Cronaca

Ciconte e la ndrangheta: con un rito vi seppellirà

SETTIMANA DELLA LEGALITÀ – Enzo Ciconte, il primo in Italia a parlare di andrangheta. Scrive libri. Tanti. L’ultimo ha il titolo Riti criminali, i codici di affiliazione alla ‘ndrangheta. L’Osservatorio Mafie Sud Milano l’ha invitato a Dresano ieri sera e questo è il suo brillante colloquio con il pubblico.

«Sono calabrese, ma sto più al nord che al sud. È molti anni che vengo dalle vostre parti, in Emilia Romagna in modo particolare. A dire: guardate che qui c’è un problema. Guardate che qui c’è una realtà predisposta al rischio. In molti mi credevano; altri no. Del resto ricordo che il prefetto di Milano disse ‘la mafia a Milano non esiste’ proprio 15 giorni prima che iniziassero 300 arresti per mafia. Io dicevo che era vero, che la mafia a Milano non c’era. C’è la ‘ndrangheta. Che è peggio.

«La ‘ndrangheta ha rituali. I carabinieri hanno registrato riunioni nelle quali venivano conferite le doti di ‘ndrangheta, anche dette fiori. L’ultima dote è stata conferita qui in Lombardia. Se andate su YouTube, vedete che è stata conferita la Santa. Dote altissima, di coloro che possono fare parte della massoneria deviata.

«Nel mio libro Riti criminali ho voluto descrivere quello che succede nei rituali di ‘ndrangheta. Perché i mafiosi vengono pensati come un fatto antico. Se noi pensiamo che i rituali fanno parte del folklore facciamo un errore madornale. Pensate a quello che sta succedendo nel Sinodo a Roma. Avete visto i paramenti dei vescovi? Perché i rituali della Chiesa, o della Massoneria al massimo grado, quella inglese – personaggi di altissimo livello, con grembiulino, triangolo, con i simboli delle logge massoniche – perché nessuno pensa di dire che sono rituali arcaici? Perché sminuire un fatto costitutivo? Avete mai visto un cattolico senza la Bibbia? Così, non ci può essere uno ndranhetista senza rituali.

«Portatevi con la mente nella Calabria dell’800 o primi del ‘900. I giovanotti, figli di braccianti, zappatori, contadini, sentivano parole grosse. Formulari che apparentemente sono normali… ‘Dove cammini? Fra il cielo e la terra’. Tutti quanti ricordiamo come si facevano le messe in latino. Ma quanti capivano quello che diceva il prete? La stragrande maggioranza non capiva. È la stessa cosa per la ‘ndrangheta. Conta la continuità. La ripetitività. Il patto che ti dava sicurezza che venivano ripetute le stesse cose. Che tu entravi in un mondo magico, dove gli altri non possono entrare. Nella ‘ndrangheta non possono partecipare tutti. Le donne, no. Primo sbarramento. Poi non possono fare parte tutti quelli che hanno una divisa, poliziotti, preti, guardie. Certo, ci sono anche eccezioni, ci sono stati preti pungiuti. Ma il fascino qual è? E dobbiamo capirlo. Chi partecipa alla ‘ndrangheta partecipa a un’organizzazione di élite; non è un fatto popolare. Solo quelli che hanno alcune caratteristiche: ferocia, violenza, ma anche, come la ‘ndrangheta di seta, che hanno capacità avvolgente, di fare politica. Solo i migliori. Tutti gli altri sono pecore.

«Per un giovane figlio di pecorai, questo discorso lo portava alle stelle. Tutti i collaboratori di giustizia raccontano che quando andavano a fare il rito si sentivano tremebondi! Tutti i racconti anche nell’800 scandiscono questa cosa. Una volta il matrimonio era indissolubile. In tutte le professioni, puoi dimetterti. Anche il papa può dimettersi. Nella ‘ndrangheta, le dimissioni non sono contemplate. Quando fai i riti battesimo ti pungono il dito, una goccia di sangue cade su un’immaginetta sacra che viene bruciata e va in cenere. Ti dicono che, se esci, puoi rientrare nel momento in cui riesci a recuperare la cenere e a rifare quella stessa immaginetta sacra. Impossibile. Ti impegni nella vita. Non è solo un’organizzazione di violenti ma è molto più complessa.

«Chi sono Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Antenati. Altri nomi sono Minofrio, Misgarro e Misghizzi. Ogni tanto viene fuori di tutto… ma i mafiosi vanno anche presi un po’ per il culo. Chi sono? Tre cavalieri spagnoli. Ma sono esistiti? No. Sono una leggenda, secondo cui facevano parte di un’associazione segreta spagnola; nel 1412 sarebbero venuti dalla Spagna in Italia perché avevano ucciso una persona che aveva violato la propria sorella. Erano dei latitanti. Arrivano nell’isola della Favignana. È una località stupenda. Sono rimasti chiusi 29 anni, 11 mesi e 29 giorni (30 anni meno un giorno). Hanno approntato le regole sociali dell’Onorata Società. Escono tutti e tre all’aria aperta. Il primo dalla Favignana va in Sicilia, si ferma a Palermo e forma Cosa Nostra. E così via. Naturalmente è una leggenda ma, attenzione, mostra che i cavalieri formano le tre organizzazioni insieme. Di solito sono divise. È difficile trovare libri che parlano delle tre insieme.

«Vi racconto un episodio personale. Io e Vincenzo Macrì, giudice, scriviamo un libro sulla missione di Nicola Calipari in Australia. Calipari da ragazzo faceva parte della squadra mobile a Cosenza. Una città babba, dal punto di vista mafioso. Lui capisce che invece che gli ndranghetisti c’erano, e per questo lo ostacolano. Lo Stato, vedendo che era minacciato, lo manda in Australia, lo sostituisce. Un giorno la moglie, Rosa Calipari, deputata, commette l’imprudenza di dirmi che quando suo marito era andato in Australia aveva fatto una relazione sulla ‘ndrangheta in Australia. Aveva un allegato. Conteneva tre rituali di ‘ndrangheta in Australia. Tre diversi. C’è uno zoccolo comune. Insomma, io e il giudeice presentiamo il nostro libro in un giardino di un amico a Favignana. Era estate. Quando racconto la storia di Osso, Mastrostefano e Carcagnosso, la gente apre due occhi così. Nessuno ricordava quella leggenda. Enzo Patti, un pittore, rimase stregato. Fece delle tavole sui tre cavalieri, e uscì un libro illustrato.

«Perché la leggenda parla di Favignana e non di Aspromonte, che ha grotte bellissime, o della Sicilia? Perché la sede leggendaria è in un’isola? Perché era la sede del carcere dei Borboni, dove mandavano a morire i condannati. Si capisce il legame che i mafiosi hanno sempre avuto con le carceri.

«Il punto è che negli ultimi anni, molti ‘ndranghetisti sono del nord. Oggi Milano, Segrate, comuni dei dintorni. Sono i figli, i nipoti de clan. Che ormai fanno parte del panorama giudiziario, perché un pezzo di imprenditoria lombarda ha pensato di prendersi una scorciatoia e invece di fare quello che il capitale vuole, la libera concorrenza, hanno cercato il monopolio, la protezione. 1. Per fare più soldi, il più rapidamente possibile. 2. Perché hanno bisogno di protezione sui cantieri; utilizzano manodopera che danno loro i mafiosi, che costa di meno, che non ha sindacati che pretendono adeguazioni dei salari; danno la possibilità al padrone del cantiere di fare tutto quello che vuole. 3. Perché hanno bisogno dei mafiosi per recuperare i crediti. Di questi tempi l’imprenditore si rivolge ai giudici? No, alla ‘ndrangheta. C’è la storia di Ivano Perego. Un personaggio straordinario. Ma quando incontrò difficoltà economiche si rivolse alla ‘ndrangheta. In questi casi in azienda arrivano i soldi della ‘ndrangheta, ma arrivano anche gli ‘ndranghetisti. I quali pretendono di governare loro l’azienda. Ivano Perego da padrone che era diventava pedina. Perde l’azienda, fallisce e va in galera. È la capacità della ‘ndrangheta di impossessarsi delle aziende degli altri. Lo dico da 15 anni. C’è un fenomeno che ha investito il nord, ci sono imprenditori che chiedono prestiti a usura. L’usura del cravattaro è diversa da quella mafiosa. La cravatta ti può strozzare. Allora allenta il nodo. Alla fine monetizza, ma non ti strozza mai. Non ha interesse a strozzarti, ma che campi mille anni e il debito non lo estingui mai. All’usuraio mafioso invece non gliene frega di meno della cambiale che si rinnova mese dopo mese. Non paghi il debito? Ti prendo l’azienda. Oppure, da persona perbene, tu rimani formalmente il proprietario. Questo meccanismo ha spostato proprietà di aziende alla ‘ndrangheta calabrese, senza colpo ferire. Nessuno se n’è accorto. Tutto il resto avviene nel segreto di banche, di finanziarie, di studi notarili, senza che nessuno di voi se ne accorga. Se tu hai rapporti con i mafiosi ne esci con le ossa rotte. Non gliene frega niente.

«Per questo è importante dire agli imprenditori lombardi che devono cambiare strada. C’era una parola che connotava il Mezzogiorno, ed era omertà. Oggi l’omertà non è più un fatto dei meridionali. Gli imprenditori davanti ai giudici non parlano; se leggete i testi di Ilda Boccassini, se leggete le intercettazioni al telefono, gli imprenditori alla cornetta fanno fuoco e fiamme contro i mafiosi. Ma davanti ai magistrati: non lo conosco. Quella non è la mia voce. Nel Mezzogiorno l’omertà ha una motivazione storica. Pensate a un meridionale di tre secoli fa, analfabeta che andava contro il potente di turno. Il potente gli girava le parole, perché lui aveva studiato. Succede anche adesso. Quello doveva stare zitto. Era la cosa migliore. Il silenzio aveva una radice storica. Era il modo migliore per difendersi. A migghiu parola è chilla non ditta. Esattamente trapiantata e impiantata a nord.

«Dobbiamo riuscire a ribaltare questa situazione al nord, che è la nuova frontiera della mafia: qui ci sono i dané. Vi hanno ingannato con una teoria farlocca, che la mafia è una cosa da terroni e arretrati. I rituali di ‘ndrangheta non sono folklore, sono l’essenza del modo di essere dello ‘ndranghetista oggi. Se nella chiesa cattolica i riti valgono da mille anni, una ragione c’è. La chiesa costruisce una retorica: se sei chiamato diventi prete. È un errore ridicolizzare questi codici.

«Nei giornalisti c’è una pigrizia intellettuale che ha liquidato il fenomeno delle mafie come un fatto che riguarda assassini, e criminali. Se c’è da fare uno studio, non lo fanno. C’è una rinuncia a fare indagini in quel mondo. Quindici anni fa nessuno di quelli che si occupavano di mafie aveva una cattedra che se ne occupasse. La scusa degli accademici era: ah, ma, in quel modo gli diamo un riconoscimento accademico. Ma il problema non è questo. È che tu devi dare a studiosi e studenti i fondamenti per capire cosa sono le mafie, soprattutto strumenti giuridici. Un magistrato della Dda di Milano fece una ricerca per capire che cosa succedeva al nord. Lo chiamai: ti devo chiedere atti giudiziari, gli dissi. Quando arrivo, busso, mi apre e mi dice, dito puntato: tu mi sei costato 500mila lire. Perché non aveva mai trovato nulla di scritto sulla ‘ndrangheta. Poi lesse il mio primo libro sulla ‘ndrangheta: per fortuna, dice, vado a Bari, lo leggo, lo trovo bellissimo, così ho comprato un sacco di copie le ho regalate a poliziotti e carabinieri. Capite? Quel magistrato diceva che all’università la parola ‘ndrangheta manco la sentiva dire.

«Mazzaferro, Novella, Pino Neri sono stati la ‘ndrangheta padana. Mazzaferro formò una locale importante che andava prendendo peso, con importanza politica ed economica indipendente. Fu arrestato e quel progetto è finito nel dimenticatoio. Perché tentavano l’independenza? Perché erano economicamente forti. Poi ci fu un tentativo, di Novella, che non aveva un pedigree mafioso come Mazzaferro. Lo hanno amazzato. Pino Neri, personaggio straordinario. Finisce nella prima inchiesta sui Mazzaferro, e viene condannato a 6 anni come trafficante di droga ma assolto dal reato 416 bis di concorso esterno in associazione mafiosa. Si ammalò gravemente. Apre uno studio commercialista, ha capacità di relazione con il mondo amministrativo, specie con il direttore amministrativo ASL di Pavia, il cuore della sanità lombarda. Organizzò una riunione per ricostituire la testa tagliata con Novella. Fu a Paderno Dugnano, nel circolo Arci Falcone e Borsellino. È stata filmata. È su YouTube. E Pino Neri fa un discorso straordinario, spiega ai convenuti come il grande mafioso avesse sbagliato. Bisognava eleggere uno ‘ndranghetista e votano all’unanimità per il candidato di Neri. Erano riuniti a ferro di cavallo, altra formula del cerchio formato di onorata società. Perchè questo rituale? Immaginate la scena: un giovane entra per la prima volta, e chiede di essere affiliato. Si trova davanti i capi bastone più importanti del suo comune, che lo mettono in mezzo al cerchio. Sei protetto. Però il cerchio, se tu tradisci, significa: sei accerchiato, ti daremo la caccia davanti, di dietro e di lato. Quando Pino Neri fa l’interrogatorio dai magistrati, dice: sì, ci siamo riuniti, però era riunione della cultura nostra, della tradizione calabrese, noi ci riunivano per discutere di osso, mastrosso e carcagnosso; dovete mettere la legge che chi lo fa è arrestato. Tragico, perché dietro questi rituali si nasconde una ‘ndrangheta feroce che va contrastata e vinta. Se guardate poi quello che è diventata la ‘ndrangheta, una holding, capace di eleggere sindaci o consiglieri comunali…».

Marco Maccari, sabato 10 ottobre 2015 ore 9:00

mamacra@gmail.Com

@mamacra

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