Il caso

Mercato, il racket della contraffazione spiegato in 4 casi

RADAR-19gen2016-racket-contraffazione#MERCATONERO. CASO N. 1
È una domenica qualsiasi e Jenny, 18 anni, passeggia nel mercato di Melegnano. È in giro con Andrea, il suo ragazzo. Nessuno dei due immagina quello che sta per succedere. È una delle prime volte che si vedono insieme, lei è stata «a dormire da un’amica». Lui la riaccompagna. Fanno colazione con un cornetto prima del ritorno. Sulla strada di casa percorrono il viale pieno di bancarelle. Danno un’occhiata alle borse che i venditori stranieri esibiscono a terra sul lenzuolo. È un attimo: il venditore li nota e li invita a comprare un borsellino per lei. Lui riflette sul bel pensiero che le può fare, non fa resistenza e per pochi euro le acquista il borsellino. Carino: è anche di marca. In fondo quel venditore, poverino, ha la loro età e con questo ci deve vivere. Quel regalo non durerà sei mesi nel ricordo di Jenny ma né lei né Andrea penseranno mai che hanno comprato un prodotto contraffatto, né capiranno per molto tempo che cosa voglia dire.

CASO N. 2
Jenny e Andrea non immaginano che il borsellino è un falso, né che il venditore è un ricettatore che rischia la galera. Sandro invece qualcosa lo immagina. È davanti al suo negozio fumando una sigaretta. Ha 52 anni e si fa un mazzo quadro per portare l’attività avanti. Lui è uno degli anni Ottanta. Sa che conta vendere, tanto il consumatore compra tutto, senza un’idea, senza una meta. Perciò sa che tutta quella merce in nero fa danno. Sa che stendere un lenzuolo carico di roba senza autorizzazione è da abusivi. Vuol dire che non hai il permesso del comune, che non hai i documenti e l’autocertificazione e vuol dire che non stai pagando l’occupazione del posteggio come gli altri. Quella non è nemmeno attività itinerante. Quindi rischi una multa da 1500 a 10mila euro per mancanza di autorizzazione e un’altra multa da 500 a 3000 euro per violazione del regolamento del mercato. Va bene che fanno una vita di merda e tutto, che vengono da Paesi straziati dalla guerra o comunque del Terzo Mondo o comunque vengono in Italia perché secondo loro si sta meglio qui: ma un abusivo è un abusivo. C’è un limite. Quella lì è merce contraffatta. Ruba una vendita a un negoziante che l’acquista all’ingrosso al prezzo originale.

CASO N. 3
Per Sandro non c’è rispetto delle regole. Ma per la legge italiana il ricettatore che ha venduto il borsellino commette un reato. Il Codice Penale colpisce il reato di ricettazione con l’articolo 648, punendolo con la detenzione da 2 a 8 anni e con una multa da 516 euro a 10.329 euro. Anche la contraffazione è reato: secondo gli articoli 473 e 474 del Codice Penale chi produce articoli contraffatti è punito con il carcere fino a 3 anni e con multa fino a 2065 euro. Chi li vende è punito con il carcere fino a 2 anni e con multa fino a 20mila euro. Marinella, 44 anni, lo sa. Sa che Jenny può venire sanzionata con una multa da 100 a 7000 euro. Ma non solo. Ha letto che in città gli ambulanti che vendono in modo abusivo sono 72, costituiscono il 50% del mercato. Il mercato per metà è nero. E sa che la contraffazione fa comodo a organizzazioni molto più forti e molto meno lecite. Fa comodo alle organizzazioni criminali mafiose. Ma non sa spiegarsi come sia possibile, né riesce a comunicarlo bene, scoprendo che ogni volta il discorso si arena sull’«abusivo» venuto dall’Africa, dall’Egitto, dal Pakistan. Sull’immigrato. Sul povero cristo dalla pelle scura. E nessuno capisce più niente.

CASO N. 4
Daniele attraversa tutto questo con rabbia. Ha solo 27 anni ma gli è chiara l’incompetenza delle autorità. Si fa presto a dire sicurezza, le forze di Polizia locale e l’amministrazione comunale chiudono un occhio, mettono ogni tanto un po’ di paura ai migranti subsahariani e ai bengalesi scacciandoli dalla strada. Ma non dimentica un episodio: il Comandante dei Vigili che, a piedi in via Roma, sfila accanto ai giovani africani ignorandoli completamente, a sua volta del tutto ignorato.
Daniele con i suoi 27 anni ha capito che l’ignoranza è il vantaggio competitivo di questo #racket. La vendita di merce contraffatta prospera perché l’ordine pubblico la dà per scontata, mentre l’opinione pubblica la sottovaluta. «La percezione della pericolosità della contraffazione è ancora bassa, sia nell’opinione pubblica che nelle forze dell’ordine» dichiara Gianluca Scarponi della direzione generale Lotta alla Contraffazione presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi. È come dire che chiunque può tesserti davanti agli occhi un racket contraffatto e in nero, tanto tu non lo consideri reato. Perché dai per scontato che la gente venda e compri in nero. Acquistare tutto, come diceva Sandro, senza una meta, senza un’idea.
Per questo se il cappotto è buono, riflette Daniele, lo compri anche senza scontrino. A portare le prime prove di questo racket sono stati OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), UNICRI (Istituto di Ricerca su Crimine e Giustizia delle Nazioni Unite), la Commissione Parlamentare Anticontraffazione della Repubblica Italiana e il Ministero italiano dello Sviluppo Economico. È quest’ultimo a chiarire che la contraffazione è in gestione al crimine organizzato, alle neo-mafie insensibili ad altro che ai soldi. Il traffico di merci contraffatte è uno dei serious crimes (in inglese crimini gravi) perché segue «le stesse rotte transnazionali dei traffici di esseri umani e di stupefacenti» (UNICRI & MiSE), controllati dalle mafie. In ordine, ecco i pilastri di questo racket.
1. La contraffazione è sotto il controllo di organizzazioni mafiose strutturate non più come la mafia tradizionale. Le organizzazioni mafiose storiche, fondate sul principio di autorità, non esistono più dagli anni Novanta. Sono state soppiantate dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dopo la globalizzazione del mercato e l’internazionalizzazione delle aziende. Questi fenomeni hanno reso possibile un traffico rapido che finalmente valica i confini di più nazioni. Oggi esistono neo-mafie intente solo a fare utile economico, messe in piedi «anche sulla base di opportunità di profitto e non sulla base di una pianificazione». Le neo-mafie sono «reti di società criminali». Una neo-mafia che dirige un racket di contraffazione può essere composta anche da gruppi etnici diversi. Lo ha scoperto l’operazione Puerto del 2010, condotta a Milano dalla Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. Ha sequestrato 600mila abiti contraffatti a una rete associativa criminale, «composta da produttori residenti in Cina, membri presenti in Italia e procacciatori di clienti che erano di etnia in prevalenza nordafricana». Gli africani, riflette Daniele, vendono al dettaglio anche a Melegnano. L’operazione X-plosion (Milano e hinterland, 2007, Polizia Tributaria) ha smantellato la vendita di 40mila abiti contraffatti, individuando come fornitori delle merci tre fratelli napoletani legati ad ambienti camorristici (camorra e ’ndrangheta sono le organizzazioni mafiose classiche più affermate in questo racket). L’operazione Indianapolis, 2005, ha riconosciuto un nuovo sodalizio criminale composto da membri con precedenti di associazione a delinquere di stampo camorristico e di traffico di droga, che sdoganavano ad Anversa e ad Amburgo merci contraffatte prodotte in Cina, Vietnam e Bangladesh per farle viaggiare su aerei cargo destinati a Milano, Brescia e Roma: dando ragione alla natura fluida, transnazionale delle neo-mafie del contraffatto.
2. La contraffazione dell’abbigliamento funziona perché, secondo i consumatori, gli articoli di moda contraffatta hanno i più alti livelli di «qualità accettabile», normalmente sono «al di sopra delle loro possibilità» e sono «non altrimenti acquistabili» (dati OCSE 2008). Daniele ha notato che i dati del Ministero parlano di 14.800 abiti e di 25.500 accessori di abbigliamento sequestrati tra il 2008 e il 2011. Le calzature contraffatte sequestrate arrivano a 9000 unità. Tutto il resto, elettronica, informatica, gioielli, cosmetici e occhiali, si ferma al massimo alle 4000 unità.
3. Contano il profitto e il riciclaggio di denaro sporco. Sono «i due scopi principali» del racket della contraffazione.
La contraffazione «non è senza vittime» (G. Scarponi). Per questo Daniele non compra da chi è irregolare. Non perché sono africani, non perché eludono le regole. Daniele ha capito che dietro quegli irregolari possono nascondersi le nuove mafie che tanto hanno colpito Melegnano con incendi, proiettili, intimidazioni. Sono sempre state sotto gli occhi di tutti. Sotto le finestre che danno sul Mercato, così ricco di abbigliamento. Così ricco di irregolarità. Quelle mafie sono diventate il Mercato. Quel Mercato è diventato #mercatonero.

Marco Maccari, martedì 19 gennaio 2016 ore 6:30

mamacra@gmail.com
radarmelegnano@gmail.com

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