione la famiglia si vedrà costretta a pagare il massimo della rata, che si aggira intorno a 570 euro mensili. Il che mi farebbe consigliare ad ogni famiglia extracomunitaria di diventare parente di Mubarak, o forse meglio di un presidente ancora in forze e potere.

Lodi. Genitori extracomunitari manifestano davanti al municipio: il sindaco e la giunta hanno approvato una nuova regola che li obbliga a iscrivere i figli ai servizi aggiuntivi certificando ogni proprietà immobiliare che la famiglia detiene nel Paese d’origine, con documento emesso dal consolato o dall’ambasciata, tradotto ufficialmente in italiano. Ma non tutti i Paesi emettono tali documenti. Leggi qui.

Iniziamo a far polemica

Questa norma potrebbe, a primo impatto, apparire sensata. «Serve a eliminare le differenze fra cittadini UE ed extra UE» dichiara l’assessore Belloni ai microfoni di Radio 24. Corre subito in soccorso della giunta leghista il presidente della regione lombardia Attilio Fontana, e da questo momento dovremmo tutti iniziare a preoccuparci, perché il paladino della razza bianca, come ben sappiamo, non sbaglia un colpo.

Chiunque di noi nel corso della sua vita si è ritrovato difronte alla compilazione di un modulo ISEE, e possiamo a cuor leggero affermare che tutt’ora non è il miglior esempio di chiarificazione e semplicità burocratica. Alcune delle sue parti, infatti, sono ancora soggette ad autocertificazione da parte del contribuente, e i controlli non sono serrati. Gli stessi valori immobiliari di una eventuale seconda casa vengono ogni anno criticati. Inoltre, non mentiamo a noi stessi.
Sappiamo quanto sia difficile e frustrante avere a che fare con la burocrazia italiana, pensiamo veramente che sia più semplice confrontarsi con il catasto di un paese sicuramente meno sviluppato del nostro, ma soprattutto, distante migliaia e migliaia di chilometri?
Perché allora applicare una prima stretta ai controlli proprio nei confronti delle famiglie extra comunitarie?

«Ci rubano l’asilo»

Ci risponde in differita l’irreprensibile Belloni, sempre ai microfoni di effetto giorno (Radio 24) dichiarando: «Ci sono italiani che vivono sotto i ponti, se un extracomunitario ha una casa in Angola può anche ritornarci». Lo sentite anche voi? L’influsso dell’olezzo mentale del presidente della regione ha raggiunto anche il comune di Lodi, o forse è meglio dire che il verde leghista è ormai stato trapiantato da un più chic nero carbone. I fascistelli della bassa padana hanno ora altri motivi per fomentare i loro sogni bagnati notturni, a colpi di: “ci rubano gli asili!”

Ciò che mi chiedo, però, è quale sia la vostra reazione nel leggere questa notizia? Avete avvertito quel prurito diffuso in tutto il corpo o avete detto: “Beh, che problema vuoi che sia?”. Perché la grande differenza fra diventare un paesi di rozzi destrorsi dell’Alabama padana o l’Italia dipende solo da noi, noi comuni cittadini, lettori, votanti e parlanti. Siamo noi che sentendo questa notizia in televisione o alla radio abbiamo ancora la possibilità di bloccarci e fare una faccia disgustata e spiegare al nostro vicino che una notizia del genere non è accettabile.

Venerdì 14 settembre ore 18:00 
davidepolimeni@gmail.com

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CULTO DEL LAVORO

Eclettica esausta crede nella musica cerca lavoro sul Corriere: l’assumete da musicista o da impiegata?

Cara Gaia, 

comprensibile. Specie dopo i risultati. Ma. 

Ci sono problematiche a livello nazionale nel mondo del lavoro che sicuramente non facilitano l’inserimento di persone della tua età. Non sei sola da questo punto di vista. Con la modifica del sistema universitario e l’adozione del 3+2 si è avuta una svalutazione delle lauree di vecchio ordinamento: con una laurea breve a 22 anni sei già nel mondo del lavoro e hai molte più possibilità di fare stages (con rinnovi e magari assunzione). Inoltre la riforma del mondo del lavoro, con l’introduzione di misure per gli under 30 o per gli esodati, ha praticamente perso due generazioni da inserire stabilmente in ambito lavorativo. Un altro aspetto da considerare è che, con la crisi (a volte usandola anche come scusa), non molte aziende sono disposte a investire nelle persone; perciò preferiscono prendere un giovane perché costa meno anche se ha meno esperienza.

Aggiungiamo che il tuo curriculum, da quello che dici, è molto variegato; ma, se le esperienze che hai fatto sono di breve durata, spesso questo è controproducente, perché viene letto come una tua incapacità nell’avere continuità lavorativa di lungo periodo.

Molte agenzie oggi puntano a più a collaborazioni con freelance o con liberi professionisti a partita IVA, invece che alle assunzioni. Hanno uno zoccolo duro di dipendenti (tendenzialmente non molti, se non parliamo di grandi agenzie) e per il resto si rivolgono all’esterno, cercando figure che abbiano già lavorato nell’ambito della comunicazione e che possano quindi soddisfare le loro richieste. 

Quindi: 

  1. hai aperto partita IVA? Scrivi un progetto al giorno? Per forza, visto che sogni chances in agenzia. 
  1. Cerchi chances in agenzie creative?
    E perché non ti sei messa ancora in gioco?
    Investi sui tuoi talenti. Sei una creativa? Crea. Apri la tua agenzia. Stupisce che tu elemosini una chance dalle tovaglie altrui. Sorprende negativamente che tu scriva ragionando da aspirante dipendente, con le tue capacità. Potresti — e dovresti — ragionare da innovatrice e imprenditrice. 

Poi c’è la tua musica, ottima, che abbiamo ascoltato; parla di una persona che ha seriamente futuro come musicista. Più l’ascoltiamo più sembra la tua strada. Forse a te serve cantare in una band, anche come prima autrice, ma non da solista: stare in mezzo a un gruppo con gente che sa suonare, che ti aiuti a metterti, con gli anni, in riga e con la testa a posto: Brian May lo faceva in continuazione con Freddie Mercury, i risultati si direbbero apprezzabili, no? Se suonare da sola ti fa produrre frasi come «sono una donna cazzuta» (vedi la tua descrizione su Facebook) è meglio suonare con gente che ti riporti tra pari, a considerare che non sei l’unica dotata di bravura, e che ti derida, perché no, se ti sente usare frasi che, oggi come oggi, suonano proprio male. 

Ammutolisci il personaggio. Fa’ parlare i talenti. 

PS Complimenti per i pezzi. Unici. E per il sito

Elisa Barchetta, Marco Maccari, Massimiliano Basile
Venerdì 14 settembre ore 15:00

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CULTO DELLA CITTÀ

Melegnano 2018, il «palazzo di cristallo» è il rinascimento di pochi

TEMO DI DOVERMI ARRENDERE all’evidenza: la mia concezione di trasparenza e di informazione è antitetica rispetto a quella dell’amministrazione comunale in carica. Sapevo che era opposta a quella dell’amministrazione precedente, solo che lì il contrasto era conclamato, evidente anche ai bambini; si fondava su concezioni politico-ideali opposte. Ma in questo caso la situazione è strana, anomala.

Il concept di «palazzo di cristallo» o casa di vetro — da intendere come idea di trasparenza amministrativa — è stata la maggiore promessa contenuta nel programma di rilancio della città, sottoscritto dall’attuale maggioranza nel 2017, sotto elezioni.

L’amministrazione di Rodolfo Bertoli ha promesso il rinascimento, un’evoluzione/rivoluzione rispetto a quel precedente medioevo fatto di opacità e oscurantismo; il rinascimento, al contrario, mette a fondamento la circolazione delle idee, delle arti, dei modi di fare.
Ho creduto in questa aspirazione al nuovo aderendo al progetto, senza eccessivi distinguo, tanta era la necessità della città di uscire da un periodo buio; ho anche contribuito nel mio piccolo a quel cambiamento amministrativo. Dopo ormai diversi mesi non registro alcuna novità:

  • nessun coinvolgimento della cittadinanza nella discussione degli indirizzi amministrativi;
  • nessuna informazione sui problemi, inevitabili, incontrati nel percorso e ancora minor sondaggio presso l’opinione pubblica sulle vie di uscita;

Insomma i cittadini è meglio siano tenuti all’oscuro, lontani dalle stanze comunali, perché più sanno più rompono i coglioni; quindi meglio limitare le locuzioni come “trasparenza” e “palazzo di cristallo” ai soli programmi (si fa per dire) elettorali, perché nella fase operativa quegli slogan diventano impedimenti.

Non posso nemmeno escludere del tutto l’ipotesi che in realtà siamo di fronte a concezioni dell’informazione e della trasparenza ideologicamente diverse ed allora forse è meglio mettere in campo, ciascuno per proprio conto, la propria rispettiva idea, e lasciare agli altri di vedere e valutare.

Giuliano Curti, cittadino melegnanese
Giovedì 13 settembre, ore 20:00

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