L'inchiesta cinica, L'inedito

L’inverno di Melegnano Place

L’inverno a Melegnano Place è sempre lo stesso. Come un malato cronico che si cura per i dolori che non passano mai. La nebbia avvolge fine ogni cosa, creando un velo, una barriera.

Sembra strano ma, nel mio viaggiare, spesso ho associato le condizioni climatiche e la conformazione morfologica del territorio alle abitudini, agli atteggiamenti e alle idiosincrasie di chi ci vive. Melegnano è aperta: ha molte vie di ingresso, ma poco spazio: poco spazio per parlare, poco orizzonte per pensare.

La gente cammina, ma non vive. Quando arriva la nebbia, il grigiume, sembra che tutto si fermi, avvolti da una coperta di luce che impedisce, blocca la vista del cielo. Così la gente non è disposta al cambiamento: chissà cosa ci sarà dietro al grigio. È indefinito, incalcolabile. Rimane sicuro ciò che hai a pochi metri.

Così, andare a Rozzano diventa un viaggio, un problema. Se poi ti infili in qualche stradina di campagna, la sensazione di abbandono è forte: non hai più nessun riferimento, tranne la strada, che è piccola, piena di buchi, e ti auguri di non incontrare nessuno per decidere chi passa prima. La pianura apre gli orizzonti, la nebbia li richiude. Così la gente è immersa nei suoi pensieri, radicata alla strada, cioè alle tradizioni. Passano anni, secoli, si costruiscono nuove strade esterne, ma Melegnano rimane lì, come in una ampolla di vetro, eternamente ferma col mercato e il castello. Parli con la gente, ascolti i loro pensieri, si esprimono arrancando, a volte borbottando in un misto tra dialetto milanese e lodigiano. «Come va?». A questa domanda lo sforzo è gigantesco: «La facciamo andare» risponde la maggioranza, con rigore diplomatico e assenza di particolari. Se hanno tempo, inizia una conversazione sul tempo atmosferico: la nebbia, il freddo, il traffico. Il classico è il lamentatore cronico: è insoddisfatto di tutto, partendo dagli immigrati, la politica, la salute, la viabilità. Ne ha per tutti. E dopo che ha finito con te se non lo hai soddisfatto, ha altro materiale di cui lamentarsi col prossimo incauto ascoltatore. La nebbia, la pianura, la chiusura mentale, la paura del nuovo, dell’ignoto. Le nuove generazioni fuggono, le vecchie invecchiano.

Sembra che per una nuova generazione manchi il terreno fertile per far attecchire nuove idee, per avere nuovi stimoli. Così avanza lo spettro della noia, della droga, della nebbia con la droga, della noia con la chiusura mentale. Forse la nebbia è una salvezza. Forse la pianura è un posto per vivere ognuno nel suo orticello, perché non vedi se al di là ce n’è un altro. A meno che non ti sforzi di fare un viaggio, nella nebbia!

Massimiliano Basile, lunedì 13 novembre 2017 ore 11:12 
info@communicatemotion.net

 

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