Il caso

«Mi chiederai perché ti scrivo»

norma-cossettoBuongiorno,

spero che questa mia lettera riesca a trovarti in salute, in sicurezza, in piena serenità e disponibilità della tua persona e dei tuoi pensieri. Mi chiederai perché ti scrivo. Mi chiamo Norma Cossetto; sono nata in Istria; sono italiana. Il 26 settembre 1943 venni portata nella caserma di Visignano; studiavo, in quei giorni, lettere e filosofia a Padova, per laurearmi con il professor Arrigo Lorenzi. Avevo compiuto i 24 anni e non mi era difficile usare la mia bicicletta per spostarmi dalla casa di mio padre nelle scuole dove io, giovane supplente, iniziavo a insegnare, né per recarmi agli archivi nei quali completavo le ricerche per la mia tesi di laurea.
Mi piacque sempre studiare e non ho mai avuto difficoltà a dimostrare diligenza e passione nei miei studi. Mio padre Giuseppe, sempre distintosi come segretario politico locale del partito nazionale italiano e come commissario governativo delle casse rurali, in quel periodo si trovava a Trieste. Il giorno prima di quel 26 settembre, trascorsa da poco la dichiarazione dell’armistizio, soldati dell’esercito di liberazione della Jugoslavia entrarono nella casa di mio padre dove io, le mie sorelle e nostra mamma eravamo insieme. Irruppero, e nel grande sconforto di mia madre perquisirono gli ambienti e misero le mani sulle divise che mio padre, in servizio altrove, aveva lasciato custodite in ordine, quasi ad aspettare il suo ritorno; e quasi a veglia della nostra sicurezza. Nel disordine di quei giorni non era raro udire colpi di fucile a distanza ravvicinata ma quel giorno io, le mie sorelle e mia madre udimmo e vedemmo le bocche dei loro fucili alzarsi e fare fuoco dentro le nostre stanze, per intimidirci, pur senza intenzione, ancora, di colpirci o ferire. Le divise di mio padre furono portate via. Io fermamente continuavo a credere che la ragione sarebbe prevalsa infine su quelle settimane di nera insicurezza. Così terminò quel giorno.
L’indomani, 26 settembre, tornarono alla nostra porta i soldati. Fui convocata perché mi presentassi in caserma. Visignano aveva una stazione in tenenza ai carabinieri, in quel tempo occupata dai soldati dell’esercito di liberazione facente capo al comandante Josip Broz. Io entrai. Non fu comodo, l’ingresso: prediletta figlia di un ufficiale italiano fascista, fui interrogata.
Venni arrestata il 27 settembre.
In quel giorno terribile io con altri parenti, insieme a conoscenti e amici, fummo trasportati nel carcere di Antignana. Ricordo solo il nome: Antignana. L’orrore, che nessuno eccetto mia sorella ha voluto raccontare e che nessuno, eccetto una donna sconosciuta, ha voluto testimoniare, non dice molto di me; io non ricordo, non ricordo, la mia mente iniziò a separarsi dal mio corpo la notte che fui, dicono, legata a un tavolo di quella scuola e quando su quel tavolo fecero del mio corpo tutto ciò che vollero, lasciandomi stesa, in 17, a chiamare mia mamma, a pregare per una goccia d’acqua; dove indossavo ancora il maglioncino che tu, caro padre, mi regalasti, il maglioncino tirolese che mia sorella riconobbe, dice, quando mi estrassero dalla foiba. Se mi avessero detto che tu, padre, saresti rimasto ucciso pochi giorni dopo durante un assalto mentre tornavi di corsa alla notizia del mio arresto, forse avrei mantenuto in miglior ordine il tuo bel regalo come mantenemmo in ordine le tue divise, caro padre, aspettando il tuo ritorno. Mi raggiungesti in fretta, dicono — ma io non riesco a vederlo, mio padre; e come guardarlo dopo quello che è successo? Io non ricordo se la storia dei pugnali sul mio petto sia vera e non so dire, come dicono, che un barbaro paletto di legno fu sistemato a deturpare il mio corpo: io non so più dire se quei torturatori siano stati catturati, non so se, in manette, fossero costretti a vegliare ore sul mio cadavere giovanissimo fino a cadere nella pazzia. Io so che il mio sangue lo inghiottì la foiba, rapito dal rosso d’Istria della bauxite. La luce non parla a chi ha l’anima in fondo a una fossa. Io posso solo sperare questo: che la mia lettera ti trovi, te che leggi, in salute e in sicurezza, in serenità e disponibilità di persona e di pensieri. Mi chiederai perché ti ho scritto. Mi chiamo Norma Cossetto; sono italiana. Il 26 settembre fui portata nella caserma di Visignano; studiavo, in quei giorni. Per alcuni fui vittima. Per altri, martire; sono morta in Istria a 24 anni; e nessuno sa più la verità su di me.

Lo Staff nel Giorno del Ricordo venerdì 10 febbraio 2017 ore 6:30
ilblogradar@gmail.com

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...