L'inchiesta cinica, L'inedito

Il colloquio di lavoro di San Giuliano

«Signor Monti si accomodi». Sentirsi chiamare con serietà lo faceva sorridere. Attraversò un lungo corridoio che lo condusse alla più classica delle sale d’aspetto. Un cumulo di giornali vecchi di mesi occupava un tavolino al centro della stanza, tutto intorno, seguendo la linea precisa delle pareti, era disposta una fila di sedie in plastica. Gerry si tolse lo zainetto che portava fedelmente con sé e si lascio cadere pesantemente su una sedia. Altri due ragazzi attendevano, seduti in silenzio a debita distanza.

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Il viso del ragazzo non gli era del tutto nuovo. Poteva avere due o tre anni in meno di lui, magari si erano incrociati a scuola, o lo aveva intravisto per strada. Il suo profilo serio e nervoso però non lo interessava. Si voltò quindi a sinistra, in direzione della ragazza. Truccata in maniera semplice ma evidente sperava di mostrare di più dei suoi venti o forse addirittura diciotto anni. Gerry amava vantarsi con i suoi amici del suo occhio clinico in fatto di giovani fanciulle. Non solo era capace di predirne l’età, ma anche di stabilire un primo contatto in maniera del tutto impeccabile. Un Don Giovanni, ripeteva continuamente durante le serate, anche se non era certo di chi fosse questo Don Giovanni. Gerry amava ripetere. La ripetizione di frasi, battute, aneddoti lo rassicurava. Era come se riproponendo le sue stesse parole il tempo potesse azzerarsi. Fermando il suo orologio poteva evitare di invecchiare. Non lo atterriva l’idea di diventare “anziano”, di dover maturare, ma quella di perdere il suo fascino, il suo ascendente sulle ragazze.

Si lasciò scivolare sulla sedia, attento a fare rumore. Voleva attirare l’attenzione di quella ragazza che invece continuava a girare avanti e indietro le pagine di Donna Moderna senza nemmeno guardare le immagini. Poteva scorgere la sua apprensione e la tensione dal tremolio irritante delle dita. Nulla. Lo sguardo di lei pareva incollato al magazine. Gerry sbuffò e senza nemmeno rendersene conto cercò il suo iPhone nella tasca destra dei pantaloni. Aprì Instagram cliccando sull’icona delle storie. Si guardò intorno cercando un soggetto per il suo scatto. Un parco giochi per bambini deserto fuori dalla finestra, i suoi due compagni d’avventure, il tavolino di riviste. Per un istante la sua ricerca si posò su un quadro dietro la testa del giovane uomo alla sua destra. Gli sembrava la replica di un dipinto famoso, un cielo blu stellato. No, meglio di no. Con un tocco sullo schermo del telefono decretò il passaggio alla fotocamera interna. Sfoderò il suo sorriso migliore e click. Un secondo dopo aggiunse la didascalia: “alla ricerca di un nuovo lavoro”.

Trascorsero altri quaranta minuti prima che il responsabile del centro per l’impiego lo chiamasse. Gerry non sembrava irretito dall’attesa. Aveva attaccato il telefono ad una presa della corrente e aveva sfruttato il tempo morto per progredire nella sua campagna a Clash of Clans. Prese lo zaino e seguì l’esaminatore nello stanzino dei colloqui. Il suo interlocutore era ben vestito e posato, ma ciò che catalizzava le sue attenzioni era l’acconciatura racchiusa in un nido di gel e lacca. Un look che gli ricordava i personaggi degli anni ’80 di alcune serie tv.

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«Buongiorno! Monti giusto? O preferisce Gerardo?».
«Gerry, meglio». Accolse la risposta registrando mentalmente il nome.
«Buongiorno Gerry. Io sono il dottor Grandi, ma vorrei poter usare il tu, per stabilire una conversazione più informale, una chiacchierata fra di noi tranquilla. Quindi puoi chiamarmi Alessandro». Non attese l’assenso da parte del ragazzo e continuò con quello che sembrava essere un discorso imparato a memoria e recitato più volte al giorno. «Ora parliamo un po’ di te, di quello che vorresti fare, della tua storia, del perché sei qui, e se rimane tempo magari iniziamo a strutturare il tuo curriculum. Che ne dici?». Gerry notò come non si sforzasse nel suo essere amichevole. Sembrava molto bravo nel suo lavoro. In poche parole era riuscito già a vincere la sua reticenza e metterlo a proprio agio.
«Ok, ci sto!».
«Bene, mi fa piacere», disse sorridendo: «ho visto che sei arrivato molto in anticipo, è un buon segno, e mi sembri anche abbastanza rilassato, altro buon segno. Hai già fatto altri colloqui di questo tipo?».
«No, è la prima volta. A dir la verità sono arrivato qui ancora prima. Almeno un’ora fa. Sono uscito di casa presto stamattina. Giusto il tempo di far colazione e via. Sono venuto qui».
«Ok, ottimo. Iniziamo dal principio allora. Studi? O cosa hai studiato?». Gerry dovette trattenersi dal ridere.
«Ehm, diciamo di no. Non studio più da tempo. Anni ormai. Ho lasciato le superiori appena compiuti i sedici anni, e da allora… beh… non ho più proseguito diciamo». Alessandro segnò un paio di appunti sul suo pc prima di proseguire con le domande.
«Vivi qui a San Giuliano giusto?».
«Sì».
«Esperienze lavorative?».
«Sì, ho fatto qualche lavoretto. Come imbianchino ad esempio, ho aiutato mio zio prima che andasse in pensione, aveva una ditta. Poi ho fatto qualche servizio fotografico».
«Nulla di continuativo quindi, giusto?».
«Esatto».
«Età? 24 giusto?». Gerry si limitò ad annuire. «Ok, le domande noiose sono finite. Passiamo alle cose più interessanti. Raccontami un po’ di te, di quello che ti piacerebbe fare, di come passi le tue giornate. Insomma, fammi capire in cinque minuti che tipo di persona sei, così proviamo a capire in che settore potremmo cercare. Ok?».
«Perfetto!», disse prima di prendere tempo per cercare di formulare al meglio la risposta: «Allora, ho sempre vissuto qui a San Giuliano, con i miei. Vorrei lavorare principalmente per poter andare via di casa. Sai, avere i miei spazi, i miei tempi. In casa mi trovo bene, ma non sono libero di fare ciò che vorrei. Mi piace molto il mondo dei social. Mi piacerebbe diventare un buon youtuber, c’è gente che dal nulla è riuscita a diventare ricca e famosa. Ci sto provando anche io. Non è semplice, specialmente le idee per i video. Riuscire ad inventarsi cose divertenti e che piacciano ai tuoi follower, essere sulla cresta dell’onda pure rimanendo originali. Penso che spesso le persone che non ci sono dentro sottovalutino gli aspetti faticosi di questo mondo. Finora però non ho raggiunto dei livelli che mi permettano di guadagnare. Sono sempre sopra le mille visualizzazioni a video, ma la strada è ancora lunga. Però sono ancora giovane… Comunque, generalmente, se devo essere sincero, sono uno a cui piace molto dormire. Sì, so che non è un buon biglietto da visita, ma ricordo di aver letto su un sito che le persone che dormono più di otto ore a notte hanno una attività mentale più elevata. Quando mi alzo controllo i miei social, programmo i post e le foto che devo pubblicare durante la giornata e poi inizio con le attività. Se non ho nessun video particolare da fare registro qualche game-play al pc o alla play. Cerco sempre di rimanere aggiornato sulle ultime release. Una cosa che non bisogna mai dimenticarsi di fare, specialmente quando vuoi crescere come canale è mantenere dei buoni rapporti con la tua fan base. Io cerco sempre di rispondere a tutti i messaggi. Devo essere sincero, do una priorità alle ragazze che mi scrivono. Non le incontro spesso, però diciamo che è una buona vetrina per conoscere delle possibili partner». Sottolineò quest’ultima frase con un sorriso malizioso, cercando l’approvazione di Alessandro. «Infine ci sarebbe l’aspetto del viaggiare, del mostrare tutte le esperienze interessanti che si fanno. Quindi ogni tanto con un paio di amici facciamo una gita, magari anche solo a Milano. Il trucco è personalizzare i selfie, per renderli originali e particolari, senza però dimenticarsi della propria immagine, del proprio brand insomma. Seguo molti influencer e il consiglio principale è sempre questo, cercare di avere un brand che si distingua, che sia unico, per essere riconosciuti immediatamente. Grazie a tutte queste attività ho sviluppato diverse skill. Mi sento a mio agio quando devo parlare davanti alla telecamera, e in generale con le persone. E poi so come gestire una pagina social su Instagram, facebook, Twitter o Snapchat…».
«Ok, sto iniziando un po’ a capire. Posso chiederti cosa porti nel tuo zainetto. Sono curioso».
«Il mio kit di sopravvivenza: ho una bottiglietta d’acqua, mi pare di aver letto sul sito di focus, o forse era un blog che trattava di medicina, che dovremmo bere più di due litri d’acqua al di fuori dei pasti, quindi porto una bottiglia sempre con me; poi un caricatore portatile per il telefono, generalmente queste meraviglie si scaricano in meno di mezza giornata… e magari qualcosa da mangiare. In realtà penso che lo porterei con me anche se fosse vuoto, fa parte del mio stile».

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L’autunno scivolando sulle foglie gialle e marroni prendeva possesso della piazza. Il freddo attaccava i pochi avventurosi: un gruppo di bambini che si rincorrevano agitando dei bastoni come se fossero spade medievali e un gruppo di anziani che urlano nei loro doveri dialetti erano uniti dall’odio per l’allenatore della nazionale di calcio. Gerry si sedette fra questi due quadretti generazionali. Si sentiva in mezzo, equidistante e lontano da entrambi. Dopo mezzora di colloquio era uscito sospirando dall’ufficio di Alessandro. Prese in mano il telefono:

«Incontro finito. È andata bene sì, il tipo era molto simpatico. Alla mano. Però non mi ha convinto. Abbiamo fissato un secondo appuntamento per compilare il cv, ma non so se ci andrò».

Davide Polimeni, mercoledì 22 novembre 2017 ore 9:39
davidepolimeni@gmail.com

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Nota dell’autore: Tre racconti. Tre storie. Tre giovani ragazzi sangiulianesi. Uno studente universitario, un lavoratore alle prese con un licenziamento e un neet (termine inglese per chi non è impegnato in educazione o lavoro). Tre momenti per raccontare quello che ho definito il purgatorio di San Giuliano. Non un luogo biblico, e quanto di più lontano dall’universo dantesco, ma una zona di mezzo, una zona di confine fra una realtà che pare schiacciare ogni speranza e un futuro che appare radioso e a portata di mano. Questi sono solamente tre esempi di vite sangiulianesi, tre spaccati di una società trasparente, annoiata, ma altamente simbolica. Simbolica di quelle che sono le difficoltà dell’essere giovani in Italia. 

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L’inverno di Melegnano Place

L’inverno a Melegnano Place è sempre lo stesso. Come un malato cronico che si cura per i dolori che non passano mai. La nebbia avvolge fine ogni cosa, creando un velo, una barriera.

Sembra strano ma, nel mio viaggiare, spesso ho associato le condizioni climatiche e la conformazione morfologica del territorio alle abitudini, agli atteggiamenti e alle idiosincrasie di chi ci vive. Melegnano è aperta: ha molte vie di ingresso, ma poco spazio: poco spazio per parlare, poco orizzonte per pensare.

La gente cammina, ma non vive. Quando arriva la nebbia, il grigiume, sembra che tutto si fermi, avvolti da una coperta di luce che impedisce, blocca la vista del cielo. Così la gente non è disposta al cambiamento: chissà cosa ci sarà dietro al grigio. È indefinito, incalcolabile. Rimane sicuro ciò che hai a pochi metri.

Così, andare a Rozzano diventa un viaggio, un problema. Se poi ti infili in qualche stradina di campagna, la sensazione di abbandono è forte: non hai più nessun riferimento, tranne la strada, che è piccola, piena di buchi, e ti auguri di non incontrare nessuno per decidere chi passa prima. La pianura apre gli orizzonti, la nebbia li richiude. Così la gente è immersa nei suoi pensieri, radicata alla strada, cioè alle tradizioni. Passano anni, secoli, si costruiscono nuove strade esterne, ma Melegnano rimane lì, come in una ampolla di vetro, eternamente ferma col mercato e il castello. Parli con la gente, ascolti i loro pensieri, si esprimono arrancando, a volte borbottando in un misto tra dialetto milanese e lodigiano. «Come va?». A questa domanda lo sforzo è gigantesco: «La facciamo andare» risponde la maggioranza, con rigore diplomatico e assenza di particolari. Se hanno tempo, inizia una conversazione sul tempo atmosferico: la nebbia, il freddo, il traffico. Il classico è il lamentatore cronico: è insoddisfatto di tutto, partendo dagli immigrati, la politica, la salute, la viabilità. Ne ha per tutti. E dopo che ha finito con te se non lo hai soddisfatto, ha altro materiale di cui lamentarsi col prossimo incauto ascoltatore. La nebbia, la pianura, la chiusura mentale, la paura del nuovo, dell’ignoto. Le nuove generazioni fuggono, le vecchie invecchiano.

Sembra che per una nuova generazione manchi il terreno fertile per far attecchire nuove idee, per avere nuovi stimoli. Così avanza lo spettro della noia, della droga, della nebbia con la droga, della noia con la chiusura mentale. Forse la nebbia è una salvezza. Forse la pianura è un posto per vivere ognuno nel suo orticello, perché non vedi se al di là ce n’è un altro. A meno che non ti sforzi di fare un viaggio, nella nebbia!

Massimiliano Basile, lunedì 13 novembre 2017 ore 11:12 
info@communicatemotion.net

 

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L'inedito

Il sogno infranto di San Giuliano

           Aveva spento la macchina lasciando il quadro elettrico acceso. Le luci blu dell’autoradio si muovevano lentamente senza emettere suoni. Un lampione cercava la forza per rimanere acceso, ma era lontano e la sua aura chiara e gialla sfiorava appena l’interno dell’auto. Stava tamburellando con le dita sul volante, indeciso, nervoso, stanco. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere. Prese in mano il telefono, ma si accorse di aver solo immaginato un trillo. Riceveva veramente pochi messaggi ultimamente. Cosa era successo? Un pugno rapido dalla sua piccola e sporca mano destra si assestò contro il manubrio. Accese la macchina. Lasciò scaldare il motore per pochi secondi e poi partì lasciando rapidamente l’acceleratore. Duecentoventi cavalli. Gli sembrava di sentirli nitrire tutti insieme mentre il mondo fuori dal finestrino si scioglieva all’alta velocità. Una mandria imbizzarrita, un tuono che scuote la terra fino a farti volare. Cambiò le marce in successione. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere. Pensò di urlare, ma non riuscì a sentire la sua voce. La sua attenzione era solo dedicata a quei movimenti che conosceva a memoria; al tracciare le curve, all’indovinare il punto in cui staccare sul rettilineo. Lui era la sua macchina in quel momento. Lui era quella potenza. Lui era velocità.

           Frenò appena in tempo. Un riflesso istintivo gli aveva fatto percepire una strana macchia blu dietro le chiome degli alberi che costeggiavano il viale. Una pattuglia dei carabinieri a bordo strada stava effettuando dei controlli. Rallentò percependo metro dopo metro delle catene che fredde si attorcigliavano intorno ai suoi polsi e alle sue caviglie. Procedette ad una lentezza quasi irreale di fronte alla pattuglia scorgendo un ragazzo della sua età che veniva fatto accomodare sul sedile posteriore. Aguzzò la vista. Avrebbe potuto conoscerlo, o forse, sarebbe potuto essere lui quel ragazzo. Appena si sentì a distanza di sicurezza riprese la sua corsa contro la velocità, contro il tempo, contro i suoi stessi pensieri. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere.

           La ventola del motore aveva smesso di pompare aria. Il caldo stava lentamente cercando una via d’uscita dalle fessure dell’abitacolo. Ogni respiro si condensava sui vetri, separandolo dal mondo. Era da solo. Fuori dal finestrino scorgeva le luci di un Carrefour Market, aperto ventiquattro ore su ventiquattro. Era in un parcheggio, di notte, da solo. C’era qualcosa di poetico in quel quadro di solitudine post consumistica, ma lui non riusciva a coglierne la magia. Sentiva solo l’ago di una puntura che penetrava sotto la sua epidermide e quel ritornello in testa. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere.

           Prese in mano il telefono. Avrebbe voluto chiamare Chiara, la sua fidanzata, probabilmente lo stava aspettando sveglia, guardando una di quelle serie tv che lui si rifiutava di condividere con lei. “Roba da donne”, le ripeteva spesso con una punta di ironia, sapendo bene come quell’accenno sessista la facesse impazzire. Ma lui era così, non aveva mai badato alla forma, ai termini corretti da usare. Lei aveva imparato a carpire il senso nascosto delle sue frasi al di sotto di quella rudezza quasi infantile, di chi non ha filtri fra la realtà e le proprie emozioni. Ed ora eccolo, rinchiuso in macchina da quelle stesse emozioni, lontano da quella che negli ultimi mesi aveva iniziato a considerare una casa. “Non voglio riflettere, c’è poco su cui riflettere” disse fra sé e se.

           Mamma. Quel nome comune. Quelle cinque lettere che per ogni ragazzo sembravano avere lo stesso significato, ma che poi in ogni singola esistenza si declinano in miliardi di soluzioni possibili. Cinque lettere che ogni volta che pronunciamo raccontano la nostra storia più lontana, quella che persino noi fatichiamo a ricordare. Era quella la storia a cui voleva appellarsi in questa notte? Sentì dei passi, e dopo più di venti minuti ecco il primo avventore. Chiuso nel suo cappotto camminava a passo svelto, guardandosi in giro di tanto in tanto. La porta automatica si aprì per richiudersi inghiottendo dentro quella pancia colma di leccornie.

           Iniziò senza rendersene nemmeno conto: “Ciao Mamma, sono Matteo. Scusami se non ti ho risposto negli ultimi quattro giorni.” Si fermò. Già dalla prima frase non era convinto. Provò a ricordarsi i consigli di un suo vecchio amico scrittore che lo aiutava nel corteggiare le ragazze. Ripensò con un sorriso a quei lontani pomeriggi adolescenziali. Non lo sentiva da mesi, chissà se quel ragazzo così prodigo in consigli per gli amici era finalmente riuscito a trovare una ragazza. È veramente una città così grande questa? Riusciamo a viverci ogni giorno senza incontrare le persone a cui vogliamo bene. Non era mai vissuto in un piccolo paese, se non per qualche giorno di vacanza. Invidiava quelle dinamiche così semplici e dirette. Quegli incontri rituali e disorganizzati, il sapersi sempre lì. Gli stava facendo veramente male questa forma auto indotta di solitudine se questi pensieri avevano iniziato ad intasare la sua mente. “Non è per cattiveria che non ti ho risposto. Io beh… ho avuto molto da fare. Il lavoro, tornare a casa ed accorgermi di tutto quello che c’è ancora da fare e poi Chiara, devo darle delle attenzioni. Non che non voglia sia chiaro. Sai, in queste sere sto ripensando a come facevi tu. Tornare a casa dal lavoro e avere ancora le forze per stare dietro a noi tre, riuscire a cucinare a fare la lavatrice, stirare. Solo ultimamente ti vedevo stanca, paradossalmente quando c’era meno roba da fare, dopo che i gemelli se ne sono andati. Ora che mi rendo conto di quelle fatiche sento come superficiale il poterti ringraziare con una semplice parola. Come vanno le cose giù? La nonna come sta? Prometto che per Natale faremo di tutto per venire a trovarvi, ne ho già parlato con Chiara e lei sembra più che entusiasta. Mi piacerebbe molto vedere come hai sistemato casa di nonna. Questo messaggio sta diventando molto lungo e tu sai che non sono propriamente uno scrittore. Le dita già si sono annoiate a schiacciare sui tasti del telefono, quindi provo ad andare al sodo.” Alzò un attimo lo sguardo dallo schermo. Il vetro era quasi totalmente appannato. La guardia giurata del supermercato camminava annoiata avanti e indietro. Per un solo istante pensò a quanto sarebbe stato semplice organizzare una rapina. Ricordava le tattiche di uno dei suoi giochi preferiti alla Playstation: payday. Non sarebbe mai stato capace di fare una cosa del genere nella vita reale. Si chiese nuovamente se aveva senso mandare quel messaggio, continuare a struggersi da solo in macchina. A casa lo attendeva la sua ragazza, poteva darle un bacio accompagnandola a letto per poi sfogarsi un’ora sulla sua console: Call of Duty o provare un nuovo trucco su GTA V.

           “Oggi mi hanno comunicato che stanno per chiudere l’azienda. Non c’è un modo bello per dirlo, ripeto a te quello che mi hanno detto loro. Non dico che sono sorpreso. Sapevamo tutti già da tempo che le cose non stavano andando molto bene. Ma sapere che non c’è più nulla da fare è una vera mazzata. Sei la prima a cui lo dico, anche se forse leggerai questo messaggio domattina. Non so perché lo sto confidando proprio a te, forse perché so che hai sempre qualche parola buona con cui riesci a stupirmi. Non ho paura mamma. Non ho paura. So che un lavoro riuscirò a trovarlo, ci sono sempre riuscito alla fine. Ho ventisei anni, centinaia di possibilità davanti a me. Ma è un’altra esperienza che finisce, un altro capitolo che si chiude con l’amaro che ogni delusione porta con sé. È sbagliato anche solo pensarci, ma ne parlo solamente con te. Se le cose fossero andate diversamente dove sarei ora? Se la mia vita, intendo, fosse andata diversamente? Se papà non fosse andato via cosa starei facendo ora? Lo so, non devo piangermi addosso, siamo stati fortunati ad essere rimasti insieme io te e i gemelli. Però… Una sola ipotesi penso mi sia concessa. Mentre cammino sulle strade di Sangiu tutto mi sembra già scritto. Una sola possibilità. Come se la mia vita fosse un binario unico senza intersezioni. Arriverò a destinazione, saprò essere contento, ma non avrò avuto scelta. La scelta, la possibilità, quell’ipotesi mancante. Ho sbagliato qualcosa pure io, non posso attribuire tutto solamente al fato e alle scelte scriteriate delle altre persone. Se fossi stato capace di studiare di più? È stato faticoso iniziare a lavorare a quattordici anni con lo zio, ma lì mi trovavo bene. In mezzo a decine di uomini grassocci e sudati che bestemmiavano ridendo e insultandosi dalla mattina alla sera. Forse dovrei rivedere la mia asticella del bene. Lavorai. Lavoravo. Ho lavorato. E per ora forse non lavoro più. Qualcosa sui verbi ancora me la ricordo. Se avessi continuato la scuola in qualche modo? Ora mi piacciono i computer, assemblare, capire come funzionano le cose, ma mi sento fuori tempo massimo… non hanno senso questi discorsi hai ragione. Non ho studiato ed ho continuato a lavorare, esperienza dopo esperienza, cantiere dopo cantiere, dando frutto a quei tre anni di studi professionali da elettricista. E poi questi ultimi tre anni. Mi trovavo veramente bene a lavorare lì. A volte mi sembra che sia l’unica cosa che mi riesca bene. Alzarmi al mattino, sfrecciare in macchina lungo i viali deserti e attaccare col turno. I turni, credevo di non riuscirci all’inizio, ma sono riuscito ad abituarmi anche alla notte. Devo dirlo a Chiara, mamma. Come dicevi tu sempre: il prima possibile. I silenzi fanno maturare disaccordi, spero di averlo imparato. Io sono convinto di amarla. Non è la prima, ma potrebbe essere quella giusta. Ho voglia che sia quella giusta. In questi primi quattro mesi si convivenza ci siamo dedicati l’uno all’altra, è stato bello, è stato nuovo. Non avevo mai provato queste sensazioni. È strano dirlo a te, però mi sono lasciato convincere che quella possa essere veramente casa mia. Per questo non riesco ad essere triste, nemmeno dopo queste notizie. Eppure… mi sento solo. È tutto un casino, vero? Tutto troppo complesso in questo mondo. Per questo mi piacciono le macchine. I motori sono complessi, ma sono anche meccanici. Puoi impiegarci giorni ma alla fine trovi una soluzione. Quel bullone, quella perdita, quella piccola parte che non avevi considerato. Tutto può tornare intatto, anche dopo anni e anni. Vorrei trovare un meccanico così bravo anche per la nostra vita, eh, che ne dici?” 

           Si alzò spaventato da un rumore. Un vociare improvviso che lo distrasse dal suo flusso di pensieri. Un gruppo di nordafricani stava litigando, urlando parole nella loro aspra lingua incomprensibile. Non era raro che arrivassero alle mani. Per un momento pensò fosse meglio spostarsi ma per fortuna la situazione pareva calmarsi rapidamente. “Le ninnananne della città”, commentò laconico.

           Io so cosa stai pensando. Trasferisciti qui. Vieni giù con me e nonna, troverai un piccolo lavoro, qui la vita è diversa, siamo più tranquilli. Inizierai a raccontarmi di come dormi bene. Ci si abitua a dormire anche senza il rombo dei motori degli aerei. L’ho sentita tante volte questa canzone, ma non fa per me. Non ora almeno. Qui ho Chiara, ho la mia vita. Penso che potrei sfruttare questo periodo vuoto per riprendere ad uscire con i ragazzi, solo qualche sera. Chissà come se la passano. Poi ci sono giù i supermarket aperti ventiquattro ore su ventiquattro? No mamma, la mia stazione è qui, il mio treno parte e arriva qui. Non so come dirlo a Chiara, una parte di me vorrebbe attendere, vorrebbe farle una sorpresa e associare questa brutta notizia ad una bella notizia. Amore, ho perso il lavoro ma ho trovato un altro lavoro! Semplice, un battere di ciglio, una frase che si inserisce in una normale conversazione di coppia. Mamma, temo il suo sguardo. Non quello triste che rivolgerà a me, ma quello che la coglierà appena sarà sola a riflettere su questa notizia. Abbiamo parlato tanto ultimamente, abbiamo fatto progetti. Lei ha voglia di costruire qualcosa di importante nel nostro futuro. E se oltre quello sguardo di compassione nei miei confronti si nascondesse la delusione di aver trovato un uomo che non si sa tenere il suo dannato lavoro? Sto perdendo la calma. Forse è tardi, forse sono stanco. Vorrei guidare ancora, ma la tua voce nella mia testa mi dice che non dovrei. Mai sfogarsi sul volante, mi ripetevi quando uscivo di casa incazzato nero sbattendo la porta. Quante litigate che abbiamo fatto. Non lo so Mamma, ho paura di riflettere, non voglio riflettere, in fondo, c’è poco su cui riflettere.”

Davide Polimeni, giovedì 2 novembre 2017 ore 10:37
davidepolimeni@gmail.com

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Il purgatorio di San Giuliano

L’uomo di fronte a lui accese una sigaretta con un gesto lento e compassato. I loro sguardi non si erano mai incrociati, nonostante Tobia tenesse gli occhi fissi su di lui. Stava cercando di innervosirlo, di far pesare ogni secondo di quella instabile attesa. La stanza era buia e stretta. Un piccolo ufficio illuminato da una sola lampada da tavolo. Il suo interlocutore continuava a muoversi giocando con i riflessi del fascio di luce che gli spezzano metà del volto. Tobia tremava. Nonostante riuscisse a comprendere il significato di quei gesti, andavano uno dopo l’altro a segno, facendolo precipitare in uno stato di ansia sempre più profondo.
«Bene Tobia, raccontami la tua giornata, non tralasciare nessun dettaglio». Fissava la cenere scivolare via saltellando dalla punta incendiata della sigaretta. Finalmente aveva parlato. La sua voce era scura, piatta. Non tradiva alcuna impazienza. Non c’erano orologi in quella stanza ma sicuramente al di là di quelle mura qualche vecchio campanile stava battendo le due o le tre di notte. Non aveva sonno. La speranza di poter tornare a casa si era affievolita già da un paio d’ore. Trasse un profondo respiro abbassando lo sguardo verso i suoi polsi ed iniziò:

            La mia prima sveglia ha iniziato a suonare alle otto e trenta. Penso di averla spenta con un tocco sullo schermo del telefono. Questa scena si è ripetuta ogni nove minuti fino alle nove e trenta credo – cercò un cenno sul volto dell’uomo davanti a lui, per capire se la sottigliezza dei dettagli era apprezzata, ma ricevette in risposta un lungo silenzio. Non sapeva cosa volesse sapere della sua giornata ed era intenzionato quanto meno a farlo annoiare, come ripicca per quella che per lui era un’ingiustizia. – Ho fatto colazione. Mentre aspettavo che la caffettiera si riempisse sono andato in bagno per lavarmi – fece una pausa inaspettata, non capiva perché continuava a ripensare a quel particolare insignificante. – Mi sono guardato allo specchio e… c’era qualcosa di strano sul mio viso, un segno sotto all’occhio destro che non avevo mai notato prima. Ho fatto una smorfia, ho provato a non farci caso. Il cielo fuori dalla piccola finestra sopra il cesso era lo stesso di sempre. Un grigio anonimo, unificato da una gigantesca nuvola che copriva la città come se fosse una cupola. Ma la mia attenzione tornava sempre lì, su quel segno. – Tobia continuava a parlare a ruota libera. Non era mai stato da uno psicologo, ma era così che si immaginava una seduta psicanalitica, anche se quello era paradossalmente il luogo opposto di uno studio degli eredi del dottor Freud. – Avrei dovuto iniziare a studiare. La mia scrivania era tappezzata di post-it, schemi e orari che avrei dovuto rispettare per prepararmi al meglio al prossimo esame. Sa, me ne mancano solo quattro prima della laurea – non attese nemmeno una risposta. – Il mio computer mi chiamava, avevo tempo fino a mezzogiorno. Quando dovrei fare altro e invece mi metto a giocare o a guardare una serie tv faccio finta di non accorgermene. Mentre digito sulla tastiera mi volto da un’altra parte, mi distraggo con qualche pensiero per cercare di alleviare il senso di colpa. Poi quando il gioco è avviato, o la puntata iniziata mi dico: «Beh, una mezz’ora dai, non può cambiare nulla alla mia giornata». Non lo so perché lo faccio, a volte il tempo scivola via fra le immagini del mio schermo. Ci sto veramente troppo, lo ammetto, ma non è nemmeno questione di dipendenza o attrattiva… è più… una fuga, ecco… Quelle luci, quei suoni mi fanno evadere – gli venne da ridere per la scelta incosciente di quel verbo. – Cosa dovrei studiare? – si poneva le domande da solo, sperando di entrare nella mente dell’uomo che continuava ad ascoltarlo impassibile. – Scienze della comunicazione. Non mi chieda il perché di questa scelta. Sono bravo però, o meglio, vado a momenti. In realtà penso che l’università non sia così utile. Ultimamente lo dicono in tanti, però un pezzo di carta effettivamente serve… è la formazione che manca, non so se mi spiego. Non sento di imparare qualcosa di utile. La mia giornata giusto, sto divagando – aspettò un gesto che non arrivò. – È stato come uno schiocco di dita, ho risollevato gli occhi ed era mezzogiorno. Mi sono vestito di corsa per andare a lavoro. Lavoro insomma, è quasi un hobby, consegno pizze con il motorino. Non pagano bene, anzi, direi che praticamente non pagano; ma io per ora non ho grandi spese. Vivo ancora in casa con i miei e con questi pochi euro riesco a togliermi degli sfizi. Lo so, suona quasi come uno spot televisivo, ma per me va più bene. E’ un lavoro semplice, non devo pensare a nulla. In strada davanti a casa stanno facendo dei lavori alle tubature. La via è chiusa e quindi devo percorrerla in senso contrario. Può sembrare stupido, ma andare al contrario rispetto alle proprie abitudini destabilizza. Ero ancora perso in questi pensieri durante la prima consegna. Conosco quasi tutti gli indirizzi a memoria. All’orario di pranzo consegniamo principalmente negli uffici e qualche volta riesco anche a mettere da parte una decina di euro di mance. Non mi dispiacciono queste giornate. Il caldo è ormai un ricordo lontano, ma non c’è ancora quel freddo pungente che ti congela le dita quando tocchi il manubrio. Ho lavorato per due ore. Cinque consegne. Quindici euro. Il pizzaiolo, un ragazzo egiziano di poco più grande di me, era di buon umore e mi ha anche offerto una focaccia. Mentre mangio solitamente scrollo la bacheca di Facebook e di Instagram. Raramente pubblico qualcosa, il mio profilo ha qualche foto, qualche canzone; principalmente lo uso per vedere come se la passano gli altri. Non i miei amici stretti, con loro preferisco uscire. Da questo punto di vista mi ritengo fortunato. Ho un bel gruppo di amici che ormai definisco “storici”. Usciamo insieme da quando abbiamo quattordici anni e nel tempo si sono unite fidanzate e amiche. Solo un paio di loro sono usciti dai radar, li sento ogni tanto, ma non saprei dire cosa fanno nella loro vita. In una scala di valori direi che l’amicizia per me è sicuramente al primo posto. Siamo cresciuti insieme fra queste vie. Ci siamo aiutati a vicenda. Qui non c’è molto da fare, penso lo sappia, le giornate sembrano una la copia dell’altra, quindi è essenziale avere degli amici che ti aiutino a distrarti. Mi sono ritrovato davanti alla biblioteca alle tre. I rumori dei lavori mi impedivano di studiare in casa. Qualcosa mi ha bloccato dall’entrare. Mi sono girato verso la piazza. Un’inutile spazio bianco. La facciata della chiesa è ancora in ristrutturazione. Secondo me quella piazza esprime perfettamente il senso di questa città. Non serve studiare comunicazione per capire che una piazza è il simbolo del paese. Non lo posso negare, mi fa schifo il posto dove vivo. Sì, so cosa sta pensando. «Perché semplicemente non vai via. Conosco molti ragazzi che hanno cambiato città, o che sono andati all’estero, cosa ti blocca qui?» – disse cercando di imitare la sua voce calma senza risultare insolente. – Non lo so sinceramente. Spesso mi convinco che sia una questione economica, ma mento a me stesso. C’è qualcosa in questo cielo, in questa cupola, che non mi permette di uscire. È come se fosse un purgatorio, tu sei cosciente che esiste qualcosa di più bello oltre, un empireo, ma senti di appartenere a questo posto, senti di meritarlo, ti si attacca alla pelle. E poi c’è il rischio di inciampare e precipitare. Io mi lamento di questa città, di questi odori, dei suoni e del traffico, ma sono fortunato. Milano è a pochi chilometri da qui, ho tutto quello di cui un ragazzo ha bisogno. Penso di aver atteso per almeno dieci minuti davanti alla biblioteca. Dalla parte opposta della piazza c’è il vecchio asilo lasciato a se stesso. Se non ricordo male era stato costruito durante il fascismo. Noi non abbiamo una lunga storia alle spalle e quell’edificio quindi mi è sempre sembrato vecchio, stanco. Non ricordo bene da quanti anni sia abbandonato. Di fianco c’è una torre. C’è una torre, vuota. A volte penso che salendo su quella torre si riesca a vedere oltre. No, non perché così alta da sovrastare i palazzi e concederci uno sguardo sull’orizzonte, ma perché da l’idea di essere una porta sul tempo. Guardando dalla sua cima immagino di conoscere il passato e di proiettarmi verso il futuro, oltre la cupola. Non so perché mi ritorna sempre in mente questa immagine, sarà una strana assonanza con il centro commerciale Le Cupole dove ho passato tanti pomeriggi. Ridendo i miei amici mi ricordano che se riesco a laurearmi potrei finalmente coronare il sogno di lavorare fra le sue mura arrotondate: al McDonald’s. Non serve che le dica che sono riuscito a studiare pochissimo questo pomeriggio. Forse una parte di me era cosciente di questo strano epilogo della giornata, ma sicuramente mi era impossibile concentrarmi. Ho provato a scrivere ai miei amici, avrei voluto prendere una birra in compagnia, chiacchierare fino a tardi. Ma ogni possibilità di serata è naufragata. Il ritornello era sempre quello: “Domani ci si alza presto, qui a Sangiu non c’è nulla e dovremmo prendere la macchina, troppa fatica per un martedì sera”. Vorrei chiedere a Dante se ha trovato una birreria in Purgatorio, non ricordo se ci fosse qualcosa a riguardo nella Divina Commedia. Ed eccoci giunti a stasera. Poco prima del nostro incontro. Ho mangiato a casa. Mi sono rimesso a letto davanti al computer. Ero pronto a riaprire Netflix, ma qualcosa mi ha bloccato, ancora quella sensazione che mi perseguitava dal mattino. Avrei voluto parlarne con qualcuno. Per un momento ho addirittura pensato alla mia ex. Ci siamo lasciati consensualmente sei mesi fa dopo tre anni insieme. L’aspetto più strano di questa faccenda è che non ci sono nemmeno rimasto male. Quel rapporto era parte della cupola, nato all’interno di essa e destinato a rimanerci. Subito dopo esserci lasciati ho assaporato un po’ di libertà. Ho creduto che qualcosa fosse realmente cambiato, ma era una magra illusione. Ero semplicemente passato da fidanzato sotto la cupola a single sotto la cupola. Dal purgatorio non si scappa con qualche stratagemma così comune: ne sono cosciente. Mi sto allontanando da ciò che lei vorrebbe sentire, ma non penso di avere risposte interessanti ai suoi interrogativi. Ho atteso che i miei genitori andassero a letto e sono uscito, verso le undici. Le strade sono già quasi completamente deserte a quell’ora. Solo poche macchine che passano veloci senza fare caso a noi oscuri viandanti. Basta un messaggio. Non usiamo strane parole in codice o un linguaggio segreto. Lui risponde con un luogo. Tutto molto semplice e diretto. Sapete perché sta diventando così famoso? Lui non è un piccolo spacciatore come tanti altri che affollano le nostre piazze. Lui, in un certo senso, possiede l’arte del venditore. No, non lo sto facendo apposta, realmente non conosco il suo nome. Mi ha dato il suo contatto un mio vecchio amico dicendomi che vendeva l’erba più buona del sud Milano. Non posso essere processato per aver fumato qualche canna nel passato vero? – non giunse nessuna risposta. – Comunque, chiamiamolo Virgilio, ha il compito di condurci fino ad assaggiare il paradiso. È stato lui a propormi questi nuovi preparati sintetici. Si dice che gli arrivino direttamente dalla Germania, ma non so dire se è vero. Naturalmente non mi sono mai messo a fare troppe domande. Si studia con più concentrazione, ma specialmente, per pochi minuti riesci a dimenticare il colore di questo cielo. Si riesce ad immaginare cosa può esserci oltre. Lo so che sembra un controsenso, ma mi sento libero. Tornando a questa sera. Mi sono fatto trovare fuori dal cimitero a mezzanotte meno un quarto. Ho atteso cinque minuti. C’erano altri due ragazzi a pochi passi da me. Abbiamo fatto finta di nulla. Non so i loro nomi. Poi è avvenuto lo scambio. Veloce, semplice. Di Virgilio so solamente che ha la pelle chiara, un viso squadrato e duro, ma non l’ho mai visto alla luce. Tiene molto alla sua privacy. Sono risalito in macchina, ancora sovrappensiero, e dopo pochi metri, io e lei, ci siamo incontrati. 

            Respirò. Solo in quel momento si ricordò di essere stato portato in caserma dai Carabinieri. Avevano trovato sospette quelle strane mentine che lui custodiva nella tasca interna della giacca. Aveva immediatamente deciso che era inutile mentire. Il commissario davanti a lui si era acceso una seconda sigaretta e sembrava soppesarla fra le mani mentre decideva se credere o no al racconto di Tobia. Aveva davanti uno stravagante universitario di San Giuliano, ma in fondo, un ragazzo come tanti altri, stanco della sua vita e troppo pigro per cambiarla. Lo aveva incuriosito la sua storia. Alzò lo sguardo oltre alla cappa di fumo immaginandosi sotto allo stesso cielo, alla stessa cupola. Lui non era cresciuto lì, veniva da lontano, ma in un certo senso riusciva a comprendere la mancanza di speranze del ragazzo. Era riuscito a spaventarlo il giusto, ma non serviva trattenerlo oltre. Non era di certo un pericoloso trafficante di stupefacenti. Era solo stato estremamente sfortunato. La sigaretta finì schiacciata nel posacenere. Si alzò facendo cenno a Tobia di seguirlo. Lo stava per lasciare andare, ma in cambio desiderava un numero di telefono. Era il momento di fare due chiacchiere con il celebre Virgilio.

Davide Polimeni, lunedì 9 ottobre 2017 ore 10:10

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