Cronaca

I 3 motivi per cui «Le Ribelli Contro la Mafia» piace, e non basta mai

L’hanno visto 1500 spettatori del Sud Est Milano: gente di ogni mestiere, estrazione sociale e orientamento di idee. I sindaci si danno da fare attivamente per averlo in città. Emoziona. Ed è stata una versione particolarmente emozionante quella di domenica 22 novembre, nella città di Pantigliate, che ha ospitato la 28esima replica. Sarà perché nel pubblico c’erano Sabrina e Viviana Matrangola, direttamente dal Salento, figlie dell’assessora Renata Fonte assassinata dalla Sacra Corona. Diretto da Cristina Cescon, realizzato con la collaborazione di Banca del Tempo Melegnano, Osservatorio Mafie Sud Milano, Legambiente, Le Ribelli Contro la Mafia fa il giro dei palchi del milanese da quattro anni, e funziona. Attira con l’argomento: parla di 10 donne italiane che – ognuna con le sue sole forze – hanno detto no alle mafie. Attira con le sue interpreti: sono donne attive nella vita delle nostre città, perfettamente riconoscibili sul palco, incuriosisce vederle all’opera con qualcosa di teatrale. Ecco spiegato in tre punti perché lo spettacolo piace.

  1. Parla di noi. Gente italiana, con le sue contraddizioni. Prima contraddizione, il nostro modo di essere. «La mafia siamo noi. Non loro. La mafia è il nostro modo sbagliato di comportarci» dice Rita Atria per voce di Valentina Cannavò. La mafia che fa più male, quella perbene, che parla borghese: «La borghesia mafiosa disse che doveva “sopprimermi”. Sopprimermi! La parola “uccidermi” mi avrebbe fatto meno effetto» dice la giornalista Rosaria Capacchione, voce di Maria Grazia Boneschi. «Non esiste la logica del noi/loro, dei buoni/cattivi: il male è in noi, in uno Stato che ragiona per logiche di emergenza» grida Maria Carmela Lanzetta (Alma Calatroni), che si ritirò da una giunta regionale per sfiducia verso un collega politico, il cui nome spuntava in un’informativa dei Carabinieri del ROS (chi è pronto a imitarla, a Melegnano?).
    Altra contraddizione: lo Stato italiano. Questo organismo che non vediamo, con cui siamo in rapporto paternale. «La mafia ci sarà finché abbasseremo la testa» dice la pentita di mafia Carmela Iuculano (Francesca Lembi). «È un Paese intero che non va. Lo Stato va a braccetto con la Mafia, finché ci sarà di qua un appalto da dare e di là un politico da eleggere» accusa la vedova Rosaria Costa Schifani (Maria Luisa Ravarini), che interruppe l’omelia del cardinale Salvatore Pappalardo per dirgli che doveva essere chiaro con i mafiosi, doveva dirglielo che «non avranno la vita eterna: se no gli fa l’omelia dolce». Chiesa e Mafia: quanta contraddizione.
  2. Parla della donna. Con semplicità, chi ascolta riesce a costruirsi dieci immagini di affermazione femminile. «Ci sono già tanti piccoli comuni, in Italia, amministrati da donne» afferma con orgoglio Maria Carmela Lanzetta. «Mi sento pulita, libera. E questa volta sono stata io la prima» dichiara Carmela Iuculano, che si sentì dire dalla figlia Daniela, 12 anni: «Mamma, se lasciamo la mafia non saremo più sole». La loro affermazione come donne è avvenuta anche contro il fatto che in tante, di quelle 10, sono morte; che sono «donne sole», contro tutti (come la sindaca Elisabetta Tripodi, voce di Adele Lana, costretta a dimettersi per omertà); che sono «donne di poche parole», come Felicia Impastato (voce di Sara Marsico), madre di Peppino Impastato, uomo di grandi fatti. Che sono donne dal talento spezzato, come Renata Fonte (voce di Giuliana Piccolo), il cui assassino andò in carcere ma il cui mandante «non è mai stato trovato. Le indagini furono fermate».
  3. Infine, parla di maschilisti. Che fanno nascere le figlie sotto il segno della loro morte. Che dicono «ti amo»; ma preferiscono la violenza. Che per mafia rapiscono, torturano, uccidono le compagne, i figli, le figlie. Come Carlo, sposo di Lea Garofalo (voce di Cristina Cescon), che insegue moglie e figlia coi suoi picciotti fino all’estrema violenza: «Ma tu li hai mandati in galera» dice Lea Garofalo alla figlia Denise, collaboratrice di giustizia, «sei riuscita a dare senso alla mia morte». Come il padre di Iuculano, «che mi controllava, che non voleva farmi uscire». Come il marito di Felicia Impastato, al quale lei disse chiaro: «Io la mafia in casa mia non la voglio». Il maschilismo, reale Costituzione delle culture mafiose, è adombrato in tutto lo spettacolo e il suo conflitto con le vittorie delle Dieci Ribelli è uno dei motori principali che scatenano l’emozione in scena. È una delle più importanti sfide che quest’opera lancia alla cultura del Sud Est Milano. E fa dire che questo è uno spettacolo che un mafioso non potrebbe mai sopportare.

Marco Maccari, martedì 24 novembre 2015 ore 14:18

mamacra@gmail.com
@mamacra

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