L'intervista

Ester Castano: «Melegnano è in controtendenza persino con la regione Lombardia»

MELEGNANO – La giornalista Ester Castano, 24 anni, autrice di inchieste sull’infiltrazione mafiosa nel comune di Sedriano, concede un’intervista esclusiva al blog RADAR. Perché è diventato così delicato parlare di mafia? «In realtà devo essere sincera: secondo me è molto più semplice parlare oggi di criminalità organizzata a Milano e provincia, rispetto a semplicemente tre anni fa. C’è stato un cambiamento radicale per quanto riguarda la percezione del fenomeno dal 2010 ad oggi, dai 300 arresti dell’operazione Crimine Infinito. C’è stato un cambiamento anche nell’organizzazione dell’antimafia con un fiorire di associazioni a Milano e in tutto il Nord. Detto ciò, in provincia di Milano è comunque difficile anche oggi. Nell’alto milanese da cui vengo e in cui sono cresciuta convincere i politici locali e le associazioni che il problema mafioso è un’emergenza è difficile. All’indomani dell’arresto del sindaco di Sedriano abbiamo cercato di costituire un movimento antimafia nel magentino-cassanese, purtroppo si cade spesso negli egocentrisimi. Nella situazione particolare di Melegnano secondo me è scandaloso che una giunta comunale non sia in grado di cogliere un’eventuale problematica del proprio territorio e quindi nominare a voce piena la parola ’ndrangheta. Nel momento in cui nasce un sospetto o si sa che i comuni limitrofi hanno questa problematica, perché tu, sindaco, tu, amministrazione comunale, decidi di chiuderti a riccio e di dire che il problema non ti riguarda a priori, invece che fare incontri e prevenzione? Questa è una cosa che mi stupisce e che ho ritrovato in paesini siciliani, che magari al loro interno non hanno il latitante o il boss e che si tirano indietro quando li inviti a fare un incontro antimafia e ti viene detto: no, nel mio singolo paese questo non è problema. Si sbagliano perché la criminalità organizzata in genere non rispetta i confini territoriali e non vede i confini come li vedono i nostri amministratori locali. Da qui il ruolo dei consiglieri, degli attivisti, dei giornalisti e della cittadinanza di far capire a chi ci governa che probabilmente è meglio fare prevenzione. Se è vero come dice il sindaco Bellomo che Melegnano non ha problemi di infiltrazione della criminalità organizzata, non vedo comunque per quale motivo Melegnano non possa essere promotrice di un movimento antimafia. Non capiscono che è una controtendenza rispetto ai progressi che la stessa regione Lombardia, ammettendo il problema, sta facendo. In una regione in cui è al comando centrodestra più Lega. Un’amministrazione che non ha il coraggio di ammettere è un segno negativo e una controtendenza». Hai fatto caso agli ospiti invitati la sera del 17 giugno? «Credo che la disposizione dei posti sia stata totalmente casuale. Ci sono dei personaggi seduti a quel tavolo con i quali non mi sarei seduta, perché essere fascisti oggi ed esprimere una politica fascista è sanzionato dalla nostra costituzione. Per il resto sono una giornalista, vengo invitata in qualità di relatrice, ho l’obbligo di fare educazione tramite le mie conoscenze al pubblico che mi sta di fronte. La lotta alla mafia dovrebbe essere qualcosa di trasversale. Il problema di quella seduta di consiglio comunale aperto è che alcuni degli invitati o sono stati toccati dalle carte giudiziarie, o sono dichiaratamente fascisti, o non competenti in materia avendo fatto parte di una giunta comunale che dichiarava che la mafia a Milano non esisteva, oppure di discutibile competenza sul contratto alla mafia dal momento che erige i muri contro i rom. Vanno bene i diversi schieramenti politici, e così deve essere, ma in una seduta del genere mi sarei aspettata persone competenti in materia». Quanti anni fa hai iniziato le tue inchieste? «Nel 2011». Da allora ad oggi sei una persona diversa? «Non credo proprio. L’unica differenza è che sono molto più disillusa sul mondo del giornalismo. Ho conosciuto tantissimi colleghi, ho capito come funziona il mondo del giornalismo e che esistono dei giornalisti e dei comunicatori. Sono disillusa dal fatto che dal merito si possano trarre dei benefici, cioè poter lavorare, fare inchiesta, continuare a scrivere. Dal 2011 ho visto molta ipocrisia e questo mi ha portato ad avere molto sdegno contro alcuni giornalisti. Ma ho avuto una crescita professionale anche per quanto riguarda la competenza sul fenomeno mafioso, criminale, giudiziario. I cambiamenti che mi riguardano sono solo di livello professionale. Non so a quali cambiamenti tu mirassi, se la tua domanda riguardasse i premi che ho ricevuto…». No. Immaginavo che il tuo futuro post-inchieste fosse stato più nero. «La disillusione nasce anche dal numero di premi ricevuti. Fino a un mese fa vivevo con 300 euro al mese. Cerco tutt’oggi di non perdere quel pizzico di ingenuità contro il cinismo e spero di mantenere quest’atteggiamento». Il mio ragionamento è stato questo: ti sento parlare nel consiglio comunale, vado a leggere alcuni tuoi articoli, mi sono chiesto come tu ti trovassi diversa come professionista, come persona. Immagino che nel comune di Sedriano non si parlasse quasi nemmeno di mafia. «No, eravamo addirittura alla fase precedente rispetto a Melegnano, si parlava solo dei pomeriggi danzanti con l’associazione degli anziani e della festa al parco. Non c’era nessuno che portasse all’attenzione della cittadinanza i sintomi di una possibile presenza mafiosa. Cerco sempre, nonostante io sia molto critica, di conservare il mio atteggiamento. Per quanto riguarda la rinascita culturale e sociale in Lombardia sono assolutamente positiva».

Marco Maccari, lunedì 6 giugno 2015 ore 16:36

mamacra@gmail.com
@mamacra

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