Le nostre storie

Storia dei Due Comandanti

«Dopo che l’ultimo blindato aveva oltrepassato il ponte sulla via Emilia, il comandante, nell’offrirmi la sigaretta, mi chiese se avessi dei figli.
Sì, due — risposi un po’ sorpreso. — Un maschio e una femmina.

Allora si avvicinò all’auto, prese un pacchetto e me lo diede:
Giocattoli… Non so se rivedrò i miei.
Ringraziai. Ci stringemmo la mano; risalì sull’auto e la colonna riprese la sua marcia.

Solo allora la tensione nervosa che mi aveva tenuto compagnia per tutto il tempo si allentò, lasciandomi respirare. Solo allora mi resi conto del rischio che avevo corso, perché dei tedeschi si aveva paura tutti. Prima no, prima il dovere di evitare un disastro era stato più forte e mi aveva spinto ad agire. Ecco: il dovere di fare la cosa giusta in quel particolare momento era ciò che mi era passato per la testa.

Così, a pericolo scampato, con le mani che un po’ tremavano , fumando, me ne tornai a casa.
Ah, dimenticavo. Mi chiamo Galileo Lazzari (Leo) e ho 38 anni.
Commerciante, lavoro nel mio bar in via C. Battisti.
Nel 1945 ho comandato il raggruppamento di Melegnano della 57ma brigata Matteotti.
Antifascista da sempre».

Leo Lazzari

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Si ringraziano la famiglia Lazzari e la sezione ANPI di Melegnano che rendono disponibile il testo.

Giovedì 26 aprile, ore 11:03
ilblogradar@gmail.com

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Il Borgo in festa, la Compagnia dei Servi, la gente di Melegnano, il ricordo di Cesare Amelli

MELEGNANO, RIONE BORGO — La Festa della Madonna dei Servi è antica quanto la Chiesa, anche se non esiste una data precisa a cui si possa far risalire la sua istituzione.

Il Convento con la Chiesa primitiva sorse tra il 1513 ed il 1515 e fu subito coinvolto nelle dispute e nelle guerre che devastarono lo Stato di Milano nella prima metà del XVI secolo. Nel 1593 la Chiesa fu consacrata ed un anno dopo fu istituita la Compagnia dell’Abito dei Servi formata da cittadini il cui compito consisteva nel ritrovarsi durante le principali festività mariane per far degna corona alle cerimonie e alle sante messe portando un abito particolare.

La prima menzione di una festa insieme religiosa e popolare si ha il 22 giugno 1660,   quando un quadro raffigurante la Madonna Addolorata (oggi non più esistente) richiamò l’attenzione dei fedeli perché ritenuto miracoloso; le manifestazioni in onore di questa icona mariana culminarono nel 1693 con una solenne processione pubblica per le vie della città.

Il Convento dei Servi fu, dall’inizio, un centro di cultura con diverse iniziative, come Scuole della Dottrina Cristiana, Scuole popolari ed impegni nei rami amministrativi ed economici in aiuto al Comune ed ai diversi Ordini presenti sul territorio. Fu grazie all’interessamento di Giovanni Candia (1728-1812), parroco di Melegnano dal 1766, che si arrivò alla inaugurazione ed alla consacrazione della nuova Chiesa (quella attuale) nel 1768, lavori già iniziati prima che il Candia arrivasse in città.

Purtroppo con la seconda metà del ‘700 avvennero le soppressioni operate dall’Imperatore austriaco Giuseppe II (1780-1790) che abolì gli Ordini Contemplativi e tutta la serie di feste e devozioni legate al culto mariano. La soppressione dei Conventi e l’incameramento dei loro beni, fu soltanto l’antefatto degli sconvolgimenti ben più gravi operati anche sul nostro territorio dalle truppe rivoluzionarie; esse volevano infatti spargere in tutta Europa il Germe della Rivoluzione scoppiata in Francia nel 1789, per liberare il popolo dall’oppressione dei governi aristocratici. La Campagna napoleonica in Italia del 1796 segnò un’era di razzie e rapine che colpì duramente anche la nostra città ed i suoi edifici religiosi. La pace religiosa instaurata con il Concordato nel 1801 tra il Papa Pio VII e Napoleone fu solo una tregua perché il 25 aprile del 1810, con decreto imperiale, Napoleone soppresse tutti gli Ordini religiosi con l’ordine di incamerare tutti i beni mobili ed immobili. Il prevosto melegnanese Candia riuscì a salvare solo la Chiesa, anche se privata degli arredi preziosi. Con la restaurazione nel 1814 cominciarono i lavori di restauro della Chiesa e di ricostituzione degli arredi. Al 1853 risale una nota dalla quale si evince, oltre agli elenchi degli oggetti liturgici, anche la rifondazione della Scuola della Dottrina Cristiana e la formazione di varie confraternite per il decoro liturgico; la nota ci fa capire l’importanza che la Chiesa, anche se privata del Convento, continuava ad avere per la fede popolare. Bisogna arrivare al 1889 perché l’edificio, un tempo adibito a Convento dei Serviti ed ora diviso fra privati cittadini, fosse riattato ad uso delle suore Domenicane del Santo Rosario, le quali lo adibirono ad abitazione ed a Istituto scolastico, ciò che costituì un significativo arricchimento culturale ancor oggi fiorente. Nel 1895 venne ultimato il campanile con la torre campanaria (le campane sono state rifuse nel 1941) mentre la Chiesa subì un ulteriore restauro nel 1889 che, salvaguardando le parti e le decorazioni antiche, dette all’interno l’aspetto attuale. Nel 1912, il campanile venne munito di orologio, mentre il piazzale antistante l’edificio fu restaurato e reso agibile nel 1922. Una notizia risalente al 1931 ci dà un vivido quadro della vita della Chiesa e del rione, con le sue feste e manifestazioni popolari. Nel 1939 il Prevosto Mons. Arturo Giovenzana, per uniformarsi ai nuovi ordinamenti della Curia milanese, tesi alla centralizzazione, soppresse tutte le Istituzioni e le Confraternite, ma questi fatti non indebolirono, anzi misero maggiormente in evidenza l’affetto e l’attaccamento, ancor oggi evidente, della popolazione non solo del rione ma dell’intera città alla Chiesa dei Servi. Il Rione dei Servi rappresenta ancor oggi lo «zoccolo duro» dove si possono incontrare ancora i «veri melegnanesi», gente semplice e cordiale, facile al saluto ed al sorriso. Come melegnanese, ed essendo mia madre, la Zelinda Lazzari, con le sue sorelle, nate nel Curtil de la Speransa, ho potuto toccare con mano l’amore della Gente del Rione per la «loro» Chiesa e la «loro» città.

Federico Bragalini, domenica 24 settembre 2017 ore 6:30 

PS. Ho tratto le notizie sopra descritte dalla pregevole dispensa “Santa Maria dei Servi” fatta da don Cesare Amelli per il Corso delle Guide Storiche. Federico Bragalini 

 

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Il Carmine, l’origine della Festa, la Vergine, il restauro, il sentimento popolare

Fonte: Lombardia Beni Culturali

La devozione alla Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (questa la titolatura completa) o del Carmine, la cui festa liturgica cade il 16 luglio, affonda le sue radici nella storia dell’Ordine Carmelitano che la diffuse in occidente ai tempi delle crociate.

Il termine trae origine dal Monte Carmelo, promontorio che si estende dal Golfo di Haifa sul Mediterraneo fino alla pianura di Esdrelon. Il Monte è il «luogo del sacrificio e del trionfo sui falsi profeti ed anche la montagna dell’Adorazione e della preghiera che ottiene la pioggia dalla misericordia di Dio». Nella spiritualità della scuola dei Profeti, che con Eliseo si mettono al seguito del grande Profeta Elia (2RE, Cp. II), il Carmelo è unito all’Oreb, la Santa Montagna dell’incontro con Dio. Quindi il Carmelo ne ricorda e perpetua la spiritualità. La fondazione dell’Ordine Carmelitano risale all’anno 1000, epoca cupa, attraversata dalle profezie escatologiche sulla fine del mondo (il 1000 e non più 1000 della Chanson de Roland), da innumerevoli carestie e da fenomeni che le scarse fonti non riescono a spiegare se non come segni di una prossima Apocalisse.

Furono in molti all’epoca a cercare penitenza e conversione nei pellegrinaggi nei luoghi «bagnati dal sangue dei martiri», ad esempio: S. Tiago de Compostela, dove si veneravano le reliquie dell’Apostolo S. Giacomo; la tomba di S. Pietro a Roma. La Terra Santa esercitava un fascino particolare sia per essere stata la culla della Fede Cattolica sia per le figure di santi e profeti di cui la Bibbia narrava le gesta ed i miracoli. Tra questi Elia ha avuto, in ogni epoca, un influenza particolare non solo per i cristiani, ma anche per gli Ebrei ed i Mussulmani. Nel 1155 il crociato Bertoldo, di origine calabrese, fondò sul monte Carmelo un eremo, dove alcuni reduci dalle crociate intendevano trovare la pace nella mortificazione e nell’adorazione di Dio. Venne subito eretta una piccola chiesa dedicata alla Vergine Maria, sotto il cui patrocinio essi si posero (dal Messale). Nel 1205 fu chiesta dagli eremiti che, in buon numero, ormai vivevano sul Monte, al Patriarca di Gerusalemme Alberto da Vercelli, una Norma di Vita. Nel 1242 la Comunità ebbe il permesso di fondare un Ordine con una propria Regola e che prese nome di Carmelitano (la Regola venne approvata da Papa Innocenzo IV nel 1248). La devozione alla Vergine Maria ebbe la sua origine nel 1257, quando al Superiore generale, l’inglese Simone Stock, poi santo, apparve la Vergine accompagnata da una schiera di angeli nell’atto di offrirgli lo Scapolare (due rettangoli di stoffa, raffiguranti immagini sacre, da portare sul petto e sul dorso pendenti e legati da due nastri). Da allora lo Scapolare divenne segno distintivo, per ogni cristiano, di devozione mariana e l’indossarlo voleva dire essere preservato dal Male e dall’Inferno. Col tempo esso si ridusse ad essere una medaglietta, rappresentante la Vergine. I crociati che ritornavano dai luoghi santi ed i cristiani che fuggivano di fronte all’avanzata degli Arabi (i Saraceni) diffusero l’Ordine e la devozione, a quella che era ormai diventata la Madonna del Carmelo, in occidente. La più antica testimonianza del suo Culto è ancor oggi la Chiesa della Madonna del Carmine a Napoli, detta Madonna Bruna dal colore scuro del volto. La Regola carmelitana in sostanza si basa sui principi di «Ubbidienza, Povertà e Castità; sulla meditazione della Bibbia, sulla Comunione fraterna di vita e di beni dei confratelli, sulla Celebrazione eucaristica quotidiana e l’austerità di vita con il lavoro e la mortificazione; scopo fondamentale dell’Ordine carmelitano è la Gloria e l’Onore di Maria».

Il sempre impareggiabile Don Cesare Amelli (a cui continua ad andare la mia riconoscenza per l’amore e la serietà con le quali mi ha avviato allo studio della storia), in un opuscolo sulla storia della Chiesa del Carmine ci rende noto come a Melegnano i Carmelitani arrivarono intorno al 1393. Le antiche cronache dell’Ordine affermano infatti che «il nostro Carmelo milanese trasmise i suoi figli ad altre case e ad altre sedi sacre in onore alla Madre di Dio, come a Melegnano». Il convento con la Chiesa sorsero tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 (quindi sotto i Parroci Francesco Rolandi, 1480-1501, e Giovanni de Rencate, 1502-1503). I circa 10 Frati che le fonti dicono essere viventi nel Convento si mantenevano grazie ai proventi dell’affitto di alcuni terreni, dedicandosi, secondo lo spirito dell’Ordine, ad opere caritative, come il servizio agli infermi e agli ammalati. Il Parroco Giovanni Candia (1766-1812) volle che il Convento fosse la sede dell’Opera Pia di Misericordia per l’accoglienza dei pellegrini e per l’assistenza ai disoccupati, ai quali veniva fornito un pasto caldo ed un lavoro nei terreni appartenenti all’Ordine. Le fonti scoperte da Don Cesare confermano quanto i Carmelitani fossero molto popolari a Melegnano e quindi anche la festa con la processione in onore alla Madonna del Carmine costituisce una delle più antiche testimonianze documentabili della fede popolare assieme a quella del Corpus Domini. Gli Annali Ecclesiastici affermano che fu Benedetto XIII Orsini (Papa dal 1724 al 1730), nel 1726, ad estendere a tutta la Chiesa la celebrazione della Festa della Madonna del Carmine. Nel 1770 l’Arcivescovo di Milano Giuseppe Pozzobonelli (1743-1783) aveva deciso di sconsacrare la Chiesa, ma la Confraternita che ne gestiva il Culto rivolse all’Arcivescovo una supplica nella quale si prometteva di mantenere la Scuola della Dottrina cristiana e, in particolare, la devozione pubblica alla Madonna del Carmine. Purtroppo dopo che le autorità austriache ebbero deciso la soppressione del Convento, alla fine del ‘700, iniziò la decadenza dell’edificio, tanto che nel 1872 una parte del tetto della chiesa crollò. Anche se la devozione popolare alla Madonna si manteneva viva nei melegnanesi, fu solo nel 1928 che venne dato incarico alla Scuola d’Arte Superiore Cristiana Beato Angelico di Milano del rifacimento della facciata e della decorazione integrale dell’interno. I melegnanesi anziani ricordano (come riportato da Don Cesare nell’opuscolo) le rose gettate dalle finestre al passaggio della Processione, i drappi ed i tappeti esposti alle finestre che costituivano quanto di più prezioso e bello si aveva in casa per fare onore alla Madonna. Fino al 1939 poi la Festa coinvolgeva tutta la città, con bancarelle posizionate sul piazzale della Chiesa. La statua della Madonna che si vede al colmo dell’altare, e che oggi viene portata in processione nella terza domenica di settembre, risale al 1911, ad opera dello scultore Nardini; è in legno policromo, dalle mani della Vergine e del Bambino pende lo Scapolare (come quello visto nella visione di S. Simone Stock). Nel 1965 venne elevata a Parrocchia e con l’arrivo di Don Giuseppe Pellegatta di Seveso, iniziò la vita della nuova comunità del Carmine.

Federico Bragalini, 21 settembre 2017 ore 10:00

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Per questo mi chiamo Giovanni

sicilia-chiamo_giovanni«Credo che nessun’altra parola possa esprimere al meglio la mia profonda gratitudine per questo prezioso strumento di trasmissione dei valori per cui si è sacrificato Giovanni. Il mio profondo augurio è che esso continui a circolare tra i ragazzi» Maria Falcone

Il protagonista di questo libro è Giovanni, un bambino a cui, per il suo decimo compleanno, il padre regala una gita tra le vie della loro città: Palermo. Tutto ciò sarà fatto per spiegargli come mai i suoi genitori hanno scelto per lui proprio questo nome.

Tappa dopo tappa si svilupperà la storia della vita di Giovanni Falcone, dall’infanzia alla sua lotta contro la mafia, fatta da tante vittorie e altrettante sconfitte; fino ad arrivare al tragico epilogo.

Questo libro è stato pensato soprattutto per avvicinare i più giovani a quello che è il complesso tema della lotta alla mafia. Per questo motivo l’autore, Luigi Garlando, fa uso di un linguaggio semplice e scorrevole, arrivando a sfruttare anche esempi, per spiegare al meglio i concetti più ostici.

Lo scopo principale del libro è mostrare come la lotta alla criminalità organizzata non sia solo quella letta nei libri di scuola, ma sono tante piccole grandi battaglie che segnano la vita di tutti i giorni.

Lo stesso Garlando, giornalista e scrittore italiano, in un’intervista afferma di aver deciso di raccontare proprio la storia di Falcone dopo aver parlato con una sua amica libraia, la quale gli consigliava di scrivere di un eroe moderno, esponendo, così, un modello di vita vero e concreto. Mostrando come anche un’esistenza sostenuta da grandi ideali possa essere felice, seppur richieda sacrifici e sforzi costanti. Proseguendo nella stessa intervista, l’autore afferma che la difficoltà più grande che si è trovato ad affrontare è stata la scelta di un linguaggio adeguato, che fosse avvincente, ma senza banalizzare la storia. Per questo motivo ha deciso di far uso d’immagini e oggetti con cui il padre di Giovanni ha riempito lo zaino, per poi servirsene quando trattava concetti difficili che però dovevano essere capiti a pieno dal figlio e dal lettore.

Tra i protagonisti di questo libro vi è anche Maria Falcone, sorella del giudice ucciso dalla mafia. Dopo la morte di Giovanni anche Maria ha deciso di intraprendere un percorso di sensibilizzazione che l’ha portata a far visita a diverse scuole d’Italia per raccontare ai più giovani cos’è il fenomeno mafioso e come ognuno di noi lo può combattere. Ella stessa scrive a proposito di questo libro: «Luigi Garlando è riuscito a trasmettere molto ai giovani. Con la sua rara capacità di raccontare ha avvicinato Giovanni ai problemi quotidiani dei ragazzi, quali la violenza e i soprusi che talvolta subiscono da parte di chi è più grande, o più forte, o anche solo più sfacciato. Far capire che Giovanni ha lottato anche per loro è stato uno dei risultati più forti del libro di Luigi». 

Sensibilizzare i ragazzi su questo tema penso sia la mossa migliore che la società possa fare; poiché forma, sin da subito, persone che sapranno identificare con occhio critico dove e che maschera indosserà la mafia che dovranno combattere nella loro vita. Inoltre ritengo che Uomini come Falcone, Borsellino ma anche Dalla Chiesa, Chinnici, Impastato, Cassarà, vengano uccisi ogni giorno da quel gioco di collusioni e silenzi che ancora aleggia attorno al fenomeno mafioso. Dunque si deve parlare, si deve raccontare dei sacrifici e del lavoro che hanno fatto per noi queste persone, perché così si spezza il silenzio. In questo modo le loro idee e la loro speranza sarà nel cuore e nella mente dei giovani che proseguiranno questa lotta. Così, se ci sarà qualcuno il giorno in cui si avrà verità e giustizia, sarà come se ci fossero lì anche lo stesso Falcone, Borsellino e tutti gli altri uomini veri. 

Martina Papetti, mercoledì 9 settembre 2015 ore 10:05 

martina_papetti@libero.it

Garlando

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Perfezione tecnica. E niente tv

C’è Andy Manero, 25enne: carismatico, talentuoso. C’è Andrea Sacchi alias Dimitri Delirio, di Casalmaiocco; c’è Cheyenne, ragazza pronta per allenarsi tre mesi negli Stati Uniti. Ci sono Irene Bigoni e Sabrina Casiraghi. Maestro e mente di questi e altri dieci allievi è Emilio Bernocchi, 36enne presidente dell’associazione ICW Italian Championship Wrestling, lottatore con il nickname di Mr Excellent: «Nome d’arte che mi sono imposto dieci anni fa. Immagine di un lottatore – racconta – che persegue la perfezione tecnica». È lui, fratello e allenatore di Queen Maya – la campionessa lodigiana alta 1 metro e 87 in grado di competere con la categoria maschile – ad avere aperto la nuova palestra di wrestling a Vizzolo.
«Finalmente portiamo questa disciplina alle porte di Milano» dichiara Bernocchi. Istruttore dal 2004, competizioni in Regno Unito, Spagna, Svizzera, Francia, un curriculum lungo 15 anni e il sogno di lottare in Giappone: Mr Excellent, specialista in Northern Lights Suplex e Cross Armbreaker, è un campione italiano in tutti i titoli correnti. Cominciò nel 2000 («Quando il wrestling italiano non esisteva», commenta), lo scorso anno ha vinto il titolo di coppia ECTA in Francia.
Punta di nuovo al titolo 2014 con Mike Rao, allenatore a Vizzolo. «Tutto nasce in Gran Bretagna dalle fiere itineranti, i carnivals. Uomini forzuti sfidavano semplici cittadini, convincendoli a iscriversi e a batterli; in realtà – spiega – messi lì dagli impresari della fiera, i lottatori tenevano in piedi giri di scommesse».
Scommesse che sono ancora presenti nel wrestling? «Non più. Gli incontri furono resi spettacoli proprio per evitarle». Oggi il lottatore lavora con un team di creativi che lo aiutano a costruirsi un’immagine. «In Italia è uno sport realistico – sottolinea. – Non abbiamo tv o premi in denaro. All’estero esistono tavoli di autori e produttori che gestiscono storie televisive. Il match in sé, però, non è mai pianificato: è tutto affidato alla capacità e alla bravura del lottatore. E i colpi e gli infortuni, garantisco, li senti tutti».

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