L'inchiesta cinica, L'inedito

Il purgatorio di San Giuliano

L’uomo di fronte a lui accese una sigaretta con un gesto lento e compassato. I loro sguardi non si erano mai incrociati, nonostante Tobia tenesse gli occhi fissi su di lui. Stava cercando di innervosirlo, di far pesare ogni secondo di quella instabile attesa. La stanza era buia e stretta. Un piccolo ufficio illuminato da una sola lampada da tavolo. Il suo interlocutore continuava a muoversi giocando con i riflessi del fascio di luce che gli spezzano metà del volto. Tobia tremava. Nonostante riuscisse a comprendere il significato di quei gesti, andavano uno dopo l’altro a segno, facendolo precipitare in uno stato di ansia sempre più profondo.
«Bene Tobia, raccontami la tua giornata, non tralasciare nessun dettaglio». Fissava la cenere scivolare via saltellando dalla punta incendiata della sigaretta. Finalmente aveva parlato. La sua voce era scura, piatta. Non tradiva alcuna impazienza. Non c’erano orologi in quella stanza ma sicuramente al di là di quelle mura qualche vecchio campanile stava battendo le due o le tre di notte. Non aveva sonno. La speranza di poter tornare a casa si era affievolita già da un paio d’ore. Trasse un profondo respiro abbassando lo sguardo verso i suoi polsi ed iniziò:

            La mia prima sveglia ha iniziato a suonare alle otto e trenta. Penso di averla spenta con un tocco sullo schermo del telefono. Questa scena si è ripetuta ogni nove minuti fino alle nove e trenta credo – cercò un cenno sul volto dell’uomo davanti a lui, per capire se la sottigliezza dei dettagli era apprezzata, ma ricevette in risposta un lungo silenzio. Non sapeva cosa volesse sapere della sua giornata ed era intenzionato quanto meno a farlo annoiare, come ripicca per quella che per lui era un’ingiustizia. – Ho fatto colazione. Mentre aspettavo che la caffettiera si riempisse sono andato in bagno per lavarmi – fece una pausa inaspettata, non capiva perché continuava a ripensare a quel particolare insignificante. – Mi sono guardato allo specchio e… c’era qualcosa di strano sul mio viso, un segno sotto all’occhio destro che non avevo mai notato prima. Ho fatto una smorfia, ho provato a non farci caso. Il cielo fuori dalla piccola finestra sopra il cesso era lo stesso di sempre. Un grigio anonimo, unificato da una gigantesca nuvola che copriva la città come se fosse una cupola. Ma la mia attenzione tornava sempre lì, su quel segno. – Tobia continuava a parlare a ruota libera. Non era mai stato da uno psicologo, ma era così che si immaginava una seduta psicanalitica, anche se quello era paradossalmente il luogo opposto di uno studio degli eredi del dottor Freud. – Avrei dovuto iniziare a studiare. La mia scrivania era tappezzata di post-it, schemi e orari che avrei dovuto rispettare per prepararmi al meglio al prossimo esame. Sa, me ne mancano solo quattro prima della laurea – non attese nemmeno una risposta. – Il mio computer mi chiamava, avevo tempo fino a mezzogiorno. Quando dovrei fare altro e invece mi metto a giocare o a guardare una serie tv faccio finta di non accorgermene. Mentre digito sulla tastiera mi volto da un’altra parte, mi distraggo con qualche pensiero per cercare di alleviare il senso di colpa. Poi quando il gioco è avviato, o la puntata iniziata mi dico: «Beh, una mezz’ora dai, non può cambiare nulla alla mia giornata». Non lo so perché lo faccio, a volte il tempo scivola via fra le immagini del mio schermo. Ci sto veramente troppo, lo ammetto, ma non è nemmeno questione di dipendenza o attrattiva… è più… una fuga, ecco… Quelle luci, quei suoni mi fanno evadere – gli venne da ridere per la scelta incosciente di quel verbo. – Cosa dovrei studiare? – si poneva le domande da solo, sperando di entrare nella mente dell’uomo che continuava ad ascoltarlo impassibile. – Scienze della comunicazione. Non mi chieda il perché di questa scelta. Sono bravo però, o meglio, vado a momenti. In realtà penso che l’università non sia così utile. Ultimamente lo dicono in tanti, però un pezzo di carta effettivamente serve… è la formazione che manca, non so se mi spiego. Non sento di imparare qualcosa di utile. La mia giornata giusto, sto divagando – aspettò un gesto che non arrivò. – È stato come uno schiocco di dita, ho risollevato gli occhi ed era mezzogiorno. Mi sono vestito di corsa per andare a lavoro. Lavoro insomma, è quasi un hobby, consegno pizze con il motorino. Non pagano bene, anzi, direi che praticamente non pagano; ma io per ora non ho grandi spese. Vivo ancora in casa con i miei e con questi pochi euro riesco a togliermi degli sfizi. Lo so, suona quasi come uno spot televisivo, ma per me va più bene. E’ un lavoro semplice, non devo pensare a nulla. In strada davanti a casa stanno facendo dei lavori alle tubature. La via è chiusa e quindi devo percorrerla in senso contrario. Può sembrare stupido, ma andare al contrario rispetto alle proprie abitudini destabilizza. Ero ancora perso in questi pensieri durante la prima consegna. Conosco quasi tutti gli indirizzi a memoria. All’orario di pranzo consegniamo principalmente negli uffici e qualche volta riesco anche a mettere da parte una decina di euro di mance. Non mi dispiacciono queste giornate. Il caldo è ormai un ricordo lontano, ma non c’è ancora quel freddo pungente che ti congela le dita quando tocchi il manubrio. Ho lavorato per due ore. Cinque consegne. Quindici euro. Il pizzaiolo, un ragazzo egiziano di poco più grande di me, era di buon umore e mi ha anche offerto una focaccia. Mentre mangio solitamente scrollo la bacheca di Facebook e di Instagram. Raramente pubblico qualcosa, il mio profilo ha qualche foto, qualche canzone; principalmente lo uso per vedere come se la passano gli altri. Non i miei amici stretti, con loro preferisco uscire. Da questo punto di vista mi ritengo fortunato. Ho un bel gruppo di amici che ormai definisco “storici”. Usciamo insieme da quando abbiamo quattordici anni e nel tempo si sono unite fidanzate e amiche. Solo un paio di loro sono usciti dai radar, li sento ogni tanto, ma non saprei dire cosa fanno nella loro vita. In una scala di valori direi che l’amicizia per me è sicuramente al primo posto. Siamo cresciuti insieme fra queste vie. Ci siamo aiutati a vicenda. Qui non c’è molto da fare, penso lo sappia, le giornate sembrano una la copia dell’altra, quindi è essenziale avere degli amici che ti aiutino a distrarti. Mi sono ritrovato davanti alla biblioteca alle tre. I rumori dei lavori mi impedivano di studiare in casa. Qualcosa mi ha bloccato dall’entrare. Mi sono girato verso la piazza. Un’inutile spazio bianco. La facciata della chiesa è ancora in ristrutturazione. Secondo me quella piazza esprime perfettamente il senso di questa città. Non serve studiare comunicazione per capire che una piazza è il simbolo del paese. Non lo posso negare, mi fa schifo il posto dove vivo. Sì, so cosa sta pensando. «Perché semplicemente non vai via. Conosco molti ragazzi che hanno cambiato città, o che sono andati all’estero, cosa ti blocca qui?» – disse cercando di imitare la sua voce calma senza risultare insolente. – Non lo so sinceramente. Spesso mi convinco che sia una questione economica, ma mento a me stesso. C’è qualcosa in questo cielo, in questa cupola, che non mi permette di uscire. È come se fosse un purgatorio, tu sei cosciente che esiste qualcosa di più bello oltre, un empireo, ma senti di appartenere a questo posto, senti di meritarlo, ti si attacca alla pelle. E poi c’è il rischio di inciampare e precipitare. Io mi lamento di questa città, di questi odori, dei suoni e del traffico, ma sono fortunato. Milano è a pochi chilometri da qui, ho tutto quello di cui un ragazzo ha bisogno. Penso di aver atteso per almeno dieci minuti davanti alla biblioteca. Dalla parte opposta della piazza c’è il vecchio asilo lasciato a se stesso. Se non ricordo male era stato costruito durante il fascismo. Noi non abbiamo una lunga storia alle spalle e quell’edificio quindi mi è sempre sembrato vecchio, stanco. Non ricordo bene da quanti anni sia abbandonato. Di fianco c’è una torre. C’è una torre, vuota. A volte penso che salendo su quella torre si riesca a vedere oltre. No, non perché così alta da sovrastare i palazzi e concederci uno sguardo sull’orizzonte, ma perché da l’idea di essere una porta sul tempo. Guardando dalla sua cima immagino di conoscere il passato e di proiettarmi verso il futuro, oltre la cupola. Non so perché mi ritorna sempre in mente questa immagine, sarà una strana assonanza con il centro commerciale Le Cupole dove ho passato tanti pomeriggi. Ridendo i miei amici mi ricordano che se riesco a laurearmi potrei finalmente coronare il sogno di lavorare fra le sue mura arrotondate: al McDonald’s. Non serve che le dica che sono riuscito a studiare pochissimo questo pomeriggio. Forse una parte di me era cosciente di questo strano epilogo della giornata, ma sicuramente mi era impossibile concentrarmi. Ho provato a scrivere ai miei amici, avrei voluto prendere una birra in compagnia, chiacchierare fino a tardi. Ma ogni possibilità di serata è naufragata. Il ritornello era sempre quello: “Domani ci si alza presto, qui a Sangiu non c’è nulla e dovremmo prendere la macchina, troppa fatica per un martedì sera”. Vorrei chiedere a Dante se ha trovato una birreria in Purgatorio, non ricordo se ci fosse qualcosa a riguardo nella Divina Commedia. Ed eccoci giunti a stasera. Poco prima del nostro incontro. Ho mangiato a casa. Mi sono rimesso a letto davanti al computer. Ero pronto a riaprire Netflix, ma qualcosa mi ha bloccato, ancora quella sensazione che mi perseguitava dal mattino. Avrei voluto parlarne con qualcuno. Per un momento ho addirittura pensato alla mia ex. Ci siamo lasciati consensualmente sei mesi fa dopo tre anni insieme. L’aspetto più strano di questa faccenda è che non ci sono nemmeno rimasto male. Quel rapporto era parte della cupola, nato all’interno di essa e destinato a rimanerci. Subito dopo esserci lasciati ho assaporato un po’ di libertà. Ho creduto che qualcosa fosse realmente cambiato, ma era una magra illusione. Ero semplicemente passato da fidanzato sotto la cupola a single sotto la cupola. Dal purgatorio non si scappa con qualche stratagemma così comune: ne sono cosciente. Mi sto allontanando da ciò che lei vorrebbe sentire, ma non penso di avere risposte interessanti ai suoi interrogativi. Ho atteso che i miei genitori andassero a letto e sono uscito, verso le undici. Le strade sono già quasi completamente deserte a quell’ora. Solo poche macchine che passano veloci senza fare caso a noi oscuri viandanti. Basta un messaggio. Non usiamo strane parole in codice o un linguaggio segreto. Lui risponde con un luogo. Tutto molto semplice e diretto. Sapete perché sta diventando così famoso? Lui non è un piccolo spacciatore come tanti altri che affollano le nostre piazze. Lui, in un certo senso, possiede l’arte del venditore. No, non lo sto facendo apposta, realmente non conosco il suo nome. Mi ha dato il suo contatto un mio vecchio amico dicendomi che vendeva l’erba più buona del sud Milano. Non posso essere processato per aver fumato qualche canna nel passato vero? – non giunse nessuna risposta. – Comunque, chiamiamolo Virgilio, ha il compito di condurci fino ad assaggiare il paradiso. È stato lui a propormi questi nuovi preparati sintetici. Si dice che gli arrivino direttamente dalla Germania, ma non so dire se è vero. Naturalmente non mi sono mai messo a fare troppe domande. Si studia con più concentrazione, ma specialmente, per pochi minuti riesci a dimenticare il colore di questo cielo. Si riesce ad immaginare cosa può esserci oltre. Lo so che sembra un controsenso, ma mi sento libero. Tornando a questa sera. Mi sono fatto trovare fuori dal cimitero a mezzanotte meno un quarto. Ho atteso cinque minuti. C’erano altri due ragazzi a pochi passi da me. Abbiamo fatto finta di nulla. Non so i loro nomi. Poi è avvenuto lo scambio. Veloce, semplice. Di Virgilio so solamente che ha la pelle chiara, un viso squadrato e duro, ma non l’ho mai visto alla luce. Tiene molto alla sua privacy. Sono risalito in macchina, ancora sovrappensiero, e dopo pochi metri, io e lei, ci siamo incontrati. 

            Respirò. Solo in quel momento si ricordò di essere stato portato in caserma dai Carabinieri. Avevano trovato sospette quelle strane mentine che lui custodiva nella tasca interna della giacca. Aveva immediatamente deciso che era inutile mentire. Il commissario davanti a lui si era acceso una seconda sigaretta e sembrava soppesarla fra le mani mentre decideva se credere o no al racconto di Tobia. Aveva davanti uno stravagante universitario di San Giuliano, ma in fondo, un ragazzo come tanti altri, stanco della sua vita e troppo pigro per cambiarla. Lo aveva incuriosito la sua storia. Alzò lo sguardo oltre alla cappa di fumo immaginandosi sotto allo stesso cielo, alla stessa cupola. Lui non era cresciuto lì, veniva da lontano, ma in un certo senso riusciva a comprendere la mancanza di speranze del ragazzo. Era riuscito a spaventarlo il giusto, ma non serviva trattenerlo oltre. Non era di certo un pericoloso trafficante di stupefacenti. Era solo stato estremamente sfortunato. La sigaretta finì schiacciata nel posacenere. Si alzò facendo cenno a Tobia di seguirlo. Lo stava per lasciare andare, ma in cambio desiderava un numero di telefono. Era il momento di fare due chiacchiere con il celebre Virgilio.

Davide Polimeni, lunedì 9 ottobre 2017 ore 10:10

davidepolimeni@gmail.com

 

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...