L'inchiesta satirica

La mafia secondo Bellomo

CON LE INCHIESTE satiriche online il blog RADAR crea ogni settimana «articoli a dir poco spettacolari» (Raffaella, lettrice melegnanese, agosto 2014). Questa settimana spacchiamo tutto. Così avveriamo la tesi del filosofo: «Là dove domina lo spettacolare concentrato domina anche la polizia» (Guy Debord, 1967).

MELEGNANO, PROVINCIA DI CARCOSA
Due mostri edilizi minacciano Melegnano. Il primo ecomostro è l’ex Enel: 20mila metri quadri di area, 60 metri di lunghezza, 6 piani, 180 appartamenti, 250 abitanti stimati, 150 automobili stimate, 372mila euro di monetizzazione, 2,54 milioni di euro di risorse pubbliche. Una creatura dell’agenzia immobiliare Monte Grappa Prima Srl. Uno scheletro in cemento che stenta a realizzarsi.
Il prossimo ecomostro è il maximpianto sportivo, «operazione da 3 milioni di euro» (Il Cittadino, 10 giugno). Non è noto chi sia la società proponente, quale sia il piano, quale la planimetria, quale l’urbanizzazione secondaria: «Toccherà al consiglio comunale approvare la manifestazione d’interesse preliminare alla realizzazione del piano. Solo a quel punto indiremo il bando pubblico al quale i soggetti interessati potranno partecipare» dichiarano Vito Bellomo e Simone Passerini sul Cittadino del 10 giugno. Complimenti al giornale, a Bellomo, addetto stampa dei poteri forti lombardi, a Passerini, uomo da 47 voti e da 7° posto in preferenza, secondo i quali «i bandi pubblici» si fanno «dopo gli interessi preliminari». «Fermo restando – continuano – il diritto di prelazione che, in caso di offerte paritetiche, sarà concesso al soggetto proponente. In cambio della realizzazione del maxi-intervento, il vincitore del bando gestirà il centro sportivo per un periodo trentennale» (fonte Il Cittadino, cit.). Trent’anni. Insomma, un altro cimitero.
Bellomo da mesi vuole «unire le forze» per un maxiprogetto sportivo (Il Cittadino, Il sindaco Bellomo: «Melegnano, bisogna unire le forze» 11 marzo 2015). Vuole unificare tre squadre di calcio. Per i partiti e in specie per le loro sezioni locali le società calcistiche costituiscono un giacimento minerario di voti in vista di ogni genere di elezione, e averle radunate sotto un unico stendardo è una vera utilità. Enry, commentatrice melegnanese, rispose a9 Bellomo così (12 marzo, ore 12:27): «Caro sindaco, non abbiamo le strutture adatte per un discorso del genere… ci vorrebbe un centro sportivo nuovo… non riesci neanche a mantenere in ordine le strade… ma che ti salta in mente!».
Enry: detto, fatto.

GIUGNO 2013
«Quando tempo fa – diceva Bellomo – mi feci portavoce della fusione tra le società calcistiche Melegnanese e Pro Melegnano, molti mi presero per matto: invece questa è la strada». In materia di calcio e voti Bellomo diventa il visionario che serve alla città. In materia di sprofondamenti nelle strade e di evasione delle imposte, temi capitali per l’amministratore (l’ultimo dei due ha generato 2917 euro non pagati al giorno, euro 1,64 milioni l’anno, elaborazione su Equitalia 2008-2014) il sindaco non prende in considerazione un serio correttivo. Terza materia capitale da lui elusa, la colonizzazione mafiosa e l’integrazione della ’ndrangheta nella società melegnanese.
Bellomo in materia si contraddice. Nel giugno nel 2013 i giornali resero nota la confisca di un locale commerciale al crimine organizzato. È il locale in via Lodi, numero civico 39: è un 63 metri quadri di classe 5 in categoria C/1, intestato alla società GRA Immobiliare sas di Giuseppe Molluso, confiscato per ordine del Tribunale di Milano a marzo 2010 con decreto 65/2010 e destinato al comune di Melegnano dall’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata. «Il proprietario dell’immobile è risultato essere legato alla criminalità organizzata» affermò il sindaco Vito Bellomo al Cittadino il 27 giugno 2013 (clic all’articolo: «Futuro sociale per l’edificio confiscato», di S. Cornalba). «Perchè – concludeva Bellomo – la lotta alla criminalità organizzata deve partire dalle piccole realtà locali come la nostra».

GIUGNO 2015
17 giugno 2015, due anni dopo. L’Osservatorio Mafie Sud Milano ricorda al sindaco in consiglio comunale di dare destinazione d’uso al «bene confiscato alla mafia», il locale in via Lodi. Vito Bellomo – presente il collega di partito Fabio Altitonante, l’ex sindaco di Milano De Corato, il presidente della commissione antimafia del comune di Milano David Gentili – sbotta. Risponde all’Osservatorio Mafie: «Io mi arrabbio. Sono cose che non sono vere. Il bene confiscato a Melegnano non è confiscato alla mafia».
«Bisogna sapere, bisogna conoscere», «Niente allarmismi», «Mafia? Tecnicamente non si può dire» sono state le fioriture linguistiche di Bellomo. Ma il proprietario del bene confiscato è Giuseppe Molluso della famiglia dei Molluso, i cui membri Francesco e Giosofatto sono considerati dagli investigatori «direttamente collegati alla famiglia Papalia-Barbaro di Platì».
Il pubblico ministero Mario Venditti nell’indagine sulla mafia calabrese di Legnano, facendo luce su Vincenzo Rispoli detto Cenzo, fa riferimento a un summit di mafia avvenuto il 30 aprile 1999 al ristorante Scacciapensieri di Nettuno. «In quell’occasione Rispoli» scrive Venditti «era in compagnia dei principali esponenti della ’ndrangheta in Lombardia: tra cui Cosimo Barranca, Giuseppe Gallace, Domenico Barbaro detto l’Australiano, Carmelo Novella, Giosofatto Molluso, Saverio Minasi, Vincenzo Mandalari, Pietro Francesco Panetta, Nunziato Mandalari, Vincenzo Lavorata, Pierino Belcastro e Salvatore Panetta».
Il figlio di Giosofatto Molluso, anche lui chiamato Giuseppe, nato nel 1978, è stato amministratore unico di una società di lavori stradali, la MG, che prese due appalti nel comune di Buccinasco per il rifacimento degli asfalti. Valore degli appalti, 42mila euro.
Pasquale Molluso, altro membro della famiglia e pluricondannato, era titolare della megavilla di Chiaravalle presso San Donato Milanese, il più vasto immobile confiscato di tutta Milano.
Molluso che sono decisamente nel ramo immobiliare. «L’agenzia AD Case vede tra i soci Ferdinando Perspicace di Caltagirone e anche, in passato, Arturo Molluso, dell’omonima famiglia originaria di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria. Hanno messo le radici a San Donato e sono considerati legati ai clan Cappelli-Pipicella e vicini ai Calaiò. Uno di loro, Pasquale Molluso, è socio della Gra Immobiliare. Il trentaquattrenne Arturo, residente a Spino d’Adda, è presente anche in altre agenzie, come la Mocasa, sede a Milano in via Riva di Trento» scrive Davide Carlucci nel 2008.
Ma per Bellomo tutto questo «tecnicamente non si può dire mafia».

IL RE IN GIALLO DI MELEGNANO
Su Melegnano non c’è solo un giro di crimine organizzato ’ndranghetista. Nelle inchieste giornalistiche c’è anche la Stidda, stella, in lingua siciliana. «I gelesi, un’altra razza, appartengono alla mafia e hanno messo le radici a San Giuliano Milanese e Melegnano. Alcuni vengono incasellati nella Stidda della famiglia Madonia come gli Iacono che a San Donato Milanese gestiscono un centro estetico e un’impresa edile. Nella stessa area ha fatto il nido il napoletano Pasquale Amato, del clan Guida, già titolare di una pizzeria a Milano. E ancora esponenti del clan Santapaola e ’ndranghetisti come Antonio Nirta, stesso ceppo dei Nirta-Strangio decimati a Duisburg nel 2007». La Stidda è due cose: è una costellazione e un tatuaggio. Una costellazione di cellule criminali dalla struttura lenta radunate attorno a un’autorità mafiosa tradizionale; un tatuaggio di cinque punti sulla mano tra pollice e indice. È devota alla Madonna della Stella sul cui santino versavano sangue i primi iniziati. È nella droga, nel pizzo, sa entrare negli appalti pubblici. Sa coltivare relazioni con politici e amministratori. È in Lombardia dagli anni Novanta.
Non si creda: questa galassia non veste la coppola davanti alla basilica di San Giovanni, non suona lo scacciapensieri in via Zuavi. In tutte le regioni d’Italia le mafie sono due.
«C’è la visibile e l’invisibile. E lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta. C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile» (il sindacalista della scuola Sebastiano Altomonte, ’u prufessuri, 2008, intercettazione ambientale dell’inchiesta Bellu Lavuru).
«Qualche collaboratore di giustizia aveva accennato a un secondo livello dell’organizzazione criminale, che veniva chiamato la Santa» (G. Barbacetto e D. Milosa, 2011).
«La mafia è una presenza discreta. C’è la mafia bianca, sodalizio massonico delle lobby e delle caste, insinuata nelle istituzioni e nei poteri dello stato, che si attiva direttamente per influenzare le scelte e la gestione della cosa pubblica. Poi c’è la mafia nera, la criminalità organizzata comune» (il discusso autore Antonio Giangrande).
«C’è un braccio armato, ci sono i volti impresentabili. E poi c’è la borghesia mafiosa e presentabile, che frequenta i salotti buoni e riesce a piazzare i suoi uomini in Parlamento» (il giudice Riccardo Scarpinato a Saverio Lodato nel libro Il ritorno del Principe, 2008).
Cittadini, date il benvenuto al vostro Re In Giallo.

Lo Staff, giovedì 25 giugno 2015 ore 

radarmelegnano@gmail.com

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I dati sui Molluso sono estratti da questo post del 25 febbraio 2010 e da Davide Carlucci, «Bingo, case e ristoranti», La Repubblica, 24 luglio 2008

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