L'inedito

Il sogno infranto di San Giuliano

           Aveva spento la macchina lasciando il quadro elettrico acceso. Le luci blu dell’autoradio si muovevano lentamente senza emettere suoni. Un lampione cercava la forza per rimanere acceso, ma era lontano e la sua aura chiara e gialla sfiorava appena l’interno dell’auto. Stava tamburellando con le dita sul volante, indeciso, nervoso, stanco. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere. Prese in mano il telefono, ma si accorse di aver solo immaginato un trillo. Riceveva veramente pochi messaggi ultimamente. Cosa era successo? Un pugno rapido dalla sua piccola e sporca mano destra si assestò contro il manubrio. Accese la macchina. Lasciò scaldare il motore per pochi secondi e poi partì lasciando rapidamente l’acceleratore. Duecentoventi cavalli. Gli sembrava di sentirli nitrire tutti insieme mentre il mondo fuori dal finestrino si scioglieva all’alta velocità. Una mandria imbizzarrita, un tuono che scuote la terra fino a farti volare. Cambiò le marce in successione. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere. Pensò di urlare, ma non riuscì a sentire la sua voce. La sua attenzione era solo dedicata a quei movimenti che conosceva a memoria; al tracciare le curve, all’indovinare il punto in cui staccare sul rettilineo. Lui era la sua macchina in quel momento. Lui era quella potenza. Lui era velocità.

           Frenò appena in tempo. Un riflesso istintivo gli aveva fatto percepire una strana macchia blu dietro le chiome degli alberi che costeggiavano il viale. Una pattuglia dei carabinieri a bordo strada stava effettuando dei controlli. Rallentò percependo metro dopo metro delle catene che fredde si attorcigliavano intorno ai suoi polsi e alle sue caviglie. Procedette ad una lentezza quasi irreale di fronte alla pattuglia scorgendo un ragazzo della sua età che veniva fatto accomodare sul sedile posteriore. Aguzzò la vista. Avrebbe potuto conoscerlo, o forse, sarebbe potuto essere lui quel ragazzo. Appena si sentì a distanza di sicurezza riprese la sua corsa contro la velocità, contro il tempo, contro i suoi stessi pensieri. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere.

           La ventola del motore aveva smesso di pompare aria. Il caldo stava lentamente cercando una via d’uscita dalle fessure dell’abitacolo. Ogni respiro si condensava sui vetri, separandolo dal mondo. Era da solo. Fuori dal finestrino scorgeva le luci di un Carrefour Market, aperto ventiquattro ore su ventiquattro. Era in un parcheggio, di notte, da solo. C’era qualcosa di poetico in quel quadro di solitudine post consumistica, ma lui non riusciva a coglierne la magia. Sentiva solo l’ago di una puntura che penetrava sotto la sua epidermide e quel ritornello in testa. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere.

           Prese in mano il telefono. Avrebbe voluto chiamare Chiara, la sua fidanzata, probabilmente lo stava aspettando sveglia, guardando una di quelle serie tv che lui si rifiutava di condividere con lei. “Roba da donne”, le ripeteva spesso con una punta di ironia, sapendo bene come quell’accenno sessista la facesse impazzire. Ma lui era così, non aveva mai badato alla forma, ai termini corretti da usare. Lei aveva imparato a carpire il senso nascosto delle sue frasi al di sotto di quella rudezza quasi infantile, di chi non ha filtri fra la realtà e le proprie emozioni. Ed ora eccolo, rinchiuso in macchina da quelle stesse emozioni, lontano da quella che negli ultimi mesi aveva iniziato a considerare una casa. “Non voglio riflettere, c’è poco su cui riflettere” disse fra sé e se.

           Mamma. Quel nome comune. Quelle cinque lettere che per ogni ragazzo sembravano avere lo stesso significato, ma che poi in ogni singola esistenza si declinano in miliardi di soluzioni possibili. Cinque lettere che ogni volta che pronunciamo raccontano la nostra storia più lontana, quella che persino noi fatichiamo a ricordare. Era quella la storia a cui voleva appellarsi in questa notte? Sentì dei passi, e dopo più di venti minuti ecco il primo avventore. Chiuso nel suo cappotto camminava a passo svelto, guardandosi in giro di tanto in tanto. La porta automatica si aprì per richiudersi inghiottendo dentro quella pancia colma di leccornie.

           Iniziò senza rendersene nemmeno conto: “Ciao Mamma, sono Matteo. Scusami se non ti ho risposto negli ultimi quattro giorni.” Si fermò. Già dalla prima frase non era convinto. Provò a ricordarsi i consigli di un suo vecchio amico scrittore che lo aiutava nel corteggiare le ragazze. Ripensò con un sorriso a quei lontani pomeriggi adolescenziali. Non lo sentiva da mesi, chissà se quel ragazzo così prodigo in consigli per gli amici era finalmente riuscito a trovare una ragazza. È veramente una città così grande questa? Riusciamo a viverci ogni giorno senza incontrare le persone a cui vogliamo bene. Non era mai vissuto in un piccolo paese, se non per qualche giorno di vacanza. Invidiava quelle dinamiche così semplici e dirette. Quegli incontri rituali e disorganizzati, il sapersi sempre lì. Gli stava facendo veramente male questa forma auto indotta di solitudine se questi pensieri avevano iniziato ad intasare la sua mente. “Non è per cattiveria che non ti ho risposto. Io beh… ho avuto molto da fare. Il lavoro, tornare a casa ed accorgermi di tutto quello che c’è ancora da fare e poi Chiara, devo darle delle attenzioni. Non che non voglia sia chiaro. Sai, in queste sere sto ripensando a come facevi tu. Tornare a casa dal lavoro e avere ancora le forze per stare dietro a noi tre, riuscire a cucinare a fare la lavatrice, stirare. Solo ultimamente ti vedevo stanca, paradossalmente quando c’era meno roba da fare, dopo che i gemelli se ne sono andati. Ora che mi rendo conto di quelle fatiche sento come superficiale il poterti ringraziare con una semplice parola. Come vanno le cose giù? La nonna come sta? Prometto che per Natale faremo di tutto per venire a trovarvi, ne ho già parlato con Chiara e lei sembra più che entusiasta. Mi piacerebbe molto vedere come hai sistemato casa di nonna. Questo messaggio sta diventando molto lungo e tu sai che non sono propriamente uno scrittore. Le dita già si sono annoiate a schiacciare sui tasti del telefono, quindi provo ad andare al sodo.” Alzò un attimo lo sguardo dallo schermo. Il vetro era quasi totalmente appannato. La guardia giurata del supermercato camminava annoiata avanti e indietro. Per un solo istante pensò a quanto sarebbe stato semplice organizzare una rapina. Ricordava le tattiche di uno dei suoi giochi preferiti alla Playstation: payday. Non sarebbe mai stato capace di fare una cosa del genere nella vita reale. Si chiese nuovamente se aveva senso mandare quel messaggio, continuare a struggersi da solo in macchina. A casa lo attendeva la sua ragazza, poteva darle un bacio accompagnandola a letto per poi sfogarsi un’ora sulla sua console: Call of Duty o provare un nuovo trucco su GTA V.

           “Oggi mi hanno comunicato che stanno per chiudere l’azienda. Non c’è un modo bello per dirlo, ripeto a te quello che mi hanno detto loro. Non dico che sono sorpreso. Sapevamo tutti già da tempo che le cose non stavano andando molto bene. Ma sapere che non c’è più nulla da fare è una vera mazzata. Sei la prima a cui lo dico, anche se forse leggerai questo messaggio domattina. Non so perché lo sto confidando proprio a te, forse perché so che hai sempre qualche parola buona con cui riesci a stupirmi. Non ho paura mamma. Non ho paura. So che un lavoro riuscirò a trovarlo, ci sono sempre riuscito alla fine. Ho ventisei anni, centinaia di possibilità davanti a me. Ma è un’altra esperienza che finisce, un altro capitolo che si chiude con l’amaro che ogni delusione porta con sé. È sbagliato anche solo pensarci, ma ne parlo solamente con te. Se le cose fossero andate diversamente dove sarei ora? Se la mia vita, intendo, fosse andata diversamente? Se papà non fosse andato via cosa starei facendo ora? Lo so, non devo piangermi addosso, siamo stati fortunati ad essere rimasti insieme io te e i gemelli. Però… Una sola ipotesi penso mi sia concessa. Mentre cammino sulle strade di Sangiu tutto mi sembra già scritto. Una sola possibilità. Come se la mia vita fosse un binario unico senza intersezioni. Arriverò a destinazione, saprò essere contento, ma non avrò avuto scelta. La scelta, la possibilità, quell’ipotesi mancante. Ho sbagliato qualcosa pure io, non posso attribuire tutto solamente al fato e alle scelte scriteriate delle altre persone. Se fossi stato capace di studiare di più? È stato faticoso iniziare a lavorare a quattordici anni con lo zio, ma lì mi trovavo bene. In mezzo a decine di uomini grassocci e sudati che bestemmiavano ridendo e insultandosi dalla mattina alla sera. Forse dovrei rivedere la mia asticella del bene. Lavorai. Lavoravo. Ho lavorato. E per ora forse non lavoro più. Qualcosa sui verbi ancora me la ricordo. Se avessi continuato la scuola in qualche modo? Ora mi piacciono i computer, assemblare, capire come funzionano le cose, ma mi sento fuori tempo massimo… non hanno senso questi discorsi hai ragione. Non ho studiato ed ho continuato a lavorare, esperienza dopo esperienza, cantiere dopo cantiere, dando frutto a quei tre anni di studi professionali da elettricista. E poi questi ultimi tre anni. Mi trovavo veramente bene a lavorare lì. A volte mi sembra che sia l’unica cosa che mi riesca bene. Alzarmi al mattino, sfrecciare in macchina lungo i viali deserti e attaccare col turno. I turni, credevo di non riuscirci all’inizio, ma sono riuscito ad abituarmi anche alla notte. Devo dirlo a Chiara, mamma. Come dicevi tu sempre: il prima possibile. I silenzi fanno maturare disaccordi, spero di averlo imparato. Io sono convinto di amarla. Non è la prima, ma potrebbe essere quella giusta. Ho voglia che sia quella giusta. In questi primi quattro mesi si convivenza ci siamo dedicati l’uno all’altra, è stato bello, è stato nuovo. Non avevo mai provato queste sensazioni. È strano dirlo a te, però mi sono lasciato convincere che quella possa essere veramente casa mia. Per questo non riesco ad essere triste, nemmeno dopo queste notizie. Eppure… mi sento solo. È tutto un casino, vero? Tutto troppo complesso in questo mondo. Per questo mi piacciono le macchine. I motori sono complessi, ma sono anche meccanici. Puoi impiegarci giorni ma alla fine trovi una soluzione. Quel bullone, quella perdita, quella piccola parte che non avevi considerato. Tutto può tornare intatto, anche dopo anni e anni. Vorrei trovare un meccanico così bravo anche per la nostra vita, eh, che ne dici?” 

           Si alzò spaventato da un rumore. Un vociare improvviso che lo distrasse dal suo flusso di pensieri. Un gruppo di nordafricani stava litigando, urlando parole nella loro aspra lingua incomprensibile. Non era raro che arrivassero alle mani. Per un momento pensò fosse meglio spostarsi ma per fortuna la situazione pareva calmarsi rapidamente. “Le ninnananne della città”, commentò laconico.

           Io so cosa stai pensando. Trasferisciti qui. Vieni giù con me e nonna, troverai un piccolo lavoro, qui la vita è diversa, siamo più tranquilli. Inizierai a raccontarmi di come dormi bene. Ci si abitua a dormire anche senza il rombo dei motori degli aerei. L’ho sentita tante volte questa canzone, ma non fa per me. Non ora almeno. Qui ho Chiara, ho la mia vita. Penso che potrei sfruttare questo periodo vuoto per riprendere ad uscire con i ragazzi, solo qualche sera. Chissà come se la passano. Poi ci sono giù i supermarket aperti ventiquattro ore su ventiquattro? No mamma, la mia stazione è qui, il mio treno parte e arriva qui. Non so come dirlo a Chiara, una parte di me vorrebbe attendere, vorrebbe farle una sorpresa e associare questa brutta notizia ad una bella notizia. Amore, ho perso il lavoro ma ho trovato un altro lavoro! Semplice, un battere di ciglio, una frase che si inserisce in una normale conversazione di coppia. Mamma, temo il suo sguardo. Non quello triste che rivolgerà a me, ma quello che la coglierà appena sarà sola a riflettere su questa notizia. Abbiamo parlato tanto ultimamente, abbiamo fatto progetti. Lei ha voglia di costruire qualcosa di importante nel nostro futuro. E se oltre quello sguardo di compassione nei miei confronti si nascondesse la delusione di aver trovato un uomo che non si sa tenere il suo dannato lavoro? Sto perdendo la calma. Forse è tardi, forse sono stanco. Vorrei guidare ancora, ma la tua voce nella mia testa mi dice che non dovrei. Mai sfogarsi sul volante, mi ripetevi quando uscivo di casa incazzato nero sbattendo la porta. Quante litigate che abbiamo fatto. Non lo so Mamma, ho paura di riflettere, non voglio riflettere, in fondo, c’è poco su cui riflettere.”

Davide Polimeni, giovedì 2 novembre 2017 ore 10:37
davidepolimeni@gmail.com

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