L'intervista

Omar, rifugiato dal Senegal: «Arrivi in un centro d’accoglienza, ti dicono: va’ ad elemosinare, farai conoscenze»

«IL MIO NOME è Omar. Sono in Italia da 3 anni e 5 mesi, per la precisione; sono entrato nel 2014. Sono stato in regime di accoglienza per 2 anni e mezzo. Dopo avere finito quello che chiamano il percorso burocratico per la procedura di domanda di protezione internazionale mi hanno rilasciato un documento valido 5 anni. Oggi vivo a Milano dove ho affittato un locale assieme ad altre persone. Prima ero in un centro d’accoglienza nel sud Milano. Ho fatto anche richiesta per rientrare nello sprar, il sistema di assistenza per stranieri ai quali è stata riconosciuta la protezione internazionale; avevo un lavoro, anche se occasionale, con dei soldi da mettere da parte, insomma c’erano le condizioni. Non posso definirmi un nullafacente oppure un senza lavoro».
Ha 29 anni, Omar, è senegalese. Il suo italiano è fluente. Dal 2016 fa attività di interpretariato. Conosce il francese, parla lingue diffuse in molti Paesi africani come il peul-fula, il wolof. Omar, Facebook è pieno di gruppi locali nei quali gli utenti si sfogano contro gli africani richiedenti asilo. Queste settimane nell’area di Melegnano è stata pubblicata la foto di un richiedente in piedi in un parcheggio, corredata dallo sfogo di donne e uomini residenti. Cosa ne pensi? «Sono critiche che le persone arrabbiate – le definisco così – rivolgono a chi viene da lontano, pensando: queste persone mi vogliono rubare il lavoro. A queste persone non ho granché da dire perché esiste una propaganda politica che, per sconfiggere l’avversario, ha bisogno di sfruttare le persone in quelle che sono le loro carenze o difficoltà. Quanto alle persone davanti a cui ci troviamo spesso nei supermercati mentre sono a elemosinare, posso dirvi: provate a salutarle in inglese. Oltre il 90% di quelle persone parlano inglese; da noi le definiamo con le parole easy life. Tradotto in italiano sarebbe come dire: quelli che non spendono le loro energie, che ricorrono sempre alla facilità. Arrivano in un centro d’accoglienza, si trovano in mano a persone capaci di mentire pensando che questo possa giovare ai propri interessi. Dire andate a elemosinare è una forma di influenza; è come se l’idea di elemosinare venisse proprio dalle persone nelle cui mani i richiedenti si trovano nei centri di accoglienza. Ma di sicuro non perché poi i richiedenti sottraggono interessi o possono ricavare qualcosa. No: è soltanto un altro modo che ritengono appropriato affinché i richiedenti asilo possano in qualche modo dire: ok, almeno, nessuno può dire che non sto facendo nulla». Cadono in mano a persone che le illudono? «Infatti. Mi spiego ancora. Uno che gestisce un centro d’accoglienza tiene conto delle esigenze delle persone che abitano sul posto, i cittadini del paese in cui si trova il centro. Ricordo che la prima cosa che ho trovato quando arrivai nel centro d’accoglienza è questa: quando gli abitanti vedono persone di colore in gruppo, si spaventano. Mi avevano persino raccontato una storia: qualcuno, il sindaco o qualcosa del genere, venne un giorno a lamentarsi. A qualche richiedente asilo fu detto: andate ad aiutare qualcuno al supermercato, qualche spicciolo sicuramente ve lo darà; e anche questo, ed è la cosa più assurda: in questo modo farete delle conoscenze nuove, sono tutte cose che possono aprirvi le porte verso l’integrazione». Quindi c’era chi diceva nel centro d’accoglienza: andate a elemosinare, farete delle conoscenze. Ho capito bene? «Hai capito bene. Uno che in realtà non è in grado di elaborare un pensiero, che non ragiona, la prima cosa che dice è: sì, raccolgo questo suggerimento e vedo se mi potrà tirare avanti. A chi gestisce un centro d’accoglienza fa più paura vedere i propri ospiti in giro che vederli dove ci sono persone umane, che hanno fede, che gettano qualche spicciolo».

Un bambino riflesso nel finestrino di una vettura al confine tra Senegal e Bissau. Manu Brabo, 2014

«NOI 10 CI DAVAMO MOLTO DA FARE CON LO STUDIO»

«La prima cosa che ho fatto quando sono arrivato è stato concentrarmi sulla lingua. Grazie a persone che ho conosciuto fuori dal paese dove mi trovavo sono riuscito pian piano, senza stare a elemosinare sotto i condomini, a migliorare il linguaggio. Se non sbaglio eravamo in dieci circa che ci davamo molto da fare con lo studio. Ci hanno inserito in un centro di istruzione per gli adulti e ci hanno permesso di fare l’esame di terza media. Andando in giro per le biblioteche ero anche riuscito a partecipare a iniziative culturali come la Biblioteca Vivente, che consisteva nel confrontarsi tra lettori e “libri”, che eravamo noi partecipanti, in quanto contenevamo o raccontavamo una storia. Nel frattempo ho dovuto fare un ricorso, visto che non avevo ancora i documenti perché avevo avuto un diniego in prefettura a Milano. Da lì erano nate tante polemiche; avevo scoperto tante cose che rientrano nell’insincerità di quelle persone che gestiscono i centri d’accoglienza. Alla fine mi combatterono personalmente, avevano anche tentato di farmi espellere senza documenti proprio come erano riusciti a fare in passato con altri; solo perché avevo fatto capire ai miei connazionali e ai miei compagni che alle persone nelle cui mani si trovavano importava tutt’altro che la nostra integrazione, il nostro futuro, il nostro bene; ma che erano là per ben altro. Altrimenti perché, rispetto ai regolamenti stabiliti dalla prefettura – e dicendo prefettura mi riferisco anche al governo – falsificavano le cose dicendole come non stavano? Una beffa, praticamente. Io non avevo ancora trovato un lavoro; facevo corsi di formazione professionale da mulettista, da guardia; nonostante vari colloqui non sono mai stato chiamato. Finalmente, quando il giudice mi ha dato i documenti riconoscendomi la protezione internazionale e lo stato di rifugiato, ho contattato una cooperativa che mi ha messo sotto esame, valutando positivamente le mie competenze. Non mi lamento, oggi con la mia attività riesco ad avere di che vivere». Dalla regione in cui sei nato in Senegal sono fuoriusciti tanti rifugiati? Ci sono tensioni militari? «Tensioni militari no. Vengo dal sud del Senegal che comunque alcuni definiscono come zona interessata da conflitti, perché c’è un gruppo chiamato MFDC, il Movimento delle Forze Democratiche di Casamance, un gruppo di ribellione che contesta al governo di avere ostruito quella zona; per cui vogliono l’indipendenza. Ci sono sempre degli scontri tra i gruppi ribelli armati e i militari. A volte attaccano per strada. Comunque c’è anche da capire che non sono solamente quelle le ragioni per ottenere la protezione internazionale. Uno può anche non provenire da un Paese interessato da un conflitto, ma può avere un problema personale come la povertà, oppure una malattia, o altri problemi per cui in caso di rientro la persona potrebbe essere soggetta a violenze oppure a una prigionia di lunga durata. Sono tutte cose che la commissione valuta ai fini del riconoscimento della protezione internazionale». Come valuti il pensiero di chi dice che in Italia il flusso di immigrazione non è controllato, che non è sorvegliato, che non ci sono norme, che gli immigrati africani non sono tutti rifugiati? «Credo sia un pensiero che ho scritto anch’io in un quaderno. Da una parte non sono d’accordo che a uno straniero venga detto che non può stare in Europa perché non è rifugiato o perché non viene da un paese interessato da conflitti. I cittadini di Paesi più stabili, come l’Italia o altri Paesi europei e americani, espatriano verso Paesi terzi per lavorare o per cercare fortuna e lo possono fare in modo molto più agevolato dei cittadini africani. Oggi, se un senegalese o un africano riesce, pur non essendo un rifugiato, a compiere quella che gli stati europei definiscono una migrazione regolare, allora può soggiornare dove vuole, svolgere un’attività con tranquillità e più comodità. E questa è una parte del mio ragionamento su quel tema. L’altra parte è questa: sicuramente sì, l’immigrazione non è controllata. È la cosa che più mi spaventa».

Senegal. Approvvigionamento d’acqua in una fotografia di Sebastião Salgado

«UN MESSAGGIO ALLA MIA FAMIGLIA»

«In Italia si applicano regole europee nei confronti di un migrante definito non regolare e che non ha elementi rilevanti al riconoscimento della protezione internazionale. Ma avrebbero un altro modo di non fargli riconoscere la protezione. Qui in Italia si rimane in un centro d’accoglienza per anni. Poi un giorno si viene espulsi, con un foglio di via in mano. Le persone espulse sono quelle che finiscono nelle metro o che, in altre regioni d’Italia, si costruiscono casette con materiali d’occasione. Questo è molto strano. Se davvero non sarà mai riconosciuta loro la protezione internazionale, anziché lasciarli per strada senza documenti, senza lavoro e senza assolutamente niente, sarebbero meglio secondo me rimpatriarli o farli uscire dal Paese. Ma senza lasciarli nelle stazioni dei treni, a ricorrere alla criminalità, a vendere droghe e sostanze stupefacenti, perché più che venderle le usano, e trovano conforto e consolazione in una dipendenza. Sono cose che non giovano alla sicurezza di un Paese. Su questo avrei qualcosa da rimproverare allo stato, oltre al fatto prima di tutto che, se lo stato decide di far seguire alle persone un percorso lungo 3-4 anni per poi farle finire per strada, allora sarebbe meglio non farle neanche arrivare nel Paese. Perché non sta soltanto facendo perdere loro tempo. Quando arrivano, la maggioranza ha un letto dove dormire, cibo, abbondante o no, delizioso o no, ma qualcosa c’è da mettere sotto i denti; così qualcuno pensa: ok, io ci posso stare, non ho nulla di cui mi dovrò preoccupare. Alcuni osano dire ai richiedenti: sì, restate, noi facciamo in modo di farvi avere dei documenti. Ma nel centro d’accoglienza non si occupano di documenti. Non si occupano di esaminare le richieste di protezione internazionale. Si occupano solo della gestione del centro. E c’è chi a volte mostra non solo di gestire ma anche di voler avere il ruolo di giudice o di relatore». Che cosa pensi del mito dei 35 euro giornalieri regalati ai richiedenti nei centri d’accoglienza? Omar ride: «Abbiamo tanto sentito parlare di questi 35 euro. Ai richiedenti arrivano 2,5 euro. Non 35, ma due euro e cinquanta centesimi al giorno. Al mese, dai 75 ai 75,50 euro, dipende dalla variazione dei mesi. Do un esempio: perché era scoppiata nel 2015 la polemica di quel centro d’accoglienza in televisione? Accogliendo migranti in pochi anni si sono comprati un albergo, non so se a 6 o a 8 milioni di euro. Con un mio amico avevo fatto un calcolo: al mese su un richiedente non spendevano neanche 200 euro. Perché molti dei lavoratori che hanno sono stranieri. Non hanno documenti. Nel centro d’accoglienza c’erano anche dei detenuti: ad alcuni, la cui causa era ancora pendente, dicevano: ti diamo noi un avvocato. Quindi c’erano persone che non venivano assunte secondo quella che è la normalità. Non accettavano che noi cucinassimo lì; dicevano che se ci avessero fatto cucinare avremmo rischiato di bruciare i locali. Ci toglievano anche la caldaia dicendo che, a forza di scaldare, c’era sempre il rischio che la corrente saltasse o che ci fosse un incendio. Erano bugie, dette per evitare di ritrovarsi con bollette della corrente elettrica e dell’acqua con alti costi da pagare». La tua famiglia è in Senegal? «Sì, i miei genitori». Quale messaggio vorresti mandare loro attraverso questa intervista? «Il messaggio è che l’emigrazione non è mai la soluzione ai problemi che abbiamo laggiù». Quale può essere la soluzione? «Credo che la soluzione sarebbe cercare dei modi di lavorare da sé, di guadagnare da sé e vivere lì con tranquillità».

Lunedì 26 febbraio 2018, ore 06:30
mamacra@gmail.com

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La regione di Casamance nel sud Senegal è attraversata da una guerra che dura da 36 anni. I cittadini pagano al conflitto il prezzo più duro e non sostengono la causa dei ribelli, organizzati in una milizia che prende il nome di Atika. Le fotografie in bianco e nero sono dell’autore Manu Brabo, visitabili sul suo sito a questo indirizzo. L’immagine in evidenza sopra il titolo è di Brabo, è visibile sul suo sito e ritrae un giovane di Zuiguinchor, nella regione di Casamance in sud Senegal. 

La fotografia di Sebastião Salgado ritrae la drammatica disponibilità di acqua in Africa occidentale, con possibilità di accesso ad acqua potabile tra le più basse del pianeta. L’immagine è visibile qui.

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L'intervista

Torino, piazza San Carlo: «Ho salutato mia madre due volte. Pensavo: chissà se non la rivedessi più»

— Perché hai salutato tua madre due volte?
— L’ho salutata due volte perché ho pensato: chissà se non la rivedessi più. Non so perché mi sia venuto questo pensiero. Ho frequentato posti più lontani di Torino, per molto più tempo. Non aveva senso; era una sensazione negativa, che ho portato con me per tutto il viaggio. E anche quando ero in piazza, lì; non ero felice. Ho proprio pensato, a un certo punto: qua, se succede qualcosa, siamo tutti nella merda. Perché eravamo ammassati. 35mila. La piazza era quattro pareti chiuse; non avevano organizzato vie di fuga. C’era un solo schermo ed eravamo ammassati tutti nella stessa direzione. Poi, i controlli li avevano fatti malissimo. Facevano finta di controllare; le persone avevano introdotto bottiglie di vetro; c’erano abusivi che le vendevano; e alla fine la piazza era tutta coperta di vetro.
All’inizio non ci ho pensato; eravamo emozionati per la partita. Al secondo goal, quando abbiamo pareggiato e la folla si è spostata e mossa per esultare, c’è stato un inizio di… caos. Da lì, ho pensato a quanti fossimo, al fatto che non ci fossero stati controlli, al fatto che ci fossero bottiglie ovunque. Qualcuno aveva acceso un tizzone con il fuoco, per festeggiare il goal, siamo tutti indietreggiati all’improvviso. Ho pensato: siamo nella merda. Ma solo da quel momento.

— Riuscivi a divertirti anche nonostante i pensieri?
— No. Non tantissimo. Poi nessuno vedeva nulla. Lo schermo era piccolo, nonostante fossimo davanti non si vedeva bene. Eravamo nervosi. Non c’era un bellissimo clima di gioia. Era teso. Io non ho sentito niente. È stato detto che fosse crollata una ringhiera davanti alla metropolitana, su cui erano poggiate un sacco di persone; forse il loro peso l’ha fatta cedere. Si è sentito un boato. C’è stata una seconda ipotesi: che un ragazzo si sia finto kamikaze. Qualcuno ha detto che una persona abbia urlato ‘bomba, bomba’. Ma io non sentivo niente; perché, nel bel mezzo della piazza, non si sentiva ciò che succedeva intorno. All’improvviso, si è vista un’ondata di persone che correvano. Senza motivo, urlando.

— Gli interrogatori sono stati secretati. Cosa ne pensi?
— Che non è… giusto. Perché vorrei sapere cosa è successo. È giusto saperlo, o no? So che non si può dare la colpa a una persona, solo perché avrebbe gridato «bomba, bomba»; gridare è stato stupido, ma non si può darle la colpa. E le persone che si sono messe a correre così, all’improvviso, sono ancora più stupide; ma questo fa capire quanto fossimo tutti terrorizzati. Punto numero due: l’organizzazione è stata sbagliata, anzi non c’è stata nessuna organizzazione. Quindi anche se ci fosse stata una persona che si sia finta kamikaze, sì, ha sbagliato, ma la colpa non è prettamente sua.
La maggior parte delle persone in piazza è stata travolta. Io con loro. Per due volte. Ci hanno camminato sopra. Poi, una volta in piedi, siamo scappati verso i portici, perché lì la situazione era tranquilla. È durato dieci minuti. Però tutti continuavano a urlare: «Correte, correte», «Sparano, sparano», e si sentivano effettivamente dei botti; nel frattempo era scoppiata una vetrina, e sembrò uno sparo. In più, c’erano i carrettini degli abusivi che correvano e facevano suoni simili a spari; ogni rumore era amplificato il triplo, ogni rumore che si sentiva sembrava uno sparo. Perché ovviamente ti fai condizionare, no?
Tutti urlavano: «Sparano, correte», così ci siamo messi a correre; solo che, nelle vie adiacenti alla piazza, all’improvviso spuntava fuori una folla di gente che correva in direzione opposta e ti ritravolgeva. Ovunque tu andassi, ti succedeva la stessa cosa. Ho trovato rifugio presso un baretto. Non ti facevano entrare… C’erano persone che sanguinavano; c’era una mamma con il passeggino, che sanguinava, aveva perso il marito e non riusciva a muoversi con il figlio: e non la facevano entrare. Non facevano entrare nessuno. Nonostante si temesse che fosse in corso un attacco terroristico, e nonostante arrivasse ancora gente che urlava «Correte, andate via».
È iniziata alle 22:10, è finita per le 22:30, 22:40. Per terra ho trovato tante scarpe e soprattutto tante stringhe. Ho perso anch’io i lacci; non capisco come sia possibile che tutti abbiano perso scarpe e stringhe, non ne capisco la dinamica.
Ho avuto ansia di andare a un concerto; di stare tra la folla. Razionalmente so che non ha senso, però non ce la facevo. In più, appena sentivo il suono di una sirena della polizia, o qualcosa che ricordasse il rumore di un vetro, saltavo. Mi riportava a quei rumori che sentivo. Ero un po’ sul chi va là.
Lo so che, raccontata, questa esperienza sembra una cazzata. Ma avevo la convinzione di stare per morire. Veramente. Una sensazione orribile. Anche i miei amici. La convinzione che non ne uscivamo vivi; che saremmo morti. Non so spiegartelo. Ti senti impotente: impotente, tra una massa di persone che hanno paura come te. Però, la cosa bella è stata che, quando ci siamo iniziati a tranquillizzare, eravamo molto solidali tra di noi. Ho pianto, per scaricare la tensione. Un gruppo di ragazzi calabresi, di quelli con l’accento forte, si sono avvicinati, hanno chiesto: «Hai bisogno?». Mi hanno iniziato ad accarezzare. Bello. Vedi? Siamo umani.

Marco Maccari, martedì 19 dicembre 2019 ore 7:58
mamacra@gmail.com

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L'intervista

Il comitato per il Borgo, i Bascapè, Francesco il farmacista, il podere a Pedriano: le nuove scoperte su Spernazzati

GENOVA–MELEGNANO — «L’incontro del 2 luglio è stato uno stimolo per andare avanti nelle mie ricerche, che purtroppo si devono limitare ai ritagli di tempo del mio lavoro. Ho voluto acquisire la conoscenza di alcuni testi storici su Melegnano: ho avuto il piacere di leggere finalmente il libro di Cesare Amelli, pietra miliare, in cui ho trovato conferma di cose che avevo intuito per conto mio. Come ad esempio la relazione tra i Bascapè e gli Spernazzati a fine Cinquecento, che il testo di Amelli comprova. Relazione esistente nel nucleo edificato composto da Contrada Lunga e dalle vie adiacenti. Il nucleo è stato oggetto di un passaggio di eredità tra le due famiglie. Tra i beni immobili che sarebbero passati agli Spernazzati potrebbe esserci l’edificio che adesso chiamiamo palazzo Spernazzati, ci potrebbero essere una certa Osteria Sant’Anna, che non esiste più, collocata in via Senna, e una bottega in piazza Risorgimento in pieno centro.

Giuseppe Giovanni Botteri, Bascapè 1842 – Albizzate? 1895. Farmacista, suocero di Luigi Ottorino Spernazzati, figlio di Francesco.

«Piazza Risorgimento fa il suo ritorno nella storia degli Spernazzati a metà Ottocento. Il mio quadrisnonno Antonio Spernazzati aveva la proprietà di un palazzo in piazza Risorgimento, sicuramente in prossimità dell’attuale via Bascapè, o facente parte dello stesso gruppo di case di palazzo Spernazzati. Il palazzo sarebbe stato colpito dal cannoneggiamento degli Austriaci in ritirata nel 1859 dopo la battaglia per la guerra d’indipendenza. Il proiettile avrebbe sfondato una finestra con danni alla costruzione. Il giorno dopo il figlio Francesco Spernazzati, giovane farmacista, aiutò molti dei feriti e delle famiglie di Melegnano. Ottenne la medaglia al valore civile, di cui sapevo già, da Napoleone III proprio per questo merito.

«Gli Spernazzati avevano un ruolo attivo nella vita civile della comunità. Il mio quadrisnonno Antonio faceva parte del comitato per la ricostruzione del Borgo di Melegnano, dopo i moti del 1848. Un impegno per la comunità che va avanti negli anni: il fratello di Antonio, Achille Spernazzati, fu membro della prima deputazione comunale dopo l’unità d’Italia. Andrea Spernazzati, altro fratello di Antonio, faceva parte della guardia nazionale, che ha operato a Melegnano, e fu capitano comandante.

1916, Wanda Giuseppina Spernazzati, Como 1897 – Rieti 1990. Prozia di F. E. Misso nipote di Francesco Spernazzati, farmacista a Melegnano che nel 1859 curò i feriti e le vittime.

«È il periodo fino al quale ho trovato informazioni chiare. Dopo, pare di capire che gli Spernazzati si siano spostati da Melegnano o almeno in parte. Prima di questo periodo c’è altro; un documento del 1661, che ho scoperto grazie a Italia Nostra, racconta il cambio di locazione di alcuni terreni a Pedriano, sempre molto vicino a Melegnano — all’epoca gli ordini religiosi davano in affitto ampi appezzamenti di terreni — e nelle descrizioni molto minuziose è aggiunto il nome di Giovanni Battista Spernazzati, con l’appellativo di Colombano. Probabilmente un cugino? un ramo collaterale? un periodo di residenza a San Colombano al Lambro?

«Sempre nel Seicento: la Contrada Lunga di via Castellini fu abitata da Rosa Grammatica, figura celebre a Melegnano. Una vita complicata: maltrattata dal marito, quando lui si ammalò si dedicò a curarlo con amore; vedova, si è occupata di opere di beneficienza nonostante non fosse ricca, tanto da morire in fama di santità. La leggenda si è impadronita di lei, si racconta che avesse visioni di angeli e la corte in cui abitava in Contrada Lunga si chiamava, fino a pochi decenni fa, Corte degli Angeli. Una storia che valorizza ancora di più quella parte di Melegnano.

Frontespizio di un libro del 1859 con firma di Francesco Spernazzati (nato nel 1827 a Melegnano) che si era da poco trasferito da Melegnano a Motta Visconti.

«Questi sono i documenti che ho consultato. 1) L’atto di locazione del terreno di Pedriano del 1661 viene dall’archivio Golgi-Redaelli, ex Luoghi Pii Elemosinieri. Un documento per me importante, dal quale spero di iniziare un nuovo capitolo delle mie ricerche sugli Spernazzati. 2) Il libro di Cesare Amelli, che ho comprato nel castello Mediceo. 3) Due testi sulle battaglie d’indipendenza a Melegnano tra il 1850 al 1861. 4) L’archivio digitale della regione Lombardia».

Marco Maccari, mercoledì 6 dicembre 2017 ore 6:30
mamacra@gmail.com

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L'intervista

Pierino Esposti, primo gigante dell’età futura 

SAN GIULIANO MILANESE — Pierino Esposti è morto con l’amarezza di essere stato trascurato dalle ultime amministrazioni, soprattutto la giunta Lorenzano con la quale si scontrò a viso aperto. Ma il ricordo di Pierino Esposti è il ricordo di un #GiganteModerno, un uomo che ha visto nel tessuto locale una ricchezza superiore e l’ha trasferita alle nuove generazioni di storici locali, archeologi, appassionati, trasmettendola per primo alla popolazione di San Giuliano Milanese. Ecco come vuole ricordarlo RADAR, a un mese dall’evento tenuto in sua memoria.

Cristiana Amoruso, presidente della sezione Sud Est Milano dell’associazione Italia Nostra, lo ricorda affettuosamente così. «Pierino Esposti era un appassionato. È stato il nostro piccolo ministro degli esteri: ha tenuto in piedi relazioni con Svizzera e Francia quando non c’era nessuno a curarsene. Era ambizioso, e non falsamente modesto. Si era identificato con il cavaliere Pierre Bayard, aveva il mito di questo uomo d’arme valoroso, coraggioso e solo. Tante volte, durante le rievocazioni storiche, si era vestito con il suo costume. Di recente è stata tentata una ricostruzione del volto del Bayard e, curiosamente, ricorda i lineamenti di Pierino. L’ultimo suo progetto era la Battaglia degli Storici, una conferenza contro le false credenze riguardanti la Battaglia dei Giganti del 1515. A cominciare dal nome; per lui era la Battaglia di Zivido, non di Marignano, perché fu combattuta nel territorio su cui odi sorge la frazione sangiulianese». È stato lui a riportare in vita la Battaglia dei Giganti. Prima di lui che cosa c’era? «Prima di lui, negli anni Settanta, c’era il libro di Previato. Ma era un libro di nicchia, nessuno l’aveva reso popolare. Pierino Esposti ha preso la Battaglia e l’ha resa nota al pubblico, con un intelligente connubio tra cultura e popolo. Ha avuto idee innovative, come il corteo storico». Secondo Pierino Esposti quale valore poteva avere la riscoperta della Battaglia, per San Giuliano? «Per lui era incredibile che un fatto di valenza internazionale — e importante per i destini della città — non ricevesse il rilievo che merita. In Francia anche i bambini delle elementari sanno parlarti di Marignan quinze-quinze, cioè della Battaglia di Marignano del 1515; invece a San Giuliano Milanese è un fatto storico sottovalutato. Anzi, svalutato. Riscoprire questa tradizione, per lui, avrebbe portato ad animare di più il posto dove si vive. Pierino era mosso dall’amore per la verità e per la storia. Era forte, pieno di vigore fisico. E il lavoro che ha fatto è eccezionale. Era un uomo per il quale il passato poneva le basi di un rinnovamento dell’orgoglio e della dignità».

Marco Maccari, martedì 10 ottobre 2017 ore 15:39
mamacra@gmail.com

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«Sono precaria, ho paura, non credo più nello stato. Hitler e Mussolini almeno fecero cose buone»

SUD EST MILANO — «Mettiti in testa che ho cinquant’anni. Ho un lavoro precario, uno stipendio di merda, non rischio la mia posizione. Ho un mutuo e sono pure separata. Io ho dato negli anni ’80, ’90 e 2000, sono stufa di dovermi battere contro il governo; quello di oggi non l’ho nemmeno votato; cercate voi giovani di combattere. No, mi spiace, non sono comunista. Non conosco le tue idee politiche ma per me Mussolini negli anni ha tolto tanto, ma ha anche dato tanto. Viva il duce. Ma non c’è più speranza. Mi ritrovo con un governo che non ho votato, che non è stato scelto dalla cittadinanza. Ok, Hitler fece la medesima cosa; se non mi voti, sei perseguitato, ok; ma di cose buone (oltre a quelle cattive) ne ha fatte. Sono nata e invecchiata a Melegnano ma non mi interessa la politica locale, voglio solo vedere i risultati: primo, rimettiamo il pulmino per l’ospedale; secondo, riqualifichiamo i parchi, i giardini, i giochi; terzo, togliamo i topi dagli asili ma prima ancora togliamo le multe i giorni di mercato, che il comune già guadagna abbastanza!

Giovani, sognanti, determinati: i socialisti prima di diventare dittatori. Il giovane Mussolini sotto le armi; Stalin; Hitler da bambino.

Rimettono il pulmino? Ok ma, capirai, è un solo problema risolto, a Melegnano è pieno di problemi; con questo non voglio negare che il pulmino fosse un problema per gli anziani, ben venga il pulmino anche a 1 euro. Ma mi spieghi perché io ho paura a tornare a casa in bici? Vado al lavoro qui vicino, ma vado in macchina; ed è un costo per me. Quando torno dal lavoro qui trovo sulle panchine tutti di colore, infradito e ultima generazione di cellulare in mano. Quando rientro ho paura. E, ti dico, ho sposato un uomo straniero, quindi non sono razzista. Perché non posso sentirmi libera di andare in bici e di utilizzare un mezzo per me più economico? Io so solo che alla sera, ore tardi, siano anche le 21, macchina e chiusura interna delle serrature. Ho paura. Potranno pure essere brave persone, lavorative, stimate, ma quando sento il tg mi viene ansia e purtroppo, se frequenti il mercato alla domenica mattina, vedi che noi italiani siamo in numero inferiore rispetto a tutti gli extracomunitari, sia come ambulanti che come acquirenti. Mi spiace ma, per esperienza personale, non riesco più a credere nello Stato italiano. Poi magari tutto si ribalta e le leggi verranno cambiate e soprattutto applicate, mai dire mai nella vita, ma la vedo nera. Ognuno pensa per sé. Poltrona e portafoglio. E come fanno ad accorgersi dei problemi di un quartiere? Credo in Dio ma non nei miracoli».

Una residente, martedì 19 settembre 2017 ore 6:30
ilblogradar@gmail.com

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Ballottaggio: l’intervista di Rodolfo Bertoli

«La preferenza dell’11 giugno ci ha gradevolmente sorpreso. Parlando con i cittadini, avevamo capito che c’era un’aria di cambiamento e che noi rappresentiamo la vera novità di queste elezioni». Parla Rodolfo Bertoli, candidato al ballottaggio del 25 giugno per il Partito Democratico. «Con una squadra di giovani, con persone nuove e diverse dal panorama della politica melegnanese, incarniamo forse meglio di altri questa volontà di cambiamento. Persone vere, che si sono date da fare. Se vincessimo, su 10 consiglieri che vanno in maggioranza, 7 consiglieri sarebbero completamente nuovi, o giovani».

Quali sono i bisogni primari dei melegnanesi nel 2017? «Intervenire in modo immediato nella manutenzione dei quartieri, facendo programmazione economica. Ricollegare i quartieri, specialmente con il Trasporto Infracomunale. E mantenere il nostro patrimonio in modo attivo, nel modo dovuto! Vivo da 25 anni a Melegnano e vedo che questa città è stata molto trascurata. L’impianto sportivo e la pista di atletica del quartiere Giardino sono state state trascurate; nelle scuole i lavori non vengono fatti; nello Spazio Milk piove. Penso sia possibile trovare le risorse adeguate, mediante la partecipazione ai bandi pubblici e altre azioni di risparmio. Ad esempio, il nostro intervento nell’appalto per l’illuminazione pubblica ha permesso di risparmiare 4 milioni di euro, evitando tassi di interesse da usura! Infine, bisogna sedersi al tavolo con i privati e trattare. Ad esempio, nell’area ex Bertarella non possiamo fare un centro commerciale o un impianto logistico, perché non rientrano in nessun interesse».

Qual è la visione che avete per Melegnano? «La rinascita. Una città vivibile a dimensione di cittadino e di famiglia. Oggi, respiriamo in una città molto inquinata a livello di monossido di carbonio e di PM10. L’ho verificato personalmente leggendo i dati dell’ARPA: abbiamo un’aria pessima, che migliora sensibilmente quando finisce la stagione del riscaldamento. Possiamo fare molto sull’efficientamento energetico. Per questo abbiamo pensato a una centrale efficiente di teleriscaldamento, da strutturare all’interno dell’ex Consorzio Agricolo, un impianto che altrimenti sarebbe difficile da gestire. Potremmo farne una società di scopo.
Inoltre, lavorare con la cultura. La cultura può essere una grande fonte di ricchezza economica a Melegnano. Il progetto di portare la Fondazione Medici nel Castello è un progetto con potenzialità, a cui viene dato credito anche a livello metropolitano e regionale. Insomma, vogliamo una città viva, dinamica, bella da vivere, dove si viene a passare bene il tempo, dove si respiri cultura, nuove attività tecnologiche e industriali».

Cosa c’è da buttare e cosa c’è da conservare rispetto all’ultima amministrazione comunale? «Secondo me, c’è da buttare via tutto un modo di fare politica e di gestire la cosa pubblica. Non posso pensare a una Giunta che, come è successo gli scorsi anni, porta in Consiglio Comunale delle finanze di progetto che non sono né corrette nella forma, né sostenibili, ma che solo a solo vantaggio del privato. Capiamoci: in questo momento le risorse private sono importanti, ci vuole comunque l’equilibrio giusto: se c’è troppo interesse pubblico, il privato non ha margini di operazione; se c’è troppo interesse privato, il comune ci rimette. Quest’ultimo è l’errore commesso nell’illuminazione pubblica, commesso nell’area abbandonata di via San Francesco e commesso nel cimitero comunale».

La campagna elettorale ha trattato poco il tema mafia. «Siamo per la legalità: questo significa tolleranza zero. Le regole devono essere rispettate. Altrimenti si creano varchi pericolosi. La mafia è un modo di vivere, una mentalità: chi vede qualcosa e non denuncia, fa segnare un punto a favore della mafia. Dobbiamo essere sicuri che non ci siano infiltrazioni di nessun genere. Nel nostro gruppo abbiamo anche il vicepresidente della commissione antimafia; se andremo a governare, vogliamo capire bene che cosa succede nel mercato, che è famoso e importantissimo. Il mercato deve essere uno dei primi interventi da eseguire dopo le elezioni».

Se doveste arrivare secondi…? «Melegnano ha forte volontà di cambiamento. Che vinciamo o no, saremo sempre fedeli ai nostri elettori».

I vostri avversari si sono mobilitati in gran massa. «Direi che si sono agitati in massa, penso che abbiano forti interessi oltre agli interessi pubblici. Noi ci stiamo mettendo tutto quanto il nostro impegno: i nostri ragazzi ci si sono buttati appieno: mi fa molto piacere, perché sono loro che diventeranno la nuova classe dirigente e li coinvolgo in tutte le occasioni possibili e immaginabili. Le promesse elettorali sono quelle che sono, la gente non ci crede più: crede in persone nuove, integre. I ragazzi hanno preso confidenza ed entusiasmo al tempo stesso, sono orgoglioso del clima di festa che hanno portato nel gruppo. Il loro unico interesse è di fare le cose per bene».

Marco Maccari, Martina Papetti, sabato 24 giugno 2017 ore 17:05
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L'intervista

Il Partigiano di Melegnano

received_740498102793827IN UN CAFFÈ DI MELEGNANO — «Chi è il partigiano, il partigiano vero? È quello che è nato nel 1915-1920; già quelli nati più in là del 1920, per l’amor di Dio, magari facevano quelli che portavano i bigliettini, sì, ma i partigiani veri erano uomini fatti, uomini che hanno combattuto; quelli sì, sono partigiani». Quindi esiste una… come possiamo chiamarla? «Una diatriba fra partigiani, un dibattito interno. Il partigiano vero ha combattuto, ha rischiato la pelle; ha fatto saltare ponti; la mia famiglia, che ha origini piemontesi, ha avuto per quasi due anni un ufficiale delle SS in casa di mio nonno, perché mio padre, partigiano nato tra il ’15 e il ’20, era un ricercato».
Perché avevano un ufficiale in casa? «Per controllare se arrivava mio padre; perché avevano il sentore che sarebbe tornato. I partigiani, a Cuneo, trovavano un sacco di protezioni nella popolazione; dormivano nelle cascine fuori città, a volte entravano in città per salutare i parenti; all’epoca sia le camice nere che le SS controllavano, per paura che tornassero. E per poterli arrestare: se fai saltare ponti, se fai saltare tralicci della corrente, se fai questi attentati — chiamiamoli attentati — cercavano di fare di tutto per prenderti. Mio nonno me lo raccontava sempre: “Un veneto, un ufficiale del partito fascista, ha dormito nel letto del tuo papà per quasi un anno…”. E non potevano dire niente; perché mio nonno non era neanche iscritto al partito fascista — lo avevano anche licenziato dalle Poste; — se la cavava con i cugini di Mondovì Piazza, una famiglia abbiente, che aveva terreni con ortaggi, e che portavano loro le cose. Pensa che la casa dove è nata mia nonna è proprio davanti alla palazzina dei Montezemolo.

Partigiani-web

E mio nonno se la cavava così, durante la guerra. Perché c’era la guerra, e la guerra è la guerra. Oggi tentano di far passare queste cose come cose negative; lo ha affermato una certa fazione politica, negli ultimi trent’anni. Ma è sbagliato. In una guerra civile io posso avere rispetto di tutti i morti, ma quei morti di là non sono uguali ai morti di qua; mi dispiace, non è la stessa cosa». Perché secondo te non è la stessa cosa? «Secondo me, perché i morti sono morti e sono degni di rispetto; però quei morti lì, sono dei morti che hanno messo l’Italia in ginocchio. Sono dei morti che hanno combattuto per un ideale sbagliato e distorto. Poverini, sono morti perché magari li hanno abbindolati, non lo so; ma hanno creduto in qualcosa di sbagliato, alla luce dei fatti. Nazismo e fascismo sono stati condannati dalla storia. O no? Gli ebrei li hanno deportati loro. Poi possiamo dire mille cose sugli ebrei, ma è un’altra cosa; quello che fanno in Israele, gli ebrei, o quello che hanno permesso loro di fare in Israele, non è giusto; quindi rispetto, per l’amor di Dio; però non posso parificare.
Perché, secondo me, i partigiani che sono morti, sono morti come quelli che hanno cercato di fare l’unità d’Italia: i carbonari, i patrioti. Io la vedo così; hanno liberato l’Italia dagli austriaci, dai francesi, dai Borbone, e hanno fatto l’unità d’Italia. È stata una guerra per l’unità d’Italia, la guerra civile del ’43–’45, gli anni i cui eravamo sotto i tedeschi. Che hanno fatto nefandezze».
Quali? «Mio padre è stato uno dei primi partigiani italiani; me le raccontava. È stato uno dei primi a entrare a Boves. Boves era la città alle porte della Valle Roia. Tu sai la storia di Boves?». Era una città occupata. «È stata messa a ferro e fuoco per rappresaglia, perché stavano cercando i partigiani. Mio papà ha trovato, entrando in città dopo la rappresaglia, gente appesa per la bocca ai ganci da macellai… Mi viene il magone a ricordare, ho le lacrime agli occhi. [Per qualche minuto sospendiamo la conversazione]. Come fai a dire che questi qui, che hanno fatto queste scelte sbagliate, possono rivendicare lo stesso trattamento di questi morti innocenti? Bambini, donne! Inchiodati ai tavoli per le mani! Prima di essere uccisi! Non puoi dire che i morti di Boves non sarebbero morti se non ci fossero stati i partigiani! Non puoi dire, il 25 aprile, festeggiamo tutti i morti! Facciamo un’altra data, semmai, per i morti della guerra civile; ma, per come sono stato educato io, parificare tutti i morti il 25 aprile non esiste.

Perché mio papà, questa storia di Boves, me la raccontava spesso. Tanti partigiani, finita la seconda guerra mondiale, hanno cominciato a fare altro. Non tutti hanno continuato. Mio papà, quando gli Alleati sono arrivati a Torino, era nel comando generale, ha vissuto a casa degli Agnelli per sei mesi — perché Agnelli ha finanziato il Duce; non nascondiamocelo; le famiglie importanti italiane l’hanno sempre finanziato, però si sono tenute sempre aperte tutte le vie, perché i potentati economici non si chiudono mai tutte le porte. — Quando ci fu, poi, il rompete le righe, mio papà tornò a Cuneo, e ha cercato di stare lì due anni per fare qualcosa. Poi ha detto, vabe’, vado a Milano, lì c’è l’industria, stanno costruendo, vado a farmi una vita lì. Così nel ’50 è venuto a Milano; ha trovato lavoro; poi nel ’54 si è spostato a Melegnano. Però lui, a Melegnano, siccome non era di qui, non si è mai integrato; ha sempre pensato al suo lavoro e alla sua famiglia, alla sua famiglia e al suo lavoro; mia mamma non era neanche lei di Melegnano, ma di Milano, i parenti andavamo a trovarli a Milano e a Cuneo, e mio papà non si è più interessato a queste cose. Se non, anni e anni dopo, con l’ex sindaco Panigada; e con Giorgio Bocca. Perché mio padre era amico, fin da bambino, con il famoso Giorgio Bocca. Vuoi che te lo racconto?».

Marco Maccari, martedì 25 aprile 2017 ore 21:30
mamacra@gmail.com

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