L'inchiesta cinica, L'inedito

Il colloquio di lavoro di San Giuliano

«Signor Monti si accomodi». Sentirsi chiamare con serietà lo faceva sorridere. Attraversò un lungo corridoio che lo condusse alla più classica delle sale d’aspetto. Un cumulo di giornali vecchi di mesi occupava un tavolino al centro della stanza, tutto intorno, seguendo la linea precisa delle pareti, era disposta una fila di sedie in plastica. Gerry si tolse lo zainetto che portava fedelmente con sé e si lascio cadere pesantemente su una sedia. Altri due ragazzi attendevano, seduti in silenzio a debita distanza. Il viso del ragazzo non gli era del tutto nuovo. Poteva avere due o tre anni in meno di lui, magari si erano incrociati a scuola, o lo aveva intravisto per strada. Il suo profilo serio e nervoso però non lo interessava. Si voltò quindi a sinistra, in direzione della ragazza. Truccata in maniera semplice ma evidente sperava di mostrare di più dei suoi venti o forse addirittura diciotto anni. Gerry amava vantarsi con i suoi amici del suo occhio clinico in fatto di giovani fanciulle. Non solo era capace di predirne l’età, ma anche di stabilire un primo contatto in maniera del tutto impeccabile. Un Don Giovanni, ripeteva continuamente durante le serate, anche se non era certo di chi fosse questo Don Giovanni. Gerry amava ripetere. La ripetizione di frasi, battute, aneddoti lo rassicurava. Era come se riproponendo le sue stesse parole il tempo potesse azzerarsi. Fermando il suo orologio poteva evitare di invecchiare. Non lo atterriva l’idea di diventare “anziano”, di dover maturare, ma quella di perdere il suo fascino, il suo ascendente sulle ragazze.

Si lasciò scivolare sulla sedia, attento a fare rumore. Voleva attirare l’attenzione di quella ragazza che invece continuava a girare avanti e indietro le pagine di Donna Moderna senza nemmeno guardare le immagini. Poteva scorgere la sua apprensione e la tensione dal tremolio irritante delle dita. Nulla. Lo sguardo di lei pareva incollato al magazine. Gerry sbuffò e senza nemmeno rendersene conto cercò il suo iPhone nella tasca destra dei pantaloni. Aprì Instagram cliccando sull’icona delle storie. Si guardò intorno cercando un soggetto per il suo scatto. Un parco giochi per bambini deserto fuori dalla finestra, i suoi due compagni d’avventure, il tavolino di riviste. Per un istante la sua ricerca si posò su un quadro dietro la testa del giovane uomo alla sua destra. Gli sembrava la replica di un dipinto famoso, un cielo blu stellato. No, meglio di no. Con un tocco sullo schermo del telefono decretò il passaggio alla fotocamera interna. Sfoderò il suo sorriso migliore e click. Un secondo dopo aggiunse la didascalia: “alla ricerca di un nuovo lavoro”.

Trascorsero altri quaranta minuti prima che il responsabile del centro per l’impiego lo chiamasse. Gerry non sembrava irretito dall’attesa. Aveva attaccato il telefono ad una presa della corrente e aveva sfruttato il tempo morto per progredire nella sua campagna a Clash of Clans. Prese lo zaino e seguì l’esaminatore nello stanzino dei colloqui. Il suo interlocutore era ben vestito e posato, ma ciò che catalizzava le sue attenzioni era l’acconciatura racchiusa in un nido di gel e lacca. Un look che gli ricordava i personaggi degli anni ’80 di alcune serie tv.

«Buongiorno! Monti giusto? O preferisce Gerardo?».
«Gerry, meglio». Accolse la risposta registrando mentalmente il nome.
«Buongiorno Gerry. Io sono il dottor Grandi, ma vorrei poter usare il tu, per stabilire una conversazione più informale, una chiacchierata fra di noi tranquilla. Quindi puoi chiamarmi Alessandro». Non attese l’assenso da parte del ragazzo e continuò con quello che sembrava essere un discorso imparato a memoria e recitato più volte al giorno. «Ora parliamo un po’ di te, di quello che vorresti fare, della tua storia, del perché sei qui, e se rimane tempo magari iniziamo a strutturare il tuo curriculum. Che ne dici?». Gerry notò come non si sforzasse nel suo essere amichevole. Sembrava molto bravo nel suo lavoro. In poche parole era riuscito già a vincere la sua reticenza e metterlo a proprio agio.
«Ok, ci sto!».
«Bene, mi fa piacere», disse sorridendo: «ho visto che sei arrivato molto in anticipo, è un buon segno, e mi sembri anche abbastanza rilassato, altro buon segno. Hai già fatto altri colloqui di questo tipo?».
«No, è la prima volta. A dir la verità sono arrivato qui ancora prima. Almeno un’ora fa. Sono uscito di casa presto stamattina. Giusto il tempo di far colazione e via. Sono venuto qui».
«Ok, ottimo. Iniziamo dal principio allora. Studi? O cosa hai studiato?». Gerry dovette trattenersi dal ridere.
«Ehm, diciamo di no. Non studio più da tempo. Anni ormai. Ho lasciato le superiori appena compiuti i sedici anni, e da allora… beh… non ho più proseguito diciamo». Alessandro segnò un paio di appunti sul suo pc prima di proseguire con le domande.
«Vivi qui a San Giuliano giusto?».
«Sì».
«Esperienze lavorative?».
«Sì, ho fatto qualche lavoretto. Come imbianchino ad esempio, ho aiutato mio zio prima che andasse in pensione, aveva una ditta. Poi ho fatto qualche servizio fotografico».
«Nulla di continuativo quindi, giusto?».
«Esatto».
«Età? 24 giusto?». Gerry si limitò ad annuire. «Ok, le domande noiose sono finite. Passiamo alle cose più interessanti. Raccontami un po’ di te, di quello che ti piacerebbe fare, di come passi le tue giornate. Insomma, fammi capire in cinque minuti che tipo di persona sei, così proviamo a capire in che settore potremmo cercare. Ok?».
«Perfetto!», disse prima di prendere tempo per cercare di formulare al meglio la risposta: «Allora, ho sempre vissuto qui a San Giuliano, con i miei. Vorrei lavorare principalmente per poter andare via di casa. Sai, avere i miei spazi, i miei tempi. In casa mi trovo bene, ma non sono libero di fare ciò che vorrei. Mi piace molto il mondo dei social. Mi piacerebbe diventare un buon youtuber, c’è gente che dal nulla è riuscita a diventare ricca e famosa. Ci sto provando anche io. Non è semplice, specialmente le idee per i video. Riuscire ad inventarsi cose divertenti e che piacciano ai tuoi follower, essere sulla cresta dell’onda pure rimanendo originali. Penso che spesso le persone che non ci sono dentro sottovalutino gli aspetti faticosi di questo mondo. Finora però non ho raggiunto dei livelli che mi permettano di guadagnare. Sono sempre sopra le mille visualizzazioni a video, ma la strada è ancora lunga. Però sono ancora giovane… Comunque, generalmente, se devo essere sincero, sono uno a cui piace molto dormire. Sì, so che non è un buon biglietto da visita, ma ricordo di aver letto su un sito che le persone che dormono più di otto ore a notte hanno una attività mentale più elevata. Quando mi alzo controllo i miei social, programmo i post e le foto che devo pubblicare durante la giornata e poi inizio con le attività. Se non ho nessun video particolare da fare registro qualche game-play al pc o alla play. Cerco sempre di rimanere aggiornato sulle ultime release. Una cosa che non bisogna mai dimenticarsi di fare, specialmente quando vuoi crescere come canale è mantenere dei buoni rapporti con la tua fan base. Io cerco sempre di rispondere a tutti i messaggi. Devo essere sincero, do una priorità alle ragazze che mi scrivono. Non le incontro spesso, però diciamo che è una buona vetrina per conoscere delle possibili partner». Sottolineò quest’ultima frase con un sorriso malizioso, cercando l’approvazione di Alessandro. «Infine ci sarebbe l’aspetto del viaggiare, del mostrare tutte le esperienze interessanti che si fanno. Quindi ogni tanto con un paio di amici facciamo una gita, magari anche solo a Milano. Il trucco è personalizzare i selfie, per renderli originali e particolari, senza però dimenticarsi della propria immagine, del proprio brand insomma. Seguo molti influencer e il consiglio principale è sempre questo, cercare di avere un brand che si distingua, che sia unico, per essere riconosciuti immediatamente. Grazie a tutte queste attività ho sviluppato diverse skill. Mi sento a mio agio quando devo parlare davanti alla telecamera, e in generale con le persone. E poi so come gestire una pagina social su Instagram, facebook, Twitter o Snapchat…».
«Ok, sto iniziando un po’ a capire. Posso chiederti cosa porti nel tuo zainetto. Sono curioso».
«Il mio kit di sopravvivenza: ho una bottiglietta d’acqua, mi pare di aver letto sul sito di focus, o forse era un blog che trattava di medicina, che dovremmo bere più di due litri d’acqua al di fuori dei pasti, quindi porto una bottiglia sempre con me; poi un caricatore portatile per il telefono, generalmente queste meraviglie si scaricano in meno di mezza giornata… e magari qualcosa da mangiare. In realtà penso che lo porterei con me anche se fosse vuoto, fa parte del mio stile».

L’autunno scivolando sulle foglie gialle e marroni prendeva possesso della piazza. Il freddo attaccava i pochi avventurosi: un gruppo di bambini che si rincorrevano agitando dei bastoni come se fossero spade medievali e un gruppo di anziani che urlano nei loro doveri dialetti erano uniti dall’odio per l’allenatore della nazionale di calcio. Gerry si sedette fra questi due quadretti generazionali. Si sentiva in mezzo, equidistante e lontano da entrambi. Dopo mezzora di colloquio era uscito sospirando dall’ufficio di Alessandro. Prese in mano il telefono:

«Incontro finito. È andata bene sì, il tipo era molto simpatico. Alla mano. Però non mi ha convinto. Abbiamo fissato un secondo appuntamento per compilare il cv, ma non so se ci andrò».

Davide Polimeni, mercoledì 22 novembre 2017 ore 9:39
davidepolimeni@gmail.com

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Nota dell’autore: Tre racconti. Tre storie. Tre giovani ragazzi sangiulianesi. Uno studente universitario, un lavoratore alle prese con un licenziamento e un neet (termine inglese per chi non è impegnato in educazione o lavoro). Tre momenti per raccontare quello che ho definito il purgatorio di San Giuliano. Non un luogo biblico, e quanto di più lontano dall’universo dantesco, ma una zona di mezzo, una zona di confine fra una realtà che pare schiacciare ogni speranza e un futuro che appare radioso e a portata di mano. Questi sono solamente tre esempi di vite sangiulianesi, tre spaccati di una società trasparente, annoiata, ma altamente simbolica. Simbolica di quelle che sono le difficoltà dell’essere giovani in Italia. 

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Satira

La zona a traffico limitato per i pedoni di Melegnano

MELEGNANO – È passato un secolo e le cose sono decisamente cambiate in meglio. Melegnano sembrava una città destinata al declino, all’oblio commerciale; invece le capacità imprenditoriali dei commercianti l’hanno trasformata nel luogo più bello del pianeta dove fare acquisti.

Lo sforzo comune dell’amministrazione comunale, delle associazioni di categoria e dei singoli commercianti ha portato ad un successo che ha dell’incredibile.

Il segreto di questo successo lo possiamo spiegare in due mosse.

La prima mossa è stata sicuramente non banale, ma di grande effetto: è stata introdotta la prima ZTpL (zona traffico pedonale limitato) una idea che ha di fatto impedito ai pedoni di passeggiare per le vie della città a piedi obbligandoli all’uso della propria automobile.

La seconda mossa è stata la vera idea vincente, l’uovo di Colombo che tutto il mondo ora guarda con invidia; e cioè quella secondo cui ogni negozio al suo interno dovesse avere dei parcheggi per le automobili dei clienti.

Oggi i clienti arrivano da tutto il pianeta per fare i loro acquisti a Melegnano a bordo delle loro vetture, che parcheggiano comodamente all’interno dei negozi; questo metodo, che possiamo comodamente chiamare #ParkingOnAndBuy, è diventato di riferimento in tutto il globo.

E Amazon sta cercando di utilizzarlo visto il calo vertiginoso dei fatturati, per evitare il rischio di bancarotta.

#NoiSiamoCaino, martedì 21 novembre 2117 ore 12:55 

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Cronaca, Il caso

Chimica Saronio: l’iprite, il gas mostarda, il georadar di ultima generazione, il museo della pace

RIOZZO — Ciao, RADAR. Ci ho messo un po’ ma, come promesso, ti lascio qualche info sulla serata riguardante la Saronio. Gianluca di Feo — autore del libro inchiesta Veleni di Stato e attualmente vicedirettore di la Repubblica — ha tenuto una serata molto interessante, iniziando da una trattazione generale sull’utilizzo e sulla produzione di armi chimiche in Italia durante il periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale e che si è protratto (sembra) anche fino agli anni ’50.

Ha poi parlato in particolare della Saronio, nella quali si producevano iprite e gas mostarda, delle quali se vuoi potrò parlarti anche dal punto di vista medico. Si è infine aperto un dibattito sulla situazione attuale e sul futuro del terreno riozzese, nel quale sono intervenuti soprattutto esponenti e simpatizzanti della minoranza, per poi avere un ultimo intervento del sindaco Marco Sassi.

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Le fotografie presenti in questo post sono di Michelina Salandra. I diritti sono riservati.

La serata era stata organizzata proprio dalla minoranza, Solidarietà Civica Indipendente, e devo ammettere che l’affluenza è stata notevole, stupendo anche lo stesso Di Feo, raggiungendo le 50-60 persone all’incirca; negli interventi abbiamo potuto notare che le voci di corridoio sembravano aver preso più consistenza del dovuto, soprattutto quella che vuole il terreno della Chimica destinato all’edilizia. Sassi ha commentato solo alla fine, sostenendo il fatto che la richiesta di inserire il terreno nel demanio era necessaria per far partire tutti quei lavori di indagine e bonifica che invece non si sarebbero potuti attuare (attualmente il territorio è ancora di competenza del Ministero della Difesa e tutte le promesse dell’ormai ex ministro La Russa sono andate nel vento e si è dovuti ripartire da zero).
I contatti col Ministero ora sono più forti, anche con il centro di smaltimento di Civitavecchia che già si sta occupando di altri casi. C’è da dire che le sonde (3 per la precisione) inserite nel terreno non hanno mai riscontrato livelli di tossicità alti (cosa che si era verificata con la zona del Giardino a Melegnano e che aveva portato alla chiusura del pozzo artesiano lì presente) e che quindi, con buona probabilità, la bonifica non dovrà essere molto estesa.
Saranno utilizzati georadar di ultima generazione in grado di raggiungere la profondità di 5 metri e gli eventuali contenitori di residui bellici saranno eliminati in tutta sicurezza (anche dopo le rassicurazioni di Di Feo, che più volte ha lavorato con l’esercito italiano, c’erano persone che esprimevano perplessità sulla competenza dei militari).
Le domande sul futuro sono state fatte al giornalista, che giustamente ha detto: «Dovete pensarci voi, capire in che direzione volete andare nel futuro» anche se ha suggerito quanto il territorio della Saronio possa diventare interessante dal punto di vista universitario, ormai l’unico ambito nel quale si fa ricerca. Altre idee sono venute dall’assemblea che suggeriva l’istituzione di un museo della pace e simili.

Insomma, la situazione è sotto controllo ma ci vorranno parecchi anni ancora prima di arrivare a un punto, ma di certo non sarà zona residenziale (voce messa in giro dalla minoranza come se fosse presa dall’amministrazione attuale).

Marco Sassi, in questa serata, hanno cercato di attaccarlo in ogni modo. Fa pensare che l’evento volesse essere altra campagna elettorale, che da noi non si è mai conclusa ed è ricominciata subito dopo le elezioni dell’anno scorso.

D. M., lettore, lunedì 20 novembre 2017 ore 12:00 

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L'inchiesta cinica

I serial killer della pensione

ALCUNI TEMI sembrano non scomparire mai dal dibattito pubblico. Notizie che a cadenza regolare conquistano i titoli dei giornali e danno vita a discussioni infinite. Fra questi, le pensioni acquisiscono sempre più le luci della ribalta, ma come spesso accade, a troppa esposizione corrispondono scambi di idee bruciate. I confronti vengono quindi regolati all’alzo dei cannoni, con la vittoria attribuita a chi sa sparare più in alto, ai serial killer della propaganda.

Esiste un cortocircuito nel dibattere tipico dei problemi della politica, che coinvolge sia l’opinione pubblica sia i politici stessi: si ignorano le domande e si parte dalle risposte. Si parte dalle risposte per costruire la propria domanda, ossia la propria narrazione della realtà.
La crescita delle aspettative di vita porta ad un aumento dell’età pensionabile. Ecco il fatto in questione, il punto di partenza comune per iniziare la discussione. Qualsiasi commentatore dovrebbe partire dalla più banale delle domande, il ritornello preferito dei bambini: “perché?”.

La risposta appare inizialmente banale, ma racchiude in se stessa il nocciolo della questione: si posticipa l’età della pensione perché vivendo di più si passerebbero più anni ad essere improduttivi. Proviamo quindi ora a scomporre in sotto-domande questa spinosa questione.

a) Chi paga le pensioni?

Le pensioni vengono pagate da chi sta lavorando. NON da chi ha già lavorato. Il signor Mario non sta mettendo via dei soldi suoi che poi gli verranno restituiti.

b) Perché io ricevo una pensione?

Le pensioni sono una parte del contratto sociale, ossia l’aiuto che la società decide di dare a chi per sopraggiunti motivi di anzianità non ha più la forza per guadagnarsi da vivere da solo. In un sistema come il nostro quindi la pensione è scollegata rispetto alle scelte di vita personali del lavoratore.

Non c’è un merito, un premio, non c’è un “guadagnarsi” la pensione, ma essa rimane una concessione da parte della società. Una concessione che però appare obbligata perché durante il nostro arco di vita noi facciamo in modo di elargire questo beneficio ad altri e quindi, giustamente, ci aspettiamo di esserne noi stessi beneficiari; in quello che appare un contributo virtuoso.

c) Quindi come si decide l’età della pensione?

La decisione sta nel rapporto fra i soldi che dobbiamo dare ai pensionati e i soldi che siamo disposti a chiedere a chi lavora. Naturalmente aumentando il numero di anziani e diminuendo il numero di giovani che entrano nel mondo del lavoro questo rapporto si trova e si troverà sempre più in disequilibrio totale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare come spesso in Italia le scelte politiche sulle pensioni abbiano regalato bonus, moltiplicatori e anticipi anagrafici per ingraziarsi fasce della popolazione. Siamo arrivati dunque al punto di non ritorno, al momento in cui bisogna fare una scelta.

Nessuno però pare disposto a questo sacrificio. È sempre un altro colui che deve sopperire a questa mancanza di fondi. Come per qualsiasi strumento di tassazione è sempre qualcuno più ricco e più fortunato di noi a doversi sacrificare. È il sottofondo musicale al film della politica che sostiene che qualcuno (la società o lo Stato) ci deve qualcosa, ma nessuno sembra appartenere al quella stessa società (o stato) che deve dare qualcosa. È la paradossale lotta del tutti contro nessuno. 

Appare quasi concettualmente e moralmente sbagliato porre il problema e sostenere che, finché i conti non lo permetteranno, si dovrà lavorare tutti di più. Ed ecco allora il moltiplicarsi di richieste di esenzioni per la propria categoria lavorativa: “Io faccio un lavoro usurante!”, “Sì, ma anche il mio lo è!”. E giù di strepiti, urla e deroghe alla regola.

“Questo significa che dopo 40 anni di cantieri non potrò permettermi di andare in pensione?”. Non c’è risposta politicamente corretta a questa domanda. Rimane disponibile solamente un: “purtroppo sì”. La politica dovrebbe porsi il compito di aiutare lavoratori e aziende a trovare una collocazione diversa del dipendente anziano, cercando una terza via fra la pensione e il reiterarsi di un lavoro usurante. Ma è un compito arduo, non risolvibile nello spazio di un tweet.

Come spesso accade, in passato, sono state prese decisioni senza valutare le ricadute a lungo termine. Ora sta a noi però, riusciremo ad imparare dagli errori del passato o continueremo a procrastinare? Senza dimenticare che nel frattempo in frigorifero abbiamo lasciato a stagionare un formaggio marcio e ormai scaduto da tempo, che alcuni chiamano: debito pubblico.

N.B. Le domande e le relative risposte si riferiscono naturalmente al sistema pensionistico italiano (vd. sistema retributivo, contributivo e misto). 

Davide Polimeni, giovedì 16 novembre 2017 ore 16:05

davidepolimeni@gmail.com

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Cronaca, MELEGNANO CITTÀ DI PRODOTTI E DI COMMERCIO

Meno 4000 euro dal comune, ZTL tutto dicembre: per i negozianti «i segnali sono pessimi»

MELEGNANO — «Guardate che, per un negoziante, le luci significano molto. La luce è un segno. Significa: io ci sono. La mia attività c’è. Illumino la via».

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Ma la luce è bassa a Melegnano. Si contano meno luminarie. Due «pessimi segnali» stupiscono i negozianti: prima, la drastica riduzione dei contributi comunali per le luci decorative natalizie — che quest’anno costano 110-115 euro l’una; l’anno scorso costavano 60 euro — e, seconda, la mozione presentata al consiglio comunale per prolungare la zona a traffico limitato fino alle ore 20, tutte le domeniche di dicembre. Non tutti dichiarano di avere contribuito per l’acquisto delle stelle luminose.

«Molti negozianti non sono contenti di questa cosa. Il mese in cui si lavora di più è il mese di dicembre: per un negozio, se la gente in questo periodo ha la possibilità di girare con la macchina e trovare parcheggio, significa che il mese potrà andare bene».

Giugno ha cambiato le cose in municipio. Il nuovo governo locale di Rodolfo Bertoli — uomo di idee democrat — ha contribuito alle luminarie con 4000 euro in meno rispetto ai tempi di Vito Bellomo, berlusconiano ex socialista. «Non tutti ci sentiamo aiutati» avvertono i negozianti.

Marco Maccari, martedì 14 novembre 2017 ore 11:14
mamacra@gmail.com

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L'inchiesta cinica, L'inedito

L’inverno di Melegnano Place

L’inverno a Melegnano Place è sempre lo stesso. Come un malato cronico che si cura per i dolori che non passano mai. La nebbia avvolge fine ogni cosa, creando un velo, una barriera.

Sembra strano ma, nel mio viaggiare, spesso ho associato le condizioni climatiche e la conformazione morfologica del territorio alle abitudini, agli atteggiamenti e alle idiosincrasie di chi ci vive. Melegnano è aperta: ha molte vie di ingresso, ma poco spazio: poco spazio per parlare, poco orizzonte per pensare.

La gente cammina, ma non vive. Quando arriva la nebbia, il grigiume, sembra che tutto si fermi, avvolti da una coperta di luce che impedisce, blocca la vista del cielo. Così la gente non è disposta al cambiamento: chissà cosa ci sarà dietro al grigio. È indefinito, incalcolabile. Rimane sicuro ciò che hai a pochi metri.

Così, andare a Rozzano diventa un viaggio, un problema. Se poi ti infili in qualche stradina di campagna, la sensazione di abbandono è forte: non hai più nessun riferimento, tranne la strada, che è piccola, piena di buchi, e ti auguri di non incontrare nessuno per decidere chi passa prima. La pianura apre gli orizzonti, la nebbia li richiude. Così la gente è immersa nei suoi pensieri, radicata alla strada, cioè alle tradizioni. Passano anni, secoli, si costruiscono nuove strade esterne, ma Melegnano rimane lì, come in una ampolla di vetro, eternamente ferma col mercato e il castello. Parli con la gente, ascolti i loro pensieri, si esprimono arrancando, a volte borbottando in un misto tra dialetto milanese e lodigiano. «Come va?». A questa domanda lo sforzo è gigantesco: «La facciamo andare» risponde la maggioranza, con rigore diplomatico e assenza di particolari. Se hanno tempo, inizia una conversazione sul tempo atmosferico: la nebbia, il freddo, il traffico. Il classico è il lamentatore cronico: è insoddisfatto di tutto, partendo dagli immigrati, la politica, la salute, la viabilità. Ne ha per tutti. E dopo che ha finito con te se non lo hai soddisfatto, ha altro materiale di cui lamentarsi col prossimo incauto ascoltatore. La nebbia, la pianura, la chiusura mentale, la paura del nuovo, dell’ignoto. Le nuove generazioni fuggono, le vecchie invecchiano.

Sembra che per una nuova generazione manchi il terreno fertile per far attecchire nuove idee, per avere nuovi stimoli. Così avanza lo spettro della noia, della droga, della nebbia con la droga, della noia con la chiusura mentale. Forse la nebbia è una salvezza. Forse la pianura è un posto per vivere ognuno nel suo orticello, perché non vedi se al di là ce n’è un altro. A meno che non ti sforzi di fare un viaggio, nella nebbia!

Massimiliano Basile, lunedì 13 novembre 2017 ore 11:12 
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Cronaca

«Palazzo Spernazzati? Era solo campagna elettorale» 

AULA CONSILIARE — Soldi contro arte. Palazzo Spernazzati fa gridare ancora: Vito Bellomo, consigliere di minoranza per Forza Italia e difensore degli interessi dei costruttori, sgrida il sindaco Rodolfo Bertoli, intenzionato alla valorizzazione del palazzo, per la sospensione dei lavori su Spernazzati e nella Corte Castellini.

«In campagna elettorale, a maggio, lei ha fatto accuse a me alla mia amministrazione di voler demolire il patrimonio artistico di Melegnano! Questo assolutamente non è vero. Se lei va a leggere le nostre delibere, fatte insieme a professionisti della città di Melegnano, vedrà che erano assolutamente regolari e rispettose della legge, subordinate ai pareri della Sovrintendenza. Le dichiarazioni fatte in campagna elettorale si sgretolano sempre, poi, alla dura realtà dei fatti». È successo ieri sera, mercoledì 7, nella pubblica sede del consiglio comunale. Bellomo è stato sindaco fino a maggio scorso, ha dato via libera ai preliminari dell’abbattimento della corte.

Indignazione del sindaco Bertoli. Che sbatte le critiche all’angolino: «Mi dispiace che lei sia stato assessore all’urbanistica e non abbia chiara la situazione» ha ribattuto Bertoli a Bellomo, «perché la Sovrintendenza alle Belle Arti le aveva chiesto di eseguire delle verifiche su palazzo Spernazzati, e la Sovrintendenza dice chiaramente che quelle verifiche non sono state fatte. Il piano di recupero di palazzo Spernazzati resta in attesa di questi chiarimenti».

Notizia: a Melegnano è prevista la visita della Sovrintendenza alle Belle Arti. «Siamo in attesa di accogliere l’architetto Carla Crifò, sovrintendente alle Belle Arti della città metropolitana di Milano. Le faremo prendere visione di palazzo Spernazzati e di altri beni storici, come la palazzina Trombini» conclude Bertoli.

Marco Maccari, mercoledì 8 novembre 2017 ore 13:08
mamacra@gmail.com

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