Cronaca

Io non sono Alfa

20151023_203002VIA MONTE SUELLO – Un capriolo e uno scoiattolo muoiono. Il bosco si spopola. Terrori che non esistono. E gli uomini neri. Attentati, bersagli civili mai toccati prima; coprifuoco. Terrore. Sui luoghi dei crimini, una lettera, scritta con una mistura di vernice, pomodoro e sangue di 20 soggetti diversi, in rosso: la lettera greca alpha. È il romanzo Io sono Alfa di Patrick Fogli, bolognese, salutato dalla critica come massimo autore noir italiano vivente. Sara Marsico porta lo scrittore a Melegnano per BookCity 2015 e il ristorante L’Ape Regina li ospita a cena, davanti a un pubblico scelto

«Tre personaggi, i protagonisti del romanzo – racconta Fogli – cercano di risolvere il mistero e finiscono colpiti da Alfa. Sono Francesca, donna che perde bambina e marito e immagina la vendetta fisica contro gli uccisori, arriva a telefonare in radio per uno sfogo delirante pur di dare la colpa a qualcuno. Il secondo è Paolo, un giornalista spregiudicato, un cinico, cui interessa solo scovare chi ha commesso i delitti, non perché; è ambiguo, ha amicizie ovunque e un rapporto molto strano con un amico nei servizi segreti. Infine Gualtiero, il politico. Lo adoro. Doveva essere fin dal nome un politico di un’altra era, quando marketing e politica facevano due mestieri diversi. Nella trama lo conosciamo durante un Capodanno, a una festa di compleanno con un amico democristiano. È un uomo che ha perso l’orientamento, ma cerca la verità dietro gli attentati di Alfa. È la cassandra del romanzo».

Ricordo quando è cominciato a cambiare il significato delle parole, citano Sara Marsico e Fogli leggendo uno degli esergo tratto dal film V per Vendetta. «Quando il nazionalsocialismo mise nero su bianco la legge razziale – commenta l’autore, – cambiò il significato di una parola. Ebreo diventò una razza. E diventò ebreo anche chi non lo era mai stato, solo in virtù di avere avuto nonni ebrei. Ecco, senza quella modificazione non sarebbe stato possibile legiferare contro gli ebrei. Viviamo costantemente circondati dalla modificazione delle parole. Una delle chiavi del libro è tentare di raccontare una società che ha perso il significato del ragionamento, il rapporto causa-effetto. Ricordo una barzelletta da spogliatoio di un tennis club; la barzelletta consisteva nel fatto: ti piacciono i pesci rossi? Allora sei frocio. Oggi è possibile affermare A e non-A nella stessa frase. Con la sensazione di guardare la crosta rimasta di ciò che le cose che erano un tempo. Cito il romanzo: come cittadini e consumatori abbiamo una soglia di attenzione ridotta a pochi istanti. Desideriamo con disperazione di essere una porzione di qualcosa, ma non la saremo mai. E il problema sarebbero i politici? Siamo noi. Io non credo alla società civile. Di questa espressione ci siamo riempiti la bocca. È una separazione autoconsolatoria e falsa. Lo vediamo con la cronaca di questi giorni. Con le parole di De André: non pensate di essere innocenti».

«Spiavo un quiz televisivo della sera, le domande con gli anni. Ti danno 4 anni diversi tra i quali scegliere, e poi ti fanno una domanda su un fatto. e chiedono di datarlo. Ed è straordinario. È uscito che Letizia Moratti è stata ministro del governo Badoglio, che il presidente statunitense Nixon è entrato alla Casa Bianca negli anni Ottanta. L’eccezione, in questo quiz, è il concorrente che ti risponde giusto. Gli altri si scusano: ma io non ero vivo. In un’altra trasmissione hanno sbagliato a riconoscere Alain Delon sei volte, non riconoscevano Michelle Obama. Mi chiedevo: ma in che mondo vivono? In un mondo in cui non hai idea da dove vieni?».

«Nel romanzo la società italiana precipita nel coprifuoco, ma nessuno non fa nulla; subiscono passivamente. Trovo che viviamo con l’ossessione di sentirci al sicuro. Oppure, all’opposto, ci preoccupiamo di niente. Viviamo in un mondo in cui esiste il rischio, e siamo ossessionati dalla sicurezza al 100%. Assumiamo comportamenti con i quali ci facciamo ridere dietro. Ricordo questo: dopo l’11 settembre la basilica di S. Petronio a Bologna fu transennata. Era finita nell’elenco degli obiettivi sensibili. Perquisivano all’ingresso. Perché? Una cappella, buia, in un angolo, aveva un affresco con Maometto all’inferno. Per ‘sta fesseria».

«Per battere Alfa bisogna diventare Alfa. Come nelle mafie: è il pentito quello che uccide le organizzazioni criminali. Nel romanzo, qualcuno si ribella e dà vita a una manifestazione. Credo che in Italia esista una speranza: è in quelli che scrivono sui muri. Da una parte, gli Alfa lasciano per terra le lettere rosse. Dall’altra parte c’è chi fa la stessa cosa, scrivendo ‘io non sono Alfa’, cercando di ripristinare l’ordine delle cose, delle poche verità non confutabili. Come un ritorno al ragionamento. La speranza è che, di fronte a qualsiasi barbarie, ci sia un piccolo atto di resistenza da compiere».

Marco Maccari, venerdì 23 ottobre 2015 ore 21.56

mamacra@gmail.com
@mamacra

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