L'intervista

Omar, rifugiato dal Senegal: «Arrivi in un centro d’accoglienza, ti dicono: va’ ad elemosinare, farai conoscenze»

«IL MIO NOME è Omar. Sono in Italia da 3 anni e 5 mesi, per la precisione; sono entrato nel 2014. Sono stato in regime di accoglienza per 2 anni e mezzo. Dopo avere finito quello che chiamano il percorso burocratico per la procedura di domanda di protezione internazionale mi hanno rilasciato un documento valido 5 anni. Oggi vivo a Milano dove ho affittato un locale assieme ad altre persone. Prima ero in un centro d’accoglienza nel sud Milano. Ho fatto anche richiesta per rientrare nello sprar, il sistema di assistenza per stranieri ai quali è stata riconosciuta la protezione internazionale; avevo un lavoro, anche se occasionale, con dei soldi da mettere da parte, insomma c’erano le condizioni. Non posso definirmi un nullafacente oppure un senza lavoro».
Ha 29 anni, Omar, è senegalese. Il suo italiano è fluente. Dal 2016 fa attività di interpretariato. Conosce il francese, parla lingue diffuse in molti Paesi africani come il peul-fula, il wolof. Omar, Facebook è pieno di gruppi locali nei quali gli utenti si sfogano contro gli africani richiedenti asilo. Queste settimane nell’area di Melegnano è stata pubblicata la foto di un richiedente in piedi in un parcheggio, corredata dallo sfogo di donne e uomini residenti. Cosa ne pensi? «Sono critiche che le persone arrabbiate – le definisco così – rivolgono a chi viene da lontano, pensando: queste persone mi vogliono rubare il lavoro. A queste persone non ho granché da dire perché esiste una propaganda politica che, per sconfiggere l’avversario, ha bisogno di sfruttare le persone in quelle che sono le loro carenze o difficoltà. Quanto alle persone davanti a cui ci troviamo spesso nei supermercati mentre sono a elemosinare, posso dirvi: provate a salutarle in inglese. Oltre il 90% di quelle persone parlano inglese; da noi le definiamo con le parole easy life. Tradotto in italiano sarebbe come dire: quelli che non spendono le loro energie, che ricorrono sempre alla facilità. Arrivano in un centro d’accoglienza, si trovano in mano a persone capaci di mentire pensando che questo possa giovare ai propri interessi. Dire andate a elemosinare è una forma di influenza; è come se l’idea di elemosinare venisse proprio dalle persone nelle cui mani i richiedenti si trovano nei centri di accoglienza. Ma di sicuro non perché poi i richiedenti sottraggono interessi o possono ricavare qualcosa. No: è soltanto un altro modo che ritengono appropriato affinché i richiedenti asilo possano in qualche modo dire: ok, almeno, nessuno può dire che non sto facendo nulla». Cadono in mano a persone che le illudono? «Infatti. Mi spiego ancora. Uno che gestisce un centro d’accoglienza tiene conto delle esigenze delle persone che abitano sul posto, i cittadini del paese in cui si trova il centro. Ricordo che la prima cosa che ho trovato quando arrivai nel centro d’accoglienza è questa: quando gli abitanti vedono persone di colore in gruppo, si spaventano. Mi avevano persino raccontato una storia: qualcuno, il sindaco o qualcosa del genere, venne un giorno a lamentarsi. A qualche richiedente asilo fu detto: andate ad aiutare qualcuno al supermercato, qualche spicciolo sicuramente ve lo darà; e anche questo, ed è la cosa più assurda: in questo modo farete delle conoscenze nuove, sono tutte cose che possono aprirvi le porte verso l’integrazione». Quindi c’era chi diceva nel centro d’accoglienza: andate a elemosinare, farete delle conoscenze. Ho capito bene? «Hai capito bene. Uno che in realtà non è in grado di elaborare un pensiero, che non ragiona, la prima cosa che dice è: sì, raccolgo questo suggerimento e vedo se mi potrà tirare avanti. A chi gestisce un centro d’accoglienza fa più paura vedere i propri ospiti in giro che vederli dove ci sono persone umane, che hanno fede, che gettano qualche spicciolo».

Un bambino riflesso nel finestrino di una vettura al confine tra Senegal e Bissau. Manu Brabo, 2014

«NOI 10 CI DAVAMO MOLTO DA FARE CON LO STUDIO»

«La prima cosa che ho fatto quando sono arrivato è stato concentrarmi sulla lingua. Grazie a persone che ho conosciuto fuori dal paese dove mi trovavo sono riuscito pian piano, senza stare a elemosinare sotto i condomini, a migliorare il linguaggio. Se non sbaglio eravamo in dieci circa che ci davamo molto da fare con lo studio. Ci hanno inserito in un centro di istruzione per gli adulti e ci hanno permesso di fare l’esame di terza media. Andando in giro per le biblioteche ero anche riuscito a partecipare a iniziative culturali come la Biblioteca Vivente, che consisteva nel confrontarsi tra lettori e “libri”, che eravamo noi partecipanti, in quanto contenevamo o raccontavamo una storia. Nel frattempo ho dovuto fare un ricorso, visto che non avevo ancora i documenti perché avevo avuto un diniego in prefettura a Milano. Da lì erano nate tante polemiche; avevo scoperto tante cose che rientrano nell’insincerità di quelle persone che gestiscono i centri d’accoglienza. Alla fine mi combatterono personalmente, avevano anche tentato di farmi espellere senza documenti proprio come erano riusciti a fare in passato con altri; solo perché avevo fatto capire ai miei connazionali e ai miei compagni che alle persone nelle cui mani si trovavano importava tutt’altro che la nostra integrazione, il nostro futuro, il nostro bene; ma che erano là per ben altro. Altrimenti perché, rispetto ai regolamenti stabiliti dalla prefettura – e dicendo prefettura mi riferisco anche al governo – falsificavano le cose dicendole come non stavano? Una beffa, praticamente. Io non avevo ancora trovato un lavoro; facevo corsi di formazione professionale da mulettista, da guardia; nonostante vari colloqui non sono mai stato chiamato. Finalmente, quando il giudice mi ha dato i documenti riconoscendomi la protezione internazionale e lo stato di rifugiato, ho contattato una cooperativa che mi ha messo sotto esame, valutando positivamente le mie competenze. Non mi lamento, oggi con la mia attività riesco ad avere di che vivere». Dalla regione in cui sei nato in Senegal sono fuoriusciti tanti rifugiati? Ci sono tensioni militari? «Tensioni militari no. Vengo dal sud del Senegal che comunque alcuni definiscono come zona interessata da conflitti, perché c’è un gruppo chiamato MFDC, il Movimento delle Forze Democratiche di Casamance, un gruppo di ribellione che contesta al governo di avere ostruito quella zona; per cui vogliono l’indipendenza. Ci sono sempre degli scontri tra i gruppi ribelli armati e i militari. A volte attaccano per strada. Comunque c’è anche da capire che non sono solamente quelle le ragioni per ottenere la protezione internazionale. Uno può anche non provenire da un Paese interessato da un conflitto, ma può avere un problema personale come la povertà, oppure una malattia, o altri problemi per cui in caso di rientro la persona potrebbe essere soggetta a violenze oppure a una prigionia di lunga durata. Sono tutte cose che la commissione valuta ai fini del riconoscimento della protezione internazionale». Come valuti il pensiero di chi dice che in Italia il flusso di immigrazione non è controllato, che non è sorvegliato, che non ci sono norme, che gli immigrati africani non sono tutti rifugiati? «Credo sia un pensiero che ho scritto anch’io in un quaderno. Da una parte non sono d’accordo che a uno straniero venga detto che non può stare in Europa perché non è rifugiato o perché non viene da un paese interessato da conflitti. I cittadini di Paesi più stabili, come l’Italia o altri Paesi europei e americani, espatriano verso Paesi terzi per lavorare o per cercare fortuna e lo possono fare in modo molto più agevolato dei cittadini africani. Oggi, se un senegalese o un africano riesce, pur non essendo un rifugiato, a compiere quella che gli stati europei definiscono una migrazione regolare, allora può soggiornare dove vuole, svolgere un’attività con tranquillità e più comodità. E questa è una parte del mio ragionamento su quel tema. L’altra parte è questa: sicuramente sì, l’immigrazione non è controllata. È la cosa che più mi spaventa».

Senegal. Approvvigionamento d’acqua in una fotografia di Sebastião Salgado

«UN MESSAGGIO ALLA MIA FAMIGLIA»

«In Italia si applicano regole europee nei confronti di un migrante definito non regolare e che non ha elementi rilevanti al riconoscimento della protezione internazionale. Ma avrebbero un altro modo di non fargli riconoscere la protezione. Qui in Italia si rimane in un centro d’accoglienza per anni. Poi un giorno si viene espulsi, con un foglio di via in mano. Le persone espulse sono quelle che finiscono nelle metro o che, in altre regioni d’Italia, si costruiscono casette con materiali d’occasione. Questo è molto strano. Se davvero non sarà mai riconosciuta loro la protezione internazionale, anziché lasciarli per strada senza documenti, senza lavoro e senza assolutamente niente, sarebbero meglio secondo me rimpatriarli o farli uscire dal Paese. Ma senza lasciarli nelle stazioni dei treni, a ricorrere alla criminalità, a vendere droghe e sostanze stupefacenti, perché più che venderle le usano, e trovano conforto e consolazione in una dipendenza. Sono cose che non giovano alla sicurezza di un Paese. Su questo avrei qualcosa da rimproverare allo stato, oltre al fatto prima di tutto che, se lo stato decide di far seguire alle persone un percorso lungo 3-4 anni per poi farle finire per strada, allora sarebbe meglio non farle neanche arrivare nel Paese. Perché non sta soltanto facendo perdere loro tempo. Quando arrivano, la maggioranza ha un letto dove dormire, cibo, abbondante o no, delizioso o no, ma qualcosa c’è da mettere sotto i denti; così qualcuno pensa: ok, io ci posso stare, non ho nulla di cui mi dovrò preoccupare. Alcuni osano dire ai richiedenti: sì, restate, noi facciamo in modo di farvi avere dei documenti. Ma nel centro d’accoglienza non si occupano di documenti. Non si occupano di esaminare le richieste di protezione internazionale. Si occupano solo della gestione del centro. E c’è chi a volte mostra non solo di gestire ma anche di voler avere il ruolo di giudice o di relatore». Che cosa pensi del mito dei 35 euro giornalieri regalati ai richiedenti nei centri d’accoglienza? Omar ride: «Abbiamo tanto sentito parlare di questi 35 euro. Ai richiedenti arrivano 2,5 euro. Non 35, ma due euro e cinquanta centesimi al giorno. Al mese, dai 75 ai 75,50 euro, dipende dalla variazione dei mesi. Do un esempio: perché era scoppiata nel 2015 la polemica di quel centro d’accoglienza in televisione? Accogliendo migranti in pochi anni si sono comprati un albergo, non so se a 6 o a 8 milioni di euro. Con un mio amico avevo fatto un calcolo: al mese su un richiedente non spendevano neanche 200 euro. Perché molti dei lavoratori che hanno sono stranieri. Non hanno documenti. Nel centro d’accoglienza c’erano anche dei detenuti: ad alcuni, la cui causa era ancora pendente, dicevano: ti diamo noi un avvocato. Quindi c’erano persone che non venivano assunte secondo quella che è la normalità. Non accettavano che noi cucinassimo lì; dicevano che se ci avessero fatto cucinare avremmo rischiato di bruciare i locali. Ci toglievano anche la caldaia dicendo che, a forza di scaldare, c’era sempre il rischio che la corrente saltasse o che ci fosse un incendio. Erano bugie, dette per evitare di ritrovarsi con bollette della corrente elettrica e dell’acqua con alti costi da pagare». La tua famiglia è in Senegal? «Sì, i miei genitori». Quale messaggio vorresti mandare loro attraverso questa intervista? «Il messaggio è che l’emigrazione non è mai la soluzione ai problemi che abbiamo laggiù». Quale può essere la soluzione? «Credo che la soluzione sarebbe cercare dei modi di lavorare da sé, di guadagnare da sé e vivere lì con tranquillità».

Lunedì 26 febbraio 2018, ore 06:30
mamacra@gmail.com

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La regione di Casamance nel sud Senegal è attraversata da una guerra che dura da 36 anni. I cittadini pagano al conflitto il prezzo più duro e non sostengono la causa dei ribelli, organizzati in una milizia che prende il nome di Atika. Le fotografie in bianco e nero sono dell’autore Manu Brabo, visitabili sul suo sito a questo indirizzo. L’immagine in evidenza sopra il titolo è di Brabo, è visibile sul suo sito e ritrae un giovane di Zuiguinchor, nella regione di Casamance in sud Senegal. 

La fotografia di Sebastião Salgado ritrae la drammatica disponibilità di acqua in Africa occidentale, con possibilità di accesso ad acqua potabile tra le più basse del pianeta. L’immagine è visibile qui.

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