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Saronio, una «disonestà profonda»

«IO HO VISTO LE COSE CHE SONO SUCCESSE, la gente che è morta dentro lì è tantissima. Ma anche fuori. Ricordo che c’era un reparto che a un certo punto hanno chiuso, lo han bloccato a chiave e non si poteva entrare, dove facevano dei prodotti altamente nocivi. Non so a cosa servissero.

«La cosa difficile da discutere è cosa facevano nei reparti. Facevano turni di notte e di giorno e gli davano degli scarponi alti, zoccoloni a volte, con le mascherette che non servivano a niente e per purificarsi uscivano un’ora prima per lavarsi, poi andavano a casa e – come mi raccontava la moglie di uno dei dipendenti che è morto – non solo dovevano lavarsi un’altra volta ma dovevano mettere nel letto dove dormivano una specie di foglio di plastica per non sporcare le lenzuola.

«C’era una disonestà profonda, quando i filtri ad esempio si rompevano non venivano effettivamente cambiati ma scambiati tra i due stabilimenti di Melegnano e Riozzo. Le vasche di decantazione erano fatte proprio malamente, come se mettessi giù delle tavole come capita e quindi chissà quante cose sono filtrate nel terreno», racconta un testimone.

Clicca e leggi tutto. 

Di Elisa Barchetta
12 dicembre, ore 15:32
Reblog dal settimanale 7giorni

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Immagine in evidenza: Michelina Salandra

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1935, SARONIO NO LIMIT

DAL 1926 AL 1935 L’INDUSTRIA CHIMICA DOTTOR SARONIO conosce un intenso sviluppo. Arriverà a occupare tra Riozzo e Melegnano circa 2500 persone.

È il 1935, il dottor Saronio è nominato consigliere del Governo Italiano per la chimica organica. Vengono emanate delle norme restrittive per quel che riguarda le costruzioni edilizie, tuttavia all’Industria Chimica vengono concesse tutte le autorizzazioni richieste secondo quanto stabilito da un decreto prefettizio, che prevede eccezioni per i casi di interesse pubblico. È quindi l’amministrazione comunale di Melegnano a facilitare l’espansione della fabbrica oltre i limiti delle concessioni edilizie autorizzate.

Saronio e i collaboratori sanno che lo stabilimento è nocivo. Introducono un medico permanente per il personale. Cinque mucche di razza olandese, ospitate in fabbrica, fanno bere il loro latte ai dipendenti: la speranza è disintossicarli.
Non funzionò.

Leggi qui.

Un articolo di Elisa Barchetta
5 dicembre, ore 14:00
Reblog dal settimanale 7giorni

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Immagine in evidenza: M.A. De Caterina, Marcello Dudovich: le decorazioni murali, 1906-1947. Vedi su vogliadiarte.com

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Cartelli pubblicitari abusivi: costa meno pagare la sanzione e per il comune è un’entrata per le affissioni

La questione è controversa ed Enti Locali e Comuni si rimbalzano la palla. Nel frattempo il Comune di Melegnano cosa fa?


Nel sistema delineato dal Codice della strada la collocazione di cartelli e di altri mezzi pubblicitari lungo le strade o in vista di esse — come rotatorie o intersezioni — è soggetta in ogni caso ad autorizzazione da parte dell’Ente proprietario e ciò perché normativamente — e quale dato di comune esperienza — i cartelli lungo le strade o in vista di esse sono giudicati idonei ad «ingenerare confusione con la segnaletica stradale, ovvero (…) rendere difficile la comprensione e ridurre la visibilità o l’efficacia, ovvero arrecare disturbo visivo agli utenti della strada o distrarre l’attenzione, con conseguente pericolo per la sicurezza della circolazione» (art. 23, comma 1, D.Lgs. 285/1992). Questo spiega anche l’attenzione e la cura con cui il Codice stesso e il suo Regolamento di attuazione, approvato con D.P.R. n°495 del 1992, disciplinano la materia imponendo non solo il regime vincolistico dell’autorizzazione (art.23, comma 4), ma anche prescrivendo nel dettaglio dimensioni, caratteristiche e ubicazione dei mezzi pubblicitari (art.23, comma 6, CDS; artt. 47-58 Reg. CDS).pubblicita_400 jpg

Un’insegna di esercizio, un cartello o altro mezzo pubblicitario può quindi essere installato solo dopo avere ottenuto la prescritta autorizzazione da parte dell’Ente proprietario della strada e può essere mantenuto nei limiti — anche temporali — di cui all’autorizzazione medesima. In ogni caso, il concreto posizionamento del cartello o altro mezzo pubblicitario deve rispettare quanto prevede il Regolamento di attuazione del CDS circa divieti e distanze.

L’accertamento delle violazioni (art.23, comma 11, CDS) viene fatto sia con riferimento al regime vincolistico (autorizzazione), sia con riferimento al posizionamento in concreto del mezzo pubblicitario (divieti e distanze previste dal Reg. CDS approvato con DPR n.495/1992) e risponde al principio dell’integrale valutazione giuridica del fatto.

L’atto di collocare o far collocare o mantenere comunque in esercizio mezzi pubblicitari privi di autorizzazione e/o in posizione non conforme a quanto prescritto dalle norme sul posizionamento dei mezzi pubblicitari costituisce condotta idonea ad integrare l’illecito sanzionato dall’art. 23, comma 11, CDS.

La Tassa di affissione 

Mentre l’autorizzazione edilizia concerne la conformità del manufatto alle regole che presiedono alle costruzioni in tutti i suoi vari aspetti (governo del territorio, vincoli, sicurezza strutturale, etc.) l’autorizzazione di cui all’art. 23 C.d.S. riguarda la sicurezza stradale. Ben potrebbe verificarsi, quindi, che un manufatto sia conforme a tutte le regole che presiedono alle costruzioni edilizie ma che non sia conforme alle regole che presiedono alla sicurezza stradale. Ed analoghe considerazioni possono farsi in tema di pagamento al Comune della tassa di pubblicità, perché l’eventuale pagamento della tassa di pubblicità di cui al D. Lgs. 507/1993 non esonera l’interessato dall’osservanza di tutte le altre normative, a cominciare proprio dall’art. 23 C.d.S.. Anche qui diversi sono i presupposti, tanto è vero che l’obbligo del pagamento della tassa di pubblicità ricorre anche in presenza di un impianto pubblicitario abusivo e, viceversa, l’autorizzazione di cui all’art .23 C.d.S. non esonera il titolare dell’autorizzazione dal pagamento della tassa.

Il Ministero dei Trasporti

Contattato il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nella persona dell’ingegnere Luciano Marasco sul quesito rotatorie, ha risposto: «Le rotatorie, anche se non vengono definite dal CdS vigente, altro non sono che delle intersezioni a raso e pertanto rientranti in quanto disposto dall’art. 51 del Regolamento di attuazione del NCdS, che prevede infatti il divieto di posizionamento di cartelli, insegne d’esercizio e altri mezzi pubblicitari in tutti i punti indicati dal comma 3 del citato articolo.  Il punto b del comma 3 prevede tale divieto in corrispondenza delle intersezioni.  Nel caso prospettato, tale posizionamento non è consentito, come già ricordato, in quanto la casistica ricade nel divieto previsto dal comma 3 lett. b dell’art. 51 del Regolamento di attuazione del NCdSPer quanto riguarda gli ambiti di applicazione relativamente alle intersezioni stradali si rimanda infine al Decreto Ministeriale 19.04.2006, “Norme funzionali e geometriche per la costruzione delle intersezioni stradali». 

La situazione a Melegnano

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Come evidente da alcune foto disponibili in archivio su Google Maps, Melegnano non è virtuosa nell’osservanza delle normative. Solo facendo un tour delle rotonde principali si può notare la presenza selvaggia e continuativa di cartelloni pubblicitari.

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Un esempio di cartellone 6×3

La sanzione

Cosa si rischia? Facciamo due conti

Come indicato nel Art. 23. Pubblicità sulle strade e sui veicoli. al comma 11, “chiunque viola le disposizioni del presente articolo e quelle del regolamento è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 419 a euro 1.682e il comma 12, “Chiunque non osserva le prescrizioni indicate nelle autorizzazioni previste dal presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 1.376,55 a euro 13.765,50 in via solidale con il soggetto pubblicizzato“.

Comma 13-bis: “La rimozione del mezzo pubblicitario” è “a carico dell’autore della violazione e, in via tra loro solidale, del proprietario o possessore del suolo” .

Rischia anche chi ha commissionato la pubblicità

Comma 13-bis: “Nel caso in cui non sia possibile individuare l’autore della violazione, alla stessa sanzione amministrativa è soggetto chi utilizza gli spazi pubblicitari privi di autorizzazione”.

Quanto vale commercialmente un cartello 6×3? 

Mediamente uno spazio di questo tipo viene venduto a 700€ al mese, e la tariffa, se fatto un contratto annuale, può essere intorno ai 6000€ (circa 500€ al mese). Da considerare che generalmente la denuncia da parte del Ministero dei Trasporti e a mezzo di propri organi di controllo, l’applicazione della sanzione, e la relativa istanza di rimozione, hanno tempi da bradipo, in quanto passa oltre un anno. Nel frattempo l’attività promozionale e di incasso è già consolidata ed eventuali sanzioni o tasse applicate a chi utilizza gli spazi (419€) vengono ampiamente assorbiti dagli utili dell’azione abusiva. Inoltre l’eventuale rimozione viene prontamente ripristinata con un nuovo impianto (dal costo irrisorio, considerandone la fattura) in una notte: un camioncino, una pala, un po’ di cemento a presa rapida, due pali e una cornice in ferro. Per il concessionario che incassa i diritti di affisione un cartellone 6×3 vale circa 1400€ all’anno, totalmente a carico di chi espone il proprio marchio o servizio.


Quindi, fatti due conti: partendo sa 6000€ meno 1682€ di sanzione, tolti i costi di produzione del PVC e l’installazione, rimarrebbero, puliti, 4000€ l’anno. Dopo il primo costo di installazione dell’impianto, con una ventina di postazioni (tolti oneri del tribunale, avvocati e qualche sentenza) 50mila euro sono garantiti.  Un bel lavoro per un abusivo “legalizzato”!


Fatta le legge, trovato l’inganno

Come si comprende chiaramente siamo di fronte all’ennesima mancata osservanza delle leggi per effetto della difficile e reattiva applicazione delle stesse, a beneficio di chi abusivamente può approfittare della lentezza burocratica, del Comune e della Regione.

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Una recente sentenza inoltre ha affermato che se “il cartello abusivo non ha sul retro gli estremi dell’ordinanza di apposizione, una volta impugnato il verbale il sanzionato può chiedere che l’amministrazione comunale provi l’esistenza a monte di tale provvedimento ottenendo, in caso negativo, l’annullamento del verbale”.

La domanda è: chi è preposto al controllo? Quali sono le azioni attuate per impedire gli illeciti nelle attività legate ai cartelloni pubblicitari? Il Comune e gli organi preposti alla vigilanza stanno svolgendo questa attività? E, in caso affermativo, possono dimostrarlo in ottemperanza alla trasparenza?

Ma per la risposta a queste domande seguite il prossimo post.


#Nota: alcune società hanno oltre 100 installazioni attualmente attive.

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Cantiere, architetti, ingegneri: tutti d’accordo, quell’edificio lì non serve a un cazzo

VIA MARCONI/VIA 23 MARZO – Niente, vogliono proprio buttarlo giù. Dell’edificio storico di via Marconi, civico 25, con facciata posteriore su via 23 Marzo, non deve restare in piedi una pietra. L’edificio cellophanato (che ha parti risalenti al 1700 ed è un bene storico) a luglio è precipitato in diversi punti durante i lavori del cantiere, comprese parti delle facciate che andavano conservate d’obbligo. «È stato un incidente» ha dichiarato il cantiere.
Incidente? Il 22 settembre, due mesi dopo il crollo, spunta una richiesta firmata dallo Studio di architettura Locatelli di via Cadorna, direttore del cantiere. La richiesta è di «demolire tutte le murature perimetrali». È indirizzata al Comune di Melegnano. «L’impresa Fedil Costruzioni Srl» hanno scritto nella richiesta del 22 settembre gli architetti Stefano e Alessandro Locatelli, «ci comunica che non può in nessun modo mantenerle, perché tali murature sono edificate con mattoni legati fra loro con un legante friabile, una malta inconsistente. Inoltre un terremoto aggraverebbe il problema, visto che la nostra area è passata da rischio sismico 4 a rischio 3».
«Facciamo richiesta di demolizione» concludono gli architetti nella richiesta del 22 settembre. «L’ipotesi di mantenere la muratura presente ha dei costi elevati, anche perché la muratura non ha fondazioni».
L’ultima parola la avrà il comune. Gli architetti Locatelli hanno presentato una variazione del Piano di Recupero dell’edificio per il permesso di demolire.

Ma non tutti concordano che il crollo di luglio fosse una svista. Il crollo risulta provocato «dall’uso della pala meccanica, cioè della ruspa, al posto dello smantellamento a mano, da usare per dividere i muri da abbattere da quelli da mantenere, come di regola». L’uso della pala meccanica ha compromesso anche le porzioni che dovevano restare in piedi. A dichiararlo è Mauro Manfrinato, archeologo e volontario dell’associazione Italia Nostra, che si interessa agli edifici storici presenti nei comuni. La responsabilità del crollo è attribuita alla società Fedil*. Manfrinato ha seguito tutta la procedura del cantiere insieme a Cristiana Amoroso, presidente di Italia Nostra sezione Sud Est Milano. Hanno rilasciato dichiarazioni in esclusiva a RADAR.

«Primo, – affermano Manfrinato e Amoruso – per un progetto che coinvolge un bene storico ci vuole un architetto restauratore o un ingegnere competente in restauro. Secondo, l’edificio non è vero che non ha fondazioni: ha una cantina originale. Terzo: non esiste utilizzare queste scuse dei mattoni legati da materiale friabile, o e del pericolo di terremoto, per buttare giù gli altri edifici storici di Melegnano».
«La cosa più preoccupante – continuano – è che il metodo proposto per l’edificio di via Marconi può essere elevato a sistema. Melegnano è piena di edifici tradizionali, storici e di pregio, in condizioni di abbandono. Ma questo basta per demolirli? Non resteremo a guardare».

La ditta di operai che ha in appalto la ristrutturazione dell’edificio, Fedil Costruzioni di Pandino (citata in alto nella richiesta degli architetti) ha dichiarato che «non procederà con i lavori senza la demolizione dei muri e la loro sostituzione» (3 settembre 2015). La società di ingegneria Consultec Srl di Lodi afferma che «i mattoni, legati da malte molto povere, sotto l’effetto di un terremoto potrebbero crollare» (lettera del 10 settembre).

Conclusioni. L’architetto Locatelli, intervistato da RADAR il 14 ottobre, non ha fatto parola di tutto questo, ha affermato che «quello di luglio era un incidente». Affermazione che è possibile come minimo mettere in dubbio. Le due facciate presenti sulle vie Marconi e 23 Marzo era d’obbligo conservarle, come scritto nel Piano di Recupero dell’edificio: «La sostituzione integrale dei muri perimetrali è subordinata all’obbligo di conservare almeno le facciate sulla pubblica via». Questo significa che il crollo di luglio deve essere compensato dal pagamento di una multa. Infine, gli edifici storici di Melegnano da tutelare sono numerosi. Meglio riqualificarli o meglio raderli al suolo per cementificare? Il comune dovrà scegliere tra il business e il consenso della popolazione.

Marco Maccari, giovedì 10 dicembre 2015 ore 8:00

mamacra@gmail.com
@mamacra

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* «La società Fedil Costruzioni Srl, fidandosi della sua esperienza, ha usato il mezzo meccanico anziché procedere prima alla demolizione manuale per dividere i muri. Caso vuole che le due murature erano internamente legate con due tronchi di rovere, i quali hanno trascinato i muri verso il cortile» (relazione dello Studio Locatelli al comune, protocollata il 18 luglio 2015).

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ISIS: perché se la prende con noi e chi lo paga per farlo

Provate a pensare di comprare armi automatiche ed M16A4 americani, proiettili al cloro, artiglieria corazzata, carri T-54, missili SCUD, 52 unità di artiglieria pesante da 500mila dollari al pezzo. Pensate a creare e gestire una rete terroristica, dotata di smartphone con l’app terrorista Nashar e terminali con connessione internet, per un attentato in una capitale europea. Pensate a stipendiare le milizie con 100 dollari a testa al giorno, più benefit come: anfetamine, metanfetamine, telefoni Samsung, pastiglie di Viagra per gli stupri militari, carte di credito per i meritevoli. Vi servirà un piano. Vi servirà denaro e accesso alle banche. Perché l’IS, lo Stato Islamico, può permettersi di prendersela con gli europei? Come sostiene le spese militari? Le risposte, però, non si trovano dove sembra.

L’APOCALISSE
Si dice che la causa dei 127 morti e 350 feriti di Parigi siano i bombardamenti del governo francese in Siria, iniziati il 19 settembre 2014 alle 9:40, ora francese, «su richiesta delle autorità irachene» (leggi la notizia ANSA). Ma gli attentati parigini, messi a segno nel cuore civile e politico dell’Europa, hanno in realtà un’origine nascosta.
Esiste un obiettivo radicale all’interno dello Stato Islamico. Prima di tutto, è la purificazione dell’Islam da chi è condannato mediante takfir, cioè con una condanna di apostasia dalla fede. Per l’IS tutti coloro che, pur professando l’Islam, non seguono integralmente il Corano e la vita del Profeta, sono considerati in takfir e sono rei di morte. Le uccisioni dell’IS riguardano in maggior parte quegli stessi musulmani considerati come credenti non autentici. Il takfirismo è una vera e propria corrente dottrinaria dell’integralismo islamico.
Secondo, e riguarda l’Europa, è la realizzazione dell’Apocalisse. Per i credenti guidati da Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dell’IS, la Fine di questo Mondo è prossima. Sarà consumata in una guerra tra potenze terrene: la prima battaglia avverrà nella città siriana di Dabiq, con la sconfitta di «Roma» e con la vittoria delle armate dei fedeli, guidate da un messia, il «Mahdi», che le porterà fino a Istanbul. Un anti-messia, il «Dajjal», proveniente dall’Iran orientale, farà strage di fedeli ma il Profeta Issa, cioè Gesù – secondo solo a Mohammad – prenderà il sopravvento e spazzerà via il Dajjal. Il segno culminante della Fine del Mondo sarà l’esistenza di 12 califfati legittimi, dei quali l’IS è l’ottavo.
Le motivazioni dello Stato Islamico e del suo sanguinoso jihad (in arabo: «sforzo spirituale perseverante», una parola che nell’Islam non è lecito utilizzare per uccidere i musulmani né i non-islamici) sono quindi interne. Si può ritenere che l’IS compirà ogni sforzo per provocare, per istigare l’aggressione militare da parte degli eserciti di «Roma», cioè dell’Occidente in armi. Le motivazioni ideologiche di questa guerra sono sostenute da adeguata capacità di finanziamento monetario.

COME L’IS FINANZIA LA SUA ATTIVITÀ
Non è ufficialmente noto il circuito né la fonte di finanziamento dello Stato Islamico. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America definisce l’IS «una delle organizzazioni terroristiche meglio finanziate». Rapimenti, detenzione di pozzi petroliferi, colpi alle banche centrali e vendita di donne schiave per il sesso (leggi l’informativa del Dipartimento di Ricerca e di Fatwa dello Stato Islamico, e il tristemente famoso articolo del New York Times sulla teologia dello stupro) sono le maggiori tesi internazionali.
Ma è grande l’attenzione per l’impiego che l’IS fa dei social network. Il Dipartimento USA ha detto: «Ci preoccupa il loro uso dei social media utilizzati per chiedere soldi alle persone», mediante tecniche aggiornate di raccolta fondi tramite social media management (in inglese: gestione di un social media).
In particolare c’è Twitter. Nel marzo 2015, una ricerca di Brookings Institution sui Rapporti tra USA e Mondo Islamico (intitolata «Il Censimento dell’ISIS su Twitter») ha rintracciato numeri e provenienza geografica dei profili Twitter usati dai sostenitori dell’IS, grazie al lavoro degli analisti J. M. Berger e J. Morgan. «Molte domande fondamentali sull’uso di Twitter da parte dell’ISIS erano rimaste senza risposta – scrivono. – Abbiamo analizzato 20mila utenti Twitter legati all’IS. La nostra stima è che, tra Settembre a Dicembre 2014, su Twitter esistessero almeno 46mila sostenitori dell’IS, fino a un massimo di 90mila. Un profilo possedeva mediamente 1004 followers; numero considerevolmente al di sopra della media per un utente di Twitter. Un profilo produceva in media 2219 tweet. A livello di smartphone e telefonia cellulare, usavano al 69% un sistema Android, al 30% un iPhone, all’1% il BlackBerry. Circa tre quarti dei profili usavano la lingua araba (73%), circa uno su 10 usava l’inglese (18%). Il 6% usava il francese».
Tra i Paesi nei quali si trovavano i detentori di questi profili spunta in maggioranza l’Arabia Saudita. Le informazioni di profilo dichiaravano che gli utenti si trovavano in Arabia Saudita (866 profili), in Siria (507), in Iraq (453), negli USA (404), in Egitto (326), in Kuwait (300), in Turchia (203); seguivano Palestina, Libano, Regno Unito, Tunisia.
Significa che il governo dell’Arabia Saudita, o del Kuwait, è complice dell’IS? In realtà, in comune hanno formalmente solo l’orientamento religioso sunnita. Il governo dell’Arabia Saudita è un formale oppositore dell’IS fin dai primi bombardamenti del 2014. Il califfo dell’IS al-Baghdadi ha parlato della dinastia Saud – i reggenti dell’Arabia Saudita – così: «Sono un popolo di lussuria e stravaganza, di intossicazione, prostituzione, balletti, festini. Non un popolo di guerra». In Arabia Saudita, L’IS ha commissionato due attentati kamikaze contro moschee sciite. A settembre 2015, il Kuwait ha condannato a morte 7 persone (più altre 5 in contumacia) per avere dato supporto a un kamikaze dell’IS, autore di un attacco a una moschea sciita in Kuwait con 26 morti e centinaia di feriti. Il 2 novembre la Corte del Kuwait ha condannato 5 persone per avere raccolto denaro e averlo trasferito allo Stato Islamico. La somma era del valore di 1 milione e 300mila dollari americani. Anche gli Stati Uniti, che hanno ammesso forti responsabilità nella crescita e nel finanziamento dello Stato Islamico (vedi le dichiarazioni della Segretaria di Stato Hilary Clinton) – assunte e poi scappate di mano nel tentativo di opporre un fronte al presidente siriano Assad – sono formali oppositori dell’IS.
Il seguitissimo articolo del Sole 24 Ore del 19 novembre, «La Saudi Connection che frena la lotta all’ISIS», offre diversi spunti. Ma confonde le idee in fatto di cause ultime riconducendole all’Arabia Saudita. La tesi più corretta da formulare risulta questa, e la pone il blog RADAR.
A sostenere l’IS è un fronte o una coalizione anti-sciita, finanziato dai gruppi islamici di corrente sunnita presenti nei Paesi arabi del Golfo Persico e del Medio Oriente nominati sopra nel Censimento. Bisogna considerare le dichiarazioni del principe saudita Saud al-Faisal, da lui rilasciate nell’estate 2014 sull’IS: «Lo Stato Islamico, o ISIS, è la risposta sunnita al sostegno americano dato al partito al-Da’wa in Iraq» (le riporta il giornalista David Gardner sul Financial Times, luglio 2015, in un articolo più chiaro del pezzo del Sole 24 Ore). Chi è al-Da’wa? È il partito (e gruppo armato, attentatore nei confronti sia di Saddam sia degli USA) che vinse le elezioni nel 2005 in Iraq, nel dopo-Saddam. Il principe Saud al-Faisal «aveva avvertito il presidente americano George Bush dei pericoli di una guerra in Iraq contro Saddam, nel 2003», riferiscono le fonti.
Succede anche in Italia? Il programma d’inchiesta Report del 15 novembre ha riferito l’esistenza di una cellula dell’IS nel territorio italiano, che recluta, addestra e intercetta armi: armi pagate con petrolio, tra aziende e Stati, e sempre «con tangenti».

CONCLUSIONI
Sembra un problema religioso. Ma non lo è. I musulmani descrivono i terroristi come degli «alienati, ignoranti, pregiudicati, spiantati, falliti, frustrati, ipocriti, cattivi, cupidi, meschini, psicopatici», i loro ideologi come «sproloquiatori» e «manipolatori benpensanti», le loro correnti come delle «sette», «scismi che non hanno niente a che vedere con l’essenza dell’Islam».
Sembrava la storia di una società secolarizzata, il moderno Medio Oriente, che regredisce verso una società integralista e teocratica (il califfato dell’IS); in realtà è la storia di una società integralista (l’IS) che si impossessa dell’apparato amministrativo-tecnologico di una società secolarizzata (sistemi Android e iPhone, armi chimiche, raccolta fondi, marketing digitale, aiuti umanitari alla popolazione).
Sembrava un problema degli Stati Uniti: invece è un problema di Roma. Sembra un problema che non possiamo risolvere noi. Invece possiamo. Possiamo mettere a tacere con informazioni la propaganda dei politici nazionali e dei loro emissari, che dichiarano guerra senza sapere cosa dicono. Possiamo evitare che i nostri rappresentanti si vendichino sulle minoranze musulmane usando il pretesto di una moschea. Possiamo fare pressione per ottenere più chiarezza e più integrazione tra laici e credenti, tra musulmani e non-musulmani. Possiamo agire in grande anche guardando il piccolo. Altrimenti, lo scontro tra Occidente e integralismo sunnita sarà strumentalizzato solo per restringere le nostre libertà personali, ottenute con secoli di battaglie per i diritti.

Lo Staff, giovedì 26 novembre 2016 ore 02:50

radarmelegano@gmail.com

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Carpiano, la terra delle diossine e dei cancerogeni

I terreni agricoli di Carpiano e di Landriano sono contaminati da sostanze chimiche che procurano il cancro e che sono velenose per la salute umana, vegetale e animale. In particolare le diossine, sostanze velenose ottenute dalla combustione dei rifiuti solidi, e i furani, liquidi cancerogeni. In questi anni, quei campi sono stati regolarmente coltivati e hanno dato da mangiare agli animali negli allevamenti circostanti, che producono un latte esportato alle case di produzione. In questi anni, il suolo può avere favorito l’assimilazione delle sostanze nei vegetali e la loro discesa nella falda acquifera.

L’estensione del territorio inquinato è di 12,5 ettari. Nel 2007, il Centro Comune di Ricerca ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, pubblicò il rapporto «Monitoraggio ambientale di un’area contaminata nelle Province di Pavia e Milano», a cura dei ricercatori Roberto Cenci e Fabrizio Sena, con supervisione della Commissione Europea e dell’Istituto per l’Ambiente e la Sostenibilità.
Il rapporto fu realizzato su richiesta della Provincia di Pavia. Era parte del Progetto Pavia, uno studio sulla salute dei suoli pavesi. Altri 14 ricercatori hanno collaborato al rapporto. Dichiara il documento: «Lo studio ha identificato l’estensione di un’area “anomala” per la concentrazione di metalli pesanti e diossine». Il rapporto concludeva con un appello: «Gli amministratori sapranno fare tesoro di questi risultati provvedendo al ripristino dell’area contaminata».
Sono passati 8 anni ma sull’area non è arrivato alcun ripristino. Il rapporto è stato confermato da una seconda ricerca del 2011. Il rapporto dichiara: «Nei 12,5 ettari sono state identificate 33 aree. Sono stati prelevati campioni di suolo fino alla profondità di 30 centimetri». I risultati, specialmente all’interno di 11 siti, hanno identificato una «importante contaminazione di metalli pesanti, diossina e furano. I valori sono significativamente più elevati rispetto all’intero territorio pavese. Tale livello di contaminazione potrà arrecare danni ingenti all’ambiente e alla salute umana» (pagine 13, 15, 24).
In questi 11 siti la diossina è più alta dei valori a norma di legge. In 4 di essi arriva ai seguenti valori: 25.43 picogrammi per grammo, 12.32 pg/g, 12.76 pg/g, 10.29 pg/g. Il valore di legge deve essere pari a 1 pg/g. Il picogrammo è una frazione milionesima del grammo.

Siamo a 1 kilometro da Carpiano, paese di 4106 abitanti nel Parco Agricolo Sud Milano. I suoli esaminati contenevano ancora le tracce del mais coltivato sul terreno. «I prodotti che si coltivano tenderebbero ad arricchirsi di metalli pesanti», scrivono i ricercatori. Metalli come mercurio, cadmio, piombo, particolarmente dannosi, sono presenti in modi strettamente correlati. Questo ha fatto ipotizzare che nel territorio ci siano stati «spargimenti pirata»: in pratica, sostanze chimiche inquinanti sparse illegalmente e di nascosto nei terreni.
A 400 metri sorge Cascina Calnago, azienda agricola di allevamento e coltura sulla strada provinciale 165, a breve distanza da Cascina Leoncina e Cascina Foina. Il terreno è vicino al cavo Lissone. L’azienda ha prodotto uno studio e lo ha presentato il 31 maggio scorso in regione Lombardia, durante una Conferenza dei Servizi, alla quale i ricercatori di ISPRA non hanno partecipato. Il nuovo studio restringe i 12,5 ettari contaminati a 2 ettari, e attribuisce la contaminazione al corso delle acque di canale. Ma ARPA Lombardia, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, ha bocciato lo studio dell’azienda.
Per il comune di Carpiano la notizia è stata un colpo di tuono. Il 9 novembre si è tenuto un consiglio comunale aperto, i cittadini hanno partecipato in folla. Dichiara Emanuela Gorla, attivista carpianese del Movimento Cinque Stelle: «L’amministrazione comunale sembra minimizzare il problema. I primi controlli ufficiali sul latte munto sono stati fatti pochi giorni fa, a ottobre/novembre». A sollevare il problema è stata Iolanda Nanni, 47 anni, consigliera regionale in Lombardia per il Movimento Cinque Stelle, con un’interrogazione del 14 settembre scorso: «Ancora non ho risposta» afferma.

A giudizio degli abitanti, gli spargimenti illegali sono legati ai versamenti di fango che i terreni agricoli hanno ricevuto negli ultimi anni. Affermano due residenti di Carpiano: «Queste cose sono successe quindici, vent’anni fa. Andavano nei terreni e versavano dentro dei fanghi. Erano cose fatte alla luce del sole, davano dei soldi, c’erano contratti. Vicino Landriano c’era una discarica. L’impressione era che fosse una cosa normale, regolare, fatta con contratti».
Regione Lombardia non è rimasta a guardare. Ha dichiarato i 12,5 ettari di Carpiano Sito Inquinato di interesse Regionale. Per il triennio 2013-2015 la regione ha messo da parte 7 milioni di euro con il decreto 424 del 19 luglio 2013 in aggiunta a un milione di euro stanziati nel febbraio 2013, per la messa in sicurezza di emergenza dei territori inquinati e contaminati. La bonifica dei suoli inquinati rappresenta «una priorità per le amministrazioni locali e regionali», ricorda Regione Lombardia.

Marco Maccari, giovedì 19 novembre 2015 ore 20:04

mamacra@gmail.com
@mamacra

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L'inchiesta

«Ci penso io con Arcore, con Berlusconi e con Mantovani»

La tesi è quella dell’accordo. L’Azienda Ospedaliera è stata penetrata con un accordo stretto tra l’indagato Gianstefano Frigerio, il Professore – ex DC, condannato in Tangentopoli, una scrivania nella sede romana di Forza Italia fino al 2012 – e le due ex direttrici amministrative, Daniela Troiani prima e Patrizia Pedrotti poi. Roberto Moroni, ex direttore generale (reintegrato nel suo incarico nel 2015) è nel sistema; è stato indagato a sua volta: «Persona civile e perbene, gli spiegherò cosa deve fare» dice Frigerio.
Il 21 dicembre 2012 Pedrotti ringrazia il Professore. «Un abbraccio per tutto quello che hai fatto quest’anno». Il che induce i giudici a un’ipotesi: la Pedrotti dall’accordo «ricava favori di carriera». In primavera il Professore sarà più chiaro: «La Pedrotti mi ha chiesto di essere spostata più vicino a casa». Scrive il giudice: «Frigerio dice che per aiutare la Pedrotti chiederà all’assessore Mantovani». Il Professore: «Devo trasferire la Pedrotti al suo paese a Legnano, me lo ha chiesto lei prima di Pasqua. Mi ha detto che non la regge più la situazione, che è stanca» (3 aprile 2013).
La tensione non scherza. Il 13 settembre 2012 Pedrotti entrava nell’ufficio del Professore temendo l’arrivo della Finanza per il comportamento di un suo dirigente. «Ho un dirigente che – dichiara Pedrotti – nonostante una gara dove per la mia azienda per gli stampati ho speso 71mila euro, lui ne ha già spesi a oggi 328mila. Questa è da denuncia. Il problema è che se è vero quello che mi hanno detto i miei colleghi, a giorni noi abbiamo la Finanza. Hai capito?». «Come si è giustificato?». «Stamattina mi ha detto che sennò non mandava avanti l’ospedale. L’aveva messo per iscritto che si era comportato in modo illecito… io stamattina gliel’ho detto, l’ho messo in guardia. Urlavo come una pazza, lui mi veniva dietro e urlava anche lui… sceneggiate pazzesche». Interviene Frigerio: «Patrizia, siccome io e te abbiamo fatto un accordo di… eh… di razionalità, che se io ho bisogno di una cosa, ne parlo a te e poi ne parlo a lui, quando lui viene a dirti che è una cosa mia e tu non la sai, ti sta mentendo. Stai tranquilla».
Il «sistema illecito» coinvolge diverse aziende del milanese. Scatta l’inchiesta. Il 25 gennaio 2013 Pedrotti torna nell’ufficio del Professore e stavolta si sfoga. «Sono disperata» dice. È indagata. La sua accusa è turbativa d’asta presso l’Azienda Ospedaliera di Vimercate, dove era stata direttrice amministrativa. Al Professore pare «sotto choc». «Ti devo fare la predica – le fa quel 25 gennaio – non devi amplificare una cosa che non esiste. Non c’è motivo che tu ti preoccupi». In quel caso sarà prosciolta.

Pedrotti e Professore non sono soli. Hanno spesso sulle labbra due nomi non indagati: Vincenzo Pascuzzi, funzionario presso l’azienda ospedaliera – «responsabile dell’unità operativa approvvigionamenti» precisa il giudice – e un altro collaboratore aziendale, Piercarlo Marchetti, «un consulente che è lì adesso, che Moroni si è preso» dice il Professore, «convocato lunedì o martedì da Frigerio (il 18 o 19 febbraio 2013) in modo da dirgli di procedere». Marchetti, sostiene l’indagato Enzo Costa, avrebbe dovuto «dargli copia della delibera» (10 maggio 2013). Anche Pascuzzi avrebbe visto Frigerio il quale, sempre il 10 maggio, risponde: «Ho visto Pascuzzi stamattina, mi ha detto… sì, adesso continuano, vogliono fare una proroga».
Sulle labbra di Frigerio c’è Mario Mantovani di Forza Italia, ex assessore regionale alla sanità. Il presidente Maroni gli ha, nello scalpore dell’inchiesta Cupola degli Appalti, tolto la delega alla sanità. Secondo le intercettazioni, Mantovani risulta essere nel portfolio di Frigerio, anzi «uno dei suoi»: «Ci penso io con Arcore, con Berlusconi e con Mantovani» dice il Professore il 6 maggio 2013 per dare benedizione politica a Enzo Costa, l’imprenditore favoreggiato a Melegnano; il Professore infatti avrebbe conosciuto l’assegnazione degli assessorati in anticipo sulle elezioni. Da quanto scrive il giudice: Frigerio dice che «se vince la sinistra hanno un buon rapporto. Se vince la Lega andrà Mantovani alla sanità: ed è uno dei suoi vecchi» (13 febbraio 2013).

Marco Maccari, venerdì 23 ottobre 2015 ore 11:27

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Pubblicato su Il Melegnanese, sabato 24 maggio 2014
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Chi è Enzo Costa. Società Ferco Srl; «persona seria» lo descrive Frigerio. Costa è colui che assieme a Bruno Greco (società cooperativa Co.Lo.Coop; arrestato nel ’92 per Tangentopoli, «un loro amico, persona del giro della Giunta regionale» di Formigoni, stando al Professore) ha pagato a Frigerio una mazzetta da 120mila euro il 29 maggio 2013, per ottenere la proroga dell’appalto di pulizie presso l’Ospedale di Melegnano (appalto da 14.624.000 euro). Hanno confessato ai giudici. Era stato Stefano Fabris, imprenditore legato a Bruno Greco per cointeressenze societarie, ad andare dal Professore il 10 dicembre 2012 con lo scopo, scrive il giudice, di «orientare la proroga degli appalti di pulizie» dell’Ospedale di Melegnano a favore di Greco e Costa. «Adesso viene qui da me Greco – gli risponde Frigerio – io ho già concordato con la Pedrotti, Moroni e compagnia bella che facciamo il rinnovo. Facciamo la proroga a Greco per la parte sua, se lui tira dentro te e compagnia bella, basta, quello che dovevo fare l’ho fatto».

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