Cronaca

Mario Caniglia: dichiarai guerra alla mafia, e le mostrai i denti

L’intervento di Mario Caniglia, ospite della Settimana della Legalità ieri sera con Leonardo La Rocca

SAN GIULIANO MILANESE – Noi ce la faremo. Mario Caniglia, agricoltore, imprenditore, 17 anni di scorta, 17 anni di no al pizzo, fermamente crede. Leonardo La Rocca, del presidio Libera Sud Est Milano: ce li abbiamo sotto casa, ma davvero sotto casa, dice. All’Ortomercato di Milano, controllato dalla ‘ndrangheta con il racket dei pallets, prendevano i proventi e li investivano nel Sud Est di Milano.

Mario Caniglia, il coraggio della paura. La paura di diventare, lui e la sua famiglia, schiavi della mafia. Racconta. «La forza e il sostegno me l’hanno dati la mia famiglia. Perché la forza e il sostegno della famiglia in queste cose è fondamentale. Se non fosse stato per la mia famiglia sicuramente non ce l’avrei fatta da solo, con la mia denuncia, quando si rese pubblica la mia storia. Perché io feci l’infiltrato, e scoprii senza volerlo che c’era stata una guerra di mafia, morti ammazzati. Scoprii pure che al mio paese a pagare il pizzo erano tanti. Con nomi e cognomi e relative cifre. E poi osai sfidare i mafiosi. E quando li ho visti in faccia, ho capito che loro non sono nessuno. È la nostra paura a renderli forti. Li ho incastrati e consegnati alla giustizia. Io, nella mia città, per metà ero cornuto e carabiniere, nella mia zona. È la peggiore offesa. Anche a questa offesa ho risposto che orgogliosamente ho fatto lo sbirro, ho fatto il carabiniere. I miei parenti mi salutano a stento. Gli amici di un tempo se ne sono andati. I parenti sono come le scarpe, o sono stretti o ti stanno male. Lo Stato… uhm. Eh, be’, con lo Stato abbiamo avuto incontri e scontri. Quando dichiarai guerra alla mafia, e le mostrai i denti, c’è stato un silenzio lunghissimo, e in quel silenzio lo Stato ha pensato che io mi fossi messo d’accordo con i mafiosi. E ha osato minacciarmi. Mi diceva che mi avrebbe messo in galera e che avrebbe buttato la chiave della cella. È stato un momento duro. C’è stato un riscatto, sono ritornato a denunciare, e lo Stato è tornato ad avere fiducia in me. Premesso che io, dal primo momento, ho avuto fiducia nelle istituzioni. Una settimana prima che arrestassero i miei estorsori, ci furono scontri con alti funzionari del servizio centrale di protezione. Dicevano che io e la mia famiglia dovevamo fare le valige e andarcene via. Dissi, e lo misi per iscritto, che se in Sicilia tutte le persone che denunciano devono andarsene via, allora in Sicilia resteranno solo i mafiosi, e io questa soddisfazione ai mafiosi non la do. Vero è che da quel giorno vivo giorno e notte scortato e blindato. Ma nessuno ha avuto il coraggio di ripensarci. Perché chi nasce omertoso, omertoso muore. Però posso dire che nella mia città sono diventato un punto di riferimento per gli altri imprenditori. Io li faccio incontrare con i carabinieri, e denunciano. Oggi stanno denunciando, anche se i media non lo raccontano. Dico a voi: oggi denunciare conviene. Nel ’99 hanno fatto fare una legge, la 44/99, ai nostri parlamentari, che dice: tu, commerciante, dal momento che denunci, a te ci penso io. Se a te commerciante ti bruciano il negozio, io Stato te lo rifaccio più bello di prima. Chi vi parla non è mai stato lasciato solo. Oggi denunciare conviene… e allora perché nessuno denuncia? Perché non ci sono denunce a macchia d’olio? Mia moglie veniva offesa, andando al mercato. Per un certo periodo a tutta la famiglia ci offendevano con un insulto che per noi siculi è pesante. Vedevo mia moglie afflitta, qualche volta anche si metteva a piangere. E così anche i miei figli. E così capii che dovevo uscire allo scoperto. Grazie a Dio, alla mia forza di volontà ed esperienza, tutti i telegiornali e la carta stampata nazionali e internazionali mi hanno intervistato. E ho incontrato sia chi la penna la sa usare, perché la penna sa resuscitare i morti, come sa ammazzare i vivi. Invitai questi signori e feci una conferenza stampa, dicendo che non ho fatto nulla di eccezionale, che io non dovevo pagare il pizzo, e che con la mia denunzia difendevo la mia famiglia, la mia libertà e la mia dignità. Perciò, con la mia denunzia non ho fatto niente di eccezionale. Da quel giorno, mai più nessuno si è azzardato a dire niente a mia moglie o ai miei figli. A ogni azione c’è una reazione. E così ho risolto questo problema.

«Io mi sento un vincente perché sono un uomo libero, e libero a 360 gradi. Non è tanto la mazzetta; è che poi quei signori arrivano, e dicono: mi devi assumere quella persona perché appartiene a noi, e già assumendo quella persona è entrata nell’azienda una boccata di veleno. È che poi vengono e dicono: tu le cassette non le compri qua, le compri là. E il prezzo lo fanno loro. E quando un commerciante non può mercanteggiare, diventa o un prestanome, o un fallito. Con la mia famiglia ho fatto una scommessa. Oggi ho circa 80 ettari di aranceti. Iniziai da 12 ettari. Con me c’erano 15 operai. Avevamo fatto, come si suole dire, da 1 a 100, anzi, quasi: da 1 a 99. Dicono che oggi c’è la crisi… ma non è nata nel 2009, la crisi, è nata nel 2000, con la globalizzazione. In Italia non eravamo pronti. Ogni cittadino aveva delle riserve nelle banche. Perché il popolo Italiano pensava sempre al futuro, e risparmiava. Bene, per fare 100 siamo ripartiti, abbiamo fatto una nuova ricerca di mercato, e non abbiamo fatto 100, ma 200. Abbiamo ampliato il magazzino, abbiamo comprato i macchinari, e siamo arrivati a 300. E non ci siamo fermati. Siamo a 400. E con le nuove campagne che stanno per iniziare forse arriveremo a 500. Ecco perché sono un vincente».

Marco Maccari, venerdì 9 ottobre 2015 ore 10:54

mamacra@gmail.com
@mamacra

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