L'intervista

Esclusivo, Salvatore Borsellino: «Credo che riuscirete a cambiare le cose»

Cosa diventa la mafia dopo gli anni ’90? «Gli anni ’90 furono anni di svolta, dopo, ma anche durante le stragi. Rappresentano anche l’evoluzione all’interno della mafia, che cercava una sfida diretta faccia a faccia con lo stato. Dopo quelle stragi nacque purtroppo una trattativa con la criminalità organizzata. La trattativa, con Paolo, non sarebbe potuta andare avanti, quindi ci fu la necessità di eliminarlo in fretta così come avvenne, e contro lo stesso parere della cupola mafiosa, che raccomandava a Riina di non effettuare un’altra strage poiché dopo ogni strage c’è una reazione dello stato; che normalmente non è mai stata autonoma in quanto stato e mafia hanno sempre convissuto. Nonostante questo, Riina decise che l’omicidio doveva essere fatto in quel momento, perché lo aveva promesso a qualcuno ma stavolta la reazione dello stato fu la cattura dello stesso Riina. A questo punto prese il comando l’ala di Provenzano, che puntava alla collaborazione tra stato e antistato. Nel momento in cui questa trattativa sta per arenarsi vengono progettate nuove stragi; quella di Via Palestro e quella che sarebbe stata il più grande attentato del nostro Paese, ossia quella allo stadio Olimpico, fallita ben due volte: la prima volta per il mal funzionamento di un timer e la seconda volta, a mio parere, perché la trattativa si era conclusa».

E cos’è la mafia oggi? «Dopo la cattura di Provenzano la mafia si è evoluta ancora, non controlla più solo il territorio ma diventa finanza. Oggi la mafia sta dentro le banche, è diventata il riciclaggio di grandi capitali che hanno accumulato capitali a basso prezzo perché sporchi di sangue. La mafia è ovunque e la gente non se ne rende più conto perché in Sicilia si faceva vedere, c’erano i morti ammazzati; qui al nord la mafia non si vede. Comuni come Desio e Bordighera chiusi per infiltrazioni mafiose, pensa, hanno intitolato un circolo a Paolo e Giovanni dove poi si è scoperto che le stesse famiglie mafiose andavano a prestare i loro giuramenti. Al nord neanche i morti si vedono, ma ci sono, sono morti silenziosi, sono quelle persone che si suicidano perché hanno perso il posto di lavoro a 50 anni. La mafia non ha colore politico, la mafia deve stare con lo stato e ci sono due possibilità, o si scontrano o si mettono d’accordo».

Cosa pensa a proposito della lotta di noi giovani? «C’è una consapevolezza maggiore in voi giovani, perché penso che la nostra generazione sia addirittura assuefatta da questa realtà. Nei giovani credo tanto, siete la mia speranza e credo che riuscirete a cambiare le cose. E con questo non voglio dire, scusami, che sono cazzi vostri, noi dobbiamo mettere i nostri sbagli a vostro servizio perché ne abbiamo fatti tanti. Noi abbiamo tenuto gli occhi chiusi, noi, io compreso, siamo fuggiti. A 27 anni me ne sono andato dalla Sicilia e ho un grande rimpianto, ossia quello di aver preso consapevolezza della realtà solo dopo aver assistito alla morte di mio fratello. Dopo la strage, come facevo a parlare ai giovani di speranza se io non ne avevo?! Poi nel 2010 iniziai a parlare, prima per rabbia poi, grazie a voi, ho capito dovevo lottare accanto ai giovani. L’ultimo giorno della sua vita Paolo scrisse che era ottimista, era un uomo che sapeva che doveva essere ammazzato, io non l’ho saputo vedere ma era tutto lì. Se l’avessi fatto, se avessi saputo vedere, non avrei mai perso la fiducia in voi giovani».

Martina Papetti, giovedì 23 luglio 2015 ore 13:15

martina_papetti@libero.it

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