CULTO DELLA CITTÀ

Via Bascapè 16 agosto 2019

IL GIORNO 16 AGOSTO 2010 le travi dell’ex filanda si spezzarono e il tetto crollò all’altezza della ciminiera. Il fragore fu spaventoso; ricordano i testimoni, «non si fermava alle orecchie, arrivava dritto al cuore». 

Eppure erano un mattone o due. Pure vecchi. Nel 2010 la filanda — e l’antico monastero orsolino di cui la filanda è un affiancamento tardivo — era già sbriciolata.
In centro c’è un altro crollo quasi annunciato. Si chiama Corte Castellini. È un complesso di edifici che sorge sull’ultimo tratto di via Clateo Castellini, angolo con il vicolo del Barbarossa, ingresso principale al civico 10. È mai possibile che un pericolo come quello sia in piedi? Di chi è la responsabilità?

Chi è il responsabile? 

1. È il sindaco Rodolfo Bertoli? Eletto il 25 giugno 2017, Bertoli è conoscitore del pericolo in via Castellini. Poche settimane prima del voto è stato attivo nelle riunioni di un gruppo di cittadini promotori di un restauro di Corte Castellini. Gli sforzi del gruppo hanno raccolto quasi 200 firme contro la demolizione dell’edificio più antico della corte, antica dimora dei nobili Spernazzati.
I pregi del palazzo sono evidenti. Un arco a sesto acuto, murato nella parete, fregia la corte. L’area ha una storia: nei catasti è registrata come chiostro monacale di età gotica. Decine di famiglie l’hanno visto, abitando o frequentando la Corte; il ricordo del palazzo è ancora vivo. Maria, melegnanese, andava lì a trovare la nonna e ricorda che «al centro, all’aperto, era collocato un pozzo».
Il sindaco Bertoli — di professione architetto — è al corrente. Certamente ha il dovere — per mandato dei cittadini e come primo ufficiale governativo — di fare in modo che la ristrutturazione di Corte Castellini rispetti la legge e sia ligia a un trattamento da Zona Omogenea di Classe A. Ha la responsabilità di non allinearsi alla malamministrazione italiana, sorella delle operazioni di sventramento dei centri storici locali e rurali messe in atto da costruttori-distruttori e mattonari piccoloborghesi — la cui missione è stata una sola: devastare la «forma della città», così come si è venuta a comporre dal medioevo al XIX secolo.
Ma il pericolo di Corte Castellini risiede nella negligenza. E, sotto questo aspetto, non è di Bertoli la responsabilità. 

2. L’ex sindaco Vito Bellomo? Bellomo è autore dell’ordinanza che, nel 2017, recintò di rete rossa l’edificio tra le vie Bascapè/Castellini. L’ordinanza occorse dopo un crollo di abbondanti porzioni del tetto. E i tetti crollarono perché manutenzione e sicurezza della Corte erano trascurate da parte dell’attuale proprietà, che non ha mai provveduto a scongiurare il pericolo; finché sopraggiunse il crollo. La responsabilità che porta il nome di Vito Bellomo è quella di avere armato la mano del proprietario di Corte Castellini con una delibera di Giunta, la numero 92 del 6 giugno 2017, che approvava cinque giorni prima delle elezioni il Piano di Recupero n.86. Sua la responsabilità di un modo di amministrare superato, apparentato alla distruzione mattonara quotata in oneri di urbanizzazione: «Ci servono soldi», così la sua giunta ha sempre motivato la liberatoria nei confronti dei costruttori.
Ma Bellomo non si elesse da solo; e Corte Castellini non è un bene pubblico: è un edificio privato. Sotto questo aspetto, Bellomo non è il responsabile. 

3. I proprietari, cioè la società Progetto Cinque? È una società a responsabilità limitata con sede in via Roma. Detiene l’82% delle quote di proprietà. Ma la firma sul Piano di Recupero è dell’architetto Locatelli Stefano; il quale si aspettava di firmare la convenzione attuativa del Piano di Recupero 86 «entro e non oltre 12 mesi» dalla delibera. Quindi il 6 giugno 2018. E poi iniziare i lavori. Che volevano trasformare Corte Castellini in un «salotto buono» collegato a Corte Turin, con tanti «parcheggi interrati».
Ma i lavori non possono iniziare. La furente impazienza della proprietà non impressiona; essa sa perfettamente che la Sovrintendenza ai Beni Storici ha sempre anteposto un accertamento dell’esistenza di parti storiche. Acquistandola, sapeva che doveva adoperarsi per manutenerla ed evitare che fosse un pericolo. In questo senso sì, è responsabilità del privato proprietario. 

4. Ma così è troppo semplice. Il modo di fare di un proprietario è mal comune in mezzo al gaudio della negligenza dei contribuenti. Sì, dei concittadini; che non muovono un muscolo né una lacrima per il loro centro storico.
La vera responsabilità è dei cittadini. Tua, che leggi. Nessuno in decenni — con l’eccezione dell’associazione Italia Nostra e di pochissimi altri — ha alzato gli occhi sull’edificio. Te compreso. Se non la smetti di rassegnarti, dopo che avranno finito con il centro storico è te che inizieranno a demolire. E non dire che non te lo sarai meritato. 

Se il 16 agosto 2019 accadrà che il palazzo su via Castellini crolli per strada, la responsabilità sarà stata tua. 

Lo Staff
Giovedì 20 settembre, ore 10:24

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Belloni odia l’Angola

«Non capisco perché noi italiani dobbiamo fare ISEE e dimostrare che abbiamo/non abbiamo proprietà e beni, mentre per gli altri è sempre tutto gratis… a prescindere…
Io vorrei che venissero controllati gli Isee di TUTTI, italiani e non, perché devo capire come mai gente porta a scuola i figli con macchine nuove o macchinoni e ha tutto gratis… cosa rode? Che è finita la pacchia» scrive F., lodigiana.

Nulla da obiettare, regole e norme sono sacre. Le modifiche fatte in nome delle buone regole sono sacre altrettanto. 

Se però l’assessoressa Sueellen Belloni — lo ha espresso su Radio24 il 14 settembre, nel corso del programma Effetto Giorno (minuti 18:50) — dichiara: «Stiamo applicando una norma che divide tra cittadini comunitari e cittadini extracomunitari. Ci sono italiani che vivono sotto i ponti, se un extracomunitario ha una casa in Angola può anche ritornarci, l’italiano no», allora sorge il dubbio che le modifiche non sono fatte in nome di una buona regola.

«Va bene, però, accedere» ha replicato il conduttore Simone Spetia, «al catasto del Bangladesh, dell’Eritrea… dell’Etiopia, del Mali… non è esattamente un procedimento immediato. C’è chi dice che voi vogliate cacciare queste persone da Lodi. Che cosa puoi ricavare da un affitto di una casa in Angola?».

Se così dichiara l’assessoressa Belloni, sorge il dubbio che le modifiche siano fatte in nome del disprezzo e dell’odio per chi è nato in Angola, o in altro Paese extracomunitario. Disprezzo che in un assessore, in un comune della repubblica non ci deve stare.

Lo Staff 
Domenica 16 settembre, ore 06:00

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Il problema siete voi (se questa notizia vi lascia indifferenti)

LODI, LOMBARDIA — Oggi pomeriggio a Lodi alle 18:30 si tiene una manifestazione di protesta indetta da alcuni genitori di famiglie extra-comunitarie. Qual è l’oggetto del contendere?

Il comune di Lodi ha approvato a maggioranza una modifica del regolamento per l’iscrizione all’asilo pubblico in cui è richiesta, oltre alla presentazione ISEE, una documentazione aggiuntiva per tutte le famiglie extra comunitarie. Questa norma serve, infatti, a smascherare i terribili casi di abbienti possessori di centinaia di case nei paesi d’origine, che non compaiono nei registri europei. In mancanza della dovuta documentazione la famiglia si vedrà costretta a pagare il massimo della rata, che si aggira intorno a 570 euro mensili. Il che mi farebbe consigliare ad ogni famiglia extracomunitaria di diventare parente di Mubarak, o forse meglio di un presidente ancora in forze e potere.

Lodi. Genitori extracomunitari manifestano davanti al municipio: il sindaco e la giunta hanno approvato una nuova regola che li obbliga a iscrivere i figli ai servizi aggiuntivi certificando ogni proprietà immobiliare che la famiglia detiene nel Paese d’origine, con documento emesso dal consolato o dall’ambasciata, tradotto ufficialmente in italiano. Ma non tutti i Paesi emettono tali documenti. Leggi qui.

Iniziamo a far polemica

Questa norma potrebbe, a primo impatto, apparire sensata. «Serve a eliminare le differenze fra cittadini UE ed extra UE» dichiara l’assessore Belloni ai microfoni di Radio 24. Corre subito in soccorso della giunta leghista il presidente della regione lombardia Attilio Fontana, e da questo momento dovremmo tutti iniziare a preoccuparci, perché il paladino della razza bianca, come ben sappiamo, non sbaglia un colpo.

Chiunque di noi nel corso della sua vita si è ritrovato difronte alla compilazione di un modulo ISEE, e possiamo a cuor leggero affermare che tutt’ora non è il miglior esempio di chiarificazione e semplicità burocratica. Alcune delle sue parti, infatti, sono ancora soggette ad autocertificazione da parte del contribuente, e i controlli non sono serrati. Gli stessi valori immobiliari di una eventuale seconda casa vengono ogni anno criticati. Inoltre, non mentiamo a noi stessi.
Sappiamo quanto sia difficile e frustrante avere a che fare con la burocrazia italiana, pensiamo veramente che sia più semplice confrontarsi con il catasto di un paese sicuramente meno sviluppato del nostro, ma soprattutto, distante migliaia e migliaia di chilometri?
Perché allora applicare una prima stretta ai controlli proprio nei confronti delle famiglie extra comunitarie?

«Ci rubano l’asilo»

Ci risponde in differita l’irreprensibile Belloni, sempre ai microfoni di effetto giorno (Radio 24) dichiarando: «Ci sono italiani che vivono sotto i ponti, se un extracomunitario ha una casa in Angola può anche ritornarci». Lo sentite anche voi? L’influsso dell’olezzo mentale del presidente della regione ha raggiunto anche il comune di Lodi, o forse è meglio dire che il verde leghista è ormai stato trapiantato da un più chic nero carbone. I fascistelli della bassa padana hanno ora altri motivi per fomentare i loro sogni bagnati notturni, a colpi di: “ci rubano gli asili!”

Ciò che mi chiedo, però, è quale sia la vostra reazione nel leggere questa notizia? Avete avvertito quel prurito diffuso in tutto il corpo o avete detto: “Beh, che problema vuoi che sia?”. Perché la grande differenza fra diventare un paesi di rozzi destrorsi dell’Alabama padana o l’Italia dipende solo da noi, noi comuni cittadini, lettori, votanti e parlanti. Siamo noi che sentendo questa notizia in televisione o alla radio abbiamo ancora la possibilità di bloccarci e fare una faccia disgustata e spiegare al nostro vicino che una notizia del genere non è accettabile.

Venerdì 14 settembre ore 18:00 
davidepolimeni@gmail.com

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Melegnano 2018, il «palazzo di cristallo» è il rinascimento di pochi

TEMO DI DOVERMI ARRENDERE all’evidenza: la mia concezione di trasparenza e di informazione è antitetica rispetto a quella dell’amministrazione comunale in carica. Sapevo che era opposta a quella dell’amministrazione precedente, solo che lì il contrasto era conclamato, evidente anche ai bambini; si fondava su concezioni politico-ideali opposte. Ma in questo caso la situazione è strana, anomala.

Il concept di «palazzo di cristallo» o casa di vetro — da intendere come idea di trasparenza amministrativa — è stata la maggiore promessa contenuta nel programma di rilancio della città, sottoscritto dall’attuale maggioranza nel 2017, sotto elezioni.

L’amministrazione di Rodolfo Bertoli ha promesso il rinascimento, un’evoluzione/rivoluzione rispetto a quel precedente medioevo fatto di opacità e oscurantismo; il rinascimento, al contrario, mette a fondamento la circolazione delle idee, delle arti, dei modi di fare.
Ho creduto in questa aspirazione al nuovo aderendo al progetto, senza eccessivi distinguo, tanta era la necessità della città di uscire da un periodo buio; ho anche contribuito nel mio piccolo a quel cambiamento amministrativo. Dopo ormai diversi mesi non registro alcuna novità:

  • nessun coinvolgimento della cittadinanza nella discussione degli indirizzi amministrativi;
  • nessuna informazione sui problemi, inevitabili, incontrati nel percorso e ancora minor sondaggio presso l’opinione pubblica sulle vie di uscita;

Insomma i cittadini è meglio siano tenuti all’oscuro, lontani dalle stanze comunali, perché più sanno più rompono i coglioni; quindi meglio limitare le locuzioni come “trasparenza” e “palazzo di cristallo” ai soli programmi (si fa per dire) elettorali, perché nella fase operativa quegli slogan diventano impedimenti.

Non posso nemmeno escludere del tutto l’ipotesi che in realtà siamo di fronte a concezioni dell’informazione e della trasparenza ideologicamente diverse ed allora forse è meglio mettere in campo, ciascuno per proprio conto, la propria rispettiva idea, e lasciare agli altri di vedere e valutare.

Giuliano Curti, cittadino melegnanese
Giovedì 13 settembre, ore 20:00

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Ufficio tecnico, risorse umane, modello organizzativo a Melegnano: è ora di cambiare?

Con la determina numero 552 del 21 agosto 2018 l’amministrazione comunale ha dato incarico — pari a 2537,60 euro di soldi dei cittadini — all’ingegnere Gianfranco Patta di Torino per una perizia statica sugli edifici del PR Corte Castellini (forse meglio conosciuto come Palazzo Spernazzati). La cosa potrebbe sembrare positiva, se non che:

1) il tecnico ha redatto una precedente perizia imbarazzante (AMBITO DI TRASFORMAZIONE “CORTE CASTELLINI”, Delibera di Giunta Comunale numero 56 del 5 aprile 2017, STATO DI CONSERVAZIONE DI STRUTTURE E MATERIALI, 24.05.17) nella quale dopo sommaria o nulla analisi (2,5 pagine di testo su 25) conclude: «Dalle risultanze del sopralluogo e delle ispezioni effettuate in sito è risultato che il complesso edilizio denominato Corte Castellini, si trova in grave stato di fatiscenza tale da fare escludere qualsiasi ipotesi di recupero e restauro dei materiali e delle strutture». Che senso ha allora spendere ulteriori soldi dei contribuenti — 2500 euro, v. sopra — per farsi confermare quanto già affermato?

2) Il difetto però sta nel manico: se al tecnico non si da indicazione degli obiettivi dell’amministrazione comunale, quale attesa si può avere del risultato? È manifesto l’interesse della proprietà a demolire e quindi darà incarico a un tecnico di dimostrare che non esiste altra via se non la demolizione; ma l’amministrazione comunale dovrebbe avere l’interesse a conservare un pezzo di storia di Melegnano, almeno così si era espresso l’attuale sindaco Rodolfo Bertoli, con altri membri della Maggioranza.
Vi sono anche dei precisi vincoli normativi stabiliti nei documenti di pianificazione comunale cui nessuno potrebbe derogare impunemente. Mi aspetterei che venisse dato un incarico per verificare se esiste o meno uno spazio per la conservazione, arrendendomi solo dopo dimostrata impossibilità di conservare. 

Area tecnica comunale: 40 anni di «gestione omertosa e appiccicosa»

3) A questo punto sarebbe ora che i cittadini si rendessero conto della qualità non eccelsa delle risorse umane allocate nell’area tecnica comunale; non è invero una situazione nuova, perché è da 40 anni che abbiamo una gestione omertosa e appiccicosa; è vero, è uno strato non a diretto contatto con il cittadino, ma sarà opportuno che questi se ne faccia carico perché se un qualche “rinascimento” deve avvenire, non è su questo modello culturale e organizzativo che si può contare. Anche l’amministrazione dovrà aprire gli occhi; non voglio essere ingeneroso perché riconosco che qualche piccolo passo è stato fatto, esattamente due:
A) con il riassetto della direzione dell’area tecnica,
B) con il recente avvicendamento del capo-area.
Spero che il nuovo dirigente sappia rappresentare una discontinuità con il passato e riceva il dovuto appoggio dall’amministrazione comunale. Non sarebbe male far sentire anche la vigilanza e l’attenzione dei cittadini su un settore strategico per la città.

Costruttori-distruttori melegnanesi

4) Un ultimo aspetto che mi sembra incompreso e/o sottovalutato nella discussione corrente sull’argomento: ammesso che non esista altra possibilità se non la demolizione, quale atteggiamento assumiamo nei confronti di chi ha perseguito il degrado o almeno non l’ha contrastato? La nuova proprietà, quando acquisì l’immobile, o comunque dal 2012, sapeva del vincolo del mantenimento, come mi sembra reciti il Piano di Governo del Territorio del 2012 ed anche la versione edulcorata del 2016; se oggi l’edificio cade è lecito chiedersi cosa abbia fatto la proprietà per rispettare il dettato del PGT? Se non ha fatto nulla per scongiurare il crollo, dobbiamo premiarla? Lasciandole perpetrare il suo triste obiettivo?

Il coraggio di fare le cose di fronte alla cittadinanza

Al lettore paziente non sfuggirà che ho mescolato due aspetti diversi: quello formale/metodologico (informazione e trasparenza) con quello di merito (valutazione di un progetto edilizio); è chiaro che i due piani in realtà sono diversi e separati, ognuno può tranquillamente avere l’opinione che crede su ciascuno dei due aspetti. Quello che mi preme sottolineare è che il cambio di paradigma si ha sul primo aspetto, quello formale/metodologico:
a) in un clima opaco ognuno può prendere le decisioni che crede senza esporsi;
b) in un clima trasparente e informato ognuno prende decisioni di fronte a tutti; può legittimamente adottare soluzioni diverse da quelle ipotizzate purché abbia il coraggio di argomentarle e di esporle all’opinione pubblica.

Il problema diventa: siamo in presenza di politici e di amministratori comunali abbastanza coraggiosi da realizzare quel cambiamento che hanno promesso?

Giuliano Curti, cittadino melegnanese 
Giovedì 13 settembre ore 9:00

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