L'intervista

Bar Notte

f2e450b6067fd5e90f69c8ffec2a7e16MELEGNANO – 22 anni, da due anni e mezzo imprenditore. Marco è il primo titolare di un bar in città a decidere di fare orario notturno. A RADAR racconta le sue idee.

«L’idea dell’orario notturno nasce da un preciso fattore. I ragazzi hanno bisogno di divertirsi e di passare del tempo fuori di casa. Senza certi tipi di pressione. Per il piacere di stare in compagnia, senza dover usare veicoli per uscire dalla città. Problemi di sicurezza finora non ne ho incontrati, forse per il fatto che, quando rimani aperto tardi, fai in modo che il movimento nel tuo locale renda la piazza più tranquilla. Tutti i giorni ora come ora sono aperto fino alle 2. Finiti i lavori di insonorizzazione del locale, cosa che ottiene agevolazioni negli orari, nei fine settimana l’apertura verrà prolungata alle 4. Ho scelto i weekend perché la concentrazione della clientela è sicuramente nel fine settimana, i ragazzi che vengono per la maggior parte sono studenti universitari che durante la settimana hanno orari di uscita molto inferiori.

«Aprire un bar, oggi? Ci vuole voglia. Dall’esterno può sembrare tutto semplice: sto dietro a un bancone; la fatica è poca; il bar funziona a prescindere da quanto posso lavorare… Ma è un pensiero sbagliato. Ci vuole tempo, ci vogliono sacrifici. Molti giovani, anche con la famiglia, si cimentano in questo lavoro, che poi non si dimostra quello giusto per loro, proprio perché vedono la cosa con eccessiva semplicità. Per questo lavoro mi sono informato, ho studiato, ho imparato tecniche particolari, concentrandomi su quello in cui sono personalmente più capace, in un momento in cui l’abilità personale fa tanto rispetto a tempo fa. Prima bastava lo studio, bastava il pezzo di carta. Il lavoro funzionava lo stesso anche senza bisogno di differenziarsi. Oggi per far funzionare un locale bisogna avere una marcia in più.

«Non saprei dare un nome preciso alla tecnica manageriale che prediligo. So, in quanto giovane, che il bisogno dei ragazzi è di potersi divertire e stare in tranquillità. Quindi applico la mia forza e il mio lavoro a vantaggio dei loro bisogni. Lavorando su tempi anche leggermente più lunghi della media, ma fare sì che per i ragazzi diventi un’abitudine associare il mio locale a un mondo creato apposta per loro.

«Nella ristorazione si vede non dico una crisi ma un netto aumento dei costi. Fortunatamente nel settore alcolico c’è un buon consumo: ciò che purtroppo incide su di noi, ultimi venditori, e sui consumatori, è un peso di accise e tasse che si fa sentire. Non è più un fattore di crisi, è che il prezzo finale del prodotto alcolico diventa troppo alto per andare a comprarlo spesso.

«Dire la mia sul concetto di divertirsi bevendo, o di bere divertendosi? Direi che sono cose che possono viaggiare all’unisono. Significa bere bene, quindi non cose che si bevono in discoteca, o cose di qualità abbassata per interesse di guadagno maggiore, che vanno a incidere sull’organismo, sulle persone. Uno, due drink di quelli fatti come non si devono fare, non a norma, non conosciuti, con liquori di scarsa qualità, non sono più bere, ma stare davvero male. In un posto invece dove l’utilizzo del liquore è buono e in cui conosco quello che si beve, automaticamente posso anche andare a bere quel bicchiere di più senza dovermi ritrovare a stare male, tornando a casa tranquillo dopo essermi divertito in amicizia».

Marco Maccari, venerdì 18 settembre 2015, ore 12:06

mamacra@gmail.com
@mamacra

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