L'inchiesta satirica

Un uomo violento

LE VIOLENZE, la ricerca di una casa, la solitudine. La separazione dalla figlia di 7 anni. E sempre il bisogno di una casa. La giovane donna di 30 anni intervistata da RADAR ha letto la replica che il responsabile dei servizi sociali, l’assessore Fabio Raimondo, ha pubblicato su Melegnano News alla sua intervista. Le nuove dichiarazioni della giovane permettono di scrivere una smentita delle affermazioni dell’assessore.

  1. L’assessore Raimondo ha detto che starebbe «seguendo la situazione personalmente». Ascoltando la giovane, non è così. L’assessore in realtà le ha concesso un appuntamento 8 mesi fa. L’altra occasione di incontro è stata, dichiara la giovane, pochi giorni fa per tramite del suo avvocato.
  2. La giovane non ha più «dato disponibilità a farsi seguire» dai servizi di Melegnano, sostiene l’assessore Raimondo. Da quando, se la giovane riferisce di essere tutt’ora nella graduatoria delle case popolari di Melegnano?
  3. La giovane donna, sostiene l’assessore Raimondo, ha «beneficiato dei contributi economici del comune di Melegnano». Non su questo pianeta: la ragazza ha ricevuto il sostegno economico minimo previsto, durato da aprile 2016 ad agosto 2016, corrispondente a 128 euro mensili. Con quei soldi la giovane si pagava letti in subaffitto. Nel frattempo trovava di che mangiare alle mense dei poveri.
  4. Le sarebbero stati illustrati, sostiene l’assessore Raimondo, i «percorsi che doveva seguire». Non è vero, afferma la donna: le è stato mostrato uno e un solo percorso, esclusivamente andare in una casa famiglia. Cosa che l’avrebbe fatta decadere dalla custodia della sua seconda figlia.

L’ORIGINE VIOLENTA 
Sapevate che all’origine della precaria condizione della giovane c’è una storia di violenza, commessa dal suo ex compagno proveniente da un Paese extra-europeo? «La bambina di 3 anni non può andare all’asilo in quanto iscritta all’asilo di un Paese estero dal padre, il mio ex compagno, che purtroppo non ha pagato le rette. Quindi esiste un debito accollato a me».

«Non vengo ascoltata dagli assistenti sociali. La piccola piange quando vede la sorella grande fuori dalla scuola perché vuole stare con lei. La grande ha 7 anni, ha dovuto affrontare maltrattamenti da suo padre, mio ex compagno, che è alla quarta denuncia da parte della sua nuova compagna. Il padre “beve birra come se fosse succo di frutta”, dice mia figlia».

MILLE EURO 
«So che ci sono appartamenti liberi che non vengono assegnati a nessuno. Una persona che conosco vive di fianco a un appartamento di proprietà comunale, completamente vuoto» conclude la donna. «Stando alle condizioni espresse dall’assessore Raimondo al mio avvocato, senza un contratto di lavoro di 1000 euro valido almeno un anno la mia richiesta non può essere presa in considerazione». È lo stesso assessore Raimondo che annunciava, il 22 settembre, di pagare «fino a 1000 euro di contributi a testa per i proprietari di case affittate a Melegnano»?

Lo Staff, giovedì 15 dicembre 2016 ore 8:45
ilblogradar@gmail.com

Annunci
Standard
L'inchiesta satirica

Il terreno senza volto

via-campania-2012-ossaC’ERA UNA VOLTA UN CIMITERO nell’Area in fondo a via Campania; nel 2012 sorsero dal suolo ossa umane. Le vide l’associazione Italia Nostra: ha le foto (clic a fianco). L’Area è di quasi 17mila metri quadri non costruiti, non curati, non utilizzati, non inquadrati, frequentati da nessuno: nel 2015 RADAR creò una campagna di informazione, c’erano solo mattoni di scarto, merda elettrodomestica buttata negli arbusti. Semplicemente, 17mila metri quadri che sprofondano all’inferno.

ERA UNA DISCARICA ILLEGALE: lungo la recinzione del civico 4 nel 2014-2015 scaricavano cateteri gialli di piscia; scesi dall’automobile i residenti pestavano siringhe rosse di sangue e preservativi pieni della sbobba dei clienti che portano lì, in via Campania e dintorni, le schiave e gli schiavi del sesso che circondano Melegnano. Finché a marzo MEA Spa ha portato la macchina mangiamonnezza, l’ha messa in moto e le ha fatto ingoiare 17mila metri quadrati di pus.

MA NON FINISCE COSÌ. L’Area è in quelle condizioni perché è stata abbandonata dalla politica. È stata abbandonata dalle aziende. Era proprietà di CIMEP, consorzio intercomunale milanese per l’edilizia economica e popolare. La politica con ambizioni di business voleva cementificare su un cimitero. Ma nel 2010 CIMEP decise di sciogliersi. Il terreno tornò di colpo in mano al comune e il comune non sapeva che farne. Diventò un terreno senza volto. Le autorità – il sindaco Bellomo e l’ex vicesindaco Lupini – si presentarono solo per vendere ai residenti i diritti d’occupazione del suolo, con una valutazione di 6900 euro per appartamento. Con l’incasso «si sarebbe riqualificata la via». È stata riqualificata?

ADESSO CHI ABITA lì parla di luci, furti, auto rubate, spaccio, grida per la strada. Per voi l’ambiguo Bellomo, il latitante assessore Raimondo e il comandante Volpato agiranno mai? O staranno a guardarsi negli occhi e a vendere il loro corpo elettorale agli inferi, nutrendo i loro demoni privati e la pubblica fine del mondo? Pensate a questo prima di rispondere: senza un volto, 17mila metri quadrati esistono in questa dimensione?

Lo Staff, giovedì 7 luglio 2017 ore 10:04

radarmelegnano@gmail.com

Standard
L'inchiesta satirica

Papparsi appalti, gestire i centri, assumere raccomandati: tutti gli inciarmi fatti con il direttore

«Nessuno dei direttori che si sono avvicendati ha dimostrato di voler rilanciare l’ospedale di Melegnano. Tengono il motore al minimo, e basta» è la protesta degli infermieri e degli operatori sanitari dell’azienda socio sanitaria territoriale Melegnano e Martesana. Un lettore scrive a RADAR: «Sono andato a prenotare una visita all’ospedale di Melegnano e me l’hanno data nel 2017. Ho letto gli articoli sui lavoratori in protesta e hanno tutte le ragioni, cazzo».

#MICIOMICIO
Che cosa hanno fatto i direttori all’ospedale? Prendiamo le intercettazioni dell’inchiesta Smile del tribunale di Monza, che ha investigato sugli appalti razzolati dalla Signora dei Denti, l’imprenditrice brianzola Paola Canegrati, con l’aiuto degli alti papaveri di regione Lombardia e dei manager sanitari della Mezzaluna Fertile: l’area tra Melegnano, Vaprio d’Adda, Pieve Emanuele e Pioltello. Prendiamo l’ex direttore Paolo Moroni; emblematico il suo caso, finito nelle pagine di due inchieste giudiziarie, la Smile del 2016 – ai cui atti ufficiali fa riferimento questo articolo – e la Cupola degli Appalti del 2014.
Da direttore, Paolo Moroni segnalava e l’imprenditrice assumeva. Così scrive il giudice: «Moroni aveva sollecitato all’imprenditrice Paola Canegrati, l’assunzione di più persone, che l’imprenditrice aveva puntualmente assunto». Paolo Moroni non è stato indagato né arrestato dall’operazione Smile, che ha dato quattro anni a Paola Canegrati e che ha arrestato e demansionato Patrizia Pedrotti e Piercarlo Marchetti dell’ospedale di Melegnano. Moroni non è implicato in accuse di reato ma, dalle conversazioni registrate durante le indagini, il giudice deduce «accordi» stretti tra Moroni e Canegrati per una «gestione dei centri dell’azienda ospedaliera di Melegnano». Gestione che tornasse «conveniente all’imprenditrice Canegrati».

#BAUBAU
La conversazione delle 12:30 del 20 marzo 2014 è chiarissima. Paola Canegrati chiama in ospedale e l’operatrice le passa Paolo Moroni. «Caro Paolo!» lo saluta.
«Ciao Paola. Come stai?».
«Tiro avanti…». Canegrati si commisera nella sua profonda ricchezza.
È Moroni a iniziare. È una manovra lenta, lumacona, l’incontro umma umma di appetiti materiali. «È un po’ che non ti vedo» se ne esce; «e vieni a salutarmi».
«Eh, no,» si nega Canegrati. «Figurati se mi permetto,» si giustifica. «Di disturbarti» si umilia. «Sei il direttore» si accuccia. «Sei mica micio micio, bau bau» si accula. «Cioè. Voglio dire» si punisce. «Eh,» si elimina. Poi: «Io vengo. No, dimmi tu quando, che ci mettiamo d’accordo». Lavoratori: tiè.
«So che ogni tanto vieni qui per la storia del contratto del nuovo ambulatorio. Venerdì, come sei messa?».
«Venerdì bene».
«Volevo fare il punto un po’ con te, sulla rete complessiva delle nostra Azienda. Magari viene anche la Patrizia Pedrotti…».
«Volentieri! Perché noi siamo veloci, eh. Tac paf: detto fatto».

IN CONCLUSIONE
Questa volta le conclusioni saranno le vostre. Scrivetele voi. Che nome dare al «sistema» individuato dai giudici nell’ospedale di Melegnani? Quale sarà il corso della protesta degli infermieri e degli operatori sanitari? Continuate a seguire la vicenda sugli articoli di RADAR, l’appuntamento è lunedì 20 giugno con l’audizione dei lavoratori in regione Lombardia.

Lo Staff, mercoledì 15 giugno 2016 ore 06:30 

radarmelegnano@gmail.com

Standard
L'inchiesta satirica

Piccola repubblica ospedaliera: corrotti, corruttori, favoriti e parentopoli del Sistema Melegnano

Gli operatori sanitari scendono in piazza. Sapete perché? Fatevi un giro nel ramo oscuro dell’ospedale di Melegnano.

Ricordate Patrizia Pedrotti? Ex direttrice amministrativa? Che aveva stretto un «accordo di razionalità» con il pluricondannato Gianstefano Frigerio? Che se lui aveva «bisogno di una cosa chiedo a te, e poi chiedo a Mario Mantovani»? Ecco, Pedrotti non era solo nel «sistema illecito» di Frigerio.
Pedrotti era anche nel «collaudato sistema corruttivo» – così lo definisce il giudice per le indagini preliminari – creato da Paola Canegrati: colei che le cronache chiamano «Lady Dentiera», imprenditrice nel ramo cure dentali arrestata a febbraio nell’operazione Smile e condannata a 4 anni a maggio con patteggiamento. Questo articolo racconta la sua presenza a Melegnano e fa riferimento agli atti del tribunale di Monza, artefice delle indagini.

#FIGLIRACCOMANDATI
Pedrotti e Canegrati sono state accusate del reato di corruzione per l’esercizio della pubblica funzione e di atto contrario ai doveri d’ufficio. Canegrati ha assunto il figlio di Pedrotti nei propri rami d’azienda, e Pedrotti le avrebbe dato in cambio «un’estensione del contratto di appalto per la sua società Servicedent Srl» presso gli ambulatori di Melegnano, Vaprio d’Adda, Pieve Emanuele, Gorgonzola. Lo prova una conversazione telefonica intercettata il 1° aprile 2014.
Pedrotti è al telefono. È in lacrime. «Paola…» balbetta.
«Eh? cosa c’hai?» risponde Canegrati.
«Scusami… finalmente qualcosa».
«Non piangere. Hai un bellissimo ragazzo…».
«Oh, Paola. Tu non sai…».
«…hai un bellissimo ragazzo, veramente proprio un…».
«Era felicissimo, mi ha detto mamma finalmente qualcosa di positivo».
«Venerdì viene, firma il contratto, lunedì comincia. Io gli ho detto che per me non ci sono, cioè, figli e figliastri…».
«Esatto, riprendilo, sgridalo, perché deve capire nel mondo del lavoro si fa fatica…».
«Venerdì alle 11 viene, firma il contratto, lunedì comincia».
«Madonna, guarda, mi hai resa la donna più felice della terra in questo momento, giuro! Ti, ti, ti farei un monumento, giuro».

#ILTOPOLINO
L’imprenditrice Paola Canegrati manteneva, a detta dell’ordine di arresto, sotto la propria «subordinazione» altri due pubblici funzionari: uno era l’allora direttore generale Paolo Moroni, il secondo era Piercarlo Marchetti, responsabile dell’area contratti dell’ufficio gare dell’ospedale di Melegnano.
Marchetti è stato notato da RADAR più di un anno fa; il suo nome entrava e usciva dalle pagine d’inchiesta sulla Cupola degli Appalti. È stato arrestato a febbraio insieme a Canegrati e Pedrotti, accusato di corruzione. Anche lui è per i giudici «subordinato» a Canegrati. Canegrati telefona a Marchetti il 25 febbraio 2014: «Carissima», le risponde.
«Carissimo Piercarlo!».
«Come stai?».
«Volevo saper… tu come stai? Volevo sapere, se la montagna aveva partorito il topolino».
«La montagna, ha forse partorito il topolino…» fa Marchetti, «visto che il signor [nome omesso per privacy, ndr] si è degnato di tornare in servizio… però alla fine gli ho detto, prepara ’sta cazzo di roba che la Pedrotti mi ha già chiesto tre volte, per cui oggi dovrebbe partorirmi questo topolino».

FINALE
Pedrotti e Marchetti secondo le indagini «esercitavano pressioni sui dipendenti dell’Azienda Ospedaliera, affinché formalizzassero i vantaggi garantiti a Canegrati». In altre parole: schioccavano la frusta sui sottoposti per realizzare gli accordi con l’imprenditrice. Anche Marchetti ottiene qualcosa in cambio: il 4 luglio 2014 «la moglie di Marchetti telefona a Canegrati» come affermano i giudici, «per chiedere di essere assunta al Fatebenefratelli». Canegrati le fissa un appuntamento. Rassicura: «Le aveva già tenuti occupati dei posti». Marchetti ottiene anche una seduta gratuita di cure dentali per una propria conoscente.
Ma per voi, i tre funzionari pubblici erano a servizio dell’Azienda Ospedaliera o di Canegrati? Per i giudici è evidente che «avessero messo le proprie funzioni al servizio dell’imprenditrice Paola Canegrati. Un reciproco e continuo scambiarsi favori per ingraziarsi Canegrati, a sua volta disposta a ripagare con assunzioni di parenti e amici».
A Melegnano, in Ospedale, non c’erano solo Frigerio, Mantovani, la ’ndrangheta e Iamele. Si era infiltrato un «sistema corruttivo» e «collaudato». E c’è tutt’ora?

Lo Staff, mercoledì 8 giugno 2015 ore 18:27 

radarmelegnano@gmail.com

Standard
L'inchiesta satirica

Melegnano, «imprese della ’ndrangheta» nell’Azienda Ospedaliera?

Raccontiamo? A più di un anno dal commissariamento poco è ancora emerso dell’Azienda Ospedaliera. Ricordate Gianstefano Frigerio? Il «Professore»? Pizzicato a fare creste in EXPO, arrestato l’8 maggio 2014, condannato a 3 anni e 4 mesi? «Coordinatore» di una mazzetta da 120mila euro per l’appalto di pulizie in ospedale? A due anni dal suo arresto abbiamo continuato a leggere fra le sue carte. È lui a regalarci il nuovo scoop.

#ROBACALABRESE
Frigerio era nella Compagine di Melegnano, c’era dentro la Patrizia Pedrotti, ex direttrice amministrativa dell’Ospedale. Gli inquirenti la descrivono così: «Quasi in rapporto di “dipendenza” dalle scelte decisionali di Frigerio». Una che Frigerio le diceva: «Provvedi, fai in quella maniera». E lei: «Sì sì sì. Ho già telefonato».
Mica erano solo loro a fare compagini. C’era – si presume – la ’ndrangheta. Dai documenti d’indagine si ottiene la notizia che era presumibile la presenza di imprese «collegate» più o meno «direttamente alla roba calabrese», alla «’ndrangheta». È la notizia di cui tratta questo articolo. A rivelarla alla Polizia Giudiziaria furono Frigerio e Pedrotti il 7 giugno 2013 durante un’intercettazione effettuata in ripresa video. I contenuti della loro conversazione sono racchiusi in atti formali citati nell’ordine d’arresto del giudice Fabio Antezza, spiccato nei confronti di Frigerio.

#IAMELE 
«Ma hai visto quali sono le aziende inquisite nella vicenda Guarischi per il San Paolo con la ’ndrangheta calabrese?» inizia Frigerio il Professore. Ha la febbre per la preoccupazione. «Hai notato che sono quelle che abbiamo lì anche noi nel nostro reparto di ingegneria clinica?».
Pedrotti: «Non so».
«Ci è andata di culo, che non ci hanno tirato dentro a noi! Perché se estendono quelle indagini lì, e vanno a vedere dove questi qui hanno vinto da altre parti, vanno dritti su Iamele e poi da noi» spiega Frigerio. «A me sono venuti i brividi!».
Chi è Guarischi? E il San Paolo? A marzo 2013 un’investigazione antimafia ammanetta Massimo Guarischi e Pierluigi Sbardolini. Sono, nell’ordine, un consigliere regionale della Lombardia formigoniano e l’ex direttore amministrativo dell’ospedale San Paolo di Milano. In particolare Sbardolini era accusato di «avere favorito l’associazione di stampo mafioso denominata ’ndrangheta delle locali di Milano e Pavia, rappresentata da Carlo Chiriaco e da Cosimo Barranca»; è stato condannato a un anno di carcere con patteggiamento (clic alla notizia del 13 maggio 2016).

#MUCCIOLA
«A me sono venuti i brividi. Ma qui non c’eri ancora tu» continua il Professore.
«La Troiano, è la Troiano quella che ha portato lì Iamele» gli fa Pedrotti, «io, a far capire a Moroni quanto sia pericoloso Iamele, non ce la faccio. Ti dico l’ultima che mi ha fatto, con ’sta cazzo di Mucciola Spa, non ne posso più» scoppia.
Chi era Moroni? Era il direttore generale dell’Ospedale di Melegnano. Mucciola Spa è un’azienda di impiantistica di Reggio Calabria. E Iamele? È l’architetto Giovanni Iamele. Aveva un incarico a Melegnano nell’azienda ospedaliera. Il 1° febbraio 2016 è stato condannato per una truffa e il 16 febbraio è stato allontanato dall’Ospedale di Melegnano. A Milano, in veste di direttore di dipartimento tecnico, predispose un appalto nel 2008 per l’ospedale Pio Albergo Trivulzio. Chi lo vinse? L’azienda Mucciola Spa, in circostanze controverse.
Pedrotti: «Ti dico l’ultima che mi ha fatto Iamele. Siccome la Mucciola non sta pagando, allora sto pagando io i fornitori e i dipendenti. C’avevo Iamele che parla di una delibera e viene a dirmi, ah, firmala qui. Gli ho detto, Giovanni, lo sai che non firmo niente senza leggere. Ho letto la delibera e c’era tutta una serie di risorse economiche che noi dovevamo alla Mucciola. Il giorno dopo arriva un decreto ingiuntivo. L’ho chiamato. 39mila euro! Adesso chi cazzo lo paga? Ho fatto fermare la delibera, che aveva già firmato. Gli ho detto: guarda, Giovanni, mi fai un altro scherzo così, veramente, ti denuncio».
«Forse c’è un ricatto. È la tesi che sostengo anch’io».
«Perché lui cambia espressione quando gli parlo della Mucciola! Se lo guardi negli occhi, lui cambia. Ha paura».
«Tieni conto che» cambia tono Frigerio «io parlai con quelli dei servizi. Salta fuori che, nei tre luoghi dove la Mucciola ha vinto gli appalti, quello che aveva firmato gli atti era Iamele. Una persona intelligente. Ma probabilmente succube di questi. Poi non scherzano questi qui».

FINALE
Sapete che il 30 luglio 2012 Mucciola Spa aveva ricevuto una misura interdittiva? Dalla prefettura di Roma, a causa di contatti sospetti con la ’ndranghetaIl tribunale del consiglio di stato ha confermato. Ma a Melegnano, Mucciola Spa aveva incarico nel 2012 e 2013 di riordinare e potenziare i servizi sanitari dell’Ospedale. La corte dei conti della Lombardia ha rescisso il contratto a causa di continui ritardi da parte di Mucciola (clic al provvedimento, pagine 199-201). Credevate di avere trovato un Professore. E se invece aveste trovato l’Università?

Lo Staff, mercoledì 1 giugno 2016 ore 12:00 

radarmelegnano@gmail.com

Standard
L'inchiesta satirica

Ma quindi? La Melegnano social censura?

ELIMINARE IL POST DI UN UTENTE da un gruppo social o da una comunità locale: sì o no? RADAR è nato online e sente in modo acuto questo problema. Episodi isolati ma ripetuti ci ha fatto estrarre le antenne. Ecco alcune considerazioni.

CAPIRE IN 4 DOMANDE

  • Rimuovere i post, scritti dagli utenti nei gruppi, è censura?

No. Tecnicamente la censura è un’operazione preventiva: prima io leggo e cancello, poi tu puoi pubblicare il resto. Hanno uffici di censura le radio e le televisioni: celebre per questo lo spettacolo teatrale Il Censore che sovrabbonda di ispirazioni satiriche.

  • Se non è censura, cos’è?

È tecnicamente definita rimozione. È prevista per i post con contenuti offensivi che in questi anni dilagano online, cioè discriminatori contro una razza, un orientamento sessuale, una minoranza, una religione. Google Plus, il social network del più potente motore di ricerca globale, consente «ai moderatori dei gruppi di rimuovere post di altri membri». Lo stesso su Facebook.

  • Sono mai stati cancellati i post di RADAR?

Mai per discriminazione. Ma più di un contenuto ha ricevuto forme di contestazione, compresa la rimozione, perché scomodo. L’articolo di RADAR «La sicurezza di Raimondo» è stato rimosso a gennaio 2016 per decisione (non unanime) dei moderatori di un gruppo locale. Il blog ha vissuto la rimozione come limitazione della libertà d’espressione.

  • Ma allora il problema qual è? 

La rimozione di un contenuto discriminatorio è un indicatore di credibilità della piattaforma e del singolo gruppo. Ma la rimozione nei confronti di un utente rispettoso, invece, non solo non è richiesta dalla piattaforma ma non rappresenta un indicatore di credibilità. È vissuta come un’umiliazione da tutti quegli utenti che non condividono contenuti razzisti o sessisti o pedofili.

APPELLO
Proponiamo ai gruppi social locali di limitare le rimozioni ai soli contenuti sanzionabili dalle piattaforme, cioè quelli sensibili, discriminatori, lesivi della privacy e del rispetto dei minori: usando con tutti gli altri utenti un metodo diverso, ispirato alla costante educazione dell’utente all’utilizzo dello spazio pubblico. Tutti siamo in causa. Può essere l’ultima speranza per costruire una comunità.

Lo Staff, mercoledì 18 maggio 2016 ore 7:00 

radarmelegnano@gmail.com

Standard
L'inchiesta satirica

La mafia ce l’ha con Bellomo

5 OTTOBRE 2012. Il sindaco Vito Bellomo è furioso. Da pochi giorni i suoi militi hanno respinto in consiglio comunale la proposta di una commissione speciale antimafia – «proposta demagogica» dichiarò il suo decurione Simone Passerini – e su Facebook un pischello gli ha detto che da uno del suo partito, il Popolo della Libertà, non si aspettava altro. Condisce il suo commento, il pischello, con le parole chiave Bellomo, PDL, Silvio, indagini, mafia. Il sindaco legge ed è bufera. Non esiste scrivere «mafia» e «Bellomo» quasi vicini. Carne grassa per i giornali che l’indomani stampano titolazzi dal suono: Antimafia a Melegnano. Bellomo contro tutti. «Io non ho mai avuto problemi con la mafia e chi pensa il contrario ne risponderà davanti a un magistrato!» strafulmina il sindaco in virgolettati di lava pompeiana. Si volta e con un destro frantuma il suo mezzobusto in marmo pario, modellato su nobili sculture di Marchini. Il senato occulto di Melegnano per circostanza brucia le parrucche.

#VENTURA
Ma allora cosa ci faceva in piedi la gru di Ventura Spa a Melegnano in piazza del Comune? Il sindaco si risentiva perché un commento su Facebook, apparso dopo la bocciatura della commissione antimafia, avvicinava il suo cognome ai reati di concorso in associazione criminale e di corruzione contestati al suo partito. Ma pochi giorni dopo il pubblico ministero Giuseppe D’Amico e il giudice Alessandro Santangelo avrebbero richiesto e ordinato gli arresti del politico lombardo Domenico Zambetti, Popolo della Libertà, con accuse di voto di scambio, corruzione, concorso esterno in associazione mafiosa. In quegli anni l’informazione si occupava delle indagini su Marcello Dell’Utri, Popolo della Libertà e fondatore di Forza Italia, oggi detenuto a Parma per concorso esterno in associazione mafiosa e condannato a 7 anni di carcere. Quest’anno va a processo Mario Mantovani, Forza Italia e Popolo della Libertà, con accuse di corruzione e concussione. Hai già iscritto il tuo vicino al Popolo della Libertà? Dovresti. Quel 5 ottobre 2012 il sindaco non volle saperne di essere accostato a questo universo così contiguo al suo partito e distribuì fiammate.
Ma allora cosa stava in piedi a fare la gru dell’azienda Ventura Spa, davanti al Comune?
Neanche Ventura Spa ha, citando Bellomo, «mai avuto problemi con la mafia». È solo stata «esclusa da EXPO2015 per legami con Cosa Nostra e alcuni potenti clan del Messinese e di Barcellona Pozzo di Gotto» (leggi Rosella Mungiello, Il Cittadino 25 gennaio 2013, pag. 19: «Ditta cacciata da Expo lavora a Pieve. Sospettata di legami mafiosi»).
Ventura Spa era riuscita a entrare nel giro di 165 milioni di euro per l’aggiudicazione della piattaforma EXPO. Vinse la gara di costruzione di un cavalcavia sull’A1 a Pieve Fissiraga, comune dove ha sede al nord, proponendo «ribasso del 24,71%». L’esclusione dai cantieri di EXPO fu ricevuta da Ventura Spa il 17 gennaio 2013 con l’interdizione firmata dal Prefetto di Milano Paolo Tronca.
«Non siamo mafiosi; non siamo coinvolti in processi di mafia» replicò Ventura Spa. Infatti il Consiglio di Stato sospese l’interdizione perché «il quadro indiziario era meritevole di maggiori approfondimenti». In Sicilia, il Consorzio Autostradale Siciliano richiese un’informativa alla Prefettura di Messina, e Messina «confermò la presenza di infiltrazioni mafiose» in Ventura Spa. Nel 2014, Ventura Spa è stata infine respinta da EXPO2015 con sentenza del tribunale amministrativo regionale della Lombardia per «indubbia “interferenza” tra i soci di riferimento di Ventura e gli ambienti di malavita organizzata» (notizia ANSA, clicca e leggi).
Il 20 novembre 2014 Ventura vede respingere un ricorso anche dalla sentenza del tribunale amministrativo regionale del Piemonte. La sentenza, con l’ausilio del Servizio Analisi Criminale e Gruppo Interforze per l’Expo, dichiara:

  1. «Ventura Angelo (socio, Amministratore Delegato e Consigliere fino al 2006) è stato condannato, con decreto penale 26.11.2009, per il reato di attività di gestione di rifiuti non autorizzata in concorso con persone pregiudicate per reati di usura e detenzione illegale di armi; risulta nel 2006 aver affidato lavori di sistemazione di un terreno a Campanino Salvatore e Campisi Agostino, soggetti pregiudicati per i reati di estorsione aggravata dal metodo mafioso e associazione di tipo mafioso».
  2. «Ventura Sebastiano (socio, Presidente del Consiglio di Amministrazione, Amministratore Delegato, Direttore Tecnico e Responsabile Tecnico, cariche cessate a partire dal 2006), è stato condannato per il reato di turbativa d’asta, sentenza divenuta irrevocabile in data 24 maggio 2008».
  3. «Ventura Giuseppe (socio, amministratore Delegato e Consigliere di Ventura Spa fino al 2006), è stato condannato per violazione delle norme di attuazione delle direttive CEE in materia di rifiuti pericolosi (sentenza divenuta irrevocabile nel giugno 2006). Lo stesso nel 2003 è stato controllato in compagnia del sig. Presti Rosario, imprenditore ritenuto “attiguo alle consorterie criminali di stampo mafioso operanti sulla fascia tirrenica siciliana della provincia di Messina”. Le condotte penalmente rilevanti appena citate (in particolare il reato di turbativa d’asta) oltre ad essere in sé dotate di rilevanza indiziaria in materia antimafia si calano nel contesto di ulteriori tentativi di condizionamento delle procedure di affidamenti pubblici riferiti da collaboratori di giustizia, esponenti di assoluto rilievo della criminalità organizzata di tipo mafioso. In dettaglio, presso la sede di Ventura Spa, si sarebbe tenuto un incontro finalizzato all’organizzazione della turbativa delle aste alla presenza e per favorire il pregiudicato Salvatore Di Salvo detto “Sam”, considerato dalla DIA di Messina un esponente di spicco della criminalità organizzata barcellonese; sarebbero emersi rapporti molto stretti tra Ventura Angelo e pericolosi pregiudicati della zona collegati alla criminalità organizzata, grazie all’interessamento dei quali riusciva a recuperare il proprio fuoristrada precedentemente rubato».

A gennaio 2016 il Consiglio di Stato «boccia in definitiva» Ventura Spa, come scrive Il Giorno (7 gennaio 2016, clic alla notizia).
Le «indubbie interferenze» dei soci durano fino al 2006.
Oggi i tre figli dei tre fratelli Ventura sono considerati in «nessuna discontinuità» con i padri, scrive il Consiglio di Stato.
Nel 2009 niente era cambiato quando la gru di questa ditta rifaceva il tetto sul cranio di Bellomo.

#INGEGNERE
Anche il consulente ing. Angelo Bianchi non ha «nulla a che fare con la mafia». Ha a che fare con accuse di «corruzione, concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio». Bianchi nel 2011-2012 era responsabile dell’appalto del cimitero di Melegnano. Oggi è a processo con Mario Mantovani. «Mantovani è uno dei miei, quelli vecchi» diceva Gianstefano Frigerio, ex DC, poi Popolo della Libertà e Forza Italia, condannato nell’inchiesta Cupola degli Appalti considerata ramo di Mafia Capitale. Frigerio «coordinava» la Compagine del 2012 che gestì una mazzetta nell’Ospedale di Melegnano. Clic qui.

#VIVENDA
Anche Vivenda Spa «non ha nulla a che fare con la mafia». Ha solo subito le conseguenze di un’interdittiva indirizzata nel 2015 alla sua azienda madre, La Cascina, holding di cooperative d’ispirazione cattolica conservatrice ed ex democristiana. Un giro di 200 milioni di euro di fatturato e 37 milioni di pasti l’anno. L’interdittiva è stata firmata nel 2015 dal Prefetto di Roma Franco Gabrielli.
I due manager della holding La Cascina, Salvatore Melolascina e Carmelo Parabita, sono arrestati nella seconda fase dell’inchiesta Mondo di Mezzo su Mafia Capitale insieme a 42 indagati. Anche nella prima fase di Mafia Capitale, 2014, il gruppo La Cascina era stato intercettato. Era interessato ad aggiudicarsi la gestione di strutture sanitarie per il valore di 1 miliardo di euro. La Cascina è definita da Luca Odevaine, arrestato nell’inchiesta Mondo di Mezzo e in attesa di processo per corruzione: «Più che un nome. La Cascina è un sistema. Diciamo Comunione e Liberazione, quindi Compagnia delle Opere».
Vivenda Spa, al 70% di proprietà di La Cascina, vince l’appalto di mensa e refezione scolastica a Melegnano a settembre 2014. Alla notizia del procedimento interdittivo tutti i comuni partner presero provvedimenti contro Vivenda. Anche Melegnano revocò l’appalto; ma i precedenti di Vivenda Spa erano noti dal 2012. Sia nei procedimenti giudiziari, sia nelle inchieste giornalistiche. Nel 2011-2014 Vivenda Spa lavorò nella mensa dell’Ospedale di Montereale, a L’Aquila, senza che fosse mai celebrata la gara d’appalto, in procedura di negoziazione e con proroghe semestrali. Un affare di 7 milioni di euro, secondo i giornali.

#PRIMAVERA
Anche Prima Vera Spa alias Zephyro Spa «non ha nulla a che fare con la mafia». È solo un’azienda il cui presidente è in arresto per un profitto illecito di 2,55 milioni di euro durato 10 anni, 2004-2014.
Nel 2014 Prima Vera Spa manifesta interesse a gestire gli impianti di illuminazione di Melegnano. Ma nel 2015 i giudici ordinano l’arresto del presidente di Prima Vera, Domenico Catanese, e di altri due top manager. Andranno a processo.
L’amministrazione Bellomo «nulla sapeva degli arresti» e i rappresentanti di Prima Vera – oggi fusa in Zephyro Spa – si mostrarono «sorpresi, ma in nulla turbati».

COSIDDETTO #BELLOMISMO 
Dopo avere spiegato le ricorrenti presenze a Melegnano di imprenditori indagati, arrestati o interdetti dalle massime autorità, ecco il dovere di alcune considerazioni.
1) Ventura Spa e Vivenda Spa hanno una medesima madrina, l’associazione Compagnia delle Opere. È formata da imprenditori di Comunione e Liberazione: una falange persiana di 36mila imprese. A dare retta a Ignazio La Russa si fa peccato, ma ci si azzecca sempre; e, a dargli retta, anche il sindaco Vito Bellomo è di Comunione e Liberazione. «Bellomo, amico mio, ciellino se non mi sbaglio» pronunciò La Russa nel 2011 a San Giuliano Milanese (video «Quel peperino del ministro», 3 maggio 2011, YouTube).
2) Compagnia delle Opere è madrina anche di Prima Vera Spa. L’arresto del presidente di Prima Vera Spa Domenico Catanese arriva dopo anni di affari vissuti nella cerchia di Roberto Formigoni. Paolo Biondani e Luca Piana scrissero su L’Espresso nel 2012 l’articolo «Quanto ci è costato il Celeste», nel quale viene ricostruito chi è Catanese e quali affari abbia avuto nella sanità lombarda.
3) Anche Mario Mantovani, del quale il consulente Bianchi è fiduciario, è un uomo della sanità lombarda. Il sindaco di Melegnano Vito Bellomo è sulla via di diventare uomo della sanità lombarda, da quando nel 2012 si autocostituì vicepresidente di Fondazione Castellini Onlus con sede in Melegnano.

CONCLUSIONI
Da Ventura alla consulenza Bianchi, da Vivenda a Prima Vera Spa, 2009–2016. Sono i 4 casi di #bellomismo, cioè di incontro all’interno del comune di Melegnano tra lavori pubblici da una parte e, dall’altra, imprenditori/professionisti arrestati, indagati, interdetti, giudicati dalla magistratura. Non è difficile immaginare quale odore esala da tutto questo: un odore di merda. Davanti all’evidenza dei 4 casi si può dire con certezza che la merda, per tutto questo tempo, ce l’ha avuta forte con Bellomo. E si è accanita proprio su di lui.

Lo Staff, giovedì 5 maggio 2016 ore 6:00 

radarmelegnano@gmail.com

_

RADAR non è un blog antimafia. È un blog di inchiesta, di informazione e di – attualità. Consapevolmente il blog usa l’immagine contenuta in una parola arcaica, mafia, per indirizzare la mente a una realtà storica con più raffinata evoluzione e natura. 

Standard