Cronaca

La ‘ndrangheta, noi, e quei piccoli, malvagi privilegi

SETTIMANA DELLA LEGALITÀ – «Capire la mafia vuol dire rompere le convinzioni, vedere quello che sta succedendo, per combatterlo». Parla Nando dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa assassinato a Palermo nel 1982. Oggi insegna all’università di Milano, è sociologo della criminalità organizzata; ieri sera ha presentato il suo libro Manifesto dell’Antimafia a Pieve Emanuele, in occasione della Settimana della Legalità promossa dall’Osservatorio Mafie Sud Milano.

Il suo libro tramanda un metodo. Quello di studiare la mafia. Studiarla, sì; esattamente come la mafia studia la società civile per trarne i suoi vantaggi. «Mai fermarsi davanti a nulla – ha continuato Dalla Chiesa, rispondendo alle domande delle melegnanesi Sara Marsico e Francesca Lembi; – sforzarsi di capire; spremere persino i dettagli pur di ottenere qualcosa che diventi una teoria della mafia. Infatti, anche l’accomodarsi dietro le convinzioni può essere utile per la mafia. L’interesse della mafia è che nessuno dica che esiste, così nessuno la può contrastare. Le serve l’omertà. La mafia si trova dappertutto. È sorprendente: ovunque nel mondo c’è chi sostiene che la mafia non esiste. Perché in tutto il mondo la mafia non esiste, e invece il terrorismo è combattuto ovunque? Perché il terrorismo non porta soldi, non porta voti.

«La storia d’Italia può essere presentata come una storia criminale. In questi anni stiamo vivendo il passaggio della mafia a nord. Se a nord vincono le mafie, la storia d’Italia cambierà. Il magazine Time giudicò Lucky Luciano, popolare personalità del panorama mafioso, come una delle 20 persone più influenti al mondo nella storia del Novecento. È la prova che i mafiosi nella storia pesano. Nella storia d’Italia, senza la mafia non si capirebbero lo sbarco degli Alleati in Sicilia, la forza della corrente andreottiana nella DC, le nuove dinastie imprenditoriali sbarcate a Milano a fine anni ’70.
Purtroppo, fino a poco tempo fa, nelle università italiane si pensava che lo studio della mafia fosse un problema esclusivamente dei giuristi. E chi finiva a parlare di mafia, all’università? I difensori degli imputati. Mi piacerebbe, invece, che si entrasse nell’ordine di idee che bisogna studiare i mafiosi, per cominciare a comportarci di conseguenza.

«Ho rischiato una querela da parte di tre magistrati. I magistrati del nord Italia credono regolarmente alle perizie che vengono loro presentate per attenuare la colpevolezza dei boss, per rendere meno afflittiva la pena. La storia della mafia è piena di questi episodi. Ma, chiedo: è possibile mandare fuori prigione un boss come Giulio Lampada, perché la perizia dice che è incompatibile con la detenzione? E può scontare 14 anni a casa sua mentre i disgraziati si impiccano in carcere? Le perizie non sono vangelo. Quando la perizia è inattendibile, dobbiamo pensare che forse c’è stata intimidazione del medico».

Le mafie sono un esercito di professionisti, scrive Dalla Chiesa nel libro. Studiano senza sosta. Studiano le debolezze degli interlocutori. Il grado di isolamento. La mafia è lenta, ti misura, ti verifica alla lontana. Ma la società italiana non studia la mafia. Per questo la vera forza della mafia è fuori dalla mafia. «Inizia da qui il reclutamento della zona grigia – ha commentato Dalla Chiesa. – Concorso esterno in associazione mafiosa. Se non ci fossero quelli che dicono e scrivono ciò che la mafia desidera che si scriva. 

«Ai giornalisti offrono più visibilità, più contratti. Sta cambiando qualcosa nella zona grigia. Una volta facevano favori. Si sta manifestando questo: faccio quello che mi chiedete, ma voi dovete farmi fare carriera. Vuol dire che c’è un sistema. E un’organizzazione che porta dentro quel sistema». 

Se si evolve la zona grigia, se si evolve il «prigioniero-funzionario, che cerca e coltiva piccoli e malvagi privilegi (Levi)», anche la società civile si può evolvere. «Li chiamo anticorpi, sono le nostre infrastrutture morali e culturali. Dobbiamo pensare di incominciare dal linguaggio. Se io ho un linguaggio povero non posso sconfiggere la mafia. Pensiamo che loro hanno un linguaggio povero? No. È ricco, è diverso dal nostro. Hanno una grande sapienza. Conoscono le persone. Si parlano fischiando da un continente all’altro, con i fischi dei pastori, un’occhiata, un piccolo movimento del mento. Una sillaba vale cento parole. Non è povertà di linguaggio. 

«Mafie e nord: dobbiamo capire l‘avanzata della ‘ndrangheta nella sanità lombarda. Dopo la morte di mio padre ho avuto una seconda università. Vedi intorno a te che non è vero che tutti ti aiutano a chiedere giustizia, ma che ti attaccano. Perché lo possono fare, perché questo viene chiesto loro dal sistema. Perché Montanelli, campione della libertà, mi attaccava? Perché il Corriere della Sera attaccò Falcone e Borsellino?».

Marco Maccari, giovedì 8 ottobre 2015 ore 10:42

mamacra@gmail.Com

@mamacra

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