L'intervista

Nicolò Sordo, in difesa della generosità

24 anni, veneto, da poco uscito dal premio teatrale NdN e artista poliedrico che non vede l’ora di regalarvi tutto

Nicolò Sordo ha un occhio brillante e un occhio cinico. Con quello cinico ha scritto il testo I Camminatori della Patente Ubriaca, che quest’anno gli ha fatto vincere il primo premio di NdN Network Drammaturgia Nuova; con quello brillante cerca un teatro vivo. «Lavoro sempre sull’osservazione: su cose che vedo» racconta. «Su persone reali. Dopo un periodo in cui ho frequentato l’accademia, tornato nel mio paese mi sono messo al lavoro su questa famiglia reale, una leggenda del paese, che nel mio testo è diventata quella dei Camminatori: sono tre persone, una madre e due figli, e nel mio testo devono affrontare in modo epico l’allontanamento del padre e l’alcolismo. Ma nel paese sono una leggenda. La gente parla di loro già in tono epico; l’epica su di loro è già nell’aria, io ho semplicemente aggiunto testo». Abiti in un piccolo paese? «Abito in un paese che si chiama Colà di Lazise, vicino al lago di Garda». Quindi, come in ogni piccola comunità, quando si è particolari è facile che si diventi personaggi. «Nella realtà quotidiana sono personaggi molto ironici. Una delle più grosse favole su di loro è sul fatto che abbiano l’abbonamento per andare al parco dei divertimenti; su WhatsApp la gente si manda le foto con loro che vanno al parco. Mentre camminano, appunto. Succede, secondo me, perché sono eroi. Eroi di un disagio che gli altri vivono dentro, senza portarlo fuori». La figura dell’angelo invece è inventata? «Sì. È una ragazza in sembianze di angelo, che appare a uno dei figli. È un angelo sofferente, un angelo che beve, un angelo caduto. Inizialmente era un personaggio che pronunciava solo interventi poetici, senza relazioni con gli altri. Infatti, lavorando con Michele Santeramo, abbiamo deciso di introdurlo come un personaggio che desse al testo un senso di insieme. Il rischio era che il regista, leggendo, decidesse di tagliare via il personaggio dell’angelo perché recitava solo poesie; Santeramo mi ha detto: “Trova il modo di imbullonarlo nella struttura drammaturgica”. Alla fine le ho dato una funzione, quella di cercare di farli smettere di bere».

BERE SOFFRIRE ESSERE PURI
È la prima volta che tocchi questi temi? Bere, soffrire, eroi perduti? «Così nello specifico, sì. Ma nella mia esperienza di attore sono partito dai Blues di Tennesse Williams, da Proibito, la storia della bambina sui binari; con la mia compagnia, I Filastrofici, lo abbiamo decontestualizzato nel fenomeno degli orfani bianchi, i bambini vittime del lavoro. Sì, mi interessano figure che sono alle prese con delle urgenze forti, primarie, che abbiano in sé una grande purezza; che ci sia un grande contrasto tra ciò che fanno e ciò che sono dentro. Anche questi Camminatori sono dei puri. Cerco personaggi così, che non riescono a soffocare il disagio né a trasformarlo, e devono portarlo fuori. Anche il primo testo che ho scritto a tavolino, che si chiama Taiàrse fora, tratta di urgenze primarie. L’ho scritto in dialetto veneto; parla di un gruppo di indipendentisti che, al momento i fare una rivoluzione, decidono di tagliare la terra intorno alla casa e finiscono per ammazzarsi tra di loro, nella nebbia. Personaggi soli anche loro, con un ideale che si rivela essere niente, che si riduce al gesto di tagliare, un gesto primo».

SENZA PERSONE VERE LO SPETTACOLO NON SI FA
Ma il testo lo hai scritto per il premio? «L’avevo già scritto. Avevo delle registrazioni frammentarie su di loro; ogni giorno li vedevo e ogni sera scrivevo una scena su di loro». Sarebbe interessante capire quale valore aggiunto ha dato il premio NdN ai tuoi frammenti; e poi capire cosa senti di avere aggiunto tu, con il tuo testo, all’epica dei tuoi personaggi, i Camminatori. «Il lavoro fatto in NdN è stato rendere il mio testo più teatrale. NdN mi ha dato un supporto tecnico; ho potuto conoscere gli strumenti teatrali professionali di Santeramo, sperimentarli, usarli con coscienza. Avevo materiali ancora indefiniti che potevano diventare, non so, un romanzo dialogato: con NdN ho potuto costringerli a chiudersi in una forma, per quanto questo sia possibile». E tu sei uno che chiude, o no? «Io? No, non chiudo mai! Anche quando faccio spettacoli fisso sempre una prima versione ma poi, andando avanti, li riapro sempre. Prima cosa mi chiedevi? Se ho aggiunto valore alla loro storia? Secondo non ho aggiunto niente. Non sono riuscito a rendere la loro ironia, ho spinto troppo sul valore letterario, solo scrivere un bel testo. Ho ricevuto dei complimenti per i monologhi di Pupa, ma penso di avere tradito i personaggi. Se posso avere dato loro valore, li ho elevati a eroi del nostro tempo; ma non li ho raccontati al meglio». Dovevano essere delineati meglio come caratteri? «Sì». Forse solo il personaggio di Simon è ben delineato con caratteristiche precise. «Lui è il più somigliante alla persona vera che c’è dietro. Infatti sto pensando di scrivere altri testi su di loro. Più aderenti». E nel tuo paese? Hanno saputo di questo testo? «No. Non esiste il teatro da me! Ma non lo rappresenterei mai nel mio paese. Accetterei di rappresentare qualcosa che abbia loro dentro. Anche perché loro sanno che ogni loro gesto viene messo su WhatsApp; anche in certi vestiti che, nella realtà, indossa Pupa, c’è un’esibizione. Avrei bisogno di loro in video, che facciano qualcosa, ma come coro, dalla parte della scena. Se no non è vivo. La mia idea registica è che, senza le persone vere, uno spettacolo non si possa fare».

LE BRACCIA DEGLI SCONOSCIUTI
Cosa ti sta più a cuore? Vorresti realizzarti più come attore o come drammaturgo? Che cosa senti più forte? «Guarda, ti dico la verità: non lo so. Mi vedo come una cosa unica. Vorrei essere un artista a tutto tondo». Ma il lavoro di regia non ti appartiene. «No. Il mio desiderio è lanciarmi nelle braccia degli sconosciuti. È più facile che io possa fare un lavoro performativo in cui, da attore, unisco più cose che ho fatto. Vedo un tutt’uno tra le cose che faccio e le funzioni di attore, drammaturgo, musicista. Che è anche la mia difficoltà di inserirmi in un meccanismo produttivo. Sarà che le mie prime letture d’infanzia sono legate a Gabriel Garcia Marquez, che nella sua opera ha costruito un filo grazie al quale tutto torna. Fino a ieri pensavo di volermi realizzare come drammaturgo; poi ho letto una frase di Kundera: “Un attore è una persona che accetta, fin dall’infanzia, di mettersi in mostra davanti a un pubblico anonimo”. Vale a dire, non è questione di talento, è semplicemente questione di esporsi. Non di talento». Ma anche lì ci vuole talento. «Sì, ma, è qualcosa di connaturato. Non è tanto quello che fai, ma è sulla tua presenza». È incontestabile; però, effettivamente, se dovessi guardare quel palco, forse direi che lo fanno davanti all’arte. Come mestiere, come forme che vivono e si tramandano. Il pubblico anonimo è una funzione esso stesso. «Mi relaziono con un patrimonio vivo, relazionarmi al pubblico significa ispirarmi a loro. Di questa frase di Kundera mi interessa, se vogliamo, il film che ti fai dall’infanzia: quando sei sul palco, non sei lì solo tu: c’è il te stesso da bambino, c’è il te stesso di un anno fa, c’è il te stesso di oggi. C’è il te stesso che ha scoperto l’arte, interessato a scoprire un patrimonio artistico». Allora lo vedi che c’entra l’arte. «Sì, c’entra. Ma dipende molto da dove sei. Per me l’arte è dietro, è un bagaglio: davanti c’è il pubblico. Anzi, se questa frase fosse quello che pensano tutti, a me basterebbe entrare in scena, e tutti piangerebbero». Questa è la grandezza dell’attore: con la sola presenza sul palco riesce ad emozionare. Pare che Eleonora Duse, con la sola presenza sul palco, ferma, emozionasse. «Ho in mente un’altra cosa. Questa: sarebbe bello entrare sul palco in un altro contesto. Non c’è la storia. Entra l’attore».

I PAZZI DI VITA
Pensi che dopo questo premio la tua scrittura cambierà? «No. Anche perché non è cambiato niente. Sarebbe cambiato qualcosa se avessi ricevuto una commissione per scrivere un testo. Allora direi, sì, è cambiato qualcosa, ho un lavoro. Ti dico che, incontrando Santeramo, ho dovuto misurarmi con un gigante della drammaturgia, ho dovuto fare un lavoro sulla mia modalità di scrittura, disordinata, legata a sbalzi temporali. Qualche cosa è cambiata nell’incontro con altri drammaturghi: tutti loro mi hanno regalato qualcosa il loro immaginario». Nuovi progetti? «Sto scrivendo molto. Recupero anche molte cose che ho scritto tra i 16 e i 18 anni. Si dice che l’età dei poeti sia tra i 16 e i 18 anni». Non è vero. «Non sei d’accordo? Lo dice De André». Sì, lui lo diceva citando Benedetto Croce, secondo il quale tutti scrivono poesie fino all’età di diciotto anni; dopo, continuano a scriverle solo i poeti o i cretini, e quindi De André si definiva per precauzione un cantautore, eccetera. «Lo dico perché ora ho 24 anni, ma un amico mi ha detto che, quando ne avevo 16, scrivevo molto meglio di adesso; e mi sono accorto che ha ragione! Ho ritrovato un mio romanzo di allora, che ha una freschezza, un sentimento più ingenuo, che in questo momento sto cercando. Vorrei fare uno spettacolo in cui inserire tutto il mio immaginario, ma senza vincolarlo a un unico filo rosso…». E vorresti inserire nello spettacolo i tuoi primissimi materiali? «Sì. Ci sono cose con le quali ho necessità di chiudere. Vedo che in quei primi lavori c’era un me che mi interessa, c’era un certo coraggio, anche una visione totale, la percezione di un senso. Sto recuperando la mia vocazione a seguire i pazzi; quelli di Kerouac, che dice: ho corso tutta la vita dietro alla gente che mi interessa, per me l’unica gente possibile sono i pazzi, i pazzi di vita, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo. Sto cercando il più possibile di fuggire da un certo tipo di professionismo della drammaturgia, non voglio diventare uno che, anche se lavora per altri, deve lavorare solo sui suoi materiali».

COSÌ BELLO LAVORARE TUTTI INSIEME
Com’è andato l’impatto con questo business? Soprattuto in una realtà come quella di Milano? «Io non ce l’ho avuto. Non ho mai ricevuto commissioni». Ma il premio è orientato, in parte, a inserire autori in un certo genere di business. «Non l’ho riscontrato». Ma sei sempre propenso ad affidare i tuoi testi a un regista. «Le scritture a tavolino, io sarei per darle sempre via. Per me la drammaturgia consiste in materiali di lavoro. Anche perché quando scrivo, la testa la uso alla fine, per riordinare quello che ho scritto. In questo modo cerco di ritardare le presunzioni su ciò che ho scritto. Faccio l’esempio del romanzo: le persone lo prendono, se lo mettono a casa in libreria, lo usano per tenere ferma la porta, possono farne quello che vogliono. Mi emoziona molto il fatto che ci sia un regalo. Il lavoro legato alla scrittura io lo vedo come un regalo, come il vare dei regali. Infatti quando scrivo ho sempre un interlocutore a cui vorrei regalare queste cose». Pensi di dedicarti al cinema, prima o poi? «I compensi sono più alti, il trattamento è migliore e ti senti trattato come persona, ma non sono molto affascinato dal cinema. Anche se oggi l’attore teatrale, secondo me, è un peso sociale». È normale, se posso permettermi. Con gli anni, anche i teatri accolgono in modo diverso gli attori che riescono ad affermarsi. «Dipende anche dal giro che prendi. Se decidi di lavorare nell’underground, sarà sempre così. Sono ormai 6 anni che giro per teatri e l’accoglienza è sempre la stessa. Secondo me dobbiamo andare a fare qualcosa di nuovo. Per forza». Tipo? «Portare il teatro alla sua funzione originaria: quella di discutere un problema di quella società che accoglie lo spettacolo. Oggi il pubblico vede qualche cosa di frontale, con te che vai sul palco, fai lo spettacolo, e te ne vai da un’altra parte. Non senti la necessità di attuare cose che parlino del posto in cui vai a farle». Perché allora non porti le tue cose nel tuo paese? «…è vero! Hai ragione.». Grazie per la ragione che, come sappiamo, si dà ai pazzi; ma come risponderesti alla domanda? «Guarda che è da pazzi, farlo».

DIFESA DELLA GENEROSITÀ 
Cosa ti auguri per il tuo futuro?
«Mi auguro di fare più date. Di prendere di più. Basta, perché per il resto sono contento. Vorrei circuitare di più. E soprattuto mi piacerebbe regalarmi ad altri, lavorare con più artisti, fare i regali che in questa età mi sento di poter fare. Adesso sono molto creativo ma ho poche possibilità di uscire; ed è un peccato. Non sono molto attaccato ai miei lavori, regalo volentieri, anzi credo che il mio lavoro sia proprio quello di fare dei regali. Ora si ha paura di fare regali; c’è paura su tutto, di confrontarsi, si fa fatica a dirsi le cose, ci si vuole poco bene. quando in realtà sarebbe così bello lavorare tutti insieme; perché poi quello che fai te lo proti sempre dietro e non è nella difesa di un piccolo pezzo che hai vinto». Se questa intervista fosse un testo teatrale, che titolo le daresti? «Difesa della generosità». Se tutta l’esperienza di NdN fosse un testo, che titolo le daresti? «Finalmente mi è sembrato di lavorare!».

Marco Maccari, Patrizia Ferraro, mercoledì 7 dicembre 2016 ore 6:00
mamacra@gmail.com

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