L'inchiesta ninfetta

La solitudine di Bertoli

2010 DOPO CRISTO. VIA CERCA VECCHIA. Mattina, 5:45. Terreno aziendale, recinto di una divisione logistica. Carlo prende le chiavi del deposito di container. Ficca la chiave nel cancello: il solito tintinnio finissimo, come di uccellini meccanici. Destinazione, container D6-7XXX-XX. Dentro ci sono componenti di fabbrica da consegnare.

Il cielo è di fumo. Un posacenere. Per gli operai è il momento di accendersi una paglia, sbuffare insieme fino alla stessa ora. Un rito sottoproletario.
Carlo tira l’ultimo respiro senza filtro. Butta il mozzicone; schioda il portello. Sgancia la maniglia.

All’interno le sagome di quattro cinesi, semisdraiati, vedono il mattino apparire in sembianze di un quadrato chiaro.
In quel quadrato c’è il territorio di Melegnano. C’è la libertà. Li risucchia via.
Spariti. Carlo ha solo il tempo di fissare il ricordo di quattro asiatici, chiusi settimane in un container, come in una piramide, per la libertà.

LA FABBRICA DELLA PAURA

«Un politico non parla. Un politico ha un vocabolario fisso di 10 parole in tutto da pronunciare davanti alle telecamere».

Siamo nel futuro, fra pochi anni. Un giovane signore intrattiene il pubblico. «10 parole più o meno. Non sono parole a sua scelta. Sono solo quelle che i suoi sponsor vogliono sentire. Un politico non dirà mai le cose come stanno. Un politico dirà le cose che gli confermano appoggio. Un politico non è mai libero di dire quello che gli pare perché un uomo libero è un uomo solo e “un politico solo è un politico fottuto” per dirla come Fabrizio De André».
L’interlocutore beve un sorso. «Prendiamo le elezioni del 4 marzo 2018. I politici capirono che per prendere voti, tanti voti, dovevano prestare la loro voce, le proprie parole alla paura sviluppata nei confronti di chi è immigrato. C’è una paura che esiste a prescindere ed è la paura che uno sconosciuto appaia e ti faccia qualcosa di male. Esiste un senso di orgoglio, di appartenenza a un territorio, che prescinde dalle tue idee; o ce l’hai o no, o ti senti parte o no; e, se ti senti parte, ti senti in diritto di riversare questo orgoglio su chi viene da fuori. Ecco, qualcuno riversa questo orgoglio come una vendetta, dice: Tu qui non puoi venire; Tu qui non puoi stare; Tu sei solo un ospite e ti comporti da ospite. Il problema è che nei centri abitati urbani questa paura e questo senso di orgoglio si uniscono alla solitudine. La solitudine è il vuoto, è mancanza di ricchezze, di informazioni, di relazioni. È la rabbia di chi va al lavoro ma non si arricchisce, va a scuola ma non si istruisce, esce di casa ma non conosce nessuno, guarda la televisione ma non capisce il mondo, non conta; e finisce per dare forma, nella sua solitudine, a comportamenti sempre meno tolleranti, sempre meno pacifici nei confronti di tutti, specie di chi viene da fuori».

Finisce l’acqua. «Dare voce alla paura dell’immigrato. Amnesty International l’ha chiamata fabbrica della paura. 600 attivisti di Amnesty hanno monitorato, dall’8 febbraio al 2 marzo 2018, i profili social dei candidati alle elezioni parlamentari. 787 segnalazioni di discorsi di odio in 23 giorni, di cui il 91% contro migranti e immigrati, definiti «bestie» e «vermi».
Il restante 9% era contro islamici, gay, rom, donne.
Nella sola Lombardia le frasi segnalate sono state 123, di cui 106 erano, definisce Amnesty, “razziste”».

LA PIRAMIDE DELL’ODIO

«Questo, perché esiste una piramide dell’odio. È costruita sul pregiudizio. Si innalza con atti di discriminazione. Sale con i discorsi d’odio. Culmina nel crimine. I discorsi d’odio sono incitamenti espliciti alla paura, all’odio, al pregiudizio, alla discriminazione, al delitto. Bersaglio dell’odio è una persona o un gruppo di persone appartenente a un gruppo sociale, a un’etnia, a una lingua, a una religione, a un orientamento sessuale, a un’identità di genere o a una particolare condizione psicofisica.

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La piramide dell’odio in Italia, secondo la relazione della commissione parlamentare Jo Cox.

Il discorso d’odio o linguaggio di odio, invece di promuovere l’eguaglianza dei diritti tra un cittadino italiano e un richiedente asilo che fugge dalla guerra, invita a guardare il richiedente asilo come uno che “va fermato all’origine” (dichiarazione firmata).

La verità? La verità è che l’unione europea ha destinato 3 miliardi e 100 milioni di finanziamenti per potenziare l’accoglienza dei migranti.

È un mare di soldi.

Sono finanziamenti stanziati per 7 anni (clicca e leggi) dal 2014 al 2020. I Paesi dell’unione hanno il compito, con questi soldi, di migliorare i sistemi di asilo e di integrazione dei migranti. L’Europa ha chiesto ai Paesi di sostenere l’asilo e l’integrazione fissando una quota minima molto alta, senza precedenti nella storia dell’Europa unita.
Un mare di soldi. La commissione europea, il 13 giugno 2018, ha deciso di aumentarli del 51%, destinando altri 10 miliardi e 400 milioni di euro per l’asilo e l’immigrazione. È un fondo chiamato AMF, Fondo Asilo e Migrazione. Evidentemente a qualcuno non piace».

IL BAROMETRO DELL’ODIO

«L’Italia è il primo Paese occidentale per ignoranza sull’immigrazione. Secondo i dati di Ipsos Mori la gente in Italia crede che gli immigrati siano il 30% della popolazione.

Non è vero. A giugno del 2018 l’ISTAT ha dichiarato che gli immigrati sono l’8,5% della popolazione italiana». 

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In alto a sinistra: gli immigrati sono l’8% (fonte ISTAT). Dalla relazione della commissione Jo Cox.

E DOPO LE ELEZIONI?

«Chi è stato eletto è lo stesso che in campagna elettorale ha pronunciato frasi di odio.

In campagna elettorale il professore Attilio Fontana, oggi presidente del consiglio regionale della Lombardia, ha pronunciato 20 frasi che Amnesty International identifica come discorsi di odio.
Matteo Salvini, oggi ministro dell’interno, ha pronunciato 180 frasi di odio.
Giorgia Meloni, 113 frasi.
Silvio Berlusconi, 12 frasi.
Roberta Lombardi, 7 frasi.
Raffaele Fitto, 1 frase.
Mario Adinolfi, 1 frase.

Scrive il rapporto di Amnesty International: “I partiti con maggiore incitamento all’odio contro migranti e immigrati sono stati:
Lega Nord (52%),
Fratelli d’Italia (22%),
Forza Italia (22%).
Seguono Movimento 5 Stelle (2%) e Noi con l’Italia (1%)”.

Contro gli islamici:
Lega Nord (43%),
Fratelli d’Italia (33%),
Forza Italia (17%).

Contro donneomosessualitransessuali:
Fratelli d’Italia (41%),
Lega Nord (36%),
Forza Italia (14%)”.

LINGUAGGI DI PACE

«Amnesty afferma che il 32% di tutti i discorsi d’odio segnalati contenevano bufale, fake news. Il 36,4% era difficile da confermare.
Insomma i discorsi d’odio fatti in campagna elettorale nel 2018 erano al 68% infondati o confusi. Hanno dato voce a una rabbia inconscia. Senza informarla.

Le elezioni del 2018 furono una fabbrica della paura. Da quella data in Italia capirono — dopo gli spari di Caserta, l’omicidio del senegalese Sacko e la sparatoria di Macerata — che il discorso d’odio è la culla del crimine.

Capirono che l’integrazione è armonia. Capirono che ci vogliono discorsi di pace».

Leggi la relazione di Amnesty International: report-barometro-odio

Leggi la relazione sulla Piramide d’Odio della commissione Jo Cox: Jo_Cox_Piramide_odio

 

69745_juliuscaesar_mdIL CRISTO DEI ROMANI 

Faceva appello al popolo e al senato, non agli oligarchi. Era clemente con gli avversari. Aveva un sogno per Roma e lo compì, e fu pugnalato 23 volte per questo.
Iniziò facendosi sacerdote di Giove. Per tutta la vita si distinse come uno che promette e che mantiene. Credeva nei giovani: li adottò come figli, nell’usanza romana; Antonio, il focoso, Bruto, il filosofo, Ottaviano, il riflessivo: indoli divergenti, unico padre.

Che voleva la pace. Con la sua visione di una nuova legge agraria e di riforme — prima a lungo rinviate — come la riforma del calendario solare di 365 giorni, la ristrutturazione dei debiti, la razionalizzazione delle professioni, la ricostruzione di Cartagine; con il suo progetto di una biblioteca di Roma modellata sulla biblioteca di Alessandria d’Egitto, Caio Giulio Cesare, il Cristo dei romani, ridonò la vita a un popolo condannato a morte.

Il suo assassinio non ha che allargato la via alle riforme. L’erede Augusto, prescelto attentamente, consegnò il nome di Cesare ai successori; nella sua pace, la pax augusta a lungo sognata, fiorì il meglio di una civiltà.augustus

 

IL GIARDINO SOLITARIO DI MELEGNANO

  1. Rivediamo la cementificazione
  2. determiniamo insieme quali opere pubbliche sono prioritarie
  3. ricostruiamo le strutture sportive esistenti
  4. parcheggi sotto piazza Giovanni Paolo II sì, ma solo dopo avere sfruttato tutte le opportunità presenti
  5. controllo del vicinato
  6. centri estivi comunali da riaprire con le associazioni
  7. il sindaco della notte
  8. introduciamo la tariffa puntuale sui rifiuti

Immaginiamo. Il sindaco Rodolfo Bertoli è in municipio, nel suo studio. Posa il foglio. Ha appena riletto gli 8 punti di programma del «patto per fare rinascere Melegnano». 

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L’originale è del 2500AC. È nel British Museum, che conserva le istruzioni rinvenute su una tavoletta d’argilla. 2 giocatori ricevevano 7 pedine ciascuno, giocavano su 20 caselle con l’aiuto di 4 dadi tetragonali dai vertici colorati di bianco. È chiamato Gioco Reale di Ur e per 3000 anni, prima dell’invenzione degli scacchi, è stato il gioco da tavolo più appassionante del Vicino e Medio Oriente. Caso, abilità personale, probabilità statistica e strategia — e l’occhio degli dei, considerati spettatori del gioco — definivano in eguali misure la partita.

Il patto fu formato nel giugno 2017, prima del ballottaggio che vide contendere Rodolfo Bertoli contro il centrodestra. La candidata sindaca Lucia Rossi, uscita fuori al primo turno, cercò alcuni punti in comune tra il suo programma di governo e il programma di Rodolfo Bertoli. Ne trovarono 8 (l’elenco sopra). «Per vedere realizzati questi punti, avremo bisogno di votare per Rodolfo Bertoli al ballottaggio del 25 giugno» concluse Rossi.

I commenti furono: «Lezione di coerenza», «signorilità». Pietro Mezzi, in coalizione con la Rossi, esortò i suoi: «Al ballottaggio del 25 giugno si vota. Contro la destra, vota Bertoli».

Agli elettori del 2017 piacque essere trattati bene. Per la prima volta vennero giù i muri che dividevano gli elettori, desiderosi di sentirsi uniti e di firmare di propria mano il miglioramento. Aderirono festosamente.

Bertoli stravinse.

Non ci furono apparentamenti.

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Da destra a sinistra: «Produzione di birra. 134,813 litri d’orzo da consegnare in 3 anni (37 mesi) all’ufficiale governativo Kushin, responsabile della produzione di birra nel tempio di Inanna a Uruk». La tavoletta è considerata — assieme ad altre 76 di identica mano conservate nei musei di tutto il mondo — un capolavoro della pittografia sumera. È datato al 3000AC. Misura 6,8/7,2/1,9 centimetri, è in scrittura pittografica di livello esperto (fonte).

MELEGNANO, CITTÀ SUMERA

Vivere in città è un’arte. Tutta da scoprire. La scopriamo da 5000 anni. Come specie umana abbiamo iniziato in Medio Oriente con i Sumeri. Che, per fare una città, avevano bisogno di:

  1. un fiume
  2. un tempio e un palazzo
    2.1. con attività e case
  3. campi coltivati intorno.
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Cartina topografica sumera, iscritta in carattere cuneiforme. È la prima mappa conosciuta nella storia. È uno studio dei campi di proprietà reale di Nippur, la più antica città sumera. Le città-stato sumere erano organizzate entro una duplice cerchia muraria, la più interna dominata dallo ziqqurat e dedicata al culto, alla burocrazia e alla conservazione delle risorse, la più esterna dedicata alle attività produttive e alle abitazioni. L’impianto generale delle città sumere è durato nel tempo ed è lo stesso delle città odierne: un centro riconoscibile e identificativo, una o più d’una periferia destinata alla residenza e all’industria. I dintorni della città erano terreni coltivati.

Melegnano, città sul Lambro, è una città sumera. (Per scherzo. Ma non troppo). La storia insegna: arrivava un tempo nelle città sumere in cui la popolazione era talmente cresciuta, talmente cambiata, da rendere opportune le riforme.
Le leggi, prima fatte — giustamente — da chi aveva reso illustre il luogo, ora volevano essere fatte dalla gente nuova, volenterosa di migliorare la vita.

Era il tempo per il miglioramento.

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Tavoletta sumera con mappa astronomica ritrovata nella biblioteca di Ninive, 3300AC. Il contenuto, scritto in carattere cuneiforme, documenta le sofisticate conoscenze scientifiche elaborate nelle città-stato sumere: 1) il sistema numerico decimale, 2) il sistema basato sul 60 (i 60 minuti e 60 secondi, i 360 gradi del cerchio), 3) la settimana, 4) equazioni di secondo grado.

LA PACE DI MELEGNANO

Melegnano iniziò il cambiamento nel 2017. Tre capi politici, Bertoli, Mezzi e Rossi, non si fecero la guerra ma strinsero atti di pace, per fare rinascere la città sul Lambro.

Ai cittadini piacque. Si sentirono trattati come una comunità unita. Votare in tanti — e in diversi — piacque e piacque uscire fuori ciascuno dal proprio giardino solitario, per vedere come i giardini di tutti chiedessero pace e abbondanza. 

Impossibile tornare indietro. Il 2017 insegnò ad andare oltre il criterio del «mio orticello» per abbracciare il miglioramento di tutti. 

MODESTA PROPOSTA

Favorire la pace si può. Occorrono, e presto:

  • imposte comunali eque
    perché vivere in una cittadina dev’essere accessibile a tutti e premiante per chi rispetta di più la comunità.

E non c’è tassazione senza competenze. Perciò occorre: 

  • collaborazione dell’intera comunità
    cioè associazioni, comitati e professioni perché la vita di comunità è fonte preziosa di competenze, efficacia e saper fare.

Non c’è collaborazione se non c’è vivibilità. Perciò:

  • servizi a costi ragionevoli con risultati ragionevoli
    perché i servizi e in specie quelli sanitari sono la prima forma di ridistribuzione. 

I servizi hanno bisogno di rispondere a domande attuali, non a bisogni superati. Perciò: 

  • identità e originalità al passo con innovazione e benessere
    perché le libertà e le identità locali vanno promosse in modo che siano all’altezza del futuro senza smarrirle o peggio lasciarle alla contraffazione.
PACIFICA RICHIESTA

Nel 2018 noi che viviamo in una città siamo il 65% della specie umana. Nel 2028 saremo il 75%. C’è in gioco il nostro destino. Non solo per strade più belle o edifici migliori: c’è bisogno di un cambio culturale. Di una migliore mentalità.

Che vuole pace. Il sindaco Rodolfo Bertoli — che l’ex amministrazione offese chiamandolo «lo sconosciuto» — in questo è tutt’altro che solo. 

Ad ascoltarla, la pace fa richiesta di:

  1. tariffa puntuale sui rifiuti differenziati
  2. restauro del centro storico
  3. uso libero di palazzina Trombini (primo piano) e del castello Mediceo per associazioni e cittadini.

Possa esserci la pace.

Lo staff, ore 6:00
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L'inchiesta ninfetta

L’oroscopo di Lucia Rossi

L’ÉLITE OCCULTA DI MELEGNANO non vuole capire. Liberare l’area di Melegnano non significa fare alternanza. Significa fare alternativa.

Sembra di vederla, l’élite. Quel 31 dicembre 2016, un anno fa. Cena in stazione. Si è radunata per scambiarsi auguri e orrori. Siamo a tavola. La somma degli anni è 30147. I capelli sono sporchi, lunghissimi, pochi. Come i denti. Negli occhi l’espressione è amara e rugosa, infinita. Preparano la tombola. Fiotta sangue nei calici.
Il cadavere di Laura Orsi, appeso all’angolo, fa il paio con uno stendardo inumano.
«Rega’. Du’ scudi’ a cranio. ’i mettemo?» sputa uno.
«Famo uno e basta».
«A braccino».
«A cojone».
«Ahó» gracida quello al centro. «Stamo a capodanno. ’A finimo?».
«Daje».
«Daje sì».
Tutti di sesso maschile. «Ahó a giugno ce stanno ’e votazioni» si fa sentire un altro.
«Embè. Te frega?» rantola un altro.
«Ar cazzo» ciancica un terzo. «Però questo qua. Er craxi. Ha fatto ’na fracca de cazzate. E mo vuole mette ’na donna».
«Dio ebbreo» geme il quarto. «’Na donna; no».
«Ahó. Ariva er da magnà» impartisce il vecchio al centro. La portata è vaporosa, etnea. Si servono. Longilinea, decorticata, tempestata da piccole e nere guarnizioni, la carne esibita è di fattezze umane.
È una coscia femminile.
«’Zo ce famo co ’na donna» sfiata il quinto.
«Ce devo pure da penzà?» si ingozza il sesto.
«Nah» sibila il quinto. «’A vonno perché ce sta quell’artra».
«’A… come se chiama. ’A civica» emette il settimo.
«Quella che è indipendente» sbotta l’ottavo.
«Eh» ringhia il nono.
«N’a lista de quello. Er sindacalista» ulula il decimo.
«Quanto me sta sur cornicione d’a cappella, quello» sbratta l’undicesimo.
«Mai retto» tossisce il dodicesimo.
«Regà» schiocca quello al centro. «Ce sta aria de fregna; mejo che s’a levamo dai cojoni. Mo’. Subbito». Annuiscono tutti e dodici. «Er craxi, je famo mette chi je pare. Omo. Donna. Basta che nun ce va quella».
«Eh» fanno tutti.
«Quella no. È peggio d’er comunismo» ci prova uno.
«Zìttate» gli impartisce il primo. «Poi ce stanno li preti. I cristiani. Quelli però c’amo sempre ragionato. Tanto ce pensa l’alpino. Je fa er fischio. I communisti ’i lasciamo divide tra loro. Questo che ce sta mo’, perde. E a’mo fatto».
«I preti so’ omini, no?» abbaia il secondo.
«E te credo. A maschio» ansima il primo. Chiede al cameriere. «Mettime er sangue». Gli riempiono il calice. «’Amo deciso. ’Na donna no. ’I famo core. E state a vede. Fanno tutto da soli. Mo’ se beve».
Bevono.
«Mo’ basta però» anela il secondo. «’A famo ’sta festa? ’A famo?».
«E famo» tossiscono tutti.
«Famo entrà ’ste spojarelliste» balbetta il secondo.
«Daje, daje» si rianimano.
«Ma ce sta ’na beiònce? Io vojo beiònce».
«Bono. Che stai a Melegnano. No a Wascinto. O a Londra».
Putridi dettagli seguono.

CHI È «L’ÉLITE OCCULTA» 

L’élite occulta è un mito letterario contemporaneo. Il mito dell’élite occulta è radicato nella controcultura popolare, appare con frequenza negli articoli di informazione libera online: personaggi ricchissimi, altolocati, eccezionalmente longevi, separati dalla società di massa sono gli appartenenti alla mitologica élite. La cui forza risiede nelle sconfinate ricchezze materiali, nel contatto con dimensioni parallele del cosmo così care alle controculture del nostro pianeta.
Il poeta Pier Paolo Pasolini, che mai si è dedicato a fare controcultura — per Pasolini la controcultura era sottocultura e ogni sottocultura veniva assimilata dal fascismo — si dedicò a definire con chiarezza il «nuovo potere» che si impadroniva dei corpi e delle menti negli anni Settanta. Chi è il nuovo potere? Il nuovo potere non ha identità politica, né economica. Risiede, per il poeta, al di sopra delle forze politiche industriali dominanti in Italia; nettamente al di sopra di esse, così da gestirle. Il nuovo potere non è bianco o nero, non è cattocomunista o clericofascista; il nuovo potere non eccede in quelle sovrastrutture perché egli stesso è struttura; perciò crea l’ideologia, non la idoleggia. Il culto di massa creato dal nuovo potere supera i vecchi schemi del Novecento compresi gli schemi intellettualistici degli anni Settanta. Quale culto? Il culto del consumo di esperienze. Ascoltando slogan avviene l’iniziazione al culto. Negli slogan del nuovo culto si scopre che nessuno dovrà morire, nessuno proverà dolore. Chi consuma gode. Chi gode secondo il programma del nuovo potere sperimenta la vita di chi ha la sensazione di eternamente vivere. Non si muore, non si soffre, la bolla del consumo è antisettica, sicura, protetta dall’incidente come dalla sconfitta. Apre a forme di brivido, di pericolo, di profondità. Ma cura in istantanea. Così è la bolla del piacere, creata per popolare dall’interno una zona franca originaria riservata a troppo pochi, che ora pochi ricordano. Nella bolla il piacere è in serie sempre nuova, in confezioni croccanti. Il piacere del nuovo potere sbalordisce. Procura esperienze che dilatano i confini del corpo. Nella bolla il culto del piacere e il culto del dolore sono dosati in modo da fare apprezzare oltre ogni limite i loro prodotti, cantabili in diverse forme, e di fare disprezzare — e sotto ogni limite minimo conosciuto — qualsiasi altra esperienza. Per tutto c’è una medicina che ridà piacere: la bolla concorre a fasciare in fretta le terminazioni nervose degli utenti quando sono toccate da spiacevoli segnali:

  1. quotidiana insoddisfazione;
  2. incessante sonnolenza;
  3. sensazione di ignoranza;
  4. senso di cecità mentale;
  5. radicata disistima;
  6. povertà di relazioni amichevoli, di relazioni sessuali, di relazioni spirituali;
  7. infelicità profonda;
  8. certezza quasi assoluta di una morte inutile.

Quei segnali sono segni che il nuovo potere, colui che la controcultura chiama élite occulta, ammutolisce perché sono propedeutici a disertare il nuovo culto; sono l’anticamera dell’abbandono della matrix, altro mito contemporaneo elaborato per spiegare la programmazione originaria che ogni atto, gesto, movimento subisce in società. In latino matrix significa utero: nel mito contemporaneo è l’origine di tutte le illusioni, piantata allo scopo di conservare l’ordine occorrente alla mitologica élite. Il nuovo potere identificato dal poeta anticipava di decenni l’intuizione della matrice, cioè dell’esistenza di un programma che agisca nella società mantenendola al suo posto. All’ordine asciutto della matrice fa da contrappeso l’ardore senza quiete del consumo.
Dentro e fuori dalla bolla, dentro e fuori dal mito: dagli anni Settanta il nuovo potere individuato da Pasolini, che non coincide con la mitologia controculturale ma che la chiarisce, diede un aspetto più limpido e più logico a una creatura destinata alla nebbia e al mito; aspetto reso forte dalla suprema forza dell’espressione artistica.
Forza suprema, l’arte di Pasolini. La mitologia degli anni Settanta non le ha resistito. L’omicidio del poeta, nel pieno degli anni di piombo, è diventato mitologia a sua volta. Pasolini ucciso «perché sapeva», ucciso perché «lo ascoltano tutti», «perché va fermato». Ma la forza della sua espressione non è stata uccisa ed è viva, finalmente, dopo essere stata a lungo in un limbo di rifiuto, non-accettazione, forzata negazione. Illuminati, gruppi Bilderberg, Uomini-Rettile; esseri interdimensionali, intelligenze extraterrestri & altri mostri mitologici inviano sentiti dispiaceri.

L’OROSCOPO DI LUCIA ROSSI

«Questo è l’anno della prova del nove» annuncia l’indovino sul giornale. «Un segno come il vostro, il più bravo a superare gli Schemi, avrà grosse occasioni per realizzare i Desideri, oltre le barriere, gli steccati, le vecchie e decadute contrapposizioni». Lucia Rossi è in ufficio. È ora di pranzo, quasi. Sta per tornare dai suoi bimbi. Ha appena compiuto gli anni; stavolta è un’età decisiva. Ha festeggiato in modo piacevole. Si rilassa con un giornale sul tavolo. Lo sfoglia. Pagina degli oroscopi. Non li legge mai; ma è dell’umore giusto per un po’ di giochi semiseri. Ecco il suo segno. «Un segno abile come te nel coniugare le differenze, le Funzioni diverse avrà nel 2018 l’influsso di Giove in Scorpione, positivo per lunga parte dell’anno: dovrete mettere a frutto il favore del superpianeta e mettere alla prova le vostre scelte professionali, personali, motivazionali. Occasioni simili le avete viste solo nel 1993 e nel 2005. Favorite l’iniziativa in specie a maggio, non perdetevi in autoconvinzioni limitanti, apritevi a una mentalità nuova e liberata. Consiglio: non date retta né alla stampa né alla moda del momento».
Lucia viene da una dura campagna elettorale. Nel 2017 ha proposto un programma pronto all’uso. Era la sua seconda candidatura a sindaca ed è andata meglio della prima. Ma perché, alla fine, tanti hanno eletto un altro candidato, Rodolfo Bertoli? Vediamo.

1. Bertoli conta sul Partito Democratico. Il Partito Democratico di Melegnano ha un uomo in senato: Erminio Quartiani, alpinista che adora la montagna. In altre parole: hanno il santo in parlamento.

2. La campagna elettorale del PD è stata porta a porta, scarpe sull’asfalto. Tanti altri candidati hanno consumato i cellulari, gli intermediari, il telefono, gli amici.

3. A dicembre del 2016 compare su Facebook uno strano post. L’autore del post è il PD di Melegnano. Il post dice: «Il PD ringrazia gli elettori che, alle urne, hanno espresso questo forte Sì». È riferito ai 3000 voti a favore della riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi, all’epoca primo ministro. 3000, stesso numero di voti andati al Partito Democratico alle ultime elezioni europee (2013). 3000 è il numero perfetto? Lo è per il PD, che ha guardato il risultato e si è detto: con questo numero le elezioni del sindaco sono nostre.

4. Numero perfetto in mano, i Democratici si sono detti: siamo i più forti. La maggioranza la dirigiamo noi. Alla sinistra diciamo no. E a Lucia Rossi? Lucia Rossi ha, dall’inizio della sua attività politica: A) portato a Melegnano (2012) il Protocollo di Legalità negli appalti pubblici; B) sostenuto la creazione (2012) di una commissione antimafia melegnanese, C) promosso il Codice Etico dei Pubblici Amministratori (2013), detto Carta di Pisa; D) proposto la verifica (2014) delle bollette TARI non pagate, E) proposto la riduzione dei parcheggi abusivi nelle vie (2015) e sui marciapiedi, F) promosso un sistema di abbattimento dei costi (2016) della tassa sui rifiuti, G) difeso la necessità di rendere più chiaro il bilancio pubblico. Quindi Lucia Rossi è efficace, è pratica e senza scopi di lucro. Lucia Rossi si fa capire. Si dà da fare. Lucia Rossi non ha bandiere né pregiudizi. Lucia Rossi è interessante per il PD. Nonostante non abbia vinto le elezioni, benché sieda in minoranza, il PD vuole Lucia Rossi coinvolta nella nuova maggioranza comunale.

5. …e Bellomo? Bellomo è il lato oscuro della sinistra. Abbonda tutta una mitologia che allude a un tacito patto di continuità Bellomo-Bertoli. Appendice del mito della macabra intesa tra centrodestra e centrosinistra, a livello nazionale prima, a livello locale poi, come in alto così in basso, per un’unità di governo che annulla le differenze. L’intesa coincide con il mito giornalistico del piano Gelli, l’infame progetto di un morbido colpo di stato. Ma fuori dal mito Bellomo è semplicemente un fedelissimo del senatore Mario Mantovani, oggi due volte indagato dalla magistratura: appigliarsi alla sua cordata è diventato malsicuro.

Finale. Il PD locale si è presentato come partito organizzato (punto 1) capace di fare massa (punto 3) di voti, ricorrendo alla raccolta faccia a faccia (punto 2) con apertura alle persone meritevoli non prive di mezzi (punto 4). Pure Bellomo ha sempre visto di buon occhio la Lucia meritevole e non priva di mezzi (punto 5). Perciò la domanda è: perché l’élite politica si ostina da 5 anni a inglobare Lucia Rossi in almeno uno degli schieramenti esistenti?

STIRACCHIARE LE SOMME

Secondo le Nazioni Unite l’Italia è al 36° posto per numero di donne presenti nei ministeri. Al 43° posto per donne presenti in parlamento. La mappa è aggiornata al 1 gennaio 2017; i paesi occidentali ai primi posti sono Bulgaria, Francia, Svezia, Canada. Nel decennio 2005–2015 in Italia la presenza di donne in parlamento è cresciuta del 7%. Per l’associazione nazionale dei comuni italiani, in 30 anni il numero delle donne sindache è aumentato di 7 volte, fino al numero attuale di 2752 comuni diretti da una donna. La prima donna sindaca fu eletta nel 1946.
Le battaglie contro la violenza sulle donne, contro il femminicidio, per i diritti delle donne, per le minoranze femminili, per la presenza delle donne nell’università e nella ricerca, parlano di un progresso. Parlano di processi di maturazione ormai avviati nella società globale. Gli studi di genere — quei gender studies poco cari alle élites ultraconservatrici — sono di grande supporto a tali processi ma l’istanza resta unica: le risorse migliori di una comunità, locale o mondiale, non vanno misurate in base al sesso. Vanno messe alla prova secondo i loro caratteri intrinseci, valutate in base al futuro che intravvedono. In altre parole: conta chi porta valore, il carattere sessuale non può fare da discriminante. La piccola società melegnanese — rappresentativa di tutte le grandi diversità italiane — è pronta perciò a dotarsi di vertici decisionali femminili. Personalità come Lucia Rossi possono dare concretezza all’alternativa di cui l’area melegnanese ha bisogno, temperare le posizioni estreme, mettere in dialogo le generazioni.
Ma «il futuro è di chi crede alla bellezza dei propri sogni», frase di Eleanor Roosevelt e motto di Lucia Rossi. Peccato non sia il motto della fantomatica élite occulta; che, secondo l’abbondante mitologia politica locale, mostra di chiudere le dita attorno a Melegnano. Le élites occulte non amano le donne, amano solo se stesse e poco approvano l’idea di alternativa. La battaglia per Melegnano allora non ha colore politico, non è maschile né femminile: non ha la pelle di un colore solo, non parla una lingua precisa: è una battaglia antropologica. Nel Novecento avrebbero detto: è una battaglia culturale — o controculturale. Ma la cultura non esiste, esiste la nostra umanità; come non esiste realtà predeterminata, può esistere una mente, nella quale viaggiano persone più o meno definite, verso il futuro a cui decidono, consapevoli o inconsapevoli, di destinare se stesse e gli altri, in ogni piccola scelta fatta oggi.

Lo Staff, giovedì 22 febbraio 2018 ore 6:00
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L'inchiesta ninfetta

I servizi segreti di San Giuliano 

«QUESTO GRUPPO NON È CASA TUA. Qui comandiamo noi.

Se ti ostinerai a scrivere contro il volere di noi emissari dell’élite verrai bloccato o rimosso dalla città–stato online di San Giuliano Milanese.

Partiamo dal principio che tu, qui, nasci come un essere di fango e pietra e tu, qui, sei un miserabile che pensa a sproposito, scrive a sproposito e commenta fuori tema. Sei un intruso nell’occhio degli dèi.

Perciò zitto e fa’ il tuo lavoro di pietra e ringrazia gli dèi se trovi pane in mezzo ai denti. Clicca, ubbidisci e non costringerci a finirti».

L’originale sumero delle leggi appena citate

È una storia che inizia a San Giuliano Milanese, città nell’area della bella Milano, è l’Anno di Cristo 2018 e tu hai appena inviato la tua richiesta di iscrizione al gruppo SAN GIULIANO MILANESE ONLINE FREE. Ti arriva notifica di iscrizione. Ti senti bene, hai visto che è una Social Street, sai che esperti e illuminati come Marc Augé e Stefano Zamagni sono sostenitori dell’esperimento delle Social Streets e non vedi l’ora di fare «buon vicinato». Vivi una vita nera al riparo dei tuoi pochi metri quadri, non vedi l’ora di passare «dal virtuale al reale fino al virtuoso», come promuovono le Social Streets. Lavori, ascolti musica, leggi bei libri, ti informi, se puoi due passi all’aperto te li fai: non vedi l’ora di iniziare a «fare inclusione» grazie allo strumento di una Social Street, proprio qui, nel tuo ruvido quartiere, nella demoniaca Sangiu. Tu e i tuoi nuovi amici online cambierete questo piccolo mondo. Passo a passo. Hai appunto due dritte sul parco davanti casa. Per l’occasione sfoderi un bel disco di Tupac e fai partire Changes. Clic. E sei nel gruppo.

Tu credevi di iscriverti a una Social Street e invece sei nella caciara. Ti appare un post pinnato in cui, tra le righe, si materializza un sorriso cialtrone da dittatura socialista reale. Nei post, orde di fulminati senza impronta di una grammatica elementare — non dobbiamo essere tutti premi Strega, ma scrivere con decoro in italiano sì, per rispetto di chi legge, per gli dèi e per le dee! — troll con lingue di pietra che sbraitano in dialettese, scoppiati con un picprofile che non accetta diritti né doveri per nessuna creatura, vagonate di politicizzati di estrema mano. Cerchi le informazioni — è lo spazio in cui di solito si trovano stracci di regolamenti — e ti viene confermato che «non sei su suolo democratico», esattamente come «tu non sei democratico a casa tua» e come non è democratico in chiesa, al bar, in polizia, nelle prigioni del sindaco — ti volti verso lo stereo, glielo leggi ad alta voce a Tupac e lui un altro po’ sbratta al microfono; gli fai: Tupa’, ma che è? casa mia è aperta a tutti, io credo nelle regole, faccio democrazia nel mio piccolo e questi mi dicono che casa mia nun è democratiga, mo’ nemmanco il cinema è democratigo — è inutile, ti è ribadito che, sempre tra denti sornioni, no, tu non sei democratico, tu fai in realtà come cacchio ti pare e così perciò facciamo noi qui. Poi, sempre lodati i nomi di Allah Onnipossente che c’ha dato i Social Stritt. 

Nel caso non ti fossero chiare quelle leggi

Scorri i post e un trip onnipotente ha inizio. Ti appare un pugile famoso coperto di sangue e ti fa: «Ehi. Cercavi il cesso? Ci sei in mezzo». Stalin, colossale, due baffoni rupestri, trasmesso su mille televisori alza l’indice, te lo punta addosso — ti ritrovi sul marciapiede e: «A bello. Credevi d’esse in democrazia?» ti urla un’invasata per strada, conciata come Lady Gaga. I vagoncini della nettezza urbana sgommano sull’asfalto ma invece di raccogliere monnezza caricano barboni e li termovalorizzano sul momento — improvvisamente dalle crepe nel cemento sorge il nuovo centro sociale neonazista e antiparlamentare: DISTOPIA/IDIOPIA.

Almeno ha un’utilità pratica, il gruppo? Esempio: leggere notizie locali senza filtri, prima di saperle dai giornali? Inciampi in un post del 31 dicembre:

31 dicembre 2017 alle ore 11:36
Viboldone un morto ammazzato.

Apri Google News. Verifichi: il Corriere della Sera «sospetta un omicidio» (milano.corriere.it, 31 dicembre 2017 ore 11:23), «non si trova il coltello che ha ucciso», «a Lodi è aperta un’inchiesta per omicidio volontario» (sempre il Corriere, 2 gennaio ore 7:59). Anche ANSA dichiara che «i carabinieri di Milano indagano per omicidio» (31 dicembre, ore 19:41). Come reagiscono gli amministratori del gruppo? «Ok ma non si parla di omicidio. Ferite sospette» (un admin, 31 dicembre). «Omicidio» è una parola onnipresente ma non va pronunciata nella San Giuliano online: «Conosco invece degli sbandati che se tu li vedi sono pieni di graffi ferite e croste poi magari hanno problemi tossicologici di dipendenza o circolatori» (come sopra). Chiaro: se uno viene «trovato sgozzato» è colpa sua. «Conosco gente che gira con i coltelli nella schiena, dicono che faccia male solo quando si ride» cerca di replicare un utente. Ma ecco il sindaco Marco Segala: «Buongiorno. La scientifica, i carabinieri e la polizia locale sono sul posto. Non si sa se si tratta di omicidio o suicidio. Le forze dell’ordine stanno indagando». «Omicidio» è una parola che non va detta nemmeno nella San Giuliano reale.

Lanterna adatta a scrutare il senso delle parole «non si sa se è omicidio o suicidio».

Aspetti qualche giorno. 12 gennaio: finalmente un post sul parco di via Campoverde davanti casa. I padroni di cani non rispettano le leggi, non raccolgono le deiezioni e i bambini sprofondano nel letame: «Qui nessuno prende provvedimenti» (12 gennaio 2018 ore 22:42), «la bambina si è messa a piangere perché, neanche il tempo di entrare, e siamo dovuti andare via». Ti prepari a commentare: ma leggi solo messaggi inferociti; un commento se la prende «con i tedeschi e non solo loro»… È subito guerra tra poveri ed esseri di fango. Ti chiedi: perché l’amministrazione comunale, un assessore, qualcuno del pubblico ufficio, non commentano per annunciare che la segnalazione è stata notata? che sarà preso un provvedimento?

14 gennaio. Furti negli appartamenti in via Campoverde. A San Giuliano i ladri «entrano dai balconi», «spaccano le tapparelle», riescono a «sciogliere con la fiamma ossidrica» le inferriate; a San Donato Milanese e a Melegnano non è diverso; tutti gli esseri di fango sporgono regolare denuncia ma sanno che le denunce restano in fondo al computer; il post riceve 30 commenti di risentite creature di pietra; perché non interviene l’assessore o il dio alla sicurezza con un commento, una replica, una risata di maledizione? Interviene invece il sindaco Marco Segala: «Il tema è complesso, riveste diversi soggetti istituzionali. Amministrazione Locale e Governo». Insomma, non è solo colpa mia. «In campagna elettorale abbiamo puntato molto sulla sicurezza e molto abbiamo fatto. A costo di essere noioso, provo a fare il punto» e il punto infatti è lungo, propagandistico. «Ricordatevi il 4 marzo chi ha deciso di non incarcerare per reati fino a 3 anni. Perché vi lamentate ogni volta votate PD» aggiunge un admin. Sempre colpa degli altri.

Gesta social dell’amministrazione Segala

Chi amministra il gruppo? Nell’elenco, il primo amministratore è un profilo fake, «Indomabili Milano», dotato della bellezza di 11 amici — profilo fake sta per falso dio, nella città–stato di San Giuliano. — Amministra il gruppo anche Daniele Castelgrande, assessore alla sicurezza di San Giuliano. Dirigi la sicurezza in un comune e Facebook, ogni giorno, ti ricorda la scarsa sicurezza che c’è dalle tue parti. È un voto quotidiano di sfiducia, no? «Giudicateci nel 2021, a fine mandato, se no è come chiedere a un professore di valutare un compito in classe prima di averlo corretto» rammenta il sindaco, sempre il sindaco, mai che si faccia vivo l’assessore incaricato; vale a dire Castelgrande, uomo di Fratelli d’Italia; stesso admin che, nel 2015, proponeva di rimuovere dal gruppo gli utenti al primo insulto (12/5/2015). Quali tipi di insulto? Non gli insulti come «negro», «frocio», «finocchio» — termini assolutamente in linea con il linguaggio inclusivo di una Social Street — che vanno benissimo: «È italiano, non facciamo i puritani ipocriti altrimenti torniamo nel medioevo e mettiamo i veli alle statue greche col “cazzo” di fuori» dichiarano gli admin con gran divertimento degli utenti. Come se fossero stati veli e non foglie di fico; come se fosse il Medioevo, non il Seicento. Come se non esistessero vulve greche.
NB. Nel 2015 Marco Segala non intervenne perché era un utente sconosciuto. Rischiava di venire rimosso.

L’admin/assessore Castelgrande interviene il 12 gennaio dell’anno di grazia 2018 per ricordare quant’è complicato amministrare la vastità del territorio di sua competenza. Spuntano lamentele sui vigili. Castelgrande: «Ragazzi, purtroppo abbiamo 84 km di strade», una giungla più indomabile dell’Amazzonia, «purtroppo i numeri delle risorse sono quelle, se ci aiutasse anche Prefettura e Ministero non sarebbe male». I numeri sono quelle, Prefettura e Ministero aiuta; tu leggi e ti convinci che la rivendicazione adatta ai nostri anni è: l’Italiano agli Italiani.

Sembrano tavole da surf. Sono tavole di buon italiano

Mah, ti dici. Non sono democratici. Non vogliono sentire parole come «omicidio» però scrivono «negro, frocio, finocchio»… Se avevi voglia di partecipare, il gruppo te la smorza così:

1) impone uno spazio che vive di regole anti-democratiche,

2) il diretto responsabile alla sicurezza non interviene — in compenso si fanno spesso vivi il sindaco e gente che fa l’admin su Facebook,

3) i problemi locali devono risolverli «il Governo», «la Prefettura e il Ministero».

Oggi il social network si impone come una delle principali sovrastrutture sociali. Ciò che avviene in una sovrastruttura piove facilmente nella struttura reale e può contribuire a determinare la vita di una località. Non puoi dirigere la storia del tuo territorio, dai social. Ma puoi provare a mantenere un consenso. Un social crea comunità. C’era un gruppo nella vicina Melegnano, amministrato da militanti di destra e di estrema destra che drogavano le conversazioni politicizzandole; creavano una comunità che permetteva a chiunque di inveire contro «negri, froci, finocchi», rimuovevano dal gruppo chi non la pensava come l’estrema destra, chi criticava l’estrema destra e chi proponeva alternative all’estrema destra. Per fortuna, l’amministrazione virtuale di SAN GIULIANO ONLINE FREE è diversa. Tutt’altra cosa. Nessuno degli admin è impastato con l’amministrazione comunale. Il gruppo non ha niente a che fare con la propaganda o con il controllo di contenuti e di conversazioni visibili da 5899 iscritti. Che sarebbero pochi, per San Giuliano, quanto basta però a imporre una maggioranza di controllori.

Segala, Castelgrande e altri dei sangiulianesi. In testa, Nicolai

Ma chi sono i controllori, chi sono i controllati nel gruppo sangiulianese? Se i ruoli tendono a coincidere allora abbiamo un problema. Tu intanto, che hai appena effettuato l’iscrizione, hai già deciso di tenerti alla larga. Certi gruppi sono come «degli sbandati che se tu li vedi somigliano a certi fuorusciti cacciati dai servizi segreti. Poi magari hanno problemi tossicologici di dipendenza o circolatori».
Annulleresti pure l’iscrizione.
Ma, se lo fai, chi vince? l’anti–democrazia?

Lo Staff, lunedì 15 gennaio 2018 ore 23:26 
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L'inchiesta ninfetta

La crocifissione, passione, morte e resurrezione di Raimondo

«PER UN’ANALISI CORRETTA DELLA VOLONTÀ POPOLARE, partiamo da un risultato definitivo: il centrosinistra ha vinto. E assume su di sé la responsabilità di governo.
Un risultato raggiunto in un momento storico. Non facile per il nostro Partito. Come ha dimostrato l’esito del voto nazionale. — La voce è calma. C’è brusio in sala. Il nostro osservatore sta zitto. «Nella nostra Città il successo del Partito dimostra che gli obiettivi si raggiungono con gli uomini e con le idee. E non con le alchimie politiche».

Peccato, pensa l’osservatore. «La collaborazione con le altre forze politiche e civiche si è interrotta quando forti e insormontabili sono divenute le diversità di visione. Non era possibile cedere a compromessi». — La vostra infinita ostilità con Mezzi. Dovrò farci un post. «Al nostro fianco si è creato un movimento di persone desiderose di buona politica, un progetto ambizioso che ha richiesto un grande lavoro di studio, di approfondimento, di analisi, di ricerca e raccolta di informazioni, di condivisione. Al sindaco Bertoli riconosciamo, tra gli altri, il merito di aver saputo interpretare tutto questo lavoro e di aver coinvolto e appassionato la Città con entusiasmo». — Vi è andata bene. Era uno sconosciuto.
«Siamo consapevoli del ruolo che i cittadini ci hanno assegnato riconoscendoci meritevoli della loro fiducia. Per questo rinnoviamo il nostro grazie». — Semmai hanno deciso di provarvi per 5 anni. Semmai. Ma sentiamo.
«Una fiducia che cercheremo di ripagare con verità, legalità, rispetto delle regole, per una buona e civile convivenza; con politiche di solidarietà per curarsi di chi è in difficoltà, affinché nessuno rimanga indietro; con processi di innovazione in grado di produrre e distribuire ricchezza; aprendo Melegnano all’esterno, per attrarre interesse e promuovere il suo nuovo Rinascimento». — Distribuire…?
«Perseguiremo la collaborazione di tutto il Consiglio comunale in uno stile di corresponsabilità, per raggiungere l’unico obiettivo che ci deve accomunare: la ricerca del bene comune. Grazie. Buon lavoro».
La democrazia è uno scroscio di applausi. L’aula consiliare di Melegnano è un Niagara.

Reazione di un nazista a questo post.

L’osservatore, zitto, si rialza in volo. Abbandona l’aula. L’osservatore è lo spirito di Fabio Raimondo, improvvisamente separato dal corpo a causa dell’insuccesso elettorale. È lunedì 17 luglio: il primo consiglio comunale dell’amministrazione Bertoli, vittoriosa il 25 giugno, offre un’analisi politica dei fatti. È quasi un mese che lo spirito del nostro osservatore vola nervosamente nel borgo sul Lambro, disincarnato, schiodato dalle costole e dai tendini del suo tempio. Il suo partito non ha ottenuto voti sufficienti per sedersi in consiglio comunale. L’8,29% non è bastato: 608 votanti non saranno rappresentati. Non conteranno nelle decisioni della comunità. 10 anni di lavoro nell’assessorato al sociale e alla sicurezza sono chiusi. La campagna elettorale è stata la sua crocifissione, il ballottaggio la sua morte. Ma è una morte spontanea, accetta, volontaria.

Chissà cosa ne pensano gli assessori a vita.

La mattina del 26 giugno il giovane coordinatore locale del suo partito usciva dalla sede melegnanese — improvvisata per le elezioni — raccogliendo le sue cose. Il coordinatore è Marco Rossi. La testa è bassa, colpa della delusione. Ci aveva creduto davvero. Ma non solo. Ci credevano pure i suoi quasi 100 sostenitori: lo conferma una notizia, apparsa nell’aria estiva come un riflesso del potente Shiva. Siamo in una caffetteria melegnanese, carina e riparata. Il tavolino di ferro è occupato da quattro studenti. Una ragazza, nemmeno 20 anni, sta parlando ai coetanei. Chiacchierano di elezioni. «Insomma, praticamente la Caputo ha perso» le dicono. Devono essere fan del centrodestra. Non simpatizzano per la candidata: sono quattro Millennials, fanno parte di un altro target. «Sì — risponde la 21enne: — ma tanto adesso entra Marco Rossi al posto suo in consiglio comunale» e annuisce con la testa. Quel gesto di annuire con la testa è quasi una mistica attesa, segnale di garanzia assoluta del carisma e delle capacità di Marco Rossi, un giovane che, per una Millennial da bar, vola più in alto di una donna d’esperienza come Raffaela Caputo, vicesindaca, una vita spesa per la comunità.

Raffaela Caputo dev’essere stata colpita dal presentimento. Ma è mai possibile immaginare Caputo, persona da 2851 voti, lasciare il posto a un leader alle prime armi? Dopo due turni di campagna elettorale boots on the ground? Alle 21:28 del 18 agosto Caputo risponde alla domanda con un commento misterioso. «Non potevo perdere la mia dignità di fronte a coloro che avevano riposto la loro fiducia in me. Mi dispiace tantissimo, la vita però riserva sempre delle sorprese» è il commento. «Non si può prima osannare una persona, le sue qualità. Portarla alle stelle, poi ignorarla, dimenticare tutto perché ha detto no» conclude.

La passione e resurrezione di Raimondo fu preparata da anni di predicazione su strade deserte. Qui, il suo ingresso a Milano. Rinunciò persino alla mite cavalcatura di un asinello.

Freddie Mercury non se la prendeva mai: sosteneva, quando era il momento di afferrare il messaggio delle sue canzoni, che l’interpretazione dell’ascoltatore fosse sempre quella giusta. RADAR è pure dell’idea. A voi l’interpretazione del commento di Caputo.
Senza malafede: Fabio Raimondo è uomo di parte; aveva il dovere di piazzare bene i suoi uomini. Ma non solo. Raimondo è animale politico, urla al megafono e si incatena alle ringhiere perché non può stare lontano dalla sua passione. Raimondo è legato alle sorti del Sud Est Milano: è uno dei coordinatori territoriali e gli sta a cuore il successo percentuale della sua fazione. Ma non solo. Raimondo è fascista: lo sa Melegnano, che l’ha ospitato come assessore dal 2007, dove dette prova di alata propaganda quando propose un manifesto del 25 aprile che equiparava tutti i morti della guerra civile del 1943-’45, repubblichini e partigiani, nazisti e liberisti, cani e gatti, pelati e capelloni, glabri e pelosi, corti e lunghi, questi e quelli, carni e pesci, tutti e nulli.
Lo sa Filippo Errante, sindaco di Corsico, il comune ammonito dalla commissione parlamentare antimafia a gennaio 2017 a causa di un sospetto organizzatore della Sagra dello Stocco, fiera pubblica che la comunità corsichese celebra al finire dell’estate — l’organizzatore fu identificato come uomo imparentato con amici degli amici. Capito, sì. — Corsico sorge a un breve sparo da Cesano Boscone, comune dove Raimondo è capo dell’opposizione dopo le elezioni perse contro Simone Negri; a un breve sparo da Melegnano, dove Raimondo entrò da assessore nominato dall’ex sindaco Bellomo, figlio di un socialista.
Il maestro Dario Fo, un giorno prima di spirare, dedicò una lettera a Filippo Errante. Era maggio 2016. Errante censurò l’esecuzione di Bella Ciao durante la celebrazione pubblica del 25 aprile. Ma non solo. «Errante vuole togliere il pasto a 500 bambini di famiglie» scrisse Dario Fo, «che sono in mora con la mensa. Vuole chiudere un asilo storico nel centro di Corsico. Vuole ridimensionare la scuola Dante, vuole chiudere il Centro Civico di Musica» con 35 dipendenti a carico. «Attento a te, uomo di comando: non pórti mai contro chi esprime la bellezza e l’intelligenza. È molto pericoloso. Soprattutto per le tue natiche» avvisava il maestro Fo.

Miles Davis ha avuto da ridire su Errante, a sua volta. Esternazioni poco ripetibili. (Miles Davis al Vancouver International Jazz Festival, 1986, mentre scorge Rossi e Raimondo)

Nel 2017 l’avvertimento della commissione parlamentare antimafia nuclearizzò il comune di Corsico. Errante licenziò tutti gli assessori. Poi nominò Pietro Di Mino come assessore al sociale e alla sicurezza, ma Di Mino deluse l’umanità delirando sui social scrivendo un post neonazi dietro l’altro. Silurato. Ma non solo. Il 15 settembre 2017, Errante schiuse l’uovo cosmico. Nominò Fabio Raimondo come assessore delegato al sociale, alle politiche della casa, all’attuazione del programma.

Lo scorso inverno. Errante fa finta di niente. Raimondo si volta di là. Ma erano già amiciamici.

E Fabio Raimondo risorse. Fornito di un nuovo involucro corporeo si incarnò in un nuovo assessore. È a suo agio con lo stratagemma: primo, serve la presenza di un sindaco ex socialista, che accetta di nominare al comando personaggi non residenti in comune. Bellomo lo nominò così. Errante ne ha nominati tanti, di assessori forestieri.
L’effetto sui cittadini di Corsico è immediato. «Un altro assessore extra-comunitario!» (G., 15 settembre ore 11:53). «Dopo aver importato 6 assessori, proporrei di importare anche il primo cittadino» (C., 18 settembre, 13:53). «Anche il sindaco attuale è importato» (N., 18 settembre, 14:50). «Ma aiutarli a casa loro…?» (E., 18 settembre, 15:10). «Giù dalle cadreghe» (N., 19 settembre, 15:23).
Comprensibile. È nominato, non l’hanno scelto loro. Ma non solo. Di Mino era fascista convinto? Raimondo è più vicino alla fonte di lui: «Sanno tutti che Raimondo è un antifascista convinto, che rispetta i valori della Resistenza» ironizza B. il 15 settembre. Memore del manifesto di Melegnano.

Quella fascia a tre colori al contrario è fortemente sospetta. Chi l’ha notata?

La politica è questa e la legge non lo vieta a nessuno; puoi nominare Raimondo assessore anche tu, sindaco che stai leggendo. Senza malafede: Raimondo ha studiato a Corsico alle superiori, per 5 anni, dove svolse attività politica studentesca. A Melegnano, dove fu assessore dal 2007 al 2017, ha risieduto parte della sua famiglia. Prendi coraggio allora e, se trovi anche tu la più flebile connessione tra il tuo comune e la vita di un politico locale, presentalo come assessore.

Ti metterai contro gli elettori e le elettrici che preferiscono sceglierlo al primo turno, il loro assessore. Come a Melegnano. A Melegnano non ne potevano più dei nominati; non ne potevano più delle campagne elettorali che ti trattano come polpa per voti — o come materia inerte per la tua propaganda — e hanno scelto persone eleggibili. Prova a ricordare: «La vita porta con sé qualcosa che ci allontana dalla materia bruta. In condizioni determinate, la materia si comporta in un modo determinato; niente di ciò che essa fa è imprevedibile. La materia è inerzia, geometria, necessità. Ma, con la vita, è apparso il movimento imprevedibile e libero. L’essere vivente sceglie» (Henri Bergson). L’insuccesso elettorale del centrodestra melegnanese trova ragione in queste poche parole, ideali per un udito intenditore. Ma non solo. Che possa trovare ragione all’udito di Corsico.

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Vuoi leggere tutta la lettera di Dario Fo a Filippo Errante? Clicca qui.
I commenti apparsi sui social di Corsico sono leggibili su
Il Nuovo Caffè di Corsico, gruppo pubblico creato su Facebook.

Lo Staff, venerdì 6 ottobre 2017 ore 10:00
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I funerali di Pietro Mezzi

È IL PRINCIPALE CAPO POLITICO MONDIALE che la storia ricordi. Trascinò alle urne strati sociali mai visti prima dell’ora X. Con lui, masse di militanti ignoti, di perfetti astensionisti diventarono elettori. Si parla di 8 milioni e mezzo di persone. 1 milione di delusi, deboli, insicuri, andarono a votarlo abbandonando la loro radicata preferenza per il voto riformista a sinistra. Qualcosa come 7 milioni di persone scelse lui invece degli altri — e rimosse decine di leader ottocenteschi che affogarono in pagine di cronaca sempre più piccole, sempre più piccole, sempre più piccole.

Si calcola che monopolizzò totalmente il voto giovanile (clicca qui). Paterno e austero con la sua gente, non ebbe pietà dei nemici interni ed esterni; superò in fama Napoleone, cicatrizzò nel fuoco le ferite della patria e fece per una nazione ciò che l’umanità non vedeva dai tempi di Atlantide.

BAFFI. Icona del carisma.

MAI ARRIVÒ A TANTO PIETRO MEZZI, uomo della sinistra ambientalista, solidale, pacifista e umanitaria. Di lui oggi, 18 settembre 2057, si celebrano i funerali. Ma è un rito laico, sommesso, consumato nella quiete dei Giardini del Castello Mediceo. I ghetti, invece, hanno celebrato forte sul beat di Snap! (clic per ballare con i ghetti). E qui c’era tutto dell’energia che animò l’uomo e il politico. Più volte unificatore del centrosinistra: mai concessivo di fronte all’avversario anche a costo di essere ingeneroso: sempre ispirato in assemblea: con mano sicura infinite volte condannò a uno strazio di visceri le destre neocraxotte, postfasciste, dopoliberali, abbandonandole in campi fumanti di teschi e mocassini, più volte spezzando le schiene dei centristi ogni volta pronti a planare sul comune sotto forma di democristi, di imprenditorelli del cavolo, di capitalisti di ventura: and they don’want dat: «Primo cittadino, poi assessore provinciale di Milano» proclama ispirato il sindaco Chistian Iannello, «infine consigliere metropolitano per Beppe Sala e i suoi successori: la figura, il ruolo, l’esistenza di Pietro Mezzi nella storia di questa nostra estremità milanese assumono forse — e rimarco: assumono forse — tonalità chiaroscure ma, al netto di guerre fratricide, millenari rancori, acerrime rivalità, atroci tradimenti, esecuzioni di lobbisti, esecuzioni nelle stanze segrete, amore per il potere, strangolamenti al buio e quanto di irrisolto abbia il suo lascito, il passare della sua stella ha avuto qualcosa di siderale. Lui più di tutti volle incarnare, attualizzandola, quella missione dischiusa nella visione di Cicerone, nel suo misterioso Sogno di Scipione».

«Lavoratore della fronte, del pugno, vota il soldato del fronte Hitler!»

ALLEATI E NO danno omaggio: i senatori a vita Lucrezia Monterisi e Alessandro Lambri scesi a Linate, Massimo Codari in lunga e bianca capigliatura da guru; Roberto Silvestri, angelo custode melegnanese, un libretto rosso in braccio e Rino Bellomo, ultimo della dinastia, nell’imperturbabile lampadatura di famiglia; Alessandro Lomi, vicesindaco durante la consiliatura di Lucia Rossi, ha presenziato sorretto dai nipotini e da un bastone in osso di balena — e la folla dilaga, accecata dalle lacrime: il Lambro si è tinto di verde, i pub uvavano solo per lui: tutto Mezzi ricordato senza censure, senza freni e inibizioni, la vittoria del ’94 che crocifisse gli infedeli, il governo con Penati, il caso Serravalle e la richiesta di risarcimento di 119 milioni di euro, la sentenza che lo scagionò e lo restituì come uomo pulito (clicca qui) e poi l’alleanza-rottura del 2017 tra lui e Insieme Cambiamo che finì come tutti sanno: con il suo sfiguramento, la sua consacrazione al Lato Oscuro di cesare atomico, di leader ottimo massimo, di zar di tutte le Cine:

COMMENTI?

«ERA MOLTO DOLCE, era tenero con le persone» ricordano i suoi elettori, «era uno duro e puro». «Ambiguo, imprevedibile, completamente opposto al mio modo di fare» giura più di un collega: proprio come in vita persino oggi Pietro, come lo chiamavano gli amici, è Mezzi, e spacca le opinioni nelle loro metà: impossibile non ricordare la spaccatura delle elezioni del 2017, lo strappo doloroso con il gruppo di Lucia Rossi che divise pericolosamente il caucus di centrosinistra in una metà civica e pragmatica (IC) e in una metà radicale e pratico-critica (SI) nonostante l’appassionato coronamento della coalizione: Lucia Rossi non passò il primo turno ma, per responsabilità politica, decise di firmare il Patto tra Persone Perbene — un accordo basato su punti comuni di programma — con Rodolfo Bertoli, Partito Democratico, candidato al secondo turno. Centinaia di elettori progressisti aspettavano un segnale, uno qualsiasi, da parte di Lucia per votare uniti al secondo turno e punire gli ambigui 10 anni di Vito Bellomo:
quel Patto fu il segnale.
Ma Pietro non lo seguì.
Uno spettacolo catastrofico. Attivisti che una settimana prima si baciavano, la settimana dopo si mostravano gli artigli: e l’odio, l’odio: «Non so se ti sei accorta, Lucia, ma mi hai tolto la scaletta sotto i piedi» (27 giugno 2017), «Scendere dal piedistallo? Lucia, parli della stessa persona che ti ha istruita per 5 anni?» sempre il 27; lo scisma, prima che da lei, dai democratici moderati: di qua Pietro il comunicatore, il portatore di magnifica esperienza, il politico universale che da anni schiva e annulla il proprio sacrificio di sangue. Di là, una generazione democratica ancora giovane ma dopo la quale, in Italia, finì il concetto di territorio di Mezzi:

Perché i capi carismatici «fanno anche cose buone». Qui, una delle autostrade con le quali il Führer collegò il Reich per la motorizzazione militare e civile della nazione. Un simbolo della ripresa economica nazista. Certo, se non la usavi andavi in cella; ma che vuoi, è un’altra storia.

E FINÌ IL CONCETTO di lucrare voti al PD. Le elezioni del 2015 e del 2016, compreso il voto del referendum del 4 dicembre per la riforma della costituzione, mostrarono che il più forte a Melegnano era il Partito Democratico. Non Mezzi: il PD. 3000 voti che ogni anno non toglievi dall’urna e una percentuale al 30% che non lasciava dubbi: il carisma di governo siede a sinistra, ok, incarnato in Pietro Mezzi, ok, ma la volontà di farsi governare va a sedersi al centro, accanto ai Democratici; la scelta di Rodolfo Bertoli, che l’estremista Fabio Raimondo chiamava «lo sconosciuto del PD», chiarì le idee politiche dei governati: via l’estremismo, via i fissati, via il fervore dei pasionari e il dubbio sistematico a priori, ci rappresenta un tono di voce più basso; un profilo riflessivo; un comportamento pubblico schivo, un dubbio prudente e analitico; un carattere tenace e destinato al comando, ma capace di auto-moderarsi di fronte alle responsabilità. Insomma, la Moderazione. Una specie di lingua che si rigira sette volte prima di fiammare insulti.

Per dire: un dittatore può dire di scrivere alla stampa che lui è «l’uomo più bello del pianeta».

Finì il terrore di lucrare perché il capolavoro definitivo di Pietro Mezzi era compiuto. Quale? Costruire la Morte Nera. Distrarre il pianeta della Destra sparando in cielo un satellite enorme, baffuto, più grande della luna, che influenza la marea. Come? Concentrando su di sé 10 anni di furia craxotta, 10 anni di livore anticomunista e antiradicale rappresentato dalla giunta Bellomo: metterli tutti contro di lui, tutti a prendersela con lui, brigatista plebeo, contro gli 8 anni del suo mandato da sindaco, contro i suoi baffi che andavano in puzza per tutto, contro le sue mafie e contromafie e commissioni del cazzo: anche accettando di soffrire, di perdere una volta e due volte: fino a fargli ignorare il loro vero nemico. Dario Ninfo. E il resto del PD. Il capolavoro di Pietro fu trasformare gli avversari in una minoranza assediata, in un problema imbarazzante, lui, leader anche all’opposizione. Erano quattro ragazzi del PDL, distrarli fu un gioco facilissimo — e istruttivo.

Tu ce l’hai il ritratto di Andy Warhol? Pietro Mezzi sì. Qui è visibile nel suo periodo senza baffi.

UNA SOLA È L’ANALISI POLITICA del 2017, anno cruciale. Non è il rinascimento moderato di Bertoli. Non è la lealtà della Rossi e della Caputo. Il bilancio di quell’anno è nelle scelte fatte con carattere. Chi le fa, vince. Chi cerca la vittoria, perde. E la vittoria in palio era più severa, quell’anno, di una tornata elettorale. Intendiamoci, Pietro Mezzi cercò di piazzare un vicesindaco in giunta; era un uomo di parte e come tale ragionava per i suoi elettori. Ma il sistema-Bellomo era cosa più seria, lui solo poteva acchiapparla per il pisello.

PIETRO MEZZI È COME DE ANDRÉ. Se sfrequenzi da lui lo trovi snob, impossibile, immeritevole di successo. Ma se in cuore hai una pena e se accendi le sue canzoni, allora riconosci tutto, armonia, melodia, timbro, ritmica, senti perfettamente, senti che quello è un suono che ti salva. Beveva? Urlava? Non lavorava? Schiavizzava i turnisti? E con ciò? La sua missione era scrivere canzoni per l’umanità, non era quella di fare il bravo ragazzo per te. Pietro Mezzi ti avvelena al banchetto? ti ha ucciso nel sonno, ti trascina in cella e ti tortura quando c’ha tempo? e con questo? Pietro Mezzi è un leader politico e in politica, istruiva De Gasperi, ci vuole carattere. Senza carattere non c’è carisma, senza carisma non si accende una luce al buio. Fattelo venire tu, poi vediamo. Noi stendiamo le gambe e ci gustiamo quale sarà, persino il giorno dei suoi funerali, il nuovo colpo di Pietro Mezzi.

Lo Staff, lunedì 18 settembre 2057 ore 6:30 
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I distruttori–costruttori di Melegnano

VIA BASCAPÈ/CASTELLINI — Prendere il suolo e cementificarlo? È una tendenza italiana che, dagli anni ’90, è cresciuta del 500%. In Italia, secondo il Fondo Ambiente Italiano, colano 3 metri quadri di cemento al secondo; non c’è crisi del mattone né fuga dall’immobiliare che possa domare la corsa al suolo. È la legge a emettere vincoli: il suolo, «risorsa non rinnovabile», non va consumato. Va rigenerato. Si costruisce sul costruito, in pratica; l’edilizia deve sfogarsi sulle aree già urbanizzate ma cadute in disuso e degradate. Sono i brownfields — dall’inglese: campi neri — aree ex–industriali con sospetta presenza di inquinanti e contaminanti. Regione Lombardia ha pubblicato due leggi, LR31/14 e LR16/17, in questa direzione.

Nagasaki (MI) dopo la follia di un Costruttore.

E i costruttori che fanno, se non possono consumare? La variante è intuitiva: radere al suolo e cementificare uguale. L’eldorado è il settore dei piani di recupero, cioè degli interventi di ricostruzione su aree urbane occupate da edifici trascurati o fatiscenti. A Melegnano, il cancro delle demolizioni/ricostruzioni di edifici storici abbandonati — tramutati senza grazia in palazzine dall’immutabile look anni ’50 — ha impregnato il tessuto urbano, fino a disperdere il volto dell’insediamento originario ricchissimo di preziosi esemplari. Per le associazioni di tutela del patrimonio storico, come Italia Nostra, la demolizione e ricostruzione dell’edificio settecentesco all’incrocio delle vie Veneto e Marconi è l’ultima testimonianza.

THE SPERNAZZATI EXPERIENCE. Il 2 luglio scorso Melegnano ha ospitato l’evento Spernazzati, il recupero della memoria. Dedicato all’edificio di valore storico che sorge lungo via Castellini, di fianco alla Corte Turin, ha fatto conoscere i discendenti della famiglia Spernazzati, tra i quali Francesco Edoardo Misso, nipote dell’ultima Spernazzati residente nel borgo sul Lambro. Palazzo Spernazzati è sottoposto al piano di recupero n. 86 che prevede l’abbattimento integrale e la costruzione, sul suo suolo, di un cortile acciottolato con tre piani abitabili di 1233,13 metri quadri residenziali, da circondare di vetrine per un totale di 324,20 metri quadri commerciali. Prendere un’antica residenza aristocratica, farne un salotto per la piccola borghesia: «È peggio dell’ISIS» commentano gli archeologi locali, costretti ad assistere allo sventramento di centri storici, di borghi, di edifici rurali ricchi di una tradizione architettonica irripetibile.
Peggio dei talebani, solo certi sindaci. Mai possibile asportare mezzo mattone senza il consenso delle amministrazioni comunali: infatti il piano di recupero di Spernazzati, avviato nel 2011, ha avuto pieno appoggio dall’ex sindaco forzista Bellomo, figlio dell’omonimo Michele, ex sindaco craxiano eletto negli anni ’80; con il quale sono iniziate le fortune degli operatori edili che hanno regalato al centro storico di Melegnano il suo aspetto mozzafiato. Il figlio non è stato da meno: ha inaugurato nel 2012 un Piano di Governo del Territorio a consumo di suolo definitivo.
Pieno appoggio politico e pieno silenzio sui giornali. Non un solo intervento di informazione locale ha parlato di palazzo Spernazzati negli ultimi 5 anni; il piano di recupero stesso si riferisce all’edificio con il nome di Corte Castellini: «Il complesso edilizio è di epoca ottocentesca» proclama una perizia statica del 2013. I documenti storici affermano che palazzo Spernazzati risale invece al Gotico. La perizia enfatizza le pessime condizioni del complesso, ne raccomanda l’abbattimento: «Assurdo — osservano i membri del gruppo promotore per il restauro di Spernazzati, — esaltare le condizioni di degrado significa esaltare la negligenza del privato proprietario che, in anni e anni, non è mai intervenuto per recuperare l’edificio». La convenzione per attuare il piano di recupero è pronta dal 16 marzo 2017: il proprietario — la società a responsabilità limitata Progetto Cinque, rappresentante Carlo Locatelli, sede in via Roma — si impegnava a versare al comune quattro rate di importo di monetizzazione per attrezzature e servizi pubblici del valore di 45mila euro l’anno, per la durata di quattro anni, 2017–2020. Sono 181.773,04 euro: eroina per le casse pubbliche. Più 54.424,58 euro di oneri di urbanizzazione primaria. Più 80.336,52 euro di oneri di urbanizzazione secondaria.
E, per tappare la fame di parcheggi — a lungo richiesti dai negozianti melegnanesi — un bel parcheggio interrato in tutta l’area. Senza alcuna indagine sotterranea ad accertare la presenza di cantine a volta, tipiche delle costruzioni tardo–medievali.

PRIMA CHE MELEGNANO FOSSE DISTRUTTA. Fortuna che c’è un libro a smentire i mattonari. Chiunque si interessi di storia locale lo conosce. È il testo Cenni Storici dell’Antico e Moderno Insigne Borgo di Melegnano, scritto da Giacinto Coldani e conosciuto nella riedizione curata da Francesco Saresani. Se la perizia protocollata da un comune della repubblica può permettersi di definire palazzo Spernazzati come una costruzione ottocentesca a corte lombarda, è perché non ha mai ficcato un dito nei documenti:
«Il tuo sguardo potrà spaziare sulla contrada del castello, detta dal popolo Contrada Lunga [oggi il rettilineo di via Castellini]. Qui vedrai, all’altezza della prima via a destra, un abitato molto grande e antico, di proprietà degli eredi di Carlo Spernazzati; chiamato La Caserma, per il fatto di avere dato alloggio, in altre occasioni, ai soldati di guarnigione in questo borgo. Il gotico delle sue finestre e l’insieme della sua struttura coincidono molto bene con lo stile architettonico dell’antico palazzo Brusati nella Contrada dei Pellegrini [oggi via Mazzini, davanti alle Poste] e del palazzo della Comunità [il Broletto, oggi sede del municipio]. Stile che contrassegna questi tre palazzi come i resti dell’antica Melegnano, così com’essa era prima che fosse distrutta da Federico II di Germania». Se palazzo Spernazzati non lo distrusse il sacro romano imperatore Federico II — proprio Federico II di Svevia, venerato sovrano di Sicilia, promotore di costituzioni, coniatore di monete (sopra, in foto) e artefice della pace in Medio Oriente — c’è motivo che lo distruggano piccoli imprenditori lombardi, amici di ex–sindaci craxotti? La descrizione turistica tra virgolette è tratta dal prezioso libro, scritto nel 1749, ripubblicato nel 1880; la trama è semplice, un Precettore insegna al fanciullo Antonio l’amore per le bellezze del suo borgo; il testo, adattato all’italiano corrente, può essere letto a qualsiasi minore di età scolare. Niente male se il primo bambino che passa per via Castellini potesse smontare la testa di questa o quell’amministrazione comunale, di questo o quel mattonaro, no?

OGGI. Palazzo Spernazzati vivrà. Con esso vive il tesoro di identità che custodisce. La nuova rete arancione di sicurezza che lo protegge in via Castellini doveva essere l’ultimo atto pubblico in preparazione alla sua distruzione–ricostruzione; atto compiuto a pochi giorni dalle votazioni dell’11 giugno, unito a una delibera, la n. 92 del 6 giugno, con cui l’ex-craxotto approvava il piano di recupero. Sarà invece un atto di cura e protezione. La nuova giunta di centrosinistra, eletta il 25 giugno e guidata dall’architetto Rodolfo Bertoli — promotore di un progetto politico di rinascita, portatore di una sensibilità dimostrata all’interno del gruppo per la tutela di palazzo Spernazzati — non vuole che l’edificio originario vada perduto e dichiara di volerlo tutelare. E dovrà farlo in fretta, se vuole sopravvivere all’ISIS di Melegnano.

Lo Staff, giovedì 24 agosto 2017 ore 06:30
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Mussolini’s Pink Paradise: il paradiso social (e sempre roseo) del Duce

SAPETE CHE LE NOTIZIE di nuovi voti di scambio — elezioni dell’11 giugno — iniziano a sibilare sulle acque sporche del fiume? No? Ma ve le raccontiamo quando fate 18 anni. Oggi indaghiamo sui gruppi social di Melegnano: si dice che i social network siano la culla del nuovo fascismo; sarà per questo che, se apri un gruppo Facebook e invochi il nome del DVCE, vieni arrestato; se pubblichi un’orazione di Hitler su Facebook, la piattaforma ti sbatte fuori e ti ritrovi a manifestare come un randagio insieme a Lealtà e Azione; perciò vogliamo verificare il nostro stato di salute pubblica e misurare la vicinanza/distanza che, sul Lambro, manteniamo dal proverbiale manganello. Cliccate qui, accendete una sigaretta e lasciatevi ispirare dalla mvsica.

MELEGNANO NEWS: IL POSTACCIO (PREDESTINATO) 
Primogenito dei gruppi locali; dotato, per volontà degli dei, dell’energia di 4500 iscritti; governato dagli invulnerabili legislatori Iommi, Vailati, Dimino, Melegnano News è il gruppo più longevo e la sua diretta genealogia dall’Olimpo – Iommi è figlio di Dio – lo rende, secondo i parametri della rete, il gruppo più affidabile; del resto, Vailati aiutò i Britanni a respingere i Baresi. Concepito per collegare cittadinanza e amministrazione comunale, Melegnano News è il postaccio con buone potenzialità, a cui riesce il compito di facilitare le relazioni tra i mortali – e di preparare la lenta candidatura di Dimino.

MELEGNANO NOTIZIE: LA PALESTRA TRVCIDA
Sorto nel 2011 da un manipolo di estremisti, profughi da Melegnano News, è stato casa e palestra (e ufficio) di personaggi locali invasati per il MinCulPop de noantri. Girone da stadio fortemente politicizzato; recinto di propaganda mascelluta un po’ neonazi, un po’ porchettara, Melegnano Notizie è il tempietto della dea Intolleranza sul Lambro: è stato, nella percezione degli utenti, il maggior generatore di messaggi intolleranti e razzistoidi confezionati da ‘ste parti. Per quasi quattro anni ha fatto uso di linguaggio estremistico e di incitamento all’odio inter-etnico, con cancellazioni, ban, minacce private agli iscritti, per via di una protesta, una lamentela o, semplicemente, un’opinione divergente. L’amministrazione comunale con una mano se n’è sempre lavata le mani ma, con l’altra, gettava LVCE E PROTEZIONE sugli istigatori di piazza.

Striscia dal fumetto «Quando c’era LVI»

LA VOCE DI MELEGNANO: LA GIARGIANATA
Ogni maledetta volta che pensi di postare qualcosa su La Voce di Melegnano, lasci perdere perché o nessuno legge, o qualcuno cancella. Nato nel 2016, conta 1200 iscritti. È il gruppo vipparo: qui una parte dell’élite politica locale ha costruito una villeggiatura social e vigila sugli iscritti, ogni tanto prova a dirigere il loro consenso a destra o a sinistra. Oggi si distingue per i toni smussati e anti-dolorifici ma ha saputo fare ricorso a cancellazioni di post e BLOCCO DI VTENTI. Nel 2017 fu bannato uno degli amministratori e fondatori, il dott. Pippo Ricotti, il figlio del Partigiano. In questo, il gruppo è il più degno successore di Melegnano Notizie preso nei suoi anni d’oro. Però, versione chic.
La giornata del 15 dicembre 2016 è un emblema del giargianesimo vip della Voce. Davide Bellesi, amministratore, minacciatore di sanzioni OT, quotidianamente additato come admin politicizzato ma non per questo stanco di mentalizzare gli utenti con dita pericolosamente orientate al comunismo, ti propone con la destra di trattare solo tematiche di Melegnano ma, con l’altra mano, si presenta come il Gregory Nicotera che mancava ai social locali.
Un mentalista e messianico Bellesi agiva alle 18:30 di giovedì 15 dicembre 2016, quando un post di Fabrizio Villanacci chiama in causa Adamo ed Eva per spiegare il mondo: «Se mi è permesso, VORREI PARTIRE DA PLATONE per spiegare Melegnano» è l’esordio-piuma di Villanacci (ore 18:30 circa).

Silenzio.

«Fabrizio.
Sei partito troppo alto.
Soprattutto qui.
Sulla mia pagina.
Dove solo io batto i tastini, e batto e ribatto finché godo come dico io. Mi capisci, beato novizio?» (Davide Bellesi, 15 dicembre, ore 18:45).
Fabrizio modifica il post: «Così va meglio, Maestro?» è la risposta delle 18:51.
«Fabrizio.
Le prese in giro sono terminate.
Spiegami di cosa vuoi parlare che sia inerente alla realtà di Melegnano o sarò costretto a non ritenere idoneo il tuo post» (è il manganello che appare alle 18:56).
«Non ti sto prendendo in giro, assolutamente» (ore 18:57).
«Quello che scrivi è solo un dato di fatto» (manganello delle 19:02).
«Certamente, Maestro» conclude Fabrizio, mentalizzato entro le 19:04.
Ha l’idea di parlare Paolo Anghinoni di Melegnano Web Tv. Leggete come il Maestro lo blasta senza neanche un segno della croce.
«Davide: domenica non hai bannato il post di SEL che trattava della Costituzione. Come mai? La giri sempre a tuo favore e non usi lo stesso metro con tutti» (propone Paolo Anghinoni alle 19:51).
«Eh, no.
Caro il mio Paolo Anghinoni.
E poi non usi il “Maestro”.
Che è il solo motivo per cui Fabrizio non giace schizzato di sangue sotto i nostri commenti» (è il manganello che prude alle 19:57).
«Seguo il tuo ragionamento, ma se vuoi parliamo d’altro» replica Paolo Anghinoni, ore 20:00.
«Ripeto. E tu ripeti con me, Paolo:
non si è mai realizzato quello che dici.
La colpa del singolo membro di questa pagina di aderire ad altro rispetto a quello che dico è solo sua, caro Paolo.
E i vari gazebo, che tu sostieni di avere visto, sono apparsi solo a mia discrezione» (ore 20:03).
«Mi permetto di scrivere su questa pagina perché è solo per carità di patria che non posto la foto della targa dell’automobile che occupa illegalmente il piazzale delle Associazioni!» osa Giulietta Pagliaccio, di L’Abici/Fiab, il 15 dicembre.
«Giulietta. Non è solo per carità di patria» la convince il Maestro. «Il motivo per cui non posterai la foto della targa è la legge sulla violazione della privacy. La mia legge» (quella delle ore 19:37).
Invece, se a parlare è una signora con una bella foto, il Maestro la indora: «#InVizzolo in inverno non sei solo!!! Anche quest’anno il comune di Vizzolo consegnerà i farmaci a domicilio alle persone in difficoltà. L’intervento è gratuito!» pubblica l’assessora vizzolese Francesca Lembi il 15 dicembre.
«Bravissimi, bellissimo! Qualcuno sa dirmi se un servizio simile c’è anche a Melegnano ed a come ci si può rivolgere?» reagisce il Maestro alle 16:44, blastando anche l’ortografia. «Massimo!? Ne sai qualcosa?».
Più probabilmente Massimo — alias Massimo Codari, admin pari grado del gruppo — si metteva le mani nei capelli.

CONCLUSIONI
Proviamo a scriverlo, vediamo come suona: a Melegnano, sui social sono finiti gli anni dell’Era Fascista. Le radio sono fuori uso. Le personalità che la sera infiammavano l’immaginazione di mamme neofasciste e di giorno godevano di un tetto e di una casa offerta dal santo in parlamento, sono fuori scena, fuori moda. Mussolini si aggira in spirito e polpette sul borgo del Lambro ma trova solo qualche testa di politico, qualche bar infrattato. Resta la tentazione di giocare ai fascisti in consiglio comunale: ve la raccontiamo domani. Questa sera, quando vedrete un bambino, dategli una carezza. Ditegli che Melegnano è liberata dalla piaga del fascismo online. Per un po’.

Lo Staff, martedì 16 maggio 2017 ore 6:00 

radarilblog@gmail.com

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