L'inchiesta cinica

Il Clown e l’Imperatore

È INSURREZIONE. Del sistema, contro il sistema. Prima il brexit. Poi Donald Trump. Infine i trade wars, cioè le guerre commerciali tra USA e Cina. Ora la Siria. L’Italia è nella presa di cinque dita: 1) propaganda, 2) anti-politica, 3) autarchia, 4) protezionismo, 5) guerra.

Parole del cacchio. Parole difficili. In Italia si vive di cose facili: di movimento cinque stelle, co-fondato dal comico satirico genovese Beppe Grillo. E di lega nord, l’estrema destra del «nullafacente» Matteo Salvini. Il loro linguaggio scorretto — iniziato con Grillo, a dire il vero — fa presa su chiunque.

Vediamo la cosa più facile, la propaganda.

IL CLOWN E L’IMPERATORE

«Il clown e l’imperatore sono i nuovi opposti polari che regolano il nostro presente», spiega il Washington Post.

Cos’è il Washington Post? È il quotidiano più diffuso nelle metropoli americane. Con questa dichiarazione è come se il Washington Post abbia estratto due carte e abbia letto il futuro dei popoli: tu sarai guidato da un clown, dice agli occidentali. Tu da un imperatore, agli orientali.

In inglese si chiama easy way, cioè il modo facile. Per amore delle cose facili americani e italiani si sono scelti dei leader comici, sboccati. I capi occidentali sono animali da palco. Per fare le cose facili in Cina il congresso nazionale del popolo ha rimosso i limiti di mandato del presidente in carica Xi Jinping. Per governare all’infinito. Il primo comunista del mondo è un sovrano assoluto.

«L’INGOVERNABILE ITALIA» scrive il Washington Post. «In Italia i populisti hanno pesantemente sfruttato un miscuglio di disaffezioni popolari — disoccupazione e sentimenti anti-élite, anti-Europa, anti-immigrati — per ottenere la vittoria alle urne il 4 marzo. Ma non hanno né un programma chiaro né, grazie al rifiuto della riforma costituzionale lo scorso anno, una maggioranza parlamentare capace di affrontare la giustificabile rabbia pubblica. Potranno volerci mesi per formare un governo.
«Al contrario, l’imperatore comunista cinese e il suo monopartito hanno un piano trentennale. Il piano comporta il passaggio da un modello di crescita guidato dalle esportazioni a uno basato sui consumi delle famiglie e sulla trasformazione dell’industria attraverso l’Internet delle cose. Il piano comporta il progetto di costruire di una nuova rotta commerciale della Via della Seta attraverso l’Eurasia — la regione del mondo che sta guidando la competizione globale — e comprende di affrontare con intelligenza il cambiamento climatico. Prevede la fine della povertà; si instaura una società moderatamente prospera; il tutto abbinato a un budget militare crescente. Una leadership forte, decisa, costante. Efficace in tempi turbolenti» conclude il Washington Post. Cose facili, appunto.

LA PUREZZA ASIATICA

Cose facili pure ai russi. Vladimir Putin, altro comunista, oggi è presidente per la quarta volta. Cose facili, ma un po’ serie. Come quella di Li Zhanshu, braccio destro e vero volto dell’imperatore Xi. Donald Trump invece è sicuramente preparato a fare il clown: è uno che si fida a dire:

  1. «Il mio pulsante nucleare è più grosso del tuo» (3 gennaio 2018)
  2. «Nonostante la stampa sempre negativaa, cafveve» (30 maggio 2017, 74mila retweet)
  3. «Potrei sparare a qualcuno in piena New York e non perderei un solo voto» (25 gennaio 2016)
  4. o a sfottere un giornalista disabile del New York Times (25 novembre 2015).

Il senso? Propaganda. Quell’incessante propaganda che tiene in vita i leader mondiali. Vale per Trump, vale per Putin. Dal 2016 è popolare un video del suo intervento nella fabbrica russa Allumina: serio — troppo serio — ordina agli industriali: firmate un accordo, pagate gli operai.

Putin duro e puro, comanda gli oligarchi. Putin boss dei boss. Ma la news è mezza fake: il video è del 2009. E la fabbrica chiuse uguale.
Lui però è di nuovo presidente.
Cose facili.

E NEL SUD EST MILANO?

Hai voglia a cercare. Non c’è nemmeno un clown. Manco un imperatore. San Donato e Melegnano appartengono, coi sindaci Checchi e Bertoli, al tempo di Obama.
San Giuliano torna, con il sindaco Segala, ai tempi di George Bush; che regredire è meglio che curare.

Il termometro locale segna tacche di depressione. Ex sindaci, una volta potenti sui giornali, oggi fanno il debole mestiere del predecessore. Sono rattristati. Candidati e aspiranti candidati locali si fanno la foto al mercato con politici indagati per corruzione, peculato, false fatture. Cose difficili.

È terreno di ex fichetti, di ex capetti — di ex in generale. Capaci di commentare la Siria così: «PD e M5S con USA, Gran Bretagna e Francia. Centrodestra con Russia e Siria. La politica estera chiarisce molte cose». Tradotto: partito democratico e m5s con nazioni ispirate alle leggi. Il centrodestra con due stati attraversati da bande corrotte, bande criminali, bande fondamentaliste. La politica locale chiarisce molte cose.

Lo Staff, ore 15:19
ilblogradar@gmail.com

 

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L'inchiesta cinica, MELEGNANO CITTÀ DI PRODOTTI E DI COMMERCIO

Comunicare con i clienti: non solo passaparola, ma emozioni

LA COMUNICAZIONE SOCIAL viaggia spesso a canali invertiti. Curiosa l’iniziativa di un’associazione conosciuta, che invita i clienti ad aiutare a pubblicizzare i negozianti della propria città mettendo una foto su un sito che non ha seguaci o strumenti evoluti di comunicazione: una pagina statica, senza interattività, con un dominio di secondo livello. È come se chiedessimo ai nostri clienti di farci pubblicità e passaparola, ma avessimo finito i biglietti da visita e il numero di telefono non funzionasse.
Nel commercio stiamo assistendo ad una trasformazione, e anche le associazioni di categoria faticano a stare al passo con le nuove tecnologie. Spesso non è una questione di volontà, ma di competenze e di onestà intellettuale. Mi trovo spesso ad affrontare discussioni con commercianti convinti che il passaparola possa ancora funzionare: ma è una chimera, una visione utopica del business attuale.
Va osservata la comunicazione lato consumatore, per capire come veicolare l’informazione in modo efficace. Io, commerciante, devo prima conoscere i miei clienti, e per farlo devo trovare un metodo per registrare i dati che servono a tenermi in contatto con loro: telefono, email, indirizzo. Devi inoltre conoscere e registrare i tuoi acquisti, le tue preferenze, i tuoi desideri. Per alcuni questa è una fase critica se non si hanno gli strumenti per farlo, o perlomeno se non si sanno usarli; ma oggi la tecnologia ci viene in aiuto: i social, i sistemi di fidelizzazione online, gli acquisti tramite il proprio ecommerce.
Conoscere i propri clienti crea un legame che aiuta a stimolare le emozioni. Per esempio, una newsletter o un messaggio SMS, o WhatsApp, legato ad un evento particolare come l’anniversario di matrimonio o di compleanno, con un «regalo» solo per lui e in prossimità della scadenza dell’anniversario, creerebbe quel legame emotivo che spingerebbe l’acquirente a vedere il negoziante come un «amico» che si interessa di lui. Oppure, a chi piace la pizza, proporre un nuovo gusto, con una fotografia ben fatta della pizza fumante, gustosa agli occhi, o un video della sua preparazione, sarebbe un invito a ricordare i profumi, il gusto. Emozioni come vista, gusto, olfatto, amicizia, se stimolate con strumenti adatti e al momento giusto, sono alla base della fidelizzazione della propria clientela.
Per ottenere l’effetto emozionale è necessario acquisire materiale media — come foto, video, testi di alta qualità e spinto verso il coinvolgimento. Molti non sanno da dove iniziare. In aiuto ci sono società di marketing strategico che studiano il tuo mercato, la tua clientela, mettendo a disposizione strumenti adatti alle esigenze; come fotografi, videomaker, copywriter, web marketer che possono aiutare le aziende e anche i piccoli commercianti a comunicare con i propri clienti in modo emozionale.
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Massimiliano Basile, mercoledì 27 dicembre 2017 ore 6:00
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L'inchiesta cinica, L'inedito

Il colloquio di lavoro di San Giuliano

«Signor Monti si accomodi». Sentirsi chiamare con serietà lo faceva sorridere. Attraversò un lungo corridoio che lo condusse alla più classica delle sale d’aspetto. Un cumulo di giornali vecchi di mesi occupava un tavolino al centro della stanza, tutto intorno, seguendo la linea precisa delle pareti, era disposta una fila di sedie in plastica. Gerry si tolse lo zainetto che portava fedelmente con sé e si lascio cadere pesantemente su una sedia. Altri due ragazzi attendevano, seduti in silenzio a debita distanza.

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Il viso del ragazzo non gli era del tutto nuovo. Poteva avere due o tre anni in meno di lui, magari si erano incrociati a scuola, o lo aveva intravisto per strada. Il suo profilo serio e nervoso però non lo interessava. Si voltò quindi a sinistra, in direzione della ragazza. Truccata in maniera semplice ma evidente sperava di mostrare di più dei suoi venti o forse addirittura diciotto anni. Gerry amava vantarsi con i suoi amici del suo occhio clinico in fatto di giovani fanciulle. Non solo era capace di predirne l’età, ma anche di stabilire un primo contatto in maniera del tutto impeccabile. Un Don Giovanni, ripeteva continuamente durante le serate, anche se non era certo di chi fosse questo Don Giovanni. Gerry amava ripetere. La ripetizione di frasi, battute, aneddoti lo rassicurava. Era come se riproponendo le sue stesse parole il tempo potesse azzerarsi. Fermando il suo orologio poteva evitare di invecchiare. Non lo atterriva l’idea di diventare “anziano”, di dover maturare, ma quella di perdere il suo fascino, il suo ascendente sulle ragazze.

Si lasciò scivolare sulla sedia, attento a fare rumore. Voleva attirare l’attenzione di quella ragazza che invece continuava a girare avanti e indietro le pagine di Donna Moderna senza nemmeno guardare le immagini. Poteva scorgere la sua apprensione e la tensione dal tremolio irritante delle dita. Nulla. Lo sguardo di lei pareva incollato al magazine. Gerry sbuffò e senza nemmeno rendersene conto cercò il suo iPhone nella tasca destra dei pantaloni. Aprì Instagram cliccando sull’icona delle storie. Si guardò intorno cercando un soggetto per il suo scatto. Un parco giochi per bambini deserto fuori dalla finestra, i suoi due compagni d’avventure, il tavolino di riviste. Per un istante la sua ricerca si posò su un quadro dietro la testa del giovane uomo alla sua destra. Gli sembrava la replica di un dipinto famoso, un cielo blu stellato. No, meglio di no. Con un tocco sullo schermo del telefono decretò il passaggio alla fotocamera interna. Sfoderò il suo sorriso migliore e click. Un secondo dopo aggiunse la didascalia: “alla ricerca di un nuovo lavoro”.

Trascorsero altri quaranta minuti prima che il responsabile del centro per l’impiego lo chiamasse. Gerry non sembrava irretito dall’attesa. Aveva attaccato il telefono ad una presa della corrente e aveva sfruttato il tempo morto per progredire nella sua campagna a Clash of Clans. Prese lo zaino e seguì l’esaminatore nello stanzino dei colloqui. Il suo interlocutore era ben vestito e posato, ma ciò che catalizzava le sue attenzioni era l’acconciatura racchiusa in un nido di gel e lacca. Un look che gli ricordava i personaggi degli anni ’80 di alcune serie tv.

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«Buongiorno! Monti giusto? O preferisce Gerardo?».
«Gerry, meglio». Accolse la risposta registrando mentalmente il nome.
«Buongiorno Gerry. Io sono il dottor Grandi, ma vorrei poter usare il tu, per stabilire una conversazione più informale, una chiacchierata fra di noi tranquilla. Quindi puoi chiamarmi Alessandro». Non attese l’assenso da parte del ragazzo e continuò con quello che sembrava essere un discorso imparato a memoria e recitato più volte al giorno. «Ora parliamo un po’ di te, di quello che vorresti fare, della tua storia, del perché sei qui, e se rimane tempo magari iniziamo a strutturare il tuo curriculum. Che ne dici?». Gerry notò come non si sforzasse nel suo essere amichevole. Sembrava molto bravo nel suo lavoro. In poche parole era riuscito già a vincere la sua reticenza e metterlo a proprio agio.
«Ok, ci sto!».
«Bene, mi fa piacere», disse sorridendo: «ho visto che sei arrivato molto in anticipo, è un buon segno, e mi sembri anche abbastanza rilassato, altro buon segno. Hai già fatto altri colloqui di questo tipo?».
«No, è la prima volta. A dir la verità sono arrivato qui ancora prima. Almeno un’ora fa. Sono uscito di casa presto stamattina. Giusto il tempo di far colazione e via. Sono venuto qui».
«Ok, ottimo. Iniziamo dal principio allora. Studi? O cosa hai studiato?». Gerry dovette trattenersi dal ridere.
«Ehm, diciamo di no. Non studio più da tempo. Anni ormai. Ho lasciato le superiori appena compiuti i sedici anni, e da allora… beh… non ho più proseguito diciamo». Alessandro segnò un paio di appunti sul suo pc prima di proseguire con le domande.
«Vivi qui a San Giuliano giusto?».
«Sì».
«Esperienze lavorative?».
«Sì, ho fatto qualche lavoretto. Come imbianchino ad esempio, ho aiutato mio zio prima che andasse in pensione, aveva una ditta. Poi ho fatto qualche servizio fotografico».
«Nulla di continuativo quindi, giusto?».
«Esatto».
«Età? 24 giusto?». Gerry si limitò ad annuire. «Ok, le domande noiose sono finite. Passiamo alle cose più interessanti. Raccontami un po’ di te, di quello che ti piacerebbe fare, di come passi le tue giornate. Insomma, fammi capire in cinque minuti che tipo di persona sei, così proviamo a capire in che settore potremmo cercare. Ok?».
«Perfetto!», disse prima di prendere tempo per cercare di formulare al meglio la risposta: «Allora, ho sempre vissuto qui a San Giuliano, con i miei. Vorrei lavorare principalmente per poter andare via di casa. Sai, avere i miei spazi, i miei tempi. In casa mi trovo bene, ma non sono libero di fare ciò che vorrei. Mi piace molto il mondo dei social. Mi piacerebbe diventare un buon youtuber, c’è gente che dal nulla è riuscita a diventare ricca e famosa. Ci sto provando anche io. Non è semplice, specialmente le idee per i video. Riuscire ad inventarsi cose divertenti e che piacciano ai tuoi follower, essere sulla cresta dell’onda pure rimanendo originali. Penso che spesso le persone che non ci sono dentro sottovalutino gli aspetti faticosi di questo mondo. Finora però non ho raggiunto dei livelli che mi permettano di guadagnare. Sono sempre sopra le mille visualizzazioni a video, ma la strada è ancora lunga. Però sono ancora giovane… Comunque, generalmente, se devo essere sincero, sono uno a cui piace molto dormire. Sì, so che non è un buon biglietto da visita, ma ricordo di aver letto su un sito che le persone che dormono più di otto ore a notte hanno una attività mentale più elevata. Quando mi alzo controllo i miei social, programmo i post e le foto che devo pubblicare durante la giornata e poi inizio con le attività. Se non ho nessun video particolare da fare registro qualche game-play al pc o alla play. Cerco sempre di rimanere aggiornato sulle ultime release. Una cosa che non bisogna mai dimenticarsi di fare, specialmente quando vuoi crescere come canale è mantenere dei buoni rapporti con la tua fan base. Io cerco sempre di rispondere a tutti i messaggi. Devo essere sincero, do una priorità alle ragazze che mi scrivono. Non le incontro spesso, però diciamo che è una buona vetrina per conoscere delle possibili partner». Sottolineò quest’ultima frase con un sorriso malizioso, cercando l’approvazione di Alessandro. «Infine ci sarebbe l’aspetto del viaggiare, del mostrare tutte le esperienze interessanti che si fanno. Quindi ogni tanto con un paio di amici facciamo una gita, magari anche solo a Milano. Il trucco è personalizzare i selfie, per renderli originali e particolari, senza però dimenticarsi della propria immagine, del proprio brand insomma. Seguo molti influencer e il consiglio principale è sempre questo, cercare di avere un brand che si distingua, che sia unico, per essere riconosciuti immediatamente. Grazie a tutte queste attività ho sviluppato diverse skill. Mi sento a mio agio quando devo parlare davanti alla telecamera, e in generale con le persone. E poi so come gestire una pagina social su Instagram, facebook, Twitter o Snapchat…».
«Ok, sto iniziando un po’ a capire. Posso chiederti cosa porti nel tuo zainetto. Sono curioso».
«Il mio kit di sopravvivenza: ho una bottiglietta d’acqua, mi pare di aver letto sul sito di focus, o forse era un blog che trattava di medicina, che dovremmo bere più di due litri d’acqua al di fuori dei pasti, quindi porto una bottiglia sempre con me; poi un caricatore portatile per il telefono, generalmente queste meraviglie si scaricano in meno di mezza giornata… e magari qualcosa da mangiare. In realtà penso che lo porterei con me anche se fosse vuoto, fa parte del mio stile».

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L’autunno scivolando sulle foglie gialle e marroni prendeva possesso della piazza. Il freddo attaccava i pochi avventurosi: un gruppo di bambini che si rincorrevano agitando dei bastoni come se fossero spade medievali e un gruppo di anziani che urlano nei loro doveri dialetti erano uniti dall’odio per l’allenatore della nazionale di calcio. Gerry si sedette fra questi due quadretti generazionali. Si sentiva in mezzo, equidistante e lontano da entrambi. Dopo mezzora di colloquio era uscito sospirando dall’ufficio di Alessandro. Prese in mano il telefono:

«Incontro finito. È andata bene sì, il tipo era molto simpatico. Alla mano. Però non mi ha convinto. Abbiamo fissato un secondo appuntamento per compilare il cv, ma non so se ci andrò».

Davide Polimeni, mercoledì 22 novembre 2017 ore 9:39
davidepolimeni@gmail.com

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Nota dell’autore: Tre racconti. Tre storie. Tre giovani ragazzi sangiulianesi. Uno studente universitario, un lavoratore alle prese con un licenziamento e un neet (termine inglese per chi non è impegnato in educazione o lavoro). Tre momenti per raccontare quello che ho definito il purgatorio di San Giuliano. Non un luogo biblico, e quanto di più lontano dall’universo dantesco, ma una zona di mezzo, una zona di confine fra una realtà che pare schiacciare ogni speranza e un futuro che appare radioso e a portata di mano. Questi sono solamente tre esempi di vite sangiulianesi, tre spaccati di una società trasparente, annoiata, ma altamente simbolica. Simbolica di quelle che sono le difficoltà dell’essere giovani in Italia. 

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L'inchiesta cinica

I serial killer della pensione

ALCUNI TEMI sembrano non scomparire mai dal dibattito pubblico. Notizie che a cadenza regolare conquistano i titoli dei giornali e danno vita a discussioni infinite. Fra questi, le pensioni acquisiscono sempre più le luci della ribalta, ma come spesso accade, a troppa esposizione corrispondono scambi di idee bruciate. I confronti vengono quindi regolati all’alzo dei cannoni, con la vittoria attribuita a chi sa sparare più in alto, ai serial killer della propaganda.

Esiste un cortocircuito nel dibattere tipico dei problemi della politica, che coinvolge sia l’opinione pubblica sia i politici stessi: si ignorano le domande e si parte dalle risposte. Si parte dalle risposte per costruire la propria domanda, ossia la propria narrazione della realtà.
La crescita delle aspettative di vita porta ad un aumento dell’età pensionabile. Ecco il fatto in questione, il punto di partenza comune per iniziare la discussione. Qualsiasi commentatore dovrebbe partire dalla più banale delle domande, il ritornello preferito dei bambini: “perché?”.

La risposta appare inizialmente banale, ma racchiude in se stessa il nocciolo della questione: si posticipa l’età della pensione perché vivendo di più si passerebbero più anni ad essere improduttivi. Proviamo quindi ora a scomporre in sotto-domande questa spinosa questione.

a) Chi paga le pensioni?

Le pensioni vengono pagate da chi sta lavorando. NON da chi ha già lavorato. Il signor Mario non sta mettendo via dei soldi suoi che poi gli verranno restituiti.

b) Perché io ricevo una pensione?

Le pensioni sono una parte del contratto sociale, ossia l’aiuto che la società decide di dare a chi per sopraggiunti motivi di anzianità non ha più la forza per guadagnarsi da vivere da solo. In un sistema come il nostro quindi la pensione è scollegata rispetto alle scelte di vita personali del lavoratore.

Non c’è un merito, un premio, non c’è un “guadagnarsi” la pensione, ma essa rimane una concessione da parte della società. Una concessione che però appare obbligata perché durante il nostro arco di vita noi facciamo in modo di elargire questo beneficio ad altri e quindi, giustamente, ci aspettiamo di esserne noi stessi beneficiari; in quello che appare un contributo virtuoso.

c) Quindi come si decide l’età della pensione?

La decisione sta nel rapporto fra i soldi che dobbiamo dare ai pensionati e i soldi che siamo disposti a chiedere a chi lavora. Naturalmente aumentando il numero di anziani e diminuendo il numero di giovani che entrano nel mondo del lavoro questo rapporto si trova e si troverà sempre più in disequilibrio totale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare come spesso in Italia le scelte politiche sulle pensioni abbiano regalato bonus, moltiplicatori e anticipi anagrafici per ingraziarsi fasce della popolazione. Siamo arrivati dunque al punto di non ritorno, al momento in cui bisogna fare una scelta.

Nessuno però pare disposto a questo sacrificio. È sempre un altro colui che deve sopperire a questa mancanza di fondi. Come per qualsiasi strumento di tassazione è sempre qualcuno più ricco e più fortunato di noi a doversi sacrificare. È il sottofondo musicale al film della politica che sostiene che qualcuno (la società o lo Stato) ci deve qualcosa, ma nessuno sembra appartenere al quella stessa società (o stato) che deve dare qualcosa. È la paradossale lotta del tutti contro nessuno. 

Appare quasi concettualmente e moralmente sbagliato porre il problema e sostenere che, finché i conti non lo permetteranno, si dovrà lavorare tutti di più. Ed ecco allora il moltiplicarsi di richieste di esenzioni per la propria categoria lavorativa: “Io faccio un lavoro usurante!”, “Sì, ma anche il mio lo è!”. E giù di strepiti, urla e deroghe alla regola.

“Questo significa che dopo 40 anni di cantieri non potrò permettermi di andare in pensione?”. Non c’è risposta politicamente corretta a questa domanda. Rimane disponibile solamente un: “purtroppo sì”. La politica dovrebbe porsi il compito di aiutare lavoratori e aziende a trovare una collocazione diversa del dipendente anziano, cercando una terza via fra la pensione e il reiterarsi di un lavoro usurante. Ma è un compito arduo, non risolvibile nello spazio di un tweet.

Come spesso accade, in passato, sono state prese decisioni senza valutare le ricadute a lungo termine. Ora sta a noi però, riusciremo ad imparare dagli errori del passato o continueremo a procrastinare? Senza dimenticare che nel frattempo in frigorifero abbiamo lasciato a stagionare un formaggio marcio e ormai scaduto da tempo, che alcuni chiamano: debito pubblico.

N.B. Le domande e le relative risposte si riferiscono naturalmente al sistema pensionistico italiano (vd. sistema retributivo, contributivo e misto). 

Davide Polimeni, giovedì 16 novembre 2017 ore 16:05

davidepolimeni@gmail.com

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L'inchiesta cinica, L'inedito

L’inverno di Melegnano Place

L’inverno a Melegnano Place è sempre lo stesso. Come un malato cronico che si cura per i dolori che non passano mai. La nebbia avvolge fine ogni cosa, creando un velo, una barriera.

Sembra strano ma, nel mio viaggiare, spesso ho associato le condizioni climatiche e la conformazione morfologica del territorio alle abitudini, agli atteggiamenti e alle idiosincrasie di chi ci vive. Melegnano è aperta: ha molte vie di ingresso, ma poco spazio: poco spazio per parlare, poco orizzonte per pensare.

La gente cammina, ma non vive. Quando arriva la nebbia, il grigiume, sembra che tutto si fermi, avvolti da una coperta di luce che impedisce, blocca la vista del cielo. Così la gente non è disposta al cambiamento: chissà cosa ci sarà dietro al grigio. È indefinito, incalcolabile. Rimane sicuro ciò che hai a pochi metri.

Così, andare a Rozzano diventa un viaggio, un problema. Se poi ti infili in qualche stradina di campagna, la sensazione di abbandono è forte: non hai più nessun riferimento, tranne la strada, che è piccola, piena di buchi, e ti auguri di non incontrare nessuno per decidere chi passa prima. La pianura apre gli orizzonti, la nebbia li richiude. Così la gente è immersa nei suoi pensieri, radicata alla strada, cioè alle tradizioni. Passano anni, secoli, si costruiscono nuove strade esterne, ma Melegnano rimane lì, come in una ampolla di vetro, eternamente ferma col mercato e il castello. Parli con la gente, ascolti i loro pensieri, si esprimono arrancando, a volte borbottando in un misto tra dialetto milanese e lodigiano. «Come va?». A questa domanda lo sforzo è gigantesco: «La facciamo andare» risponde la maggioranza, con rigore diplomatico e assenza di particolari. Se hanno tempo, inizia una conversazione sul tempo atmosferico: la nebbia, il freddo, il traffico. Il classico è il lamentatore cronico: è insoddisfatto di tutto, partendo dagli immigrati, la politica, la salute, la viabilità. Ne ha per tutti. E dopo che ha finito con te se non lo hai soddisfatto, ha altro materiale di cui lamentarsi col prossimo incauto ascoltatore. La nebbia, la pianura, la chiusura mentale, la paura del nuovo, dell’ignoto. Le nuove generazioni fuggono, le vecchie invecchiano.

Sembra che per una nuova generazione manchi il terreno fertile per far attecchire nuove idee, per avere nuovi stimoli. Così avanza lo spettro della noia, della droga, della nebbia con la droga, della noia con la chiusura mentale. Forse la nebbia è una salvezza. Forse la pianura è un posto per vivere ognuno nel suo orticello, perché non vedi se al di là ce n’è un altro. A meno che non ti sforzi di fare un viaggio, nella nebbia!

Massimiliano Basile, lunedì 13 novembre 2017 ore 11:12 
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L'inchiesta cinica, L'inedito

Il purgatorio di San Giuliano

L’uomo di fronte a lui accese una sigaretta con un gesto lento e compassato. I loro sguardi non si erano mai incrociati, nonostante Tobia tenesse gli occhi fissi su di lui. Stava cercando di innervosirlo, di far pesare ogni secondo di quella instabile attesa. La stanza era buia e stretta. Un piccolo ufficio illuminato da una sola lampada da tavolo. Il suo interlocutore continuava a muoversi giocando con i riflessi del fascio di luce che gli spezzano metà del volto. Tobia tremava. Nonostante riuscisse a comprendere il significato di quei gesti, andavano uno dopo l’altro a segno, facendolo precipitare in uno stato di ansia sempre più profondo.
«Bene Tobia, raccontami la tua giornata, non tralasciare nessun dettaglio». Fissava la cenere scivolare via saltellando dalla punta incendiata della sigaretta. Finalmente aveva parlato. La sua voce era scura, piatta. Non tradiva alcuna impazienza. Non c’erano orologi in quella stanza ma sicuramente al di là di quelle mura qualche vecchio campanile stava battendo le due o le tre di notte. Non aveva sonno. La speranza di poter tornare a casa si era affievolita già da un paio d’ore. Trasse un profondo respiro abbassando lo sguardo verso i suoi polsi ed iniziò:

            La mia prima sveglia ha iniziato a suonare alle otto e trenta. Penso di averla spenta con un tocco sullo schermo del telefono. Questa scena si è ripetuta ogni nove minuti fino alle nove e trenta credo – cercò un cenno sul volto dell’uomo davanti a lui, per capire se la sottigliezza dei dettagli era apprezzata, ma ricevette in risposta un lungo silenzio. Non sapeva cosa volesse sapere della sua giornata ed era intenzionato quanto meno a farlo annoiare, come ripicca per quella che per lui era un’ingiustizia. – Ho fatto colazione. Mentre aspettavo che la caffettiera si riempisse sono andato in bagno per lavarmi – fece una pausa inaspettata, non capiva perché continuava a ripensare a quel particolare insignificante. – Mi sono guardato allo specchio e… c’era qualcosa di strano sul mio viso, un segno sotto all’occhio destro che non avevo mai notato prima. Ho fatto una smorfia, ho provato a non farci caso. Il cielo fuori dalla piccola finestra sopra il cesso era lo stesso di sempre. Un grigio anonimo, unificato da una gigantesca nuvola che copriva la città come se fosse una cupola. Ma la mia attenzione tornava sempre lì, su quel segno. – Tobia continuava a parlare a ruota libera. Non era mai stato da uno psicologo, ma era così che si immaginava una seduta psicanalitica, anche se quello era paradossalmente il luogo opposto di uno studio degli eredi del dottor Freud. – Avrei dovuto iniziare a studiare. La mia scrivania era tappezzata di post-it, schemi e orari che avrei dovuto rispettare per prepararmi al meglio al prossimo esame. Sa, me ne mancano solo quattro prima della laurea – non attese nemmeno una risposta. – Il mio computer mi chiamava, avevo tempo fino a mezzogiorno. Quando dovrei fare altro e invece mi metto a giocare o a guardare una serie tv faccio finta di non accorgermene. Mentre digito sulla tastiera mi volto da un’altra parte, mi distraggo con qualche pensiero per cercare di alleviare il senso di colpa. Poi quando il gioco è avviato, o la puntata iniziata mi dico: «Beh, una mezz’ora dai, non può cambiare nulla alla mia giornata». Non lo so perché lo faccio, a volte il tempo scivola via fra le immagini del mio schermo. Ci sto veramente troppo, lo ammetto, ma non è nemmeno questione di dipendenza o attrattiva… è più… una fuga, ecco… Quelle luci, quei suoni mi fanno evadere – gli venne da ridere per la scelta incosciente di quel verbo. – Cosa dovrei studiare? – si poneva le domande da solo, sperando di entrare nella mente dell’uomo che continuava ad ascoltarlo impassibile. – Scienze della comunicazione. Non mi chieda il perché di questa scelta. Sono bravo però, o meglio, vado a momenti. In realtà penso che l’università non sia così utile. Ultimamente lo dicono in tanti, però un pezzo di carta effettivamente serve… è la formazione che manca, non so se mi spiego. Non sento di imparare qualcosa di utile. La mia giornata giusto, sto divagando – aspettò un gesto che non arrivò. – È stato come uno schiocco di dita, ho risollevato gli occhi ed era mezzogiorno. Mi sono vestito di corsa per andare a lavoro. Lavoro insomma, è quasi un hobby, consegno pizze con il motorino. Non pagano bene, anzi, direi che praticamente non pagano; ma io per ora non ho grandi spese. Vivo ancora in casa con i miei e con questi pochi euro riesco a togliermi degli sfizi. Lo so, suona quasi come uno spot televisivo, ma per me va più bene. E’ un lavoro semplice, non devo pensare a nulla. In strada davanti a casa stanno facendo dei lavori alle tubature. La via è chiusa e quindi devo percorrerla in senso contrario. Può sembrare stupido, ma andare al contrario rispetto alle proprie abitudini destabilizza. Ero ancora perso in questi pensieri durante la prima consegna. Conosco quasi tutti gli indirizzi a memoria. All’orario di pranzo consegniamo principalmente negli uffici e qualche volta riesco anche a mettere da parte una decina di euro di mance. Non mi dispiacciono queste giornate. Il caldo è ormai un ricordo lontano, ma non c’è ancora quel freddo pungente che ti congela le dita quando tocchi il manubrio. Ho lavorato per due ore. Cinque consegne. Quindici euro. Il pizzaiolo, un ragazzo egiziano di poco più grande di me, era di buon umore e mi ha anche offerto una focaccia. Mentre mangio solitamente scrollo la bacheca di Facebook e di Instagram. Raramente pubblico qualcosa, il mio profilo ha qualche foto, qualche canzone; principalmente lo uso per vedere come se la passano gli altri. Non i miei amici stretti, con loro preferisco uscire. Da questo punto di vista mi ritengo fortunato. Ho un bel gruppo di amici che ormai definisco “storici”. Usciamo insieme da quando abbiamo quattordici anni e nel tempo si sono unite fidanzate e amiche. Solo un paio di loro sono usciti dai radar, li sento ogni tanto, ma non saprei dire cosa fanno nella loro vita. In una scala di valori direi che l’amicizia per me è sicuramente al primo posto. Siamo cresciuti insieme fra queste vie. Ci siamo aiutati a vicenda. Qui non c’è molto da fare, penso lo sappia, le giornate sembrano una la copia dell’altra, quindi è essenziale avere degli amici che ti aiutino a distrarti. Mi sono ritrovato davanti alla biblioteca alle tre. I rumori dei lavori mi impedivano di studiare in casa. Qualcosa mi ha bloccato dall’entrare. Mi sono girato verso la piazza. Un’inutile spazio bianco. La facciata della chiesa è ancora in ristrutturazione. Secondo me quella piazza esprime perfettamente il senso di questa città. Non serve studiare comunicazione per capire che una piazza è il simbolo del paese. Non lo posso negare, mi fa schifo il posto dove vivo. Sì, so cosa sta pensando. «Perché semplicemente non vai via. Conosco molti ragazzi che hanno cambiato città, o che sono andati all’estero, cosa ti blocca qui?» – disse cercando di imitare la sua voce calma senza risultare insolente. – Non lo so sinceramente. Spesso mi convinco che sia una questione economica, ma mento a me stesso. C’è qualcosa in questo cielo, in questa cupola, che non mi permette di uscire. È come se fosse un purgatorio, tu sei cosciente che esiste qualcosa di più bello oltre, un empireo, ma senti di appartenere a questo posto, senti di meritarlo, ti si attacca alla pelle. E poi c’è il rischio di inciampare e precipitare. Io mi lamento di questa città, di questi odori, dei suoni e del traffico, ma sono fortunato. Milano è a pochi chilometri da qui, ho tutto quello di cui un ragazzo ha bisogno. Penso di aver atteso per almeno dieci minuti davanti alla biblioteca. Dalla parte opposta della piazza c’è il vecchio asilo lasciato a se stesso. Se non ricordo male era stato costruito durante il fascismo. Noi non abbiamo una lunga storia alle spalle e quell’edificio quindi mi è sempre sembrato vecchio, stanco. Non ricordo bene da quanti anni sia abbandonato. Di fianco c’è una torre. C’è una torre, vuota. A volte penso che salendo su quella torre si riesca a vedere oltre. No, non perché così alta da sovrastare i palazzi e concederci uno sguardo sull’orizzonte, ma perché da l’idea di essere una porta sul tempo. Guardando dalla sua cima immagino di conoscere il passato e di proiettarmi verso il futuro, oltre la cupola. Non so perché mi ritorna sempre in mente questa immagine, sarà una strana assonanza con il centro commerciale Le Cupole dove ho passato tanti pomeriggi. Ridendo i miei amici mi ricordano che se riesco a laurearmi potrei finalmente coronare il sogno di lavorare fra le sue mura arrotondate: al McDonald’s. Non serve che le dica che sono riuscito a studiare pochissimo questo pomeriggio. Forse una parte di me era cosciente di questo strano epilogo della giornata, ma sicuramente mi era impossibile concentrarmi. Ho provato a scrivere ai miei amici, avrei voluto prendere una birra in compagnia, chiacchierare fino a tardi. Ma ogni possibilità di serata è naufragata. Il ritornello era sempre quello: “Domani ci si alza presto, qui a Sangiu non c’è nulla e dovremmo prendere la macchina, troppa fatica per un martedì sera”. Vorrei chiedere a Dante se ha trovato una birreria in Purgatorio, non ricordo se ci fosse qualcosa a riguardo nella Divina Commedia. Ed eccoci giunti a stasera. Poco prima del nostro incontro. Ho mangiato a casa. Mi sono rimesso a letto davanti al computer. Ero pronto a riaprire Netflix, ma qualcosa mi ha bloccato, ancora quella sensazione che mi perseguitava dal mattino. Avrei voluto parlarne con qualcuno. Per un momento ho addirittura pensato alla mia ex. Ci siamo lasciati consensualmente sei mesi fa dopo tre anni insieme. L’aspetto più strano di questa faccenda è che non ci sono nemmeno rimasto male. Quel rapporto era parte della cupola, nato all’interno di essa e destinato a rimanerci. Subito dopo esserci lasciati ho assaporato un po’ di libertà. Ho creduto che qualcosa fosse realmente cambiato, ma era una magra illusione. Ero semplicemente passato da fidanzato sotto la cupola a single sotto la cupola. Dal purgatorio non si scappa con qualche stratagemma così comune: ne sono cosciente. Mi sto allontanando da ciò che lei vorrebbe sentire, ma non penso di avere risposte interessanti ai suoi interrogativi. Ho atteso che i miei genitori andassero a letto e sono uscito, verso le undici. Le strade sono già quasi completamente deserte a quell’ora. Solo poche macchine che passano veloci senza fare caso a noi oscuri viandanti. Basta un messaggio. Non usiamo strane parole in codice o un linguaggio segreto. Lui risponde con un luogo. Tutto molto semplice e diretto. Sapete perché sta diventando così famoso? Lui non è un piccolo spacciatore come tanti altri che affollano le nostre piazze. Lui, in un certo senso, possiede l’arte del venditore. No, non lo sto facendo apposta, realmente non conosco il suo nome. Mi ha dato il suo contatto un mio vecchio amico dicendomi che vendeva l’erba più buona del sud Milano. Non posso essere processato per aver fumato qualche canna nel passato vero? – non giunse nessuna risposta. – Comunque, chiamiamolo Virgilio, ha il compito di condurci fino ad assaggiare il paradiso. È stato lui a propormi questi nuovi preparati sintetici. Si dice che gli arrivino direttamente dalla Germania, ma non so dire se è vero. Naturalmente non mi sono mai messo a fare troppe domande. Si studia con più concentrazione, ma specialmente, per pochi minuti riesci a dimenticare il colore di questo cielo. Si riesce ad immaginare cosa può esserci oltre. Lo so che sembra un controsenso, ma mi sento libero. Tornando a questa sera. Mi sono fatto trovare fuori dal cimitero a mezzanotte meno un quarto. Ho atteso cinque minuti. C’erano altri due ragazzi a pochi passi da me. Abbiamo fatto finta di nulla. Non so i loro nomi. Poi è avvenuto lo scambio. Veloce, semplice. Di Virgilio so solamente che ha la pelle chiara, un viso squadrato e duro, ma non l’ho mai visto alla luce. Tiene molto alla sua privacy. Sono risalito in macchina, ancora sovrappensiero, e dopo pochi metri, io e lei, ci siamo incontrati. 

            Respirò. Solo in quel momento si ricordò di essere stato portato in caserma dai Carabinieri. Avevano trovato sospette quelle strane mentine che lui custodiva nella tasca interna della giacca. Aveva immediatamente deciso che era inutile mentire. Il commissario davanti a lui si era acceso una seconda sigaretta e sembrava soppesarla fra le mani mentre decideva se credere o no al racconto di Tobia. Aveva davanti uno stravagante universitario di San Giuliano, ma in fondo, un ragazzo come tanti altri, stanco della sua vita e troppo pigro per cambiarla. Lo aveva incuriosito la sua storia. Alzò lo sguardo oltre alla cappa di fumo immaginandosi sotto allo stesso cielo, alla stessa cupola. Lui non era cresciuto lì, veniva da lontano, ma in un certo senso riusciva a comprendere la mancanza di speranze del ragazzo. Era riuscito a spaventarlo il giusto, ma non serviva trattenerlo oltre. Non era di certo un pericoloso trafficante di stupefacenti. Era solo stato estremamente sfortunato. La sigaretta finì schiacciata nel posacenere. Si alzò facendo cenno a Tobia di seguirlo. Lo stava per lasciare andare, ma in cambio desiderava un numero di telefono. Era il momento di fare due chiacchiere con il celebre Virgilio.

Davide Polimeni, lunedì 9 ottobre 2017 ore 10:10

davidepolimeni@gmail.com

 

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L'inchiesta cinica

E poi bisbigliò all’ingegnere: ti trascinerò all’inferno con me

Il 1° febbraio il giudice Gennaro Mastrangelo ha autorizzato Mario Mantovani, Angelo Bianchi e Giacomo Di Capua a presenziare un’udienza preliminare. Era datata 8 marzo, Milano, palazzo di giustizia.

Il 22 gennaio il sostituto procuratore Giovanni Polizzi ha chiesto l’emissione del giudizio per l’ex numero due di regione Lombardia e per gli imputati dell’indagine Entourage.

Il processo si celebra l’8 giugno con il rito abbreviato di Mantovani. Informative della Guardia di Finanza 2014 e 2015, intercettazioni telefoniche, ordinanza cautelare, interrogatori sono le fonti di prova, in tutto 12 documenti.

Comune di Arconate, senato della repubblica italiana, ministero delle infrastrutture e dei trasporti, due cooperative e due associazioni onlus, l’imprenditore edile pavese Alberto Brera, il provveditore Pietro Baratono decideranno se sedersi ai posti di persona offesa.

Ma questo non è il processo Mantovani. È il processo Bianchi.

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L’ING. MUOVE FILI
La conoscenza delle indagini mostra un ingegnere Angelo Bianchi che attiva il potere di Mantovani. Non il contrario.
La metà delle imputazioni di reato, 7 su 13, sono rivolte all’ingegnere.
Bianchi è rimasto, per ragioni di evidenza politica e amministrativa, all’ombra delle cronache giornalistiche nazionali online e offline. Mantovani ieri, 3 maggio, ha detto al consiglio regionale della Lombardia di essere «innocente». Paradossale ma c’è del vero. Infatti.
6 giugno 2012. Bianchi e Mantovani – insieme a Di Capua segretario di Mantovani – costringono il provveditore Baratono, superiore di Bianchi, ad assumere e modificare ordini di servizio; a reintegrare Bianchi negli uffici del provveditorato come responsabile unico di procedimento per gli interventi di edilizia scolastica a seguito di convenzioni con i comuni. È Bianchi ad assumere l’iniziativa, ad attivare Mantovani per porre in essere una strategia sempre più stringente di decise pressioni contro Baratono.
Il reato in accusa è concussione, codice penale articolo 317: pubblico ufficiale abusa del suo potere per ottenere denaro o utilità. Dai 6 ai 12 anni di detenzione.
Milano, 22 gennaio 2014. Tentato delitto, Codice penale articolo 56, non meno di 12 anni di carcere: con questo reato il pubblico ministero definisce gli atti idonei e non equivoci compiuti da Bianchi, Mantovani e Di Capua per costringere Marcello Arredi, direttore generale del ministero dei trasporti, a non assumere come direttiva ministeriale il trasferimento di Bianchi in conseguenza del suo rinvio a giudizio nel tribunale di Sondrio.
Infatti l’ingegnere doveva essere rimosso dal suo posto. Nel 2008 fu arrestato su ordinanza della procura di Sondrio e chiamato a presentarsi in tribunale. L’ordine comportava rimozione. Bianchi non avrebbe più eseguito i lavori che ha fatto poi.
Bianchi contatta il segretario Di Capua Mantovani parla con Arredi, gli nega che l’ingegnere fosse stato rinviato a giudizio, gli intima di non rimuoverlo. Non riuscirà; ma sono ragioni indipendenti dal suo sforzo.
31 aprile 2013. Per il giudice è un disegno criminoso quello messo in opera in questa data dall’ingegnere Bianchi e dall’imputato Gianluca Peluffo della società 5+1AA Srl per escludere illegittimamente un ingegnere, Pietro Bonfiglio, dalle gare pubbliche numero 5400XXX e numero 5407XXX, con la motivazione artificiosa della mancanza di una domanda in allegato. Le gare sono relative alla ristrutturazione di due edifici scolastici nel comune di Arconate per le quali l’ingegnere Bonfiglio aveva presentato le offerte economiche più vantaggiose. Bianchi avrebbe chiesto a Peluffo anche un colloquio di lavoro per l’assunzione di una giovane donna, documentato da indagine. Codice penale 319, 321, 353, 81, 110. Atto contrario ai doveri d’ufficio, turbata libertà degli incanti, concorso formale, reato continuato, pena per coloro che concorrono al reato. Carcere fino a 13 anni e multa fino a 2065 euro.
Il 24 giugno 2013 l’ingegnere Bianchi turbava il procedimento per stabilire il contenuto di un bando di gara relativo all’appalto numero 49922XX del comune di Milano, per la riqualificazione della scuola primaria Noli Arquati. Modificava l’elaborato del progetto da una categoria a un’altra, senza valutazione dei progettisti né autorizzazione della sovrintendenza ai beni artistici, per condizionare le modalità di scelta del contraente. Turbata libertà degli incanti con la circostanza aggravante di essere stato il responsabile della gara, per abuso di poteri e violazione dei suoi doveri. Codice penale 353 e 61. Fino a 5 anni di carcere, multa fino a 2065 euro.

E SI DIVERTE
«Disegni criminosi» includono intrattenimenti.
Fino all’anno 2008 un disegno criminoso di Bianchi trattiene l’imprenditore pavese Alberto Brera alle proprie volontà. Consegna di denaro del 4% e 5% sul valore degli appalti. Denaro per prestazioni edilizie nelle sue proprietà. Cure dentali per sé e per i propri familiari, soggiorni a Montecarlo, giocate ai casinò, intrattenimento con numerose prostitute. Brera era costretto, titolare di numerosi appalti, a dare a Bianchi queste utilità pena il bastone tra le ruote nei suoi appalti e l’inimicizia di Bianchi come funzionario con ampi poteri. Codice penale 317 e 81. Concussione, con aggravante. Dai 6 ai 12 anni di carcere.
Milano, fino al 14 gennaio 2014. Con un disegno criminoso l’ingegnere si introduceva abusivamente nella posta elettronica privata e protetta di altra persona e prendeva visione della sua corrispondenza. Codice penale 615 ter, 616, 81, accesso abusivo a un sistema informatico o telematico commesso da pubblico ufficiale con abuso di potere, violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza. Con aggravante. Fino a 7 anni di carcere.

In conclusione l’ingegnere Bianchi ha totalizzato un massimale di 61 anni di carcere.

 

ProfiloMarco Maccari, mercoledì 4 maggio 2016 ore 14:22

mamacra@gmail.com

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