L'intervista

«Mi hanno arrestato il 16 dicembre del ’43»

wurzburg-reise-radarDI CHE ANNO È? «Sono del ’27. 12/3/1927». Eravate in tanti a resistere, dopo la guerra? «Sì, eravamo in tanti. Eravamo giovani, però». Ermanno Omacini, melegnanese, ha quasi novanta anni. Dopo la seconda guerra mondiale è stato lavoratore in Officine Meccaniche a Milano. Poi ha lavorato in Italtel. Infine è stato guardia giurata a San Giuliano Milanese. Da adolescente fu uno degli sbandàa, gli sbandati melegnanesi. Con questa parola erano individuati i renitenti alla leva militare della RSI, la Repubblica Sociale Italiana detta Repubblica di Salò. I vivi non hanno smesso di ricordare.
C’era il Regno d’Italia, allora. Nel 1943 le ostilità fra gli alleati angloamericani e il governo italiano cessarono il giorno 3 settembre con la firma delle trattative di resa in Sicilia presso Cassibile, annunciate alcuni giorni dopo, l’8 settembre, dal generale statunitense Dwight Eisenhower su Radio Algeri e dal generale italiano Piero Badoglio dalle stazioni dell’EIAR, la futura RAI.
L’armistizio è il principio della fine. Viene chiusa l’esperienza di Mussolini al governo ma per le forze armate italiane e per l’impianto statale comincia lo sfacelo. La direzione del fascismo risorge in una nuova forma di stato il 18 settembre a Salò, in provincia di Brescia, sul Lago di Garda. È il momento in cui il Fascio riaccorpa le armi e la propaganda; a Brescia, a Verona e a Milano, aree sotto l’influenza della Repubblica Sociale fascista, è ordinata la leva militare. Ma sono in tanti a imboscarsi. Mentre i nazisti, i britannici e gli americani occupano in armi la penisola, gli italiani si dividono in due fronti. Quella che inizia è una guerra civile. In questi anni Ermanno Omacini diventa avventurosamente partigiano arrivando a combattere sotto le alpi piemontesi per la liberazione della città di Biella. La sua storia di patriota prende le mosse a Melegnano in S. Gregorio.

«Mi hanno arrestato il 16 dicembre del ’43» comincia Omacini, raccontando l’inizio della sua storia. «Avevamo quattro fucili. Dopo l’8 settembre erano andati via, i militari e tutto. Allora abbiamo recuperato i fucili. Qui in S. Gregorio c’era un cantinato, con l’acqua che andava giù. I fucili li avevo oliati, bendati e murati. “Pronti per una rivoluzione” c’era scritto, perché aspettavamo il momento per poter andare avanti».

«Qualcuno aveva fatto la spia – continua. – Sono venuti i repubblicani a Melegnano. Sono andati di sotto, nel cantinato, hanno trovato i fucili. Allora ci hanno portati alla centrale a Milano. Eravamo in quattro, noi di Melegnano. Siamo stati in cella un paio d’ore, poi ci hanno portati dentro San Vittore. Entrato, andavi all’interrogatorio.
«Allora hanno detto: mettetevi con la faccia al muro. Dicevano: “Ma non muoverti!”. C’era uno che mi ha colpito: “Non muovere la testa, non muovere la testa!”. Ma lì c’era il sangue, contro il muro. Ti picchiavano col fucile».

«Ero un ragazzino. Mi hanno mandato al quarto raggio. E già capivo che qualcosa non andava. Il quarto raggio era dove c’erano quelli che rubavano. Ci portano indietro, ci mettono al terzo raggio. Era il raggio della morte. Nell’andare, chiedono: “Per che cosa siete dentro?”. Ce le ho sempre in mente queste parole. “Hanno trovato quattro fucili”, risponde qualcuno. “Ah… Allora vi facciamo fuori».

Marco Maccari, lunedì 18 gennaio 2016 ore 6:30

mamacra@gmail.com

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