Antisocial, Diritti di Tutti, IL CRONISTA RACCONTA, L'inchiesta

Un euro per mangiare

Vi è sicuramente capitato di vedere agli angoli delle vie ragazzi stranieri che chiedono una moneta. Spesso la chiedono con tono sommesso: «Per favore, una moneta per mangiare». Accade in tutta Italia.

Scelgono le postazioni più comode e dove c’è maggiore passaggio di persone: il sottopasso ferroviario, la colonnina del parcheggio, l’uscita del market. C’è un riparo dal sole e dalla pioggia, c’è passaggio, c’è gente che ha moneta. Quindi una scelta consapevole, oculata, strategica.

È curioso come si instaura un rapporto di convivenza tra questi «poveri ricchi» e la nostra comunità. Le persone anziane si affezionano, li chiamano per nome, e un paio di volte a settimana lasciano un euro, cinquanta centesimi. A volte viene ripagato il favore, e i ragazzi aiutano a portare la spesa, superare il ripido risalire di una rampa, aiutare a fare il biglietto per il parcheggio. Si scambiano sorrisi, ammiccando una sorta di compiacimento, entrando nella vita e nelle abitudini. Una volta si sentivano parole come «ma va a laurà», oggi la presenza silenziosa produce «Ciao Alì, come va?». Un segno di integrazione? Di abitudine?

Ma chi sono questi ragazzi? Da dove vengono?
Per rispondere a queste domande ne ho intervistato uno. Parla solo inglese e si chiama Alì (nome fittizio). Alì racconta che è arrivato coi barconi. Un lungo viaggio dal Mali. È partito consapevole di cosa lo aspettava e cosa cercava. La sua è stata una partenza per motivi economici; i famosi migranti per la guerra non c’entrano, anche se nel suo Paese non si sta tranquilli per le continue attività di ribelli e di fazioni armate che mettono in pericolo la nazione.

Alì però parte per guadagnare e far star bene la sua famiglia, famiglia allargata che comprende i genitori, i nonni e i fratelli anche se già sposati.

Alì si sacrifica per la sua famiglia.

Alì vive a Codogno e ogni giorno viene a Melegnano, col treno. Non paga il biglietto. Viene a Melegnano perché è ospitato dal comune di Codogno in una struttura per rifugiati di guerra. Non paga affitto e alla sera ha un pasto pronto. Non fa l’elemosina a Codogno perché se lo vedessero sarebbe un problema, perché perderebbe il diritto di asilo. A Melegnano viene sette giorni su sette, portando a casa circa 400 euro al mese. Di questi 400 euro, 100 servono a lui per sopravvivere e 300 li spedisce al suo Paese, alla sua famiglia; poco meno di 200.000 Cfa (valuta locale). Per capire, un affitto di un appartamento con 5 stanze costa 60 euro e con 1,50 euro mangi un buon piatto di pesce fritto. Quindi vita agiata per due o tre famiglie, con il loro ritmo di espansione, circa una ventina di persone.


Tra giugno 2014 e giugno 2017 erano arrivate in Italia 550 mila persone come migranti. Ben 1311 persone sono morte tentando di attraversare il Mediterraneo centrale nel 2018.

Fonte: Dati Unhcr

Quanto dura il sacrificio? Il periodo varia ma, in genere, tre, quattro anni. «Dopo torni al tuo paese e sei un eroe» dice Alì, «la mia famiglia se non ha sperperato il denaro probabilmente ha aperto un’attività, comprato casa, e fatto micro credito a qualche altro meno fortunato». Così Alì, il nostro «povero ricco» ha sacrificato qualche anno di vita, per vivere il resto dei suoi anni con la benedizione della famiglia, e dell’intero Paese.

Quindi la prossima volta che darete un euro per mangiare sappiate che state finanziando un progetto ben più ampio, destinato a salvare intere generazioni! Questa sarebbe la vera «invasione silenziosa»: nessuna attività illecita, nessuna merce contraffatta, Alì e i suoi compagni regalano solo sorrisi e ti aiutano a portare la spesa, con un contributo volontario. Unica azione borderline è il pendolarismo (a gratis, non pagando il biglietto del treno) allo scopo di attività di elemosina, eludendo di fatto la legge che prevede sanzioni e perdita dei diritti solo nel comune ospitato. Per questa attività nessun organo ufficiale è attivo con controlli e verifiche, tollerando la presenza di persone che costano allo stato 5 miliardi di euro all’anno.

Martedì 19 giugno
Ore 16:00

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Impresa, Sovraindebitamento e Legge 3

Imprenditore: sei un Supereroe o sei un fenomeno da bar Sport?

Parliamoci chiaro: oggi alcuni imprenditori sono messi sul punto di mollare perché non riescono a pagare i debiti. 

Cosa fanno? Diventano delinquenti? No: molti di loro riescono a ridurre i debiti e continuano a fare impresa.


Spesso, questi argomenti sono oggetto di critica da parte chi si “SENTE” più creditore che imprenditore.

Quando scriviamo che qualcuno (imprenditore, professionista o consumatore) è riuscito a ridurre i suoi debiti e a ripartire, c’è sempre chi si sente parte lesa o addirittura truffata.

Certamente ne ha le ragioni o, in qualche modo, è realmente stato fregato… però… non prende minimamente in considerazione la possibilità di trovarsi, un giorno, dall’altra parte.

Forse non gli è mai capitato (beato Lui) di trovarsi nella condizione di NON POTER PAGARE, ed è così sicuro di giudicare gli altri in maniera lapidaria, tombale, assoluta.

Lo si vede dai commenti tipo:

“Eh, voglio vedere come saranno contenti i creditori di non prendere i soldi”.

L’illusione generata dal vecchio modo di fare impresa, tutt’ora radicato nella quasi totalità delle piccole e medie aziende italiane, ha contribuito a generare in alcuni un modo di pensare unilaterale.

Cioè: “Se sei bravo, intelligente e soprattutto se sei una brava persona non lascerai mai debiti impagati. Se fai debiti, piuttosto mangi pane e cipolla, ma li devi onorare.”

Giusto e sacrosanto in linea di principio, ma unilaterale.

I nostri nonni e anche i nostri padri si sentivano legittimati a dare del “farabutto” a chi non pagava un debito. Ma, oggi, chiunque può diventare velocemente un “farabutto” inteso come lo intendevano allora.

Da un momento all’altro, senza tanti preavvisi.

Ma la realtà che gravitava intorno a loro, piccoli imprenditori di qualche lustro fa, era diversa. Molto diversa.

Il pellettiere, l’imbianchino, l’elettricista, il rivenditore di articoli sportivi, il negoziante, il ristoratore, il gestore di un ferramenta o qualsiasi tipo di professionista non era abituato a sentir parlare di rating, scoring, merito di credito.

Tantomeno a confrontarsi con queste cose. Andava in banca col bilancio in utile e aveva il suo bel fido o anticipo fatture salvo buon fine. Aveva difficoltà con le rate dei mutui? Andava di nuovo in banca e rinegoziava il debito.

Oggi, basta una rata di leasing non saldata e uno sconfinamento di conto per diventare un delinquente.

Basta una CR [centrale rischi] con un andamentale (comportamento storico) così così, per finire sul lastrico. Se la tua CR parla male di te (e purtroppo la maggioranza dei piccoli imprenditori pensa che si tratti della sigla della provincia di cremona) sei FINITO.

La banca ti mette a rientro con gli affidamenti e non paghi più nessuno.

Altro che pane e cipolla. Non ti basta nemmeno la calce dei muri dell’ufficio. MUORI anche se mangi la sabbia. NON paghi nessuno anche se respiri solo l’aria.

Otto imprese l’ora chiudono i battenti ogni giorno nel nostro paese.

E la dimostrazione è che questi sono i fatti. Otto (8) imprese l’ora che chiudono i battenti OGNI SANTO GIORNO nel nostro paese (dato medio 2016).  Può succedere a TUTTI. Compresi quelli che dicono che a loro non accadrà mai.

Certo, quando qualcuno ti deve dei soldi, sei un Creditore. Sono soldi tuoi. Quei soldi te li deve e basta e non ci sono santi. Hai il diritto sacrosantissimo di essere pagato.

Ma se non può? “Se non mi paga lo faccio pagare io!”  Sì, sì, al bar tutti fenomeni.

Ci sono situazioni in cui davvero non c’è alternativa e il Creditore si deve ricordare che si è assunto il rischio di fare IMPRESA, così come il debitore. In questi casi si deve ragionare da Imprenditori, non da fenomeni del Bar Sport.

Il fatto che esistano delle leggi che consentono al debitore di pagare i debiti a stralcio, o con dei piani di rientro più lunghi, rispetto a quelli pattuiti, non vuol dire che si favoriscano i “farabutti”.

Questo è il solito ragionamento visto dalla parte di chi i soldi li deve prendere, senza considerare la possibilità che un giorno i ruoli si possano invertire. Appunto, è un ragionamento UNILATERALE. Prova a stare dalla parte opposta e magari non per colpa tua, e poi mi saprai dire.
E NON dire che non ti succederà mai.

Certo, se sei una brava persona, non lo farai mai volontariamente. Non te ne andrai in crociera intorno al mondo senza pagare i fornitori, non ti comprerai la Porsche lasciando debiti a destra e a manca. Questo no. Ma se mai dovessi trovarti ad incontrare una difficoltà che modifica il tuo merito di credito (e credici, ci vuole davvero poco), allora capirai che forse la visione deve diventare BILATERALE. Lo hanno capito perfino i nostri governanti. (Ed è tutto dire).

Esiste una Legge che aiuta chi si è sovra-indebitato a pagare secondo le reali possibilità!

Infatti, il legislatore, costretto anche dalle politiche europee, ha dovuto fare i conti con questa realtà. Ha dovuto realizzare una legge anche per le piccole imprese, gli agricoltori ed i consumatori. Notoriamente, questi, non hanno la possibilità di accedere all’esdebitamento e alla transazione fiscale o ad un concordato, come le imprese FALLIBILI.

Con la legge 3/2012 si è cercato di estendere (non senza problemi) la possibilità anche a loro.

Questa legge consente appunto di trovare, per mezzo del tribunale e di un organismo di composizione della crisi (OCC) la soluzione che consenta al debitore di pagare nella misura e con i tempi a lui più favorevoli. Al fine del risanamento della sua situazione. Ma in realtà la Legge 3/2012 serve a tutelare anche gli interessi dei creditori. Per questo è disposta la supervisione del tribunale. Il giudice deve verificare che non siano stati compiuti atti in frode ai creditori.

E serve a garantire ai creditori, la massima soddisfazione possibile, prendendo in considerazione e realizzando le operazioni più congeniali atte a soddisfare questo requisito.

Riassumendo: applicare una legge e permettere ad un’azienda che sta affondando, di sopravvivere, può consentire al creditore di portare a casa almeno qualche soldo. Anche se, comprensibilmente, non sarà soddisfatto appieno il suo desiderio di giustizia. Infine, tutti possono diventare debitori. Anche chi pensa il contrario. Anche i più virtuosi. Non si tratta di fare i furbi, ma di avere una possibilità. I furbi non hanno bisogno della legge, né di giudici. Sono furbi a prescindere.

Bisogna essere imprenditori scaltri ed evitare, per quanto possibile, di incrociare sul proprio cammino i furbi.  E bisogna essere imprenditori informati, per non cadere vittime del sistema economico ed evitare di passare da creditori a debitori.

È finita l’epoca del lavoro facile e del lavoro per tutti. Imparare a fare Marketing e a capire come funziona il mondo del credito, sapendo leggere un bilancio, deve essere la base (anche) di ogni piccola e micro impresa. Studiare strategie di difesa è responsabilità di ogni imprenditore. Per non essere spazzati via.

I tempi sono cambiati.

Anche per chi è abituato a fare il fenomeno al Bar Sport. 

A chi si sente meno fenomeno e necessita di supporto in tal senso, può trovare utili suggerimenti lasciando i suoi dati qui ===>http://www.soccorsoimpresa.com

Massimiliano Basile
Mercoledì 19 giugno, ore 6:30

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Comunità Virtuale & Comunità Tribale

Condizionamento DigiMen-tale

184540-thumb-full-marc_maron_the_social_media_geneNel corso degli anni, probabilmente avrai dato a molte app, siti e aziende il permesso di accedere ai tuoi dati di Facebook.

Aziende tecnologiche come Facebook, Google, Apple, Amazon e Snap Inc. impiegano alcuni dei web designer più richiesti al mondo per aiutarli a costruire i loro prodotti. Questi designer, utilizzando tutti gli strumenti a loro disposizione, possono esercitare un enorme potere, influenzando ciò su cui clicchiamo, vediamo, ascoltiamo e acquistiamo. Le loro scelte decidono come interagire con Internet.

Con questo potere, ci deve essere responsabilità. In effetti, il designer — e tutti coloro che creano contenuti social media — dovrebbe essere una professione autorizzata, completa di formazione, test e accreditamento.

Sappiamo che il design è potente e può condizionare le persone verso determinate azioni e scelte politiche o commerciali. Quindi, come incoraggiamo i progettisti ad assicurarsi che esercitino questo potere in modo etico e responsabile?

Il problema con i designer e l’etica, è che lo vedono come qualcosa a cui aspirare e forse incorporare nel loro lavoro, ma non lo vedono come il nucleo di ciò che fanno. Come possiamo convincere i progettisti a vedere che l’etica è fondamentale per il loro lavoro?

Il problema è che la professione in Italia e nella maggioranza dei paesi, non è autorizzata o certificata. Posso definirmi designer, esperto di social media, posso costruirmi un portfolio e posso trovarmi a lavorare su Facebook in un progetto che ha gravi implicazioni, come abbiamo visto nelle ultime due settimane, e non ho assolutamente alcuna formazione su come gestire responsabilmente le informazioni che mi sono state date, o i dati sensibili che sto manipolando e le regole della privacy in continua mutazione.

In nessun momento qualcuno vedrà se sono accreditato. Posso tranquillamente essere  una persona normale, il primo che passa per la strada, che gonfia un profilo professionale fittizio e inizio a lavorare per una amministrazione pubblica, un ente governativo, una associazione. È terrificante, vero? Ma puoi farlo. Puoi costruire una falsa reputazione e dire «Sono un progettista di Microsoft e mi occupo di privacy» e all’improvviso ti ritrovi a lavorare su Facebook lavorando proprio su quella roba.

Considerata la posta in gioco per i progetti su cui i progettisti lavorano, perché non esiste una pratica di concessione di licenze e accreditamento?

Quando si guarda al genere di cose che i social media manager erano soliti manipolare, era roba come fare un post di uno spettacolo rock, o un sito web per un film, o una promozione per una giacca, o la presentazione di un libro. Quelle cose non uccidono le persone.

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All’improvviso, abbiamo a che fare con l’interfaccia utente per automobili senza conducente, e pseudo professionisti che ci lavorano senza un minimo di competenze.  Probabilmente potresti provare a cercare un lavoro simile, il che dovrebbe spaventare a morte chiunque lo scopra, perché non hai nessun tipo di addestramento, di certificazione, vai a tentativi.

Ma la contro-argomentazione è che una regolamentazione come questa potrebbe soffocare l’innovazione, che l’unica ragione per cui queste aziende sono state in grado di crescere velocemente, è perché ai progettisti non è necessario avere una licenza.

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Che importa? Alcuni ricchi sono diventati più ricchi. Fantastico. Ma a quale costo?

C’è un libro intitolato The Jungle di Upton Sinclair. Racconta la storia dell’industria di Chicago [lavorazione della carne] all’inizio del secolo scorso, e di come la carne e i maiali malati venivano lavorati, e migliaia di persone avvelenate. La gente ha dato di matto quando ha letto il libro. E a causa di quel libro il governo ha approvato un regolamento sull’industria della carne.

Non possiamo aspettarci che la tecnologia si autoregolamenti e non possiamo aspettarci che i progettisti si autoregolamentino, perché semplicemente non lo faranno. E si scopre che quando non si regolano da soli, si comportano in modo abissale, perché il loro lavoro è di ottenere un profitto.

Il mio consiglio è di affidarsi ad Agenzie certificate, competenti, che abbiano personale qualificato, professionalmente responsabile, eticamente formato, e che cerca i vostri  interessi e non solamente il profitto.

Massimiliano Basile – Social Media Manager
http://www.communicatemotion.net

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L'inchiesta

Cartelli pubblicitari abusivi: costa meno pagare la sanzione e per il comune è un’entrata per le affissioni

La questione è controversa ed Enti Locali e Comuni si rimbalzano la palla. Nel frattempo il Comune di Melegnano cosa fa?


Nel sistema delineato dal Codice della strada la collocazione di cartelli e di altri mezzi pubblicitari lungo le strade o in vista di esse — come rotatorie o intersezioni — è soggetta in ogni caso ad autorizzazione da parte dell’Ente proprietario e ciò perché normativamente — e quale dato di comune esperienza — i cartelli lungo le strade o in vista di esse sono giudicati idonei ad «ingenerare confusione con la segnaletica stradale, ovvero (…) rendere difficile la comprensione e ridurre la visibilità o l’efficacia, ovvero arrecare disturbo visivo agli utenti della strada o distrarre l’attenzione, con conseguente pericolo per la sicurezza della circolazione» (art. 23, comma 1, D.Lgs. 285/1992). Questo spiega anche l’attenzione e la cura con cui il Codice stesso e il suo Regolamento di attuazione, approvato con D.P.R. n°495 del 1992, disciplinano la materia imponendo non solo il regime vincolistico dell’autorizzazione (art.23, comma 4), ma anche prescrivendo nel dettaglio dimensioni, caratteristiche e ubicazione dei mezzi pubblicitari (art.23, comma 6, CDS; artt. 47-58 Reg. CDS).pubblicita_400 jpg

Un’insegna di esercizio, un cartello o altro mezzo pubblicitario può quindi essere installato solo dopo avere ottenuto la prescritta autorizzazione da parte dell’Ente proprietario della strada e può essere mantenuto nei limiti — anche temporali — di cui all’autorizzazione medesima. In ogni caso, il concreto posizionamento del cartello o altro mezzo pubblicitario deve rispettare quanto prevede il Regolamento di attuazione del CDS circa divieti e distanze.

L’accertamento delle violazioni (art.23, comma 11, CDS) viene fatto sia con riferimento al regime vincolistico (autorizzazione), sia con riferimento al posizionamento in concreto del mezzo pubblicitario (divieti e distanze previste dal Reg. CDS approvato con DPR n.495/1992) e risponde al principio dell’integrale valutazione giuridica del fatto.

L’atto di collocare o far collocare o mantenere comunque in esercizio mezzi pubblicitari privi di autorizzazione e/o in posizione non conforme a quanto prescritto dalle norme sul posizionamento dei mezzi pubblicitari costituisce condotta idonea ad integrare l’illecito sanzionato dall’art. 23, comma 11, CDS.

La Tassa di affissione 

Mentre l’autorizzazione edilizia concerne la conformità del manufatto alle regole che presiedono alle costruzioni in tutti i suoi vari aspetti (governo del territorio, vincoli, sicurezza strutturale, etc.) l’autorizzazione di cui all’art. 23 C.d.S. riguarda la sicurezza stradale. Ben potrebbe verificarsi, quindi, che un manufatto sia conforme a tutte le regole che presiedono alle costruzioni edilizie ma che non sia conforme alle regole che presiedono alla sicurezza stradale. Ed analoghe considerazioni possono farsi in tema di pagamento al Comune della tassa di pubblicità, perché l’eventuale pagamento della tassa di pubblicità di cui al D. Lgs. 507/1993 non esonera l’interessato dall’osservanza di tutte le altre normative, a cominciare proprio dall’art. 23 C.d.S.. Anche qui diversi sono i presupposti, tanto è vero che l’obbligo del pagamento della tassa di pubblicità ricorre anche in presenza di un impianto pubblicitario abusivo e, viceversa, l’autorizzazione di cui all’art .23 C.d.S. non esonera il titolare dell’autorizzazione dal pagamento della tassa.

Il Ministero dei Trasporti

Contattato il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nella persona dell’ingegnere Luciano Marasco sul quesito rotatorie, ha risposto: «Le rotatorie, anche se non vengono definite dal CdS vigente, altro non sono che delle intersezioni a raso e pertanto rientranti in quanto disposto dall’art. 51 del Regolamento di attuazione del NCdS, che prevede infatti il divieto di posizionamento di cartelli, insegne d’esercizio e altri mezzi pubblicitari in tutti i punti indicati dal comma 3 del citato articolo.  Il punto b del comma 3 prevede tale divieto in corrispondenza delle intersezioni.  Nel caso prospettato, tale posizionamento non è consentito, come già ricordato, in quanto la casistica ricade nel divieto previsto dal comma 3 lett. b dell’art. 51 del Regolamento di attuazione del NCdSPer quanto riguarda gli ambiti di applicazione relativamente alle intersezioni stradali si rimanda infine al Decreto Ministeriale 19.04.2006, “Norme funzionali e geometriche per la costruzione delle intersezioni stradali». 

La situazione a Melegnano

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Come evidente da alcune foto disponibili in archivio su Google Maps, Melegnano non è virtuosa nell’osservanza delle normative. Solo facendo un tour delle rotonde principali si può notare la presenza selvaggia e continuativa di cartelloni pubblicitari.

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Un esempio di cartellone 6×3

La sanzione

Cosa si rischia? Facciamo due conti

Come indicato nel Art. 23. Pubblicità sulle strade e sui veicoli. al comma 11, “chiunque viola le disposizioni del presente articolo e quelle del regolamento è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 419 a euro 1.682e il comma 12, “Chiunque non osserva le prescrizioni indicate nelle autorizzazioni previste dal presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 1.376,55 a euro 13.765,50 in via solidale con il soggetto pubblicizzato“.

Comma 13-bis: “La rimozione del mezzo pubblicitario” è “a carico dell’autore della violazione e, in via tra loro solidale, del proprietario o possessore del suolo” .

Rischia anche chi ha commissionato la pubblicità

Comma 13-bis: “Nel caso in cui non sia possibile individuare l’autore della violazione, alla stessa sanzione amministrativa è soggetto chi utilizza gli spazi pubblicitari privi di autorizzazione”.

Quanto vale commercialmente un cartello 6×3? 

Mediamente uno spazio di questo tipo viene venduto a 700€ al mese, e la tariffa, se fatto un contratto annuale, può essere intorno ai 6000€ (circa 500€ al mese). Da considerare che generalmente la denuncia da parte del Ministero dei Trasporti e a mezzo di propri organi di controllo, l’applicazione della sanzione, e la relativa istanza di rimozione, hanno tempi da bradipo, in quanto passa oltre un anno. Nel frattempo l’attività promozionale e di incasso è già consolidata ed eventuali sanzioni o tasse applicate a chi utilizza gli spazi (419€) vengono ampiamente assorbiti dagli utili dell’azione abusiva. Inoltre l’eventuale rimozione viene prontamente ripristinata con un nuovo impianto (dal costo irrisorio, considerandone la fattura) in una notte: un camioncino, una pala, un po’ di cemento a presa rapida, due pali e una cornice in ferro. Per il concessionario che incassa i diritti di affisione un cartellone 6×3 vale circa 1400€ all’anno, totalmente a carico di chi espone il proprio marchio o servizio.


Quindi, fatti due conti: partendo sa 6000€ meno 1682€ di sanzione, tolti i costi di produzione del PVC e l’installazione, rimarrebbero, puliti, 4000€ l’anno. Dopo il primo costo di installazione dell’impianto, con una ventina di postazioni (tolti oneri del tribunale, avvocati e qualche sentenza) 50mila euro sono garantiti.  Un bel lavoro per un abusivo “legalizzato”!


Fatta le legge, trovato l’inganno

Come si comprende chiaramente siamo di fronte all’ennesima mancata osservanza delle leggi per effetto della difficile e reattiva applicazione delle stesse, a beneficio di chi abusivamente può approfittare della lentezza burocratica, del Comune e della Regione.

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Una recente sentenza inoltre ha affermato che se “il cartello abusivo non ha sul retro gli estremi dell’ordinanza di apposizione, una volta impugnato il verbale il sanzionato può chiedere che l’amministrazione comunale provi l’esistenza a monte di tale provvedimento ottenendo, in caso negativo, l’annullamento del verbale”.

La domanda è: chi è preposto al controllo? Quali sono le azioni attuate per impedire gli illeciti nelle attività legate ai cartelloni pubblicitari? Il Comune e gli organi preposti alla vigilanza stanno svolgendo questa attività? E, in caso affermativo, possono dimostrarlo in ottemperanza alla trasparenza?

Ma per la risposta a queste domande seguite il prossimo post.


#Nota: alcune società hanno oltre 100 installazioni attualmente attive.

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Il Predictor

Il futuro fa paura? Ecco cosa succederà nel 2018

Sarà sempre più difficile distinguere tra notizie reali e finzione

LE ULTIME ELEZIONI STATUNITENSI hanno mostrato che il mondo dell’informazione su internet è diventato un luogo molto, molto strano. Adolescenti macedoni che controllano siti truffa, aziende di dubbia origine che producono notizie acchiappa-clic, agenti segreti russi, bufale, una stampa eccessivamente di parte, il lato oscuro degli algoritmi: tutti elementi che hanno contribuito a creare un mondo in cui è difficile capire se quello che leggiamo nel feed di Facebook corrisponde o meno alla realtà.

Le nuove tecniche d’intelligenza artificiale lasciano presagire una realtà ancor più folle. Le reti neurali, una particolare forma di apprendimento automatico, possono generare nuovi suoni a partire dagli archivi audio, permettendo di mettere delle parole in bocca ai personaggi pubblici. Possono anche generare sequenze video.
È questo il futuro. Chi vorrà davvero sapere cosa sta succedendo dovrà affidarsi a dei gatekeeper — esperti di un certo settore che hanno il compito di filtrare le informazioni — che si tratti di giornalisti, analisti, ricercatori o persone che lavorano in altri settori dell’informazione. «Chi controlla i mezzi di informazione può agire sulla mentalità della massa, condizionandola e distraendola dalla realtà tramite notizie di minor importanza», dal film Quarto Potere.

Facebook si allontanerà dal mondo delle notizie

IN PASSATO Facebook è entrato nel settore delle notizie. Ha cominciato a corteggiare le aziende dell’informazione e ha indirizzato nella loro direzione enormi quantità di traffico. Oggi ci sono diversi segnali del fatto che Facebook intenda rinunciare a questa strategia, dando più risalto ai post condivisi dalle persone e non dalle aziende.

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Secondo un’indagine condotta dal Pew Research Center all’inizio di dicembre 2017, il 64% degli americani pensa che le notizie false stiano causando una grande confusione sui fatti di base degli eventi attuali.

In un test effettuato su sei Paesi, Facebook ha addirittura separato i contenuti delle notizie dal feed degli Amici. Ha smesso di sostenere i video delle aziende dell’informazione. E il traffico proveniente da Facebook è ormai in calo per la maggior parte degli editori. Adesso la questione è se questi ultimi potranno continuare a sostenersi con i loro lettori man mano che Facebook si ritirerà dalla partita.

Veicoli autonomi diventeranno – con discrezione – una realtà

I VEICOLI AUTONOMI hanno un ruolo chiave in questa febbre tecnologica. Da circa dieci anni le persone ne sentono parlare, anche se nessuno può ancora comprarli.

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D’altra parte la tecnologia ha fatto enormi passi avanti e Waymo ha cominciando a offrire corse autonome su veicoli sprovvisti di autisti in carne ossa a Chandler, in Arizona, una città importante per i veicoli senza guidatore.

I produttori di auto tradizionali non cercheranno di vendere veicoli autonomi prima del 2020, ma offriranno funzionalità semiautonome. Questi cambiamenti meno eclatanti nell’esperienza di guida saranno accompagnati dagli sforzi di Waymo di rendere le auto che si guidano da sole più comuni. Forse nel prossimo anno ne sentirete parlare, ma si avvicinerà il momento del loro lancio definitivo, almeno in alcune città. Milano farà da apripista per l’italia?

Nascono movimenti sindacali legati alla gig economy

LA MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE considera la gig economy, argomento che approfondiremo in un prossimo articolo — basti dire che è il modello economico basato su prestazioni lavorative temporanee — come un disastro per i lavoratori. Le persone che lavorano all’altro capo delle app che usiamo comunemente, spesso non sono in contatto tra loro e non si considerano un’unica classe di lavoratori. Ma lo scorso anno, nel corso della conferenza Cash, ho parlato con l’ex capo del Service Employees International Union (il sindacato internazionale dipendenti del settore servizi) Andy Stern, della possibilità, per i lavoratori della gig economy, di organizzarsi. Ne sono venuti fuori alcuni elementi interessanti.

Il primo è l’alto numero di lavoratori che potrebbero organizzarsi tramite alcune di queste app, anche solo in una città: un elemento molto allettante per le organizzazioni del lavoro. Invece di riunire 100 persone in un gruppo e organizzare un sindacato, ci potrebbero essere decine di migliaia di nuovi iscritti all’organizzazione. Il secondo è che alcune aziende della gig economy stanno guadagnando molto e questo dovrebbe rappresentare un elemento di attrazione, poiché i sindacati potrebbero reclamare una fetta di questa torta. Esistono alcuni movimenti interessanti che stanno cercando di organizzarsi, come per esempio gli autisti di Uber a Seattle e New York, che potrebbero rappresentare un segnale per il futuro.

Cosa tenere sott’occhio

QUESTI NON SARANNO gli unici temi del nuovo anno. Aspettatevi di sentire parlare molto anche di questi fenomeni: criptovalute come Bitcoin, realtà aumentata, produzione autonoma di chip da parte di molte aziende, frammentazione dell’internet globale, la morte della cosiddetta neutralità della rete, la questione della cyber-sicurezza e la tecnologia applicata alla marijuana. Nel 2018 terremo d’occhio anche questi fenomeni.

Giovedì 1 marzo 2018, ore 9:00
info@maxbas.it

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