L'inchiesta cinica

I serial killer della pensione

ALCUNI TEMI sembrano non scomparire mai dal dibattito pubblico. Notizie che a cadenza regolare conquistano i titoli dei giornali e danno vita a discussioni infinite. Fra questi, le pensioni acquisiscono sempre più le luci della ribalta, ma come spesso accade, a troppa esposizione corrispondono scambi di idee bruciate. I confronti vengono quindi regolati all’alzo dei cannoni, con la vittoria attribuita a chi sa sparare più in alto, ai serial killer della propaganda.

Esiste un cortocircuito nel dibattere tipico dei problemi della politica, che coinvolge sia l’opinione pubblica sia i politici stessi: si ignorano le domande e si parte dalle risposte. Si parte dalle risposte per costruire la propria domanda, ossia la propria narrazione della realtà.
La crescita delle aspettative di vita porta ad un aumento dell’età pensionabile. Ecco il fatto in questione, il punto di partenza comune per iniziare la discussione. Qualsiasi commentatore dovrebbe partire dalla più banale delle domande, il ritornello preferito dei bambini: “perché?”.

La risposta appare inizialmente banale, ma racchiude in se stessa il nocciolo della questione: si posticipa l’età della pensione perché vivendo di più si passerebbero più anni ad essere improduttivi. Proviamo quindi ora a scomporre in sotto-domande questa spinosa questione.

a) Chi paga le pensioni?

Le pensioni vengono pagate da chi sta lavorando. NON da chi ha già lavorato. Il signor Mario non sta mettendo via dei soldi suoi che poi gli verranno restituiti.

b) Perché io ricevo una pensione?

Le pensioni sono una parte del contratto sociale, ossia l’aiuto che la società decide di dare a chi per sopraggiunti motivi di anzianità non ha più la forza per guadagnarsi da vivere da solo. In un sistema come il nostro quindi la pensione è scollegata rispetto alle scelte di vita personali del lavoratore.

Non c’è un merito, un premio, non c’è un “guadagnarsi” la pensione, ma essa rimane una concessione da parte della società. Una concessione che però appare obbligata perché durante il nostro arco di vita noi facciamo in modo di elargire questo beneficio ad altri e quindi, giustamente, ci aspettiamo di esserne noi stessi beneficiari; in quello che appare un contributo virtuoso.

c) Quindi come si decide l’età della pensione?

La decisione sta nel rapporto fra i soldi che dobbiamo dare ai pensionati e i soldi che siamo disposti a chiedere a chi lavora. Naturalmente aumentando il numero di anziani e diminuendo il numero di giovani che entrano nel mondo del lavoro questo rapporto si trova e si troverà sempre più in disequilibrio totale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare come spesso in Italia le scelte politiche sulle pensioni abbiano regalato bonus, moltiplicatori e anticipi anagrafici per ingraziarsi fasce della popolazione. Siamo arrivati dunque al punto di non ritorno, al momento in cui bisogna fare una scelta.

Nessuno però pare disposto a questo sacrificio. È sempre un altro colui che deve sopperire a questa mancanza di fondi. Come per qualsiasi strumento di tassazione è sempre qualcuno più ricco e più fortunato di noi a doversi sacrificare. È il sottofondo musicale al film della politica che sostiene che qualcuno (la società o lo Stato) ci deve qualcosa, ma nessuno sembra appartenere al quella stessa società (o stato) che deve dare qualcosa. È la paradossale lotta del tutti contro nessuno. 

Appare quasi concettualmente e moralmente sbagliato porre il problema e sostenere che, finché i conti non lo permetteranno, si dovrà lavorare tutti di più. Ed ecco allora il moltiplicarsi di richieste di esenzioni per la propria categoria lavorativa: “Io faccio un lavoro usurante!”, “Sì, ma anche il mio lo è!”. E giù di strepiti, urla e deroghe alla regola.

“Questo significa che dopo 40 anni di cantieri non potrò permettermi di andare in pensione?”. Non c’è risposta politicamente corretta a questa domanda. Rimane disponibile solamente un: “purtroppo sì”. La politica dovrebbe porsi il compito di aiutare lavoratori e aziende a trovare una collocazione diversa del dipendente anziano, cercando una terza via fra la pensione e il reiterarsi di un lavoro usurante. Ma è un compito arduo, non risolvibile nello spazio di un tweet.

Come spesso accade, in passato, sono state prese decisioni senza valutare le ricadute a lungo termine. Ora sta a noi però, riusciremo ad imparare dagli errori del passato o continueremo a procrastinare? Senza dimenticare che nel frattempo in frigorifero abbiamo lasciato a stagionare un formaggio marcio e ormai scaduto da tempo, che alcuni chiamano: debito pubblico.

N.B. Le domande e le relative risposte si riferiscono naturalmente al sistema pensionistico italiano (vd. sistema retributivo, contributivo e misto). 

Davide Polimeni, giovedì 16 novembre 2017 ore 16:05

davidepolimeni@gmail.com

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