L'intervista

Torino, piazza San Carlo: «Ho salutato mia madre due volte. Pensavo: chissà se non la rivedessi più»

— Perché hai salutato tua madre due volte?
— L’ho salutata due volte perché ho pensato: chissà se non la rivedessi più. Non so perché mi sia venuto questo pensiero. Ho frequentato posti più lontani di Torino, per molto più tempo. Non aveva senso; era una sensazione negativa, che ho portato con me per tutto il viaggio. E anche quando ero in piazza, lì; non ero felice. Ho proprio pensato, a un certo punto: qua, se succede qualcosa, siamo tutti nella merda. Perché eravamo ammassati. 35mila. La piazza era quattro pareti chiuse; non avevano organizzato vie di fuga. C’era un solo schermo ed eravamo ammassati tutti nella stessa direzione. Poi, i controlli li avevano fatti malissimo. Facevano finta di controllare; le persone avevano introdotto bottiglie di vetro; c’erano abusivi che le vendevano; e alla fine la piazza era tutta coperta di vetro.
All’inizio non ci ho pensato; eravamo emozionati per la partita. Al secondo goal, quando abbiamo pareggiato e la folla si è spostata e mossa per esultare, c’è stato un inizio di… caos. Da lì, ho pensato a quanti fossimo, al fatto che non ci fossero stati controlli, al fatto che ci fossero bottiglie ovunque. Qualcuno aveva acceso un tizzone con il fuoco, per festeggiare il goal, siamo tutti indietreggiati all’improvviso. Ho pensato: siamo nella merda. Ma solo da quel momento.

— Riuscivi a divertirti anche nonostante i pensieri?
— No. Non tantissimo. Poi nessuno vedeva nulla. Lo schermo era piccolo, nonostante fossimo davanti non si vedeva bene. Eravamo nervosi. Non c’era un bellissimo clima di gioia. Era teso. Io non ho sentito niente. È stato detto che fosse crollata una ringhiera davanti alla metropolitana, su cui erano poggiate un sacco di persone; forse il loro peso l’ha fatta cedere. Si è sentito un boato. C’è stata una seconda ipotesi: che un ragazzo si sia finto kamikaze. Qualcuno ha detto che una persona abbia urlato ‘bomba, bomba’. Ma io non sentivo niente; perché, nel bel mezzo della piazza, non si sentiva ciò che succedeva intorno. All’improvviso, si è vista un’ondata di persone che correvano. Senza motivo, urlando.

— Gli interrogatori sono stati secretati. Cosa ne pensi?
— Che non è… giusto. Perché vorrei sapere cosa è successo. È giusto saperlo, o no? So che non si può dare la colpa a una persona, solo perché avrebbe gridato «bomba, bomba»; gridare è stato stupido, ma non si può darle la colpa. E le persone che si sono messe a correre così, all’improvviso, sono ancora più stupide; ma questo fa capire quanto fossimo tutti terrorizzati. Punto numero due: l’organizzazione è stata sbagliata, anzi non c’è stata nessuna organizzazione. Quindi anche se ci fosse stata una persona che si sia finta kamikaze, sì, ha sbagliato, ma la colpa non è prettamente sua.
La maggior parte delle persone in piazza è stata travolta. Io con loro. Per due volte. Ci hanno camminato sopra. Poi, una volta in piedi, siamo scappati verso i portici, perché lì la situazione era tranquilla. È durato dieci minuti. Però tutti continuavano a urlare: «Correte, correte», «Sparano, sparano», e si sentivano effettivamente dei botti; nel frattempo era scoppiata una vetrina, e sembrò uno sparo. In più, c’erano i carrettini degli abusivi che correvano e facevano suoni simili a spari; ogni rumore era amplificato il triplo, ogni rumore che si sentiva sembrava uno sparo. Perché ovviamente ti fai condizionare, no?
Tutti urlavano: «Sparano, correte», così ci siamo messi a correre; solo che, nelle vie adiacenti alla piazza, all’improvviso spuntava fuori una folla di gente che correva in direzione opposta e ti ritravolgeva. Ovunque tu andassi, ti succedeva la stessa cosa. Ho trovato rifugio presso un baretto. Non ti facevano entrare… C’erano persone che sanguinavano; c’era una mamma con il passeggino, che sanguinava, aveva perso il marito e non riusciva a muoversi con il figlio: e non la facevano entrare. Non facevano entrare nessuno. Nonostante si temesse che fosse in corso un attacco terroristico, e nonostante arrivasse ancora gente che urlava «Correte, andate via».
È iniziata alle 22:10, è finita per le 22:30, 22:40. Per terra ho trovato tante scarpe e soprattutto tante stringhe. Ho perso anch’io i lacci; non capisco come sia possibile che tutti abbiano perso scarpe e stringhe, non ne capisco la dinamica.
Ho avuto ansia di andare a un concerto; di stare tra la folla. Razionalmente so che non ha senso, però non ce la facevo. In più, appena sentivo il suono di una sirena della polizia, o qualcosa che ricordasse il rumore di un vetro, saltavo. Mi riportava a quei rumori che sentivo. Ero un po’ sul chi va là.
Lo so che, raccontata, questa esperienza sembra una cazzata. Ma avevo la convinzione di stare per morire. Veramente. Una sensazione orribile. Anche i miei amici. La convinzione che non ne uscivamo vivi; che saremmo morti. Non so spiegartelo. Ti senti impotente: impotente, tra una massa di persone che hanno paura come te. Però, la cosa bella è stata che, quando ci siamo iniziati a tranquillizzare, eravamo molto solidali tra di noi. Ho pianto, per scaricare la tensione. Un gruppo di ragazzi calabresi, di quelli con l’accento forte, si sono avvicinati, hanno chiesto: «Hai bisogno?». Mi hanno iniziato ad accarezzare. Bello. Vedi? Siamo umani.

Marco Maccari, martedì 19 dicembre 2019 ore 7:58
mamacra@gmail.com

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