L'intervista

Indaga, Lorenzi, indaga, che Marchitelli già pensa allo humour

SAN GIULIANO MILANESE – Stavolta l’anima nera del romanzo è Silvio Laudadio, un chirurgo che passa le ferie ad alta quota sul Lago Maggiore, trapianta organi illegalmente e dirige un traffico di esseri umani, assoldando (e schiaffeggiando, se occorre) un boss di ’ndrangheta. È Laudadio a emettere l’ordine segreto dal quale si sviluppa la trama del nuovo romanzo di Gino Marchitelli, Sangue nel Redefossi. «Laudadio è un personaggio di fantasia, ma mi è piaciuto tratteggiarlo come l’incarnazione dei maggiori mali italiani» afferma Marchitelli.

Il libro contiene la quinta indagine del commissario Matteo Lorenzi di Lambrate. La nuova trama regala un Lorenzi in via di equilibrio: l’amore è ritrovato, si torna agli affetti familiari. Il buon umore del commissario, le sue convinzioni civili e i suoi divertiti amori con la giornalista Cristina Petruzzi, coprotagonista, elevano una trama complessa, effettivamente tenebrosa. È il 2009 e a Milano avviene una morte misteriosa e controversa. Il corpo di un architetto è stato trovato su un marciapiede, privo di vita, in una postura scomposta. È caduto dall’alto, dicono. Si è suicidato, concludono. Ma qualcosa non quadra. Sarà Lorenzi, rivivendo l’incubo della moglie morta Eleonora, a dipanare il filo di un’indagine culminante in un colpo di scena che toglierà a tutti i personaggi, nessuno escluso, la soddisfazione che cercano.

«È una favola che porta alla luce alcune verità» dichiara l’autore. Come favola, si mette male molto presto: falsi missionari violenti, migranti detenuti in clandestinità, professionisti finto-suicidati… «Infatti sto inventando un personaggio diverso, per una serie noir del tutto nuova» annuncia Gino, «un protagonista completamente opposto a Lorenzi. Un tipo sbadato, distratto, che inciampa spesso ma che, in modo sempre originale, riesce a risolvere indagini importanti».

In effetti, finora Marchitelli ha condito i suoi noir con molti elementi positivi, contando sulle battute di spirito dei protagonisti, sulle loro virtù di servitori incorruttibili dello Stato, sui lazzi e gli amorazzi dei personaggi. Allenta sempre la tensione il mosaico etno-dialettale che compone il commissariato di Lambrate. Diverte, in fondo, anche il sipario tra Lorenzi e il questore di Milano, che elargisce piena libertà di movimento al commissario Lorenzi solo per togliersi uno sfizio: «Sono sicuro che, seguendo le sue tesi complottistiche, commetterà qualche errore, dandomi la grandissima soddisfazione di poterle dire che non è l’uomo così infallibile che tutti vantano» pronuncia il grande oppositore del commissario.

È un continuo confronto a mani nude con il peggio della Lambrate imborghesita e con le sue immediate vicinanze. La scena del romanzo è la Milano criminale dei ricchi professionisti, la San Giuliano Milanese immersa nei rottami del sogno e della cruda realtà, la frazione semiabbandonata di Mezzano, infine la Melegnano meno sospettabile che ci sia (il romanzo si apre con una cena di ’ndrangheta «all’ombra del Castello»).

Sono presenti denunce sociali di livello. Rivolte soprattutto contro i corruttori legati al crimine organizzato, sempre interessati a infiltrare le amministrazioni comunali. Quest’ultima denuncia è affidata al personaggio di Giovanna, figlia di operai sangiulianesi, che rinuncia al suo assessorato e rende noto alle forze dell’ordine un traffico illecito, che la fantasia dell’autore ha fatto svolgere alle spalle dell’amministrazione comunale.

Il romanzo contiene anche un messaggio politico. Marchitelli è da lungo tempo attivista nel movimento proletario. «La politica deve essere ripulita. A Melegnano, così come a San Giuliano e a San Donato. L’affarismo personale, sia esso da un centesimo o da un milione di euro, deve uscire fuori» dichiara. «Stiamo parlando di persone che vanno ad amministrare la nostra vita pubblica. Il vecchio modo di fare politica deve finire, ci vogliono persone che si sbattono gratis per gli altri».

Marco Maccari, mercoledì 10 febbraio 2015 ore 12:27

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