Domenica 31 agosto 2014, L'inchiesta satirica

Il Ku Kuz Kaz

– Yo te vedrò morire. Te vedrò morire dentro quella casa. Porqué tu sei vecchia e yo te vedrò morire. E invece sarò ancora qui, con la mia famiglia.
– Ma va’ fanculo!
– Non fa niente. Te vedrò morire…
– Guarda che la devi smettere con ’sta storia. Se non la lasci stare, TI PRENDO E TI GONFIO DI BOTTE. CAPITO?
Avete indovinato: riunione di condominio. Un uomo, condomino di etnia ispanica, stava discriminando una donna italiana, la stessa che da anni lo tratta da rifiuto. Succede a Melegnano nel 2014: nella città dove l’agnello, vittima o no, presto o tardi morde come il lupo.

Benvenute e benvenuti a Melegnano, patria del Ku Kuz Kaz. Per una volta, i nostri politici amministratori non c’entrano per niente: dimostreremo come. Per una volta, la colpa è tutta quanta nostra.

Carpetbagger cartoon

Meno male che in Italia non succede.

Mettiamolo in chiaro: libertà di parola a tutti. Libertà di espressione per tutti. Vogliamo far parlare la gente, vogliamo che la gente parli. Che sia libera di farsi una vita, di pronunciare i suoi pensieri; di metterli su internet se vuole. Io ho il diritto di aprire un blog e di scriverci le mie idee. Tu hai il diritto di aprirne uno e di metterci le tue.

Scrivi tutto quello che vuoi. Scrivi: «Bella, l’Africa. Discendiamo tutti da lì. Un mondo caldo, materno, dai colori grandi e gli umori immensi, così simile all’Italia».

Io, nel mio, ci scrivo: «No. Niente Africa qui. A noi piace il freddo. Qui la gente si lava, non puzza. Si dà da fare, non chiede l’elemosina». Ecco, abbiamo espresso due opinioni diverse, del tutto personali; due tra i miliardi di opinioni pronunciate oggi sul pianeta.

Noi, prima.

Ma che succede? Alla gente io faccio paura. Tu no. La gente vuole denunciarmi, me e quello che ho scritto. Te, ti osanna. La legge non mi difende nella mia opinione. A te, ti mette a scuola dell’obbligo. La Costituzione non protegge le mie idee perché, leggo, ordina ai cittadini «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Perché «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (…) senza distinzione di razza»; perché ordina di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana». E l’opinione pubblica, con gli anni me ne accorgo, le mie idee – mio Dio – se le dimentica.

Ipocriti infami. E allora faccio il duro (o la dura). Me la prendo? Noooo. Ma un po’ sì. E lo faccio apposta: faccio il rinnegato, glielo sbatto in faccia. Indosso la casacca del libertario, mi metto a urlare. Io sono così. Io la penso così. Chiamatemi come volete. Tappatemi la bocca. Bruciatemi la macchina. Portatemi la polizia. Dichiaratemi nemico dello Stato. Io pronuncerò sempre a voce alta la mia opinione.

Perché nell’opinione è l’ultima dignità che mi rimane. Nel mio albero. Nelle mie banane. Nel mio maledettissimo Ku Kuz Kaz.

Ma allora sei proprio un duro.

È vecchia abitudine in Italia, tra le famiglie di ceto basso e medio del dopoguerra, quella di consegnarsi a un politico. In cambio di banane. Sistemazione, posizioni, importanza sociale. Gli procuri – gli compri – qualche centinaio di voti: questa o quella sedia nel ramo della municipalizzata, la buona parola in redazione per il tuo cucciolo, i prossimi lavori commissionati a quella bestia dello zio – vedrai: il politico saprà come fidelizzarti.

Attento, però. «I politici fanno i politici, i cittadini fanno i cittadini» (massima rubata al Sindaco di Melegnano, 2012). Tu porta voti/occupa sedia. Le opinioni sono politica e le opinioni te le diamo noi.

Le opinioni sono banane? Fino a un anno o due fa, il Segretario della sezione locale della Lega Nord massacrava il PD melegnanese per la tendenza un po’ democrat-depressa al compromesso, alla retromarcia, alla sommatoria zero: «Lo spero. Spero di rubare più voti possibili al Partito Democratico», sbatteva giù Denis Zanaboni nel 2012. Zanaboni faceva il surf. Oggi l’onorevole Rondini cavalca invece un vecchio cavallo, anche poco interessante per il pubblico: «I controlli effettuati sulle barche comunicato stampa dell’8 agosto 2014 – per verificare che gli immigrati clandestini non siano affetti da ebola sono assolutamente inutili, in quanto il tempo d’incubazione del virus può variare fra i tre e ventuno giorni. Il governo, invece di cercare di rassicurare l’opinione pubblica attraverso il bombardamento mediatico di immagini con donne e bambini tese ad impietosire il pubblico, dovrebbe informare i cittadini dei rischi che corrono in termini di salute e dovrebbe predisporre misure di quarantena». Eeeeccola là: la «quarantena», ogni occasione è buona per farli ne(g)ri, eh?

Rondini spera di andare sui giornali parlando di «immigrati clandestini»? L’addetto stampa non gli dice che nessun giornalista italiano può scrivere «immigrati clandestini»? Carta di Roma*, 12 giugno 2008: «I giornalisti italiani devono adottare termini giuridicamente appropriati, evitando i termini impropri». La Carta impone ai giornalisti italiani di conoscere e di osservare le differenze tra «richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta, migranti» e impone l’uso di un glossario rispettoso dei diritti; impone di «evitare la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte», di «tutelare i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta, i migranti», di «interpellare esperti e organizzazioni specializzate in materia, per poter fornire al pubblico l’informazione in modo chiaro e completo, che guardi anche alle cause dei fenomeni».

Le parole non sono banane. I politici al potere hanno sparso banana invece, sbolognando l’ideologia intollerante ai loro elettori, e ce l’hanno fatta. Non parlano sporco, non mettono bocca: e hanno sempre tutte le aperture sui quotidiani.

Ci pensiamo noi infatti, parliamo sporco noi per loro. Noi cittadini. Quei cittadini. Noi cittadini che, gli insegnanti: «Somaro». Che le ragazze: «Maiale». Che i ragazzi: «Chiavica». Che il dirigente: «’gnorante». Che il presidente: «Fascista». Cittadini e cittadine normali, poverissimi, con due o più figli nel cuore. Ma che, quando si tratta di banana, ricordiamo? Porta voti. Occupa sedia.

All’emergenza, straripiamo sui social network. Tipologie. 1) Si parla di mercato: «Oggi era impossibile camminare pien di chi negher de merda» (25 agosto 2014), ci capiamo al volo: «Cosa dobbiamo farcene di tutta questa gente?» (26 agosto) e la soluzione, sempre lei: «La merda diamogli scusate» (26 agosto).

2) Si parla di tutt’altro: controlli dei carabinieri, gli utenti si scambiano ipotesi di ogni genere, tremano per i ragazzi scomparsi, sperano tutto bene e, SBAM: «Spero un bel pestone per tutti gli extra comunitari!» (27 agosto 2014). Ma che cosa c’entrava?

3) Aridatece er Puzzone: «Se ci fosse Mussolini in vita non saremmo a questi livelli… Dover lavorare come custode per i rifugiati e vedere che pretendono soldi e cibo, li rimanderei nel loro paese… A CALCI NEL CULO…» (28 agosto).

4) Con ironia/1: «Vogliamo liberare un centinaio di squali nel Mediterraneo sennò? Sai come sarebbero felici quei pesciolini? Ahahah giusto per sdrammatizzare un po’» (26 agosto).

5) Con ironia/2: «Visto che quest’anno ha piovuto tanto è cresciuta insieme ai funghi» (la cosiddetta moschea di Melegnano, il centro culturale e di assistenza, 28 agosto).

Il lavoro sporco siamo noi. Fino a che ci saranno loro – sì: loro tre – saremo le orecchie, gli occhi e la loro bocca – sì, perché sono in tre: le conoscono anche i bambini, dai: loro tre, Ku, Kuz, Kaz. Noo. Non dite che…

Ma che avevate capito?

Che parlassimo di razzisti?

Naaaa, non ci siete, allora dobbiamo ricominciare da capo: avevate capito il Ku Klux Klan?

Fanatici.

Le tre scimmie: non vedo, non sento, non parlo, inventate da uno shōgun nel Cinquecento. Quelle che: io non c’ero, e se c’ero dormivo. Che: so niente, io, visto niente. Che: io, non chiedetemi nulla a me; non mettetemi in bocca parole che non dico; io meglio che non parlo, che scateno un temporale; io sono anni che lo dico e nessuno mi dà retta; io, vabbè, è meglio che sto zitto – che altro? Qual è la tua scimmietta? Noi chi siamo delle tre?

Siamo la loro intolleranza. Loro ci rappresentano al potere: noi li rappresentiamo nell’opinione, nel pensiero, nella discriminazione, ogni giorno, ogni metro, al bar, in coda, in trincea, «Mettiamo il negro al palo», e mettiamolo per loro; «Mandiamoli in galera», e mandiamoli per loro. Ogni tanto ci vuole.

Invece, reggere le palle a politici finiti, che in galera e al palo ci mandano la madre da anni, sì. Questo sì. Sì. Sempre. Vero?

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* Protocollo deontologico. Scritto dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana, «condividendo le preoccupazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite». Invita a osservare, «con particolare riguardo al dovere fondamentale di rispettare la persona e la sua dignità e di non discriminare nessuno per la razza, la religione, il sesso, le condizioni fisiche e mentali e le opinioni politiche», la massima attenzione nel trattamento delle informazioni concernenti i flussi migratori.

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