L'inchiesta satirica

La sicurezza di Raimondo

SONO LE 17:00 di martedì 29 dicembre 2015. Rita Capriotti, commercialista e assessore, educatamente sale in palazzo Broletto per raggiungere l’aula delle adunanze. Sta andando al lavoro. Nella stanza saluta i colleghi, saluta il sindaco e il segretario generale. Due delibere sono stese sul tavolo pronte da firmare. Sono la convenzione con il comune di Milano, contenente la richiesta di 10 vigili di supporto al mercato domenicale, e la ripartizione del denaro incassato con le multe del 2015. Hanno importi del valore di 1,9 milioni di euro la prima, di 15.652 e 15.421 euro la seconda. Riguardano la Sicurezza e la Polizia.

In questo istante Rita Capriotti si accorge che manca un collega. Non ha salutato l’ultimo assessore, l’uomo i cui incarichi sono sul tavolo quel giorno. È Fabio Raimondo. Ma è assente. L’assessore incaricato alla sicurezza pubblica e alla polizia locale non verrà a fare il suo lavoro.

RADARISTA 1: LA COMUNICAZIONE, #FONDAMENTALISMOITALICO
Melegnano lo paga 18mila e 750 euro lordi l’anno. Raimondo vive a 38 anni con un doppio incarico politico in due comuni diversi, con un terzo incarico in un distretto sociale, con un quarto incarico nel partito. A Melegnano è assessore dal 2007.
Osserviamo l’immagine di copertina. La foto, scattata nel luglio 1950, ritrae un radar doppler della NASA e due operatori del Centro di Ricerca di Langley, Virginia, il primogenito centro NASA. La copertina omaggia l’icona miniaturizzata di questo blog, ispirato al radar e nato nell’80mo anno dalla sua costruzione. Immaginiamo che ciascuno dei due operatori stia captando la storia dell’assessorato così come si percepisce fuori dai normali radar, e ne offra un rapporto. Il primo operatore sta captando il suo lavoro di comunicazione.
Responsabile della nuova Pagina Facebook del comune di Melegnano (creatura clonata da RADAR e figlia del neonato ufficio stampa comunale, sul quale è stanziato un fondo bebé di 27mila euro) Raimondo è colui che ha condiviso le fotografie dei poliziotti di Milano e Melegnano, usciti in pattuglia domenica 17. La pubblicazione di queste foto in forma di vignette da parte di RADAR ha riscosso «un successo catastrofico», generando un flame memorabile. Lettrici e lettori hanno riso tre giorni dal 19 al 21 gennaio. Le foto di RADAR sono comparse come un ibrido genuino, a metà strada tra il cartoon satirico giornalistico e lo storyboard di un cortometraggio dell’ISIS sbarcato in terra milanese. Ridisegnate a mano una per una hanno dato vita a una serie unica nella vita social cittadina. I poliziotti apparivano incappucciati come miliziani dell’ISIS e sembrava che lo Stato Islamico avesse ispezionato davvero le bancarelle di Melegnano.
Alle 72 ore di gioia hanno contribuito anche i moralisti, tirando giù ogni genere di bestemmia. Alcuni, i più onesti, si sono distinti dicendo: «Non mi piace».
Altri hanno commentato diversamente. «Non si capisce», hanno scritto. «Spiegatemele». Occultando così il fondamentale preconcetto culturale, religioso, politico o psicologico con cui hanno affrontato lo spettacolo bizzarro e geniale di RADAR. Costoro con il loro occultamento hanno cercato di nascondere un pregiudizio, quindi un loro personale difetto, dietro a un presunto difetto residente nell’opera di RADAR o nei singoli manufatti giornalistici. Lasciando intendere che il chiarimento, o una spiegazione, avrebbero potuto cambiare qualcosa del loro giudizio finale dell’opera. No. In realtà intendevano dimostrare, a chiarimento ottenuto, che anche la spiegazione li deludeva e che la deludente spiegazione rendeva banale all’origine l’intera operazione, fin dalla mente dei creatori. Tutto pur di negare il fondamentale errore nella loro mente: essersi esaltati per delle brutte foto originali. È come se una ragazza facesse una festa alla moda in un club esclusivo ma, il sabato dopo, una compagna di scuola facesse una festa all’aperto con musica rock dal vivo, band emergenti e il doppio del divertimento. La festa scatenata delle foto di RADAR, consumata dal 19 al 21, è stata un duello tra il riso e il rancore, la commozione e il rodimento, la gioia e il male di vivere e la gioia ha vinto la sua umile vittoria. Il male di vivere non ha accettato di perdere ma, con nuda invidia, ha allungato le mani sulla corona. Sì, perché, vedete: nessuna spiegazione delle vignette cambierà la vostra «comprensione». I fatti, in chi soffre di preconcetti, saranno sempre comunque secondogeniti. Attaccati alla primogenitura ci sono i vostri fondamentali pregiudizi. Che guai a toccarli. Che guai a metterli in pubblico. A tutto ciò, che è un fondamentalismo tutto italiano, non verrà offerta nessuna spiegazione. Viene regalato solo un approfondimento a vantaggio di appassionate e appassionati, a sottolineare la genialità e la brillantezza dell’opera che hanno condiviso.
RADAR ha preso visione delle foto di Raimondo. Soprattutto della foto con gli agenti in tenuta davanti alla sede della Polizia locale, via Zuavi 70. Accorgendosi, con un sorriso, di qualcosa. In apparenza regolare, il linguaggio del corpo era in realtà un po’ maschilista, un po’ centurione. Un po’ esaltato. È come quando un gruppo di donne inizia a commentare un taglio di capelli, un abito, un accessorio, un abbinamento che sembrava onesto e invece rivela particolari catastrofici. È andata come segue.
AMICA CANDIDA «Che facce. Che posers. Tutti orgogliosi della loro guerra».
AMICA MALIZIOSA «Ehi! Ma quante manone sul pacco. Pubblicità per casalinghe? E funziona…?».
AMICA CANDIDA «Ma che dici» (arrossendo).
AMICA STRONZA «Va’ i politici come si mettono in mostra. Altro che pacco. Figurati se perdevano occasione…».
AMICA MALIZIOSA «Ma questo qui magro…? È sfigato?».
AMICA STRONZA «…che falliti. Sembra una foto dell’ISIS».
Contraffare con arte le foto è stata pura illuminazione. Un’intuizione originaria. Una magia di sentirsi vivi, di scoprirsi, con i propri sensi, membri del principio di gioia universale. Perciò anche il servizio fotografico del comune (malcerto e malfatto, malcelatamente compiaciuto, con angolazioni errate o inutili) è stato riconvertito al suo principio: un’operazione mediatica inadeguata, svolta da un comune che interpreta le istituzioni come una sfilata di fanatici. Un messaggio di #fondamentalismoitalico.
Lo studio del marketing ISIS permette di individuare fotografie identiche a quella di domenica 17 con i poliziotti in posa davanti a via Zuavi 70. Per i miliziani ISIS è abitudine posare in foto davanti alle sedi istituzionali conquistate, ostentando bandiere nere dello Stato Islamico stese sulle porte, ai cancelli. Lo stesso per gli ideologi ISIS, in posa fotografica nelle moschee locali, indosso un copricapo bianco.

RADARISTA 2: LA SICUREZZA, #MAFIEPOPOLARI
Il secondo radarista capta il lavoro dell’assessore Raimondo in tema di sicurezza. Il suo report offre lo spettacolo di un background mafioso.
Il testo che segue è accessibile con chiarezza. Per accedere anche al suo livello illuminante serve inserire un codice, il codice RADAR. Eccolo: disimparate a confondere l’identità delle istituzioni repubblicane con l’identità dei partiti. Tenetele separate. I partiti sono solo uno dei molteplici modi di interpretare le istituzioni, di occuparle.
La contraffazione artistica delle foto di Raimondo sottolinea un dato di fatto. Il posizionamento di Fabio Raimondo dentro l’assessorato di Melegnano è una questione di legalità. Non corrisponde ai voti della popolazione. Discende dalla spartizione di potere che i partiti nazionali stanno eseguendo nel Sud Est Milano manu militari (espressione figurata dell’antica Roma, significa: per mano degli eserciti). Cioè con una strategia militarizzata che nulla invidia allo Stato Islamico.
In principio esistevano tre generali milanesi del Popolo della Libertà. La spartizione di potere nel Sud Est Milano nacque da loro. Il primo è Mario Mantovani, ex vicepresidente di regione Lombardia, oggi arrestato per corruzione e in attesa di rinvio a giudizio. Il secondo è Guido Podestà, ex presidente della provincia di Milano, condannato a 2 anni e 9 mesi. Il terzo è Ignazio La Russa, oggi indagato per reato di peculato. I generali nominarono ciascuno il proprio centurione per Melegnano. Erano rispettivamente Vito Bellomo, Marco Lanzani, Fabio Raimondo.
Raimondo entra a Melegnano da assessore nel 2007. Non era iscritto in alcuna lista elettorale. Non fu legittimato da nessun elettore. I documenti elettorali che lo provano erano disponibili sul sito web comunale fino al 2015, oggi sono spariti. Raimondo risiedeva e tuttora risiede a Cesano Boscone nell’Ovest Milano, dove il padre fu consigliere comunale iscritto al MSI. Nel 2007 il futuro assessore Raimondo sponsorizzò dall’esterno i colleghi candidati melegnanesi. A giugno il neosindaco Vito Bellomo gli consegnò l’assessorato. Come il sindaco spiegò cinque anni più tardi, Raimondo gli era stato «imposto a Melegnano dal partito». Fu Bellomo a legittimare con i suoi poteri di neosindaco il posizionamento a Melegnano del triumviro di La Russa.
Nel 2007 Raimondo non aveva svolto nessun incarico nelle istituzioni della repubblica. Era a bottega nello studio legale di Ignazio La Russa, avvocato. Nel 2012, terminato il primo mandato, il sindaco uscente Bellomo si ricandidò a nuove elezioni con Il Popolo della Libertà e finì in ballottaggio. In sede di trattative con le forze politiche per il ballottaggio, tutti gli chiedevano se Raimondo sarebbe ritornato a casa propria. Rispose: «Tutto, ma questo no. Non si può. Raimondo me l’hanno portato per mano da Milano».
200 elettori votarono Raimondo alle elezioni di maggio 2012. Stavolta si era candidato davvero.
Come il sindaco Vito Bellomo, l’assessore Fabio Carmine Raimondo vive la vita dal lato del privilegio. Nasce e muore figlio. Di papà politici. Ne ha due, Ignazio Benito e Romano Maria La Russa. Il nome del loro attuale partito, Fratelli d’Italia, è a loro ispirato. Oggi, da assessore comunale, Raimondo è una rifrazione degli incarichi tenuti dai due La Russa: da Ignazio La Russa come ministro berlusconiano della Difesa e delle Forze Armate, e da Romano La Russa come assessore regionale formigoniano alla Sicurezza in Lombardia. Nel 2012, da candidato, lo schema tattico elettorale di Raimondo fu quello dei La Russa, lo schema delle #mafiepopolari. Chiedere voti nelle case popolari melegnanesi a dei poveri cristi, promettendo riguardi.
Ignazio La Russa, avvocato e parlamentare, è noto ai tribunali e alle forze dell’ordine. Si scopre favorito alle elezioni 2009 grazie ai voti della ’ndrangheta. Come rappresentato dal caso di Michele Iannuzzi e Alfredo Iorio, due procacciatori di voti per La Russa. Iannuzzi e Iorio sono stati condannati al carcere per corruzione e per associazione mafiosa. L’anno prima, nel 2008, le informative della squadra mobile di Milano hanno preso nota di «un contratto siglato tra il deputato Ignazio La Russa e il capoclan di ’ndrangheta milanese Salvatore Barbaro. Scopo del contratto era dirigere i voti della comunità calabrese a vantaggio del partito del Popolo della Libertà. Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente con il massimo interessamento su tutta la comunità calabrese, garantendo i voti. In cambio, la ’ndrangheta di Barbaro avrebbe ottenuto lavoro in subappalti» (leggi D. Milosa su Il Fatto Quotidiano e un altro articolo di Milosa apparso anche sul portale destradipopolo.net).
Ignazio La Russa, patrono di Raimondo, è indagato per reato di peculato dalla procura di Roma: per sette anni dal 2004 al 2010 ha utilizzato 38mila euro, prelevando da un conto corrente aperto nel Banco di Napoli come deposito di rimborsi elettorali. È in attesa di rinvio a giudizio, cioè di convocazione al processo.
I fratelli Ignazio e Romano La Russa hanno un cognato, Gaetano Raspagliesi, in affari con la ’ndrangheta nei call center. Uno che «meno male che c’era lui» (leggi Paolo Biondani su L’Espresso 2013 e il freepress siciliano I Paternesi, pagine 9-10).
Infine Ignazio La Russa, di cui Raimondo è un centurione, nel 2009 e nel 2010 ha ricevuto 451mila euro dalla società di Salvatore Ligresti, un affarista imbottito di indagini dal 1984, protagonista del boom edilizio della Milano da Bere durante la quale era chiamato Don Salvatore. Ligresti è stato condannato per corruzione pochi giorni fa.

CONCLUSIONI
La sicurezza che l’assessore Raimondo ha portato a Melegnano è solo la sua. La sua personale sicurezza di vivere passando per la porta del privilegio. Melegnano è priva di controllo, con furti in aumento, venditori irregolari, trafficanti di contraffazione. Raimondo condivide lo stesso destino di Vito Bellomo: è un contenitore da maxi-incarico pubblico e da multi-stipendio a spese dei cittadini. Al di là di ogni tratto caratteriale non è un caso se una storia popolare su Raimondo e Bellomo, elaborata nei centri dell’aperitivo melegnanese, li disegna così: «Due gay. Anzi, la coppia gay della politica locale, i cui due matrimoni etero sono di copertura».

Lo Staff, lunedì 25 gennaio 2016 ore 6:00

radarmelegnano@gmail.com

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Il caso

Mercato, il racket della contraffazione spiegato in 4 casi

RADAR-19gen2016-racket-contraffazione#MERCATONERO. CASO N. 1
È una domenica qualsiasi e Jenny, 18 anni, passeggia nel mercato di Melegnano. È in giro con Andrea, il suo ragazzo. Nessuno dei due immagina quello che sta per succedere. È una delle prime volte che si vedono insieme, lei è stata «a dormire da un’amica». Lui la riaccompagna. Fanno colazione con un cornetto prima del ritorno. Sulla strada di casa percorrono il viale pieno di bancarelle. Danno un’occhiata alle borse che i venditori stranieri esibiscono a terra sul lenzuolo. È un attimo: il venditore li nota e li invita a comprare un borsellino per lei. Lui riflette sul bel pensiero che le può fare, non fa resistenza e per pochi euro le acquista il borsellino. Carino: è anche di marca. In fondo quel venditore, poverino, ha la loro età e con questo ci deve vivere. Quel regalo non durerà sei mesi nel ricordo di Jenny ma né lei né Andrea penseranno mai che hanno comprato un prodotto contraffatto, né capiranno per molto tempo che cosa voglia dire.

CASO N. 2
Jenny e Andrea non immaginano che il borsellino è un falso, né che il venditore è un ricettatore che rischia la galera. Sandro invece qualcosa lo immagina. È davanti al suo negozio fumando una sigaretta. Ha 52 anni e si fa un mazzo quadro per portare l’attività avanti. Lui è uno degli anni Ottanta. Sa che conta vendere, tanto il consumatore compra tutto, senza un’idea, senza una meta. Perciò sa che tutta quella merce in nero fa danno. Sa che stendere un lenzuolo carico di roba senza autorizzazione è da abusivi. Vuol dire che non hai il permesso del comune, che non hai i documenti e l’autocertificazione e vuol dire che non stai pagando l’occupazione del posteggio come gli altri. Quella non è nemmeno attività itinerante. Quindi rischi una multa da 1500 a 10mila euro per mancanza di autorizzazione e un’altra multa da 500 a 3000 euro per violazione del regolamento del mercato. Va bene che fanno una vita di merda e tutto, che vengono da Paesi straziati dalla guerra o comunque del Terzo Mondo o comunque vengono in Italia perché secondo loro si sta meglio qui: ma un abusivo è un abusivo. C’è un limite. Quella lì è merce contraffatta. Ruba una vendita a un negoziante che l’acquista all’ingrosso al prezzo originale.

CASO N. 3
Per Sandro non c’è rispetto delle regole. Ma per la legge italiana il ricettatore che ha venduto il borsellino commette un reato. Il Codice Penale colpisce il reato di ricettazione con l’articolo 648, punendolo con la detenzione da 2 a 8 anni e con una multa da 516 euro a 10.329 euro. Anche la contraffazione è reato: secondo gli articoli 473 e 474 del Codice Penale chi produce articoli contraffatti è punito con il carcere fino a 3 anni e con multa fino a 2065 euro. Chi li vende è punito con il carcere fino a 2 anni e con multa fino a 20mila euro. Marinella, 44 anni, lo sa. Sa che Jenny può venire sanzionata con una multa da 100 a 7000 euro. Ma non solo. Ha letto che in città gli ambulanti che vendono in modo abusivo sono 72, costituiscono il 50% del mercato. Il mercato per metà è nero. E sa che la contraffazione fa comodo a organizzazioni molto più forti e molto meno lecite. Fa comodo alle organizzazioni criminali mafiose. Ma non sa spiegarsi come sia possibile, né riesce a comunicarlo bene, scoprendo che ogni volta il discorso si arena sull’«abusivo» venuto dall’Africa, dall’Egitto, dal Pakistan. Sull’immigrato. Sul povero cristo dalla pelle scura. E nessuno capisce più niente.

CASO N. 4
Daniele attraversa tutto questo con rabbia. Ha solo 27 anni ma gli è chiara l’incompetenza delle autorità. Si fa presto a dire sicurezza, le forze di Polizia locale e l’amministrazione comunale chiudono un occhio, mettono ogni tanto un po’ di paura ai migranti subsahariani e ai bengalesi scacciandoli dalla strada. Ma non dimentica un episodio: il Comandante dei Vigili che, a piedi in via Roma, sfila accanto ai giovani africani ignorandoli completamente, a sua volta del tutto ignorato.
Daniele con i suoi 27 anni ha capito che l’ignoranza è il vantaggio competitivo di questo #racket. La vendita di merce contraffatta prospera perché l’ordine pubblico la dà per scontata, mentre l’opinione pubblica la sottovaluta. «La percezione della pericolosità della contraffazione è ancora bassa, sia nell’opinione pubblica che nelle forze dell’ordine» dichiara Gianluca Scarponi della direzione generale Lotta alla Contraffazione presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi. È come dire che chiunque può tesserti davanti agli occhi un racket contraffatto e in nero, tanto tu non lo consideri reato. Perché dai per scontato che la gente venda e compri in nero. Acquistare tutto, come diceva Sandro, senza una meta, senza un’idea.
Per questo se il cappotto è buono, riflette Daniele, lo compri anche senza scontrino. A portare le prime prove di questo racket sono stati OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), UNICRI (Istituto di Ricerca su Crimine e Giustizia delle Nazioni Unite), la Commissione Parlamentare Anticontraffazione della Repubblica Italiana e il Ministero italiano dello Sviluppo Economico. È quest’ultimo a chiarire che la contraffazione è in gestione al crimine organizzato, alle neo-mafie insensibili ad altro che ai soldi. Il traffico di merci contraffatte è uno dei serious crimes (in inglese crimini gravi) perché segue «le stesse rotte transnazionali dei traffici di esseri umani e di stupefacenti» (UNICRI & MiSE), controllati dalle mafie. In ordine, ecco i pilastri di questo racket.
1. La contraffazione è sotto il controllo di organizzazioni mafiose strutturate non più come la mafia tradizionale. Le organizzazioni mafiose storiche, fondate sul principio di autorità, non esistono più dagli anni Novanta. Sono state soppiantate dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dopo la globalizzazione del mercato e l’internazionalizzazione delle aziende. Questi fenomeni hanno reso possibile un traffico rapido che finalmente valica i confini di più nazioni. Oggi esistono neo-mafie intente solo a fare utile economico, messe in piedi «anche sulla base di opportunità di profitto e non sulla base di una pianificazione». Le neo-mafie sono «reti di società criminali». Una neo-mafia che dirige un racket di contraffazione può essere composta anche da gruppi etnici diversi. Lo ha scoperto l’operazione Puerto del 2010, condotta a Milano dalla Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. Ha sequestrato 600mila abiti contraffatti a una rete associativa criminale, «composta da produttori residenti in Cina, membri presenti in Italia e procacciatori di clienti che erano di etnia in prevalenza nordafricana». Gli africani, riflette Daniele, vendono al dettaglio anche a Melegnano. L’operazione X-plosion (Milano e hinterland, 2007, Polizia Tributaria) ha smantellato la vendita di 40mila abiti contraffatti, individuando come fornitori delle merci tre fratelli napoletani legati ad ambienti camorristici (camorra e ’ndrangheta sono le organizzazioni mafiose classiche più affermate in questo racket). L’operazione Indianapolis, 2005, ha riconosciuto un nuovo sodalizio criminale composto da membri con precedenti di associazione a delinquere di stampo camorristico e di traffico di droga, che sdoganavano ad Anversa e ad Amburgo merci contraffatte prodotte in Cina, Vietnam e Bangladesh per farle viaggiare su aerei cargo destinati a Milano, Brescia e Roma: dando ragione alla natura fluida, transnazionale delle neo-mafie del contraffatto.
2. La contraffazione dell’abbigliamento funziona perché, secondo i consumatori, gli articoli di moda contraffatta hanno i più alti livelli di «qualità accettabile», normalmente sono «al di sopra delle loro possibilità» e sono «non altrimenti acquistabili» (dati OCSE 2008). Daniele ha notato che i dati del Ministero parlano di 14.800 abiti e di 25.500 accessori di abbigliamento sequestrati tra il 2008 e il 2011. Le calzature contraffatte sequestrate arrivano a 9000 unità. Tutto il resto, elettronica, informatica, gioielli, cosmetici e occhiali, si ferma al massimo alle 4000 unità.
3. Contano il profitto e il riciclaggio di denaro sporco. Sono «i due scopi principali» del racket della contraffazione.
La contraffazione «non è senza vittime» (G. Scarponi). Per questo Daniele non compra da chi è irregolare. Non perché sono africani, non perché eludono le regole. Daniele ha capito che dietro quegli irregolari possono nascondersi le nuove mafie che tanto hanno colpito Melegnano con incendi, proiettili, intimidazioni. Sono sempre state sotto gli occhi di tutti. Sotto le finestre che danno sul Mercato, così ricco di abbigliamento. Così ricco di irregolarità. Quelle mafie sono diventate il Mercato. Quel Mercato è diventato #mercatonero.

Marco Maccari, martedì 19 gennaio 2016 ore 6:30

mamacra@gmail.com
radarmelegnano@gmail.com

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L'inchiesta satirica

Il processo a Bellomo

LA SERA DEL 29 OTTOBRE il sindaco Vito Bellomo era in riunione con i suoi colleghi. Sedeva come sua abitudine adocchiando lo smartphone, facendosi i suoi cazzi sul display con l’unghia del dito medio. I colleghi di maggioranza e di minoranza gli chiedevano di mettere sotto inchiesta il periodo 2011-2012, lui rispose: «Non lo so». Testuali parole. «La proposta non l’ho letta, ero a un corso per avvocati… Comunque non abbiamo nulla da nascondere, ma questo è un campo minato, bisogna usare bene le parole. Essere processati, non ci va».

Perché mai «no»? È così bello. Essere processati è un piacere raffinato e solo un finto moralista rifiuta sublimi piaceri. Ecco allora il processo.

PRIMA SCIMMIA: LA STAMPA, #CARTADANNATA
Con una certezza: non è la faccia di un politico locale (per quanto impacciato, incompetente e inconcludente) a venire messa a processo. È la faccia dei suoi elettori. Quando è impacciato, incompetente e inconcludente, il politico è sempre un prestanome e un prestavolto di poteri più forti di lui: i finanziatori della sua campagna elettorale, i suoi grandi elettori sparsi negli istituti e nelle organizzazioni professionali, imprenditori e dipendenti di piccole e medie imprese locali, i singoli ingenui che lo vanno a votare con candore perfetto. 
Osserviamo l’immagine di copertina. Tre scimmie. Bocca, orecchie e occhi tappati, e un bulletto incocainato e impaccato di banconote. L’immagine richiama la copertina di RADAR su Facebook e sull’inserto di 7giorni. Stavolta però le scimmie rappresentano i maggiori capi di imputazione di Bellomo. La prima scimmia con la bocca chiusa è l’informazione. Serve a istruire la prima parte del processo.
È in corso una fuga di autori dal periodico locale Il Melegnanese. Due autori hanno bussato alla porta di RADAR dichiarando i metodi che l’informazione locale applica con gli articolisti. «Ho visto i miei articoli tagliati, censurati, se non addirittura stravolti nel loro significato dal Melegnanese» hanno dichiarato (settembre 2015). «Quando arriva una riga che critica il sindaco, le autorità o le personalità, il giornale cerca di tagliare o di non pubblicare» (dicembre 2015). Come dire che, tra criticare politici craxotti dall’importanza assolutamente trascurabile e rinunciare a un contributo giornalistico di valore, Il Melegnanese sceglie di rinunciare al contributo di valore.
C’entra con il processo perché il piccolo elettore di Bellomo ha bisogno di leggere sui giornali la lode quotidiana dell’Amministrazione (visto che non riesce a trovare motivi per farla da solo: ha votato ingenuamente). Inoltre Melegnano ha caratteristiche che tagliano gli abitanti fuori da qualsiasi servizio di informazione. Eccole:
1. non esistono giornali melegnanesi. I vostri padri vi hanno dato Il Cittadino. Ma Il Cittadino è di Lodi, figli. È dedicato all’opinione pubblica lodigiana. Cercò di migliorare negli anni Novanta/Duemila distribuendo anche nel Sud Est Milano, che ai tempi era un settore occupato da nessuno. Ma dedica a un centro come Melegnano lo spazio di una pagina o meno. Contando il fatto che una notizia, per venire stampata sullo spazio di Melegnano, deve avere un’importanza e una eco tale da giustificare la sua diffusione su un giornale distribuito in un capoluogo come Lodi e in altre città del Sud Est Milano. Per forza trovano evidenza solo notizie provenienti dalle giunte comunali o dalle grandi istituzioni. Infine Il Cittadino è un giornale ecclesiastico, quindi monarchico e teocratico: non critica il lavoro degli amministratori di una repubblica, né delle sue istituzioni, né delle molestie dei sacerdoti pedofili. Critica i baci tra maschi e il sesso tra femmine.
2. L’unico giornale stampato a Melegnano costa 2 euro e non vende articoli interessanti. Ha scarse prestazioni e prezzi altissimi.
L’informazione serve a farsi #idee. La legge italiana è fondata sul diritto dei cittadini a informarsi e sul dovere/diritto di informare. È un dovere/diritto che spetta anche ai Comuni (legge 150/2000, «Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni», clic al testo). Nell’ottica di RADAR, dalla legge emerge questo principio: un Comune ha il dovere di essere la prima fonte di informazione di una città. Non la second’ultima. Bellomo in 9 anni ha dimostrato agli elettori di non avere i muscoli né il cervello per introdurre qualcosa nell’informazione. Ha solo permesso all’assessore Fabio Raimondo di fare la recente Pagina Facebook del Comune che offre doppioni inutili del Bollettino La Voce del Comune: non serve a farsi un’idea del presente, serve a trasmettere certe operazioni svolte dalla Giunta comunale.
Dal presidente Berlusconi, Bellomo non ha imparato nulla.

SECONDA SCIMMIA: IL #MALCOMUNE
La seconda scimmia non sente nulla. È il Comune.
La priorità politica di Bellomo qual è stata? La vita della città? No. È stata favorire la costruzione della deludente TEEM, Tangenziale Est Esterna Milanese. «È una mia battaglia» disse alla comunità nel 2011 parlando della strada Cerca-Binasca, costruzione connessa alla Tangenziale Est Esterna. «Io voglio valutare bene, non possiamo né avere pregiudizi né fare discorsi assurdi» ha dichiarato a proposito della nuova Tangenziale Ovest Esterna (novembre 2015). Melegnano decadeva e il Benini era a pezzi, il ponte sul Giardino provocava cause contro il Comune ma l’Amministrazione Bellomo ha usato 3774 voti per fare il prestavolto del Gruppo Gavio.
Il Gruppo Gavio è la seconda società industriale in Italia nel settore autostradale. Con Banca Intesa San Paolo controlla la Tangenziale Est Esterna che da Melegnano va ad Agrate Brianza. Sono 32 kilometri. Vale 2 miliardi. Ha fatto record di sollevamento pesi con 1400 tonnellate a 36 metri di altezza. Ma è un fallimento per gli automobilisti (clic all’articolo su Il Sole24Ore). Infatti non ha veri collegamenti con Milano. Sta svendendo il prezzo dei pedaggi, è la seconda volta (clic alla notizia su Corriere.it). Così, mentre Bellomo bucava il Patto di Stabilità violando una Legge dello Stato e una Legge europea, i costruttori di TEEM individuavano in lui il sindaco giusto: adeguato alla pubblicità, ma adeguatamente incapace di prevedere un fallimento autostradale. 
Inseguendo i sogni di grandezza dell’idolo #carcerario Mantovani l’Amministrazione Bellomo divide la destra invece di unirla. Come è successo all’ex assessore Marco Lanzani, dimesso nel 2013. Da allora medita di tornare in politica «con una lista civica». Eppure Marco Lanzani, colui che non impedì di violare la Legge di Stabilità, oggi è presente agli incontri informali che il Sindaco Bellomo tiene nella Macelleria di Giovanni Ghianda, vicepresidente dell’Associazione Commercianti. Amici?

TERZA SCIMMIA: IL #MERCATONERO
La terza scimmia, quella dagli occhi chiusi, consiste nelle occupazioni abusive del mercato da parte dei possessori di bancarelle irregolari. Sono Italiani. Hanno la pelle bianca. E sono abusivi. Uno staziona sulla curva di via Marconi/via Roma. Uno è in piazza davanti a S. Rocco.
Consiste nell’occupazione del tradizionale Mercato di Melegnano da parte della Mafia e della ’Ndrangheta. Dopo il bombardamento di Melegnano nel 2014/2015 (quando negozi, automobili e magazzini furono fatti esplodere) tanti si sono chiesti dove fosse questa Mafia che agiva in modi «mai avvenuti prima» (Il Giorno, 5 settembre 2014).
Era sotto gli occhi di tutti. La Mafia era il Mercato. Il Mercato bisettimanale è la meta prelibata del crimine organizzato, per numero di consumatori e per vastità di clientela. I vestiti #contraffatti, le borse false e gli occhiali taroccati sono un affare «gestito dalla criminalità organizzata transnazionale» (Ministero dello Sviluppo Economico, relazione 2012). La Lombardia è la regione numero uno per valore economico delle merci sequestrate (514 milioni di euro). Scrive il Ministero: è un business radicato «con un sistema industriale e commerciale», «con i suoi centri di produzione e di trasformazione, canali di vendita, reti distributive e consumatori», cioè con fabbriche in Italia e punti vendita italiani dove i prodotti della mafia sono disegnati, confezionati, smistati, venduti e comprati; ruba all’economia un fatturato di «6 miliardi e 900 milioni di euro e 110mila posti di lavoro», sottrae allo Stato «un gettito aggiuntivo di 1 miliardo e 700 milioni» e «non ha conosciuto crisi». L’Amministrazione Bellomo ha dichiarato di avere portato i problemi dell’abusivismo e della contraffazione del Mercato di Melegnano dinanzi al Prefetto di Milano, di avere ottenuto 2 nuovi poliziotti e 10 turni di mercato blindato. È andata davvero così?
La Prefettura di Milano dichiara fatti diversi. Attraverso un funzionario della prefettura RADAR è venuto a sapere che il vertice con il Prefetto, la Polizia del Comune di Milano, la Guardia di Finanza, il Corpo dei Carabinieri e il Comune di Melegnano nelle persone del Sindaco e dell’Assessore alla Sicurezza «è stato richiesto su istanza di ambulanti e negozianti della città» di Melegnano. Non per iniziativa dell’Amministrazione. Il funzionario dichiara che Sindaco e Assessore sono stati criticati da tutti i presenti.
Questi sono solo i casi clamorosi. Quali casi hanno conosciuto i lettori di questa inchiesta? Scrivete.

Lo Staff, mercoledì 13 gennaio 2016 ore 07:30

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Cronaca

Caterina Ippolito: contraffazione è crimine organizzato

MELEGNANO – Ambulanti irregolari con merce contraffatta, grandi assenti domenica scorsa. Il 15 novembre nessun giovane subsahariano e orientale ha esposto al mercato. La presenza di rinforzi (Carabinieri e Guardia di Finanza) ha contribuito a fornire l’impressione di un mercato lindo, libero dalla contraffazione.

«Domenica, un mercato come Dio comanda – è il commento dell’Associazione Commercianti melegnanese. – Non c’era una postazione abusiva a terra. Se si vuole, si può».

Caterina Ippolito, presidente dell’Associazione melegnanese, afferma: «Nessuno ci ha detto esplicitamente che la situazione di domenica scorsa è collegata a quello che è successo in Francia. Ma lo pensiamo tutti. So che ieri c’è stata una riunione per la delibera comunale, per le risorse da stanziare in favore della Convenzione con il Comune di Milano. La speranza è che il mercato continui a essere come era domenica».

Poi Ippolito nomina espressamente il crimine organizzato. «Ognuno di noi deve pensare che tutto ciò che è abusivo alimenta la criminalità organizzata, e una parte di questi proventi, è statisticamente provato, va a finanziare il terrorismo. Contraffazione, mercato nero, sono cose che andiamo a pagare care, anche a livello di tasse. Più siamo nella legalità, più le tasse si abbassano. So di essere controcorrente se parlo così. Ma rimaniamo nella legalità».

Marco Maccari, mercoledì 18 novembre 2015 ore 19:44

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@mamacra

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L'inchiesta

Milano metropoli, i reati sarebbero in calo? +22.7% nel 2012, +23.6% nel 2013, +37.9% nel 2014

PARLANO I DATI. Per le fonti Istat l’area di Milano ha conosciuto negli ultimi anni l’aumento, non la diminuzione dei reati: o meglio, di quei reati che riguardano l’immediata e quotidiana sicurezza del residente. Leggendo le cifre reali, e non quelle sventolate dai politici, i reati non hanno fatto che radicarsi e aumentare. Il sito dati.istat.it permette l’outlook dei soli tre anni 2010, 2011, 2012: per il 2013 e il 2014 fanno testo le dichiarazioni della Questura, le pubblicazioni del Ministero dell’Interno e le elaborazioni di Il Sole 24 Ore.

INIZIAMO DAL PRINCIPIO: 2010-2012
Osserviamo l’arco triennale 2010-2011-2012.
I furti. Crescono i furti con destrezza. Nei tre anni l’andamento è del +19.45% (con 20.769 casi nel 2010, 24.556 nel 2011, 25.786 nel 2012).
Furti con strappo incrementati del +27.83% (dai 1426 del 2010, ai 1589 del 2011, fino ai 1976 del 2012).
Ecco le uniche diminuzioni: -2.46% per i furti in esercizi commerciali, (166.131 nel 2010, 162.211 nel 2011, 162.135 nel 2012), -6.52% per i furti in abitazioni con 19.271 casi nel 2010, 16.483 nel 2011, 18.090 nel 2012.

Le rapine. +15.93% negli esercizi commerciali, salite dalle 654 del 2010, alle 596 del 2011, infine alle 778 del 2012.
+29.53% di rapine in abitazione: 167 nel 2010, calo a 155 nel 2011, impennata di 237 nel 2012.
+26.33% nella pubblica via: 1899 nel 2010, poi 2433 nel 2011, infine 2578 nel 2012.

Contraffazione di marchi e prodotti industriali: +18.95% con 389 casi nel 2010, 417 nel 2011, 480 nel 2012.

Truffe e frodi informatiche: principio di crescita, 7775 nel 2010. 7575 nel 2011; 8061 nel 2012. +3.54%.

Clamoroso il riciclaggio di denaro, beni, utilità di provenienza illecita: +30.55% con i 50 casi del 2010, i 70 del 2011, i 72 del 2012.

Dimostrano di stare calando, invece, i reati con gli stupefacenti, passati dai 2540 del 2010, ai 2413 del 2011, ai 2513 del 2012 (-1.07%).
Calano gli incendi (457 nel 2010, 404 nel 2011, 307 nel 2012: -48.85%).
Calano anche gli altri delitti non compresi nell’omicidio né nei reati sopra elencati: dai 34.111 del 2010 ai 30.831 del 2011, fino ai 29.161 del 2012. -16.97%.

Tendenza a scendere per i reati commessi con violenza, come l’omicidio, o contro beni mobili come le auto in sosta.

IL GRANDE EQUIVOCO
Nel triennio 2010-2012, l’unico dato rilevante a essere sceso (variazione inferiore al 10%) è il numero TOTALE dei delitti commessi nell’area di Milano:
– dai 264.067 del 2011
– ai 275.414 del 2010
– ai 259.157 del 2012.
Quindi significa che è tutto falso? Che i furti, le rapine, il riciclaggio, le frodi, la contraffazione, non sono una vera emergenza?

Certo che sono una vera emergenza: la cosiddetta «diminuzione» dei reati è, in realtà, un -6.27%. Meno del 10%. È questo che fa equivocare sul presunto «calo di reati», difeso dalle autorità locali. Ma questo dato è un equivoco e questo presunto calo è un giudizio superficiale. Non tiene conto dell’aumento dei tipi di reati esaminati in questo articolo, che vedono i cittadini esposti al crimine direttamente in prima persona e che vengono puntualmente documentati sui social network per questo motivo.

Non sfugge infatti che il tasso di reati è invece esponenzialmente cresciuto: 6911.1 il tasso nel 2010, 8322.5 nel 2011, 8482.3 nel 2012. L’aumento è del +22.73%.

I REATI NEL 2013 E NEL 2014: L’AUMENTO
In attesa dei dati completi sui reati negli ultimi due anni, ecco le prime cifre ufficiali dichiarate dal questore Savina.
Le rapine in abitazione sono cresciute del +23.6% nel 2013.
Cresciuti i furti con strappo del +16.7% nel 2014, con 2299 casi denunciati: confrontati con i 1426 del 2010, evidenziano che il furto con strappo non ha fatto altro che crescere del +37.97%.
Aumento del +33.5% per la truffa e frode informatica nel 2014.

Dove starebbero diminuendo i reati nelle nostre città?

Marco Maccari, mercoledì 11 febbraio 2015 ore 14:19
Ripubblicato il 30 novembre 2015

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