L'intervista

Pierino Esposti, primo gigante dell’età futura 

SAN GIULIANO MILANESE — Pierino Esposti è morto con l’amarezza di essere stato trascurato dalle ultime amministrazioni, soprattutto la giunta Lorenzano con la quale si scontrò a viso aperto. Ma il ricordo di Pierino Esposti è il ricordo di un #GiganteModerno, un uomo che ha visto nel tessuto locale una ricchezza superiore e l’ha trasferita alle nuove generazioni di storici locali, archeologi, appassionati, trasmettendola per primo alla popolazione di San Giuliano Milanese. Ecco come vuole ricordarlo RADAR, a un mese dall’evento tenuto in sua memoria.

Cristiana Amoruso, presidente della sezione Sud Est Milano dell’associazione Italia Nostra, lo ricorda affettuosamente così. «Pierino Esposti era un appassionato. È stato il nostro piccolo ministro degli esteri: ha tenuto in piedi relazioni con Svizzera e Francia quando non c’era nessuno a curarsene. Era ambizioso, e non falsamente modesto. Si era identificato con il cavaliere Pierre Bayard, aveva il mito di questo uomo d’arme valoroso, coraggioso e solo. Tante volte, durante le rievocazioni storiche, si era vestito con il suo costume. Di recente è stata tentata una ricostruzione del volto del Bayard e, curiosamente, ricorda i lineamenti di Pierino. L’ultimo suo progetto era la Battaglia degli Storici, una conferenza contro le false credenze riguardanti la Battaglia dei Giganti del 1515. A cominciare dal nome; per lui era la Battaglia di Zivido, non di Marignano, perché fu combattuta nel territorio su cui odi sorge la frazione sangiulianese». È stato lui a riportare in vita la Battaglia dei Giganti. Prima di lui che cosa c’era? «Prima di lui, negli anni Settanta, c’era il libro di Previato. Ma era un libro di nicchia, nessuno l’aveva reso popolare. Pierino Esposti ha preso la Battaglia e l’ha resa nota al pubblico, con un intelligente connubio tra cultura e popolo. Ha avuto idee innovative, come il corteo storico». Secondo Pierino Esposti quale valore poteva avere la riscoperta della Battaglia, per San Giuliano? «Per lui era incredibile che un fatto di valenza internazionale — e importante per i destini della città — non ricevesse il rilievo che merita. In Francia anche i bambini delle elementari sanno parlarti di Marignan quinze-quinze, cioè della Battaglia di Marignano del 1515; invece a San Giuliano Milanese è un fatto storico sottovalutato. Anzi, svalutato. Riscoprire questa tradizione, per lui, avrebbe portato ad animare di più il posto dove si vive. Pierino era mosso dall’amore per la verità e per la storia. Era forte, pieno di vigore fisico. E il lavoro che ha fatto è eccezionale. Era un uomo per il quale il passato poneva le basi di un rinnovamento dell’orgoglio e della dignità».

Marco Maccari, martedì 10 ottobre 2017 ore 15:39
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«Sono precaria, ho paura, non credo più nello stato. Hitler e Mussolini almeno fecero cose buone»

SUD EST MILANO — «Mettiti in testa che ho cinquant’anni. Ho un lavoro precario, uno stipendio di merda, non rischio la mia posizione. Ho un mutuo e sono pure separata. Io ho dato negli anni ’80, ’90 e 2000, sono stufa di dovermi battere contro il governo; quello di oggi non l’ho nemmeno votato; cercate voi giovani di combattere. No, mi spiace, non sono comunista. Non conosco le tue idee politiche ma per me Mussolini negli anni ha tolto tanto, ma ha anche dato tanto. Viva il duce. Ma non c’è più speranza. Mi ritrovo con un governo che non ho votato, che non è stato scelto dalla cittadinanza. Ok, Hitler fece la medesima cosa; se non mi voti, sei perseguitato, ok; ma di cose buone (oltre a quelle cattive) ne ha fatte. Sono nata e invecchiata a Melegnano ma non mi interessa la politica locale, voglio solo vedere i risultati: primo, rimettiamo il pulmino per l’ospedale; secondo, riqualifichiamo i parchi, i giardini, i giochi; terzo, togliamo i topi dagli asili ma prima ancora togliamo le multe i giorni di mercato, che il comune già guadagna abbastanza!

Giovani, sognanti, determinati: i socialisti prima di diventare dittatori. Il giovane Mussolini sotto le armi; Stalin; Hitler da bambino.

Rimettono il pulmino? Ok ma, capirai, è un solo problema risolto, a Melegnano è pieno di problemi; con questo non voglio negare che il pulmino fosse un problema per gli anziani, ben venga il pulmino anche a 1 euro. Ma mi spieghi perché io ho paura a tornare a casa in bici? Vado al lavoro qui vicino, ma vado in macchina; ed è un costo per me. Quando torno dal lavoro qui trovo sulle panchine tutti di colore, infradito e ultima generazione di cellulare in mano. Quando rientro ho paura. E, ti dico, ho sposato un uomo straniero, quindi non sono razzista. Perché non posso sentirmi libera di andare in bici e di utilizzare un mezzo per me più economico? Io so solo che alla sera, ore tardi, siano anche le 21, macchina e chiusura interna delle serrature. Ho paura. Potranno pure essere brave persone, lavorative, stimate, ma quando sento il tg mi viene ansia e purtroppo, se frequenti il mercato alla domenica mattina, vedi che noi italiani siamo in numero inferiore rispetto a tutti gli extracomunitari, sia come ambulanti che come acquirenti. Mi spiace ma, per esperienza personale, non riesco più a credere nello Stato italiano. Poi magari tutto si ribalta e le leggi verranno cambiate e soprattutto applicate, mai dire mai nella vita, ma la vedo nera. Ognuno pensa per sé. Poltrona e portafoglio. E come fanno ad accorgersi dei problemi di un quartiere? Credo in Dio ma non nei miracoli».

Una residente, martedì 19 settembre 2017 ore 6:30
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Ballottaggio: l’intervista di Rodolfo Bertoli

«La preferenza dell’11 giugno ci ha gradevolmente sorpreso. Parlando con i cittadini, avevamo capito che c’era un’aria di cambiamento e che noi rappresentiamo la vera novità di queste elezioni». Parla Rodolfo Bertoli, candidato al ballottaggio del 25 giugno per il Partito Democratico. «Con una squadra di giovani, con persone nuove e diverse dal panorama della politica melegnanese, incarniamo forse meglio di altri questa volontà di cambiamento. Persone vere, che si sono date da fare. Se vincessimo, su 10 consiglieri che vanno in maggioranza, 7 consiglieri sarebbero completamente nuovi, o giovani».

Quali sono i bisogni primari dei melegnanesi nel 2017? «Intervenire in modo immediato nella manutenzione dei quartieri, facendo programmazione economica. Ricollegare i quartieri, specialmente con il Trasporto Infracomunale. E mantenere il nostro patrimonio in modo attivo, nel modo dovuto! Vivo da 25 anni a Melegnano e vedo che questa città è stata molto trascurata. L’impianto sportivo e la pista di atletica del quartiere Giardino sono state state trascurate; nelle scuole i lavori non vengono fatti; nello Spazio Milk piove. Penso sia possibile trovare le risorse adeguate, mediante la partecipazione ai bandi pubblici e altre azioni di risparmio. Ad esempio, il nostro intervento nell’appalto per l’illuminazione pubblica ha permesso di risparmiare 4 milioni di euro, evitando tassi di interesse da usura! Infine, bisogna sedersi al tavolo con i privati e trattare. Ad esempio, nell’area ex Bertarella non possiamo fare un centro commerciale o un impianto logistico, perché non rientrano in nessun interesse».

Qual è la visione che avete per Melegnano? «La rinascita. Una città vivibile a dimensione di cittadino e di famiglia. Oggi, respiriamo in una città molto inquinata a livello di monossido di carbonio e di PM10. L’ho verificato personalmente leggendo i dati dell’ARPA: abbiamo un’aria pessima, che migliora sensibilmente quando finisce la stagione del riscaldamento. Possiamo fare molto sull’efficientamento energetico. Per questo abbiamo pensato a una centrale efficiente di teleriscaldamento, da strutturare all’interno dell’ex Consorzio Agricolo, un impianto che altrimenti sarebbe difficile da gestire. Potremmo farne una società di scopo.
Inoltre, lavorare con la cultura. La cultura può essere una grande fonte di ricchezza economica a Melegnano. Il progetto di portare la Fondazione Medici nel Castello è un progetto con potenzialità, a cui viene dato credito anche a livello metropolitano e regionale. Insomma, vogliamo una città viva, dinamica, bella da vivere, dove si viene a passare bene il tempo, dove si respiri cultura, nuove attività tecnologiche e industriali».

Cosa c’è da buttare e cosa c’è da conservare rispetto all’ultima amministrazione comunale? «Secondo me, c’è da buttare via tutto un modo di fare politica e di gestire la cosa pubblica. Non posso pensare a una Giunta che, come è successo gli scorsi anni, porta in Consiglio Comunale delle finanze di progetto che non sono né corrette nella forma, né sostenibili, ma che solo a solo vantaggio del privato. Capiamoci: in questo momento le risorse private sono importanti, ci vuole comunque l’equilibrio giusto: se c’è troppo interesse pubblico, il privato non ha margini di operazione; se c’è troppo interesse privato, il comune ci rimette. Quest’ultimo è l’errore commesso nell’illuminazione pubblica, commesso nell’area abbandonata di via San Francesco e commesso nel cimitero comunale».

La campagna elettorale ha trattato poco il tema mafia. «Siamo per la legalità: questo significa tolleranza zero. Le regole devono essere rispettate. Altrimenti si creano varchi pericolosi. La mafia è un modo di vivere, una mentalità: chi vede qualcosa e non denuncia, fa segnare un punto a favore della mafia. Dobbiamo essere sicuri che non ci siano infiltrazioni di nessun genere. Nel nostro gruppo abbiamo anche il vicepresidente della commissione antimafia; se andremo a governare, vogliamo capire bene che cosa succede nel mercato, che è famoso e importantissimo. Il mercato deve essere uno dei primi interventi da eseguire dopo le elezioni».

Se doveste arrivare secondi…? «Melegnano ha forte volontà di cambiamento. Che vinciamo o no, saremo sempre fedeli ai nostri elettori».

I vostri avversari si sono mobilitati in gran massa. «Direi che si sono agitati in massa, penso che abbiano forti interessi oltre agli interessi pubblici. Noi ci stiamo mettendo tutto quanto il nostro impegno: i nostri ragazzi ci si sono buttati appieno: mi fa molto piacere, perché sono loro che diventeranno la nuova classe dirigente e li coinvolgo in tutte le occasioni possibili e immaginabili. Le promesse elettorali sono quelle che sono, la gente non ci crede più: crede in persone nuove, integre. I ragazzi hanno preso confidenza ed entusiasmo al tempo stesso, sono orgoglioso del clima di festa che hanno portato nel gruppo. Il loro unico interesse è di fare le cose per bene».

Marco Maccari, Martina Papetti, sabato 24 giugno 2017 ore 17:05
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Il Partigiano di Melegnano

received_740498102793827IN UN CAFFÈ DI MELEGNANO — «Chi è il partigiano, il partigiano vero? È quello che è nato nel 1915-1920; già quelli nati più in là del 1920, per l’amor di Dio, magari facevano quelli che portavano i bigliettini, sì, ma i partigiani veri erano uomini fatti, uomini che hanno combattuto; quelli sì, sono partigiani». Quindi esiste una… come possiamo chiamarla? «Una diatriba fra partigiani, un dibattito interno. Il partigiano vero ha combattuto, ha rischiato la pelle; ha fatto saltare ponti; la mia famiglia, che ha origini piemontesi, ha avuto per quasi due anni un ufficiale delle SS in casa di mio nonno, perché mio padre, partigiano nato tra il ’15 e il ’20, era un ricercato».
Perché avevano un ufficiale in casa? «Per controllare se arrivava mio padre; perché avevano il sentore che sarebbe tornato. I partigiani, a Cuneo, trovavano un sacco di protezioni nella popolazione; dormivano nelle cascine fuori città, a volte entravano in città per salutare i parenti; all’epoca sia le camice nere che le SS controllavano, per paura che tornassero. E per poterli arrestare: se fai saltare ponti, se fai saltare tralicci della corrente, se fai questi attentati — chiamiamoli attentati — cercavano di fare di tutto per prenderti. Mio nonno me lo raccontava sempre: “Un veneto, un ufficiale del partito fascista, ha dormito nel letto del tuo papà per quasi un anno…”. E non potevano dire niente; perché mio nonno non era neanche iscritto al partito fascista — lo avevano anche licenziato dalle Poste; — se la cavava con i cugini di Mondovì Piazza, una famiglia abbiente, che aveva terreni con ortaggi, e che portavano loro le cose. Pensa che la casa dove è nata mia nonna è proprio davanti alla palazzina dei Montezemolo.

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E mio nonno se la cavava così, durante la guerra. Perché c’era la guerra, e la guerra è la guerra. Oggi tentano di far passare queste cose come cose negative; lo ha affermato una certa fazione politica, negli ultimi trent’anni. Ma è sbagliato. In una guerra civile io posso avere rispetto di tutti i morti, ma quei morti di là non sono uguali ai morti di qua; mi dispiace, non è la stessa cosa». Perché secondo te non è la stessa cosa? «Secondo me, perché i morti sono morti e sono degni di rispetto; però quei morti lì, sono dei morti che hanno messo l’Italia in ginocchio. Sono dei morti che hanno combattuto per un ideale sbagliato e distorto. Poverini, sono morti perché magari li hanno abbindolati, non lo so; ma hanno creduto in qualcosa di sbagliato, alla luce dei fatti. Nazismo e fascismo sono stati condannati dalla storia. O no? Gli ebrei li hanno deportati loro. Poi possiamo dire mille cose sugli ebrei, ma è un’altra cosa; quello che fanno in Israele, gli ebrei, o quello che hanno permesso loro di fare in Israele, non è giusto; quindi rispetto, per l’amor di Dio; però non posso parificare.
Perché, secondo me, i partigiani che sono morti, sono morti come quelli che hanno cercato di fare l’unità d’Italia: i carbonari, i patrioti. Io la vedo così; hanno liberato l’Italia dagli austriaci, dai francesi, dai Borbone, e hanno fatto l’unità d’Italia. È stata una guerra per l’unità d’Italia, la guerra civile del ’43–’45, gli anni i cui eravamo sotto i tedeschi. Che hanno fatto nefandezze».
Quali? «Mio padre è stato uno dei primi partigiani italiani; me le raccontava. È stato uno dei primi a entrare a Boves. Boves era la città alle porte della Valle Roia. Tu sai la storia di Boves?». Era una città occupata. «È stata messa a ferro e fuoco per rappresaglia, perché stavano cercando i partigiani. Mio papà ha trovato, entrando in città dopo la rappresaglia, gente appesa per la bocca ai ganci da macellai… Mi viene il magone a ricordare, ho le lacrime agli occhi. [Per qualche minuto sospendiamo la conversazione]. Come fai a dire che questi qui, che hanno fatto queste scelte sbagliate, possono rivendicare lo stesso trattamento di questi morti innocenti? Bambini, donne! Inchiodati ai tavoli per le mani! Prima di essere uccisi! Non puoi dire che i morti di Boves non sarebbero morti se non ci fossero stati i partigiani! Non puoi dire, il 25 aprile, festeggiamo tutti i morti! Facciamo un’altra data, semmai, per i morti della guerra civile; ma, per come sono stato educato io, parificare tutti i morti il 25 aprile non esiste.

Perché mio papà, questa storia di Boves, me la raccontava spesso. Tanti partigiani, finita la seconda guerra mondiale, hanno cominciato a fare altro. Non tutti hanno continuato. Mio papà, quando gli Alleati sono arrivati a Torino, era nel comando generale, ha vissuto a casa degli Agnelli per sei mesi — perché Agnelli ha finanziato il Duce; non nascondiamocelo; le famiglie importanti italiane l’hanno sempre finanziato, però si sono tenute sempre aperte tutte le vie, perché i potentati economici non si chiudono mai tutte le porte. — Quando ci fu, poi, il rompete le righe, mio papà tornò a Cuneo, e ha cercato di stare lì due anni per fare qualcosa. Poi ha detto, vabe’, vado a Milano, lì c’è l’industria, stanno costruendo, vado a farmi una vita lì. Così nel ’50 è venuto a Milano; ha trovato lavoro; poi nel ’54 si è spostato a Melegnano. Però lui, a Melegnano, siccome non era di qui, non si è mai integrato; ha sempre pensato al suo lavoro e alla sua famiglia, alla sua famiglia e al suo lavoro; mia mamma non era neanche lei di Melegnano, ma di Milano, i parenti andavamo a trovarli a Milano e a Cuneo, e mio papà non si è più interessato a queste cose. Se non, anni e anni dopo, con l’ex sindaco Panigada; e con Giorgio Bocca. Perché mio padre era amico, fin da bambino, con il famoso Giorgio Bocca. Vuoi che te lo racconto?».

Marco Maccari, martedì 25 aprile 2017 ore 21:30
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«Mi chiamo Beatrice, ho due mamme e crescerò a Melegnano»

MELEGNANO — Io sono Beatrice, nascerò tra poco. Le mie mamme vivono a Melegnano, è qui che stanno costruendo la loro vita, la nostra vita, è qui che vivrò io, loro figlia.

Mia mamma mi ha raccontato che lotta per avermi. «Chi è come me è una persona che ama e chi ama ha una lotta da affrontare. Mi sembra il minimo non girarsi dall’altra parte» mi dice. «Ancora tante persone, anche tanti omosessuali, preferiscono far finta di niente. Ma così non si va da nessuna parte» mi racconta.

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Per il festival della pace di Berlino 1951, Pablo Picasso

Perché fanno finta di niente? «Non è facile, soprattutto quando ti senti giudicata sulla base del nulla. Ricordo che un tempo anch’io mi nascondevo. Ora non più, e ogni giorno lottiamo per i nostri diritti. E ora che sei in arrivo tu, piccola, lo faremo a maggior ragione e ancora di più».

«Io ho sempre passato la maggior parte del mio tempo in un’altra città, stiamo iniziando piano piano. Vorremmo partecipare a molti eventi, soprattutto per il tuo futuro. Bisogna parlare dei nostri diritti, solo parlandone si permette a sempre più persone di capire e di non avere pregiudizi. La maggior parte delle persone ha solo bisogno di capire e conoscere».

E io le chiedo perché dice così, perché lo fa. «Lo faccio per tutte le persone che, come me, difendono il diritto di amare» mi risponde. Sento il suo sorriso. «Lo faccio perché i nostri diritti vanno tutelati, lo faccio perché siamo persone come tante e soprattutto lo faccio per te, piccola mia che ho in grembo».

Lo Staff, martedì 14 febbraio 2017 ore 6:30
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L'intervista

Nicolò Sordo, in difesa della generosità

24 anni, veneto, da poco uscito dal premio teatrale NdN e artista poliedrico che non vede l’ora di regalarvi tutto

Nicolò Sordo ha un occhio brillante e un occhio cinico. Con quello cinico ha scritto il testo I Camminatori della Patente Ubriaca, che quest’anno gli ha fatto vincere il primo premio di NdN Network Drammaturgia Nuova; con quello brillante cerca un teatro vivo. «Lavoro sempre sull’osservazione: su cose che vedo» racconta. «Su persone reali. Dopo un periodo in cui ho frequentato l’accademia, tornato nel mio paese mi sono messo al lavoro su questa famiglia reale, una leggenda del paese, che nel mio testo è diventata quella dei Camminatori: sono tre persone, una madre e due figli, e nel mio testo devono affrontare in modo epico l’allontanamento del padre e l’alcolismo. Ma nel paese sono una leggenda. La gente parla di loro già in tono epico; l’epica su di loro è già nell’aria, io ho semplicemente aggiunto testo». Abiti in un piccolo paese? «Abito in un paese che si chiama Colà di Lazise, vicino al lago di Garda». Quindi, come in ogni piccola comunità, quando si è particolari è facile che si diventi personaggi. «Nella realtà quotidiana sono personaggi molto ironici. Una delle più grosse favole su di loro è sul fatto che abbiano l’abbonamento per andare al parco dei divertimenti; su WhatsApp la gente si manda le foto con loro che vanno al parco. Mentre camminano, appunto. Succede, secondo me, perché sono eroi. Eroi di un disagio che gli altri vivono dentro, senza portarlo fuori». La figura dell’angelo invece è inventata? «Sì. È una ragazza in sembianze di angelo, che appare a uno dei figli. È un angelo sofferente, un angelo che beve, un angelo caduto. Inizialmente era un personaggio che pronunciava solo interventi poetici, senza relazioni con gli altri. Infatti, lavorando con Michele Santeramo, abbiamo deciso di introdurlo come un personaggio che desse al testo un senso di insieme. Il rischio era che il regista, leggendo, decidesse di tagliare via il personaggio dell’angelo perché recitava solo poesie; Santeramo mi ha detto: “Trova il modo di imbullonarlo nella struttura drammaturgica”. Alla fine le ho dato una funzione, quella di cercare di farli smettere di bere».

BERE SOFFRIRE ESSERE PURI
È la prima volta che tocchi questi temi? Bere, soffrire, eroi perduti? «Così nello specifico, sì. Ma nella mia esperienza di attore sono partito dai Blues di Tennesse Williams, da Proibito, la storia della bambina sui binari; con la mia compagnia, I Filastrofici, lo abbiamo decontestualizzato nel fenomeno degli orfani bianchi, i bambini vittime del lavoro. Sì, mi interessano figure che sono alle prese con delle urgenze forti, primarie, che abbiano in sé una grande purezza; che ci sia un grande contrasto tra ciò che fanno e ciò che sono dentro. Anche questi Camminatori sono dei puri. Cerco personaggi così, che non riescono a soffocare il disagio né a trasformarlo, e devono portarlo fuori. Anche il primo testo che ho scritto a tavolino, che si chiama Taiàrse fora, tratta di urgenze primarie. L’ho scritto in dialetto veneto; parla di un gruppo di indipendentisti che, al momento i fare una rivoluzione, decidono di tagliare la terra intorno alla casa e finiscono per ammazzarsi tra di loro, nella nebbia. Personaggi soli anche loro, con un ideale che si rivela essere niente, che si riduce al gesto di tagliare, un gesto primo».

SENZA PERSONE VERE LO SPETTACOLO NON SI FA
Ma il testo lo hai scritto per il premio? «L’avevo già scritto. Avevo delle registrazioni frammentarie su di loro; ogni giorno li vedevo e ogni sera scrivevo una scena su di loro». Sarebbe interessante capire quale valore aggiunto ha dato il premio NdN ai tuoi frammenti; e poi capire cosa senti di avere aggiunto tu, con il tuo testo, all’epica dei tuoi personaggi, i Camminatori. «Il lavoro fatto in NdN è stato rendere il mio testo più teatrale. NdN mi ha dato un supporto tecnico; ho potuto conoscere gli strumenti teatrali professionali di Santeramo, sperimentarli, usarli con coscienza. Avevo materiali ancora indefiniti che potevano diventare, non so, un romanzo dialogato: con NdN ho potuto costringerli a chiudersi in una forma, per quanto questo sia possibile». E tu sei uno che chiude, o no? «Io? No, non chiudo mai! Anche quando faccio spettacoli fisso sempre una prima versione ma poi, andando avanti, li riapro sempre. Prima cosa mi chiedevi? Se ho aggiunto valore alla loro storia? Secondo non ho aggiunto niente. Non sono riuscito a rendere la loro ironia, ho spinto troppo sul valore letterario, solo scrivere un bel testo. Ho ricevuto dei complimenti per i monologhi di Pupa, ma penso di avere tradito i personaggi. Se posso avere dato loro valore, li ho elevati a eroi del nostro tempo; ma non li ho raccontati al meglio». Dovevano essere delineati meglio come caratteri? «Sì». Forse solo il personaggio di Simon è ben delineato con caratteristiche precise. «Lui è il più somigliante alla persona vera che c’è dietro. Infatti sto pensando di scrivere altri testi su di loro. Più aderenti». E nel tuo paese? Hanno saputo di questo testo? «No. Non esiste il teatro da me! Ma non lo rappresenterei mai nel mio paese. Accetterei di rappresentare qualcosa che abbia loro dentro. Anche perché loro sanno che ogni loro gesto viene messo su WhatsApp; anche in certi vestiti che, nella realtà, indossa Pupa, c’è un’esibizione. Avrei bisogno di loro in video, che facciano qualcosa, ma come coro, dalla parte della scena. Se no non è vivo. La mia idea registica è che, senza le persone vere, uno spettacolo non si possa fare».

LE BRACCIA DEGLI SCONOSCIUTI
Cosa ti sta più a cuore? Vorresti realizzarti più come attore o come drammaturgo? Che cosa senti più forte? «Guarda, ti dico la verità: non lo so. Mi vedo come una cosa unica. Vorrei essere un artista a tutto tondo». Ma il lavoro di regia non ti appartiene. «No. Il mio desiderio è lanciarmi nelle braccia degli sconosciuti. È più facile che io possa fare un lavoro performativo in cui, da attore, unisco più cose che ho fatto. Vedo un tutt’uno tra le cose che faccio e le funzioni di attore, drammaturgo, musicista. Che è anche la mia difficoltà di inserirmi in un meccanismo produttivo. Sarà che le mie prime letture d’infanzia sono legate a Gabriel Garcia Marquez, che nella sua opera ha costruito un filo grazie al quale tutto torna. Fino a ieri pensavo di volermi realizzare come drammaturgo; poi ho letto una frase di Kundera: “Un attore è una persona che accetta, fin dall’infanzia, di mettersi in mostra davanti a un pubblico anonimo”. Vale a dire, non è questione di talento, è semplicemente questione di esporsi. Non di talento». Ma anche lì ci vuole talento. «Sì, ma, è qualcosa di connaturato. Non è tanto quello che fai, ma è sulla tua presenza». È incontestabile; però, effettivamente, se dovessi guardare quel palco, forse direi che lo fanno davanti all’arte. Come mestiere, come forme che vivono e si tramandano. Il pubblico anonimo è una funzione esso stesso. «Mi relaziono con un patrimonio vivo, relazionarmi al pubblico significa ispirarmi a loro. Di questa frase di Kundera mi interessa, se vogliamo, il film che ti fai dall’infanzia: quando sei sul palco, non sei lì solo tu: c’è il te stesso da bambino, c’è il te stesso di un anno fa, c’è il te stesso di oggi. C’è il te stesso che ha scoperto l’arte, interessato a scoprire un patrimonio artistico». Allora lo vedi che c’entra l’arte. «Sì, c’entra. Ma dipende molto da dove sei. Per me l’arte è dietro, è un bagaglio: davanti c’è il pubblico. Anzi, se questa frase fosse quello che pensano tutti, a me basterebbe entrare in scena, e tutti piangerebbero». Questa è la grandezza dell’attore: con la sola presenza sul palco riesce ad emozionare. Pare che Eleonora Duse, con la sola presenza sul palco, ferma, emozionasse. «Ho in mente un’altra cosa. Questa: sarebbe bello entrare sul palco in un altro contesto. Non c’è la storia. Entra l’attore».

I PAZZI DI VITA
Pensi che dopo questo premio la tua scrittura cambierà? «No. Anche perché non è cambiato niente. Sarebbe cambiato qualcosa se avessi ricevuto una commissione per scrivere un testo. Allora direi, sì, è cambiato qualcosa, ho un lavoro. Ti dico che, incontrando Santeramo, ho dovuto misurarmi con un gigante della drammaturgia, ho dovuto fare un lavoro sulla mia modalità di scrittura, disordinata, legata a sbalzi temporali. Qualche cosa è cambiata nell’incontro con altri drammaturghi: tutti loro mi hanno regalato qualcosa il loro immaginario». Nuovi progetti? «Sto scrivendo molto. Recupero anche molte cose che ho scritto tra i 16 e i 18 anni. Si dice che l’età dei poeti sia tra i 16 e i 18 anni». Non è vero. «Non sei d’accordo? Lo dice De André». Sì, lui lo diceva citando Benedetto Croce, secondo il quale tutti scrivono poesie fino all’età di diciotto anni; dopo, continuano a scriverle solo i poeti o i cretini, e quindi De André si definiva per precauzione un cantautore, eccetera. «Lo dico perché ora ho 24 anni, ma un amico mi ha detto che, quando ne avevo 16, scrivevo molto meglio di adesso; e mi sono accorto che ha ragione! Ho ritrovato un mio romanzo di allora, che ha una freschezza, un sentimento più ingenuo, che in questo momento sto cercando. Vorrei fare uno spettacolo in cui inserire tutto il mio immaginario, ma senza vincolarlo a un unico filo rosso…». E vorresti inserire nello spettacolo i tuoi primissimi materiali? «Sì. Ci sono cose con le quali ho necessità di chiudere. Vedo che in quei primi lavori c’era un me che mi interessa, c’era un certo coraggio, anche una visione totale, la percezione di un senso. Sto recuperando la mia vocazione a seguire i pazzi; quelli di Kerouac, che dice: ho corso tutta la vita dietro alla gente che mi interessa, per me l’unica gente possibile sono i pazzi, i pazzi di vita, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo. Sto cercando il più possibile di fuggire da un certo tipo di professionismo della drammaturgia, non voglio diventare uno che, anche se lavora per altri, deve lavorare solo sui suoi materiali».

COSÌ BELLO LAVORARE TUTTI INSIEME
Com’è andato l’impatto con questo business? Soprattuto in una realtà come quella di Milano? «Io non ce l’ho avuto. Non ho mai ricevuto commissioni». Ma il premio è orientato, in parte, a inserire autori in un certo genere di business. «Non l’ho riscontrato». Ma sei sempre propenso ad affidare i tuoi testi a un regista. «Le scritture a tavolino, io sarei per darle sempre via. Per me la drammaturgia consiste in materiali di lavoro. Anche perché quando scrivo, la testa la uso alla fine, per riordinare quello che ho scritto. In questo modo cerco di ritardare le presunzioni su ciò che ho scritto. Faccio l’esempio del romanzo: le persone lo prendono, se lo mettono a casa in libreria, lo usano per tenere ferma la porta, possono farne quello che vogliono. Mi emoziona molto il fatto che ci sia un regalo. Il lavoro legato alla scrittura io lo vedo come un regalo, come il vare dei regali. Infatti quando scrivo ho sempre un interlocutore a cui vorrei regalare queste cose». Pensi di dedicarti al cinema, prima o poi? «I compensi sono più alti, il trattamento è migliore e ti senti trattato come persona, ma non sono molto affascinato dal cinema. Anche se oggi l’attore teatrale, secondo me, è un peso sociale». È normale, se posso permettermi. Con gli anni, anche i teatri accolgono in modo diverso gli attori che riescono ad affermarsi. «Dipende anche dal giro che prendi. Se decidi di lavorare nell’underground, sarà sempre così. Sono ormai 6 anni che giro per teatri e l’accoglienza è sempre la stessa. Secondo me dobbiamo andare a fare qualcosa di nuovo. Per forza». Tipo? «Portare il teatro alla sua funzione originaria: quella di discutere un problema di quella società che accoglie lo spettacolo. Oggi il pubblico vede qualche cosa di frontale, con te che vai sul palco, fai lo spettacolo, e te ne vai da un’altra parte. Non senti la necessità di attuare cose che parlino del posto in cui vai a farle». Perché allora non porti le tue cose nel tuo paese? «…è vero! Hai ragione.». Grazie per la ragione che, come sappiamo, si dà ai pazzi; ma come risponderesti alla domanda? «Guarda che è da pazzi, farlo».

DIFESA DELLA GENEROSITÀ 
Cosa ti auguri per il tuo futuro?
«Mi auguro di fare più date. Di prendere di più. Basta, perché per il resto sono contento. Vorrei circuitare di più. E soprattuto mi piacerebbe regalarmi ad altri, lavorare con più artisti, fare i regali che in questa età mi sento di poter fare. Adesso sono molto creativo ma ho poche possibilità di uscire; ed è un peccato. Non sono molto attaccato ai miei lavori, regalo volentieri, anzi credo che il mio lavoro sia proprio quello di fare dei regali. Ora si ha paura di fare regali; c’è paura su tutto, di confrontarsi, si fa fatica a dirsi le cose, ci si vuole poco bene. quando in realtà sarebbe così bello lavorare tutti insieme; perché poi quello che fai te lo proti sempre dietro e non è nella difesa di un piccolo pezzo che hai vinto». Se questa intervista fosse un testo teatrale, che titolo le daresti? «Difesa della generosità». Se tutta l’esperienza di NdN fosse un testo, che titolo le daresti? «Finalmente mi è sembrato di lavorare!».

Marco Maccari, Patrizia Ferraro, mercoledì 7 dicembre 2016 ore 6:00
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L'intervista

Ho trent’anni, ho due figlie, ho bisogno di una casa

Non ne parla nessuno. Non ne parlano le notizie. Non ne parlano gli amministratori, i comitati, i politici. Non ne parlano su Facebook.
È tutto uno scintillante circo al neon.
Ma quando rientriamo a casa, e si chiude la porta, e la luce si spegne, tutti ci accorgiamo della verità.
La Melegnano che raccontiamo oggi è l’unica che esista veramente.
Hanno lasciato una città completamente sola. 

Buongiorno. Sono una giovane donna. Racconto la mia storia alle persone come me, perché possano capire.

Ho trent’anni, ho due figlie, sono sola. Ho bisogno di una casa. Gli assistenti sociali del terzo polo minorile hanno constatato che vivo in un appartamento condiviso con un anziano, ritenuto inagibile, senza bagno interno e senza riscaldamento.

Per tale motivo mia figlia minore è stata mandata a vivere con il padre. Ma il padre, che io non frequento più, ha dei precedenti.
Mi sono attivata in comune per fare domanda per una casa, in dicembre 2015. Ma mi è stato detto che non avevo i 5 anni di residenza. Ma io a Melegnano ci sono nata, ci vivo da trent’anni, senza avere mai cambiato residenza.

Ho inviato al comune una prima lettera protocollata a gennaio, a cui non è stato risposto. Grazie a una seconda lettera protocollata a marzo inviata agli assistenti sociali e al sindaco ho avuto un colloquio personale con l’assessore dei servizi sociali.

A colloquio con l’assistente sociale del comune di Melegnano mi è stato detto che a volte le persone devono risolversi i problemi da soli e non aspettare gli altri.

L’assessore si è limitato a dire che avrebbe parlato con l’assistente sociale. Per avere un alloggio in un comune si deve avere la residenza nello stesso comune da 5 anni almeno. Infatti, dopo la lettera protocollata, sono improvvisamente usciti i 5 anni di residenza e mi hanno fatto fare richiesta per la casa.

Presentata la richiesta mi hanno purtroppo annullato tanti punti, dicendo che la mia condizione non dura da almeno tre anni. Nel 2017 potranno accettare la mia richiesta se sarò ancora in questa situazione.

Non ho nessun tipo di aiuto da parte della mia famiglia di origine e da sola non è facile. Per avere un affitto i proprietari chiedono caparra e un contratto di lavoro che superi di tre volte l’affitto. O se no un garante. Gli assistenti sociali hanno avuto colloqui con i miei genitori. Per dire loro di aiutarmi, ma loro si sono negati. Ho chiesto direttamente aiuto a loro, li ho pregati, anche di ospitarmi finché non avessi risolto, niente da fare. Pubblicai una foto del mio WhatsApp su Facebook, con la loro risposta: “QUI NON PUOI STARE”.

Racconto la mia storia ma non è facile. Chiedere una casa e veder passare prima di me persone che hanno sicuramente bisogno, ma non credo così tanto come me… Ma questa purtroppo è la realtà.

Lo Staff, lunedì 28 novembre 2016 ore 10:30
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