Satira

Elezioni, andiamo a Teatro

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Dopo di che, ti appare Madre Teresa.

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Elezioni centrodestra. Facciamo che ognuno guarda dove vuole lui.

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L’intenso rapimento del militante a sinistra fa accendere una fiammella tricolore sulla sua testa.

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Fermi così fermi così fermi così: perrrrrfettooooooooooo. Flash.

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Elezioni centrodestra. Teatro dell’Assurdo.

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Forza Alia.

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Quella mano tra i ginocchi è fortemente sospetta.

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Elezioni centrodestra. La mano invisibile.

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Elezioni centrodestra. Il nuovo spettacolo di Giulio Cavalli.

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#pubblicitàelettorale

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Il caso

Il carnevale spiegato. Riflessioni pacate sulla sicurezza

2 mostra santelliIl blog posa le maschere. Una riflessione aperta e saggia sui quesiti posti in settimana

MELEGNANO – L’assessore comunale di Melegnano Fabio Raimondo afferma sui social di avere «provveduto ad adire tutte le competenti Autorità» per «perseguire i responsabili» di «gravissime accuse ed offese che gli sono state rivolte». Sembra chiaro il riferimento ai contenuti che questo blog ha pubblicato nel post «La sicurezza di Raimondo» anche se il messaggio reca un destinatario generico. Il post è un’inchiesta satirica. È una delle categorie di post più seguite su questo blog. Come il pubblico sa, essa è una forma originale di comunicazione con i lettori, ispirata agli albori dell’informazione giornalistica, al teatro popolare e colto, all’umorismo satirico, al pamphlet. Il linguaggio assume pose teatrali, è diretto o selvaggio o scandaloso; anzitutto auto-ironico, fa capire di trovarsi davanti a una lettura particolare della realtà. Una lettura politicamente scorretta ma dichiarativa, anche quando è metaforica; una lettura rigorosa del diritto d’informazione; una chiave di lettura che ammonisce di non considerare le responsabilità pubbliche come se fossero degli assoluti. È abitudine che le autorità politiche lascino che queste forme di comunicazione si sviluppino senza interferire. Se interferissero non farebbe piacere.
Ma è possibile che a volte sia colpita una coscienza, una sensibilità, o una dedizione genuina al proprio lavoro, al proprio vissuto. Questo fa dispiacere, all’opinione pubblica e ai giornalisti. La sede della coscienza è sacra, è preziosa per il nostro mondo moderno. In questi casi, dopo attenta valutazione, bisogna essere pronti alla saggezza.
Di solito, le critiche rivolte alle autorità politiche sono espresse da singoli individui o da singoli gruppi mediante formule di solo rito. Di solito la soglia di attenzione delle autorità ha pareti difensive molto alte, così da «selezionare all’ingresso» le critiche, per smarcare, evitare le critiche inconsistenti e concentrarsi su quelle più mirate, efficaci. Va riconosciuto che questa categoria di post del blog ha una gittata superiore rispetto a quella delle normali critiche. Nel post pubblicato lunedì sono messi in luce dati di fatto riguardanti le elezioni melegnanesi del 2007, sulle quali non c’è attualmente ipotesi di reato, che è comunque possibile discutere con l’opinione pubblica. Sono innanzitutto messi in luce dati riguardanti il presunto background del parlamentare Ignazio La Russa, responsabile del partito Fratelli d’Italia a cui è iscritto l’assessore; La Russa è frequentemente fotografato con l’assessore, è andato in televisione con lui. Questo non implica nulla; ma è un background, quello dell’onorevole La Russa, che nelle fonti giornalistiche, nei documenti giudiziari e investigativi non risulta chiarito in termini di legalità. Su cui pende un possibile rinvio a giudizio. È bene, allora, proporre un’esposizione pacata e civile dei costrutti (cioè dei linguaggi, dei concetti e delle forme) pubblicati su questo blog, nella speranza di ottenere risposte dall’opinione pubblica.

I
Le indagini giudiziarie sul conto di La Russa parlano effettivamente di «38mila euro di rimborsi elettorali gestiti in modo presumibilmente non corretto». Secondo le indagini i rimborsi, destinati al partito Fratelli d’Italia al quale è iscritto La Russa, sarebbero stati «effettuati presso la Camera dei Deputati». Quei rimborsi, è l’accusa a dirlo, sarebbero stati usati da Ignazio La Russa, attualmente eletto in parlamento, per fare «acquisti personali tra il 2004 e il 2010». A novembre 2015 la procura di Roma ha depositato gli atti delle indagini e si prepara il rinvio a giudizio di La Russa per il reato di peculato (clic alla notizia ANSA e alla notizia Askanews). I soldi dei rimborsi elettorali sono soldi dello stato, distribuiti ai partiti dopo le elezioni in base al numero di seggi ottenuti con i voti.
È presumibile in base a due investigazioni della Squadra Mobile di Milano del 2008 (documenti di solo valore investigativo, non penale, non ancora o non affatto confluiti nelle indagini dei magistrati) che vi possano essere stati movimenti tra Ignazio La Russa e l’influente capoclan di ’ndrangheta Salvatore Barbaro. La Russa ha personalmente dichiarato che si tratta di investigazioni mai divenute indagini; che è pronto a tutelarsi con ogni mezzo. È corretto però portare i dati a conoscenza dell’opinione pubblica. Ecco i documenti.
È fine marzo 2008. A Milano «arrivano, sulla scrivania di Ilda Boccassini, alcune informative degli investigatori sui rapporti tra ’ndrangheta e politica». Ilda Boccassini è la coordinatrice dell’inchiesta antimafia Infinito che nel 2010 portò all’arresto di 160 presunti mafiosi in Lombardia. L’informativa datata 11 aprile 2008 è stata depositata dalla polizia presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. L’informativa scrive che «il deputato Ignazio La Russa, attraverso un suo familiare e attraverso tale Clemente, avrebbe fatto contattare Salvatore Barbaro». Secondo l’informativa i due avrebbero chiesto qualcosa di gravissimo: «Un intervento della sua famiglia su tutta la comunità calabrese presente in provincia di Milano, al fine di far votare la lista del Popolo della Libertà».
Tutto questo è scritto in un libro dal titolo Le mani sulla città, degli autori G. Barbacetto e D. Milosa, da pagina 14 a pagina 18. «Chi è “il familiare di La Russa”?» scrivono gli autori a pagina 17. «È Marco Osnato, genero del fratello di La Russa, Romano». Secondo gli autori, «Clemente» è «Marco Clemente, all’epoca titolare della discoteca Lime Light di via Castelbarco, Milano». In cambio della richiesta di «intervento sulla comunità calabrese», il «familiare di La Russa avrebbe garantito a Barbaro che dal 2009 in poi ci sarebbero stati numerosi appalti da assegnare» e, «se vincerà il Popolo della Libertà, i lavori più consistenti (…) sarebbero stati subappaltati a lui» (v. pagina citata).
Nella seconda informativa della Squadra Mobile di Milano datata 19 maggio 2008 (il Popolo della Libertà aveva appena vinto le elezioni) «Marco Clemente incontra Salvatore Barbaro in compagnia di Domenico Papalia, figlio del superboss Antonio Papalia, all’ergastolo. Barbaro e Papalia chiedono a Clemente informazioni sugli appalti promessi prima delle elezioni» (pagina 19).
Non sarebbe l’unica frequentazione di Clemente, genero di La Russa, con ambienti di mafia presunta o accertata. Nelle intercettazioni troviamo Clemente, facendo un passo indietro nel tempo, a colloquio con Giuseppe Amato del clan di Pepè Flachi, boss della Comacina (pagine 15 e 16 del libro). Giuseppe Amato è stato arrestato per associazione mafiosa e condannato a 14 anni di carcere (clic alla notizia della condanna). Le parole di Clemente e Amato sono state intercettate il 17 febbraio 2008. Scrivono le cronache giudiziarie che Giuseppe Amato, detto Pinone, «aveva un passato in Forza Nuova e riscuoteva il pizzo nei locali» (clic a un articolo sui membri del clan Flachi).
Vi sono presunte frequentazioni tra La Russa e il costruttore e imprenditore edile Salvatore Ligresti (motivate da rapporti professionali e fondate su notizie giornalistiche) che sono andate sui giornali (clic alla notizia dei 451mila euro destinati dalla società di Ligresti a La Russa). La percezione di questi rapporti, soprattutto a causa delle costanti indagini della magistratura su Salvatore Ligresti e della sua recentissima condanna, sono materia discussa all’interno delle forze politiche. Anche nella destra e nell’ex MSI. Come scritto nell’articolo dal titolo «Da vent’anni il tumore sono Ligresti e i La Russa», un contenuto riportato in modo fedele all’originale, non automaticamente opinione di questo blog (clic alla notizia del Wall Street Journal Italia, originariamente apparsa sul Fatto Quotidiano). Il Libro Le mani sulla città scrive: «Secondo il rapporto dell’11 aprile 2008 della Squadra Mobile di Milano, l’operazione tra Clemente e Barbaro potrebbe coinvolgere un noto immobiliarista siciliano che opera a Milano. Chi conosce La Russa e i suoi rapporti non può fare a meno di pensare a Ligresti» (pagina 17). Non automaticamente tutti questi dati formano l’opinione del blog su Ignazio La Russa, affermato come professionista e politico. Ma allertano, e devono essere chiariti diventando materia urgente di opinione pubblica.

II
La notizia raccolta dal blog sull’ingresso dell’assessore Raimondo nel comune di Melegnano nell’anno 2007 (ingresso legittimato dal sindaco di Melegnano che lo nominò personalmente; la legge non lo vieta) è di dominio pubblico in Melegnano.
La notizia che riguarda una presunta attività di promozione che l’assessore fece nel 2012 durante la sua campagna elettorale presso le case popolari, è in verità anch’essa di comune dominio in Melegnano; su di essa non pendono notizie di reato né scandali giornalistici o giudiziari; le fonti non l’hanno presentata a questo blog come costituente reato. Oggettivamente, la promozione presso l’elettorato popolare è in linea con l’indirizzo politico tradizionale di Fratelli d’Italia, il partito dell’assessore, che ha riguardo per l’ambito dei servizi sociali e quindi degli alloggi convenzionati. È comunque un territorio minato per i partiti. Romano La Russa, fratello di Ignazio e membro del partito, si trovò coinvolto in un’indagine su un finanziamento illecito in ambienti vicini all’edilizia popolare. Il finanziamento illegale consisteva in 10mila euro consegnati a Romano La Russa da una società che gestiva l’edilizia popolare. Ma il finanziatore è stato condannato, Romano La Russa è stato assolto nel 2013. Inoltre sono territori diversi; questo è territorio di appalti, mentre il fatto di promuovere una campagna elettorale è territorio di elezioni. Non necessariamente una casa popolare è mafiosa, anche se l’immaginario pubblico può essere portato a farsene l’idea e il blog.
Ma è corretto che, viste le critiche e le notizie riguardanti La Russa, si osservi nell’ambito delle case popolari melegnanesi un grado massimo di trasparenza. A causa delle continue notizie giornalistiche e delle denunce sulle irregolarità degli alloggi. Che preoccupano (clic a Il Cittadino di un anno fa, 22 gennaio 2015, e a una notizia più recente sullo stesso giornale).
Le informazioni sulla campagna elettorale del 2007 sono riscontrabili presso gli uffici comunali in piazza Risorgimento. Si informa che le fonti protette consultate da questo blog sono coperte da segreto professionale, come disciplinato dalla legge; le fonti non hanno mai parlato di reati.

III
Carissime lettrici, cari lettori. Nel nostro mondo moderno non si vive di assoluti e se l’opinione pubblica chiede alle autorità di non salire su un piedistallo non può salirci anche lei. Questo blog afferma con forza il valore pubblico e la preminenza della scrittura, dei rapporti tra lettori e scrittori, dell’informazione e dei generi letterari che la disciplinano. Va riconosciuto comunque che questi valori non devono essere per forza degli assoluti. Il blog ha allora il coraggio di posare le sue maschere e di essere chiaro nei confronti dell’importante sfera della coscienza.
Così riesce meglio comunicare che c’è in gioco la coscienza civile di una città. Le battute, le barzellette giovanili sui personaggi politici riportate su questo blog sono e restano tali: barzellette. Solo la barbarie le eleva a metro di giudizio. Nella Melegnano reale le prossime elezioni non sono lontane e le forze politiche hanno iniziato il confronto pre-elettorale. Certamente non è opinione del blog che, oggi, un partito come quello di Fratelli d’Italia offra un background politico del tutto credibile, visti i dati giudiziari e investigativi, visti i dati disponibili sui responsabili e Ligresti; viste le irregolarità continue negli alloggi popolari melegnanesi. È vero, la vicinanza politica non significa automaticamente vicinanza o continuità di comportamenti: c’è sempre la coscienza. Certo di condividere l’opinione pubblica, il blog spera solo che esprimendosi in questa forma sia più facile per l’assessore e i rappresentanti rendere chiari, nel modo che preferiranno, i quesiti offerti da questo post, che ha la pacatezza e la saggezza di non interferire in modo barbaro con la sfera speciale di una coscienza. La nostra.

Mercoledì 27 gennaio 2016 

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L'inchiesta satirica

La sicurezza di Raimondo

SONO LE 17:00 di martedì 29 dicembre 2015. Rita Capriotti, commercialista e assessore, educatamente sale in palazzo Broletto per raggiungere l’aula delle adunanze. Sta andando al lavoro. Nella stanza saluta i colleghi, saluta il sindaco e il segretario generale. Due delibere sono stese sul tavolo pronte da firmare. Sono la convenzione con il comune di Milano, contenente la richiesta di 10 vigili di supporto al mercato domenicale, e la ripartizione del denaro incassato con le multe del 2015. Hanno importi del valore di 1,9 milioni di euro la prima, di 15.652 e 15.421 euro la seconda. Riguardano la Sicurezza e la Polizia.

In questo istante Rita Capriotti si accorge che manca un collega. Non ha salutato l’ultimo assessore, l’uomo i cui incarichi sono sul tavolo quel giorno. È Fabio Raimondo. Ma è assente. L’assessore incaricato alla sicurezza pubblica e alla polizia locale non verrà a fare il suo lavoro.

RADARISTA 1: LA COMUNICAZIONE, #FONDAMENTALISMOITALICO
Melegnano lo paga 18mila e 750 euro lordi l’anno. Raimondo vive a 38 anni con un doppio incarico politico in due comuni diversi, con un terzo incarico in un distretto sociale, con un quarto incarico nel partito. A Melegnano è assessore dal 2007.
Osserviamo l’immagine di copertina. La foto, scattata nel luglio 1950, ritrae un radar doppler della NASA e due operatori del Centro di Ricerca di Langley, Virginia, il primogenito centro NASA. La copertina omaggia l’icona miniaturizzata di questo blog, ispirato al radar e nato nell’80mo anno dalla sua costruzione. Immaginiamo che ciascuno dei due operatori stia captando la storia dell’assessorato così come si percepisce fuori dai normali radar, e ne offra un rapporto. Il primo operatore sta captando il suo lavoro di comunicazione.
Responsabile della nuova Pagina Facebook del comune di Melegnano (creatura clonata da RADAR e figlia del neonato ufficio stampa comunale, sul quale è stanziato un fondo bebé di 27mila euro) Raimondo è colui che ha condiviso le fotografie dei poliziotti di Milano e Melegnano, usciti in pattuglia domenica 17. La pubblicazione di queste foto in forma di vignette da parte di RADAR ha riscosso «un successo catastrofico», generando un flame memorabile. Lettrici e lettori hanno riso tre giorni dal 19 al 21 gennaio. Le foto di RADAR sono comparse come un ibrido genuino, a metà strada tra il cartoon satirico giornalistico e lo storyboard di un cortometraggio dell’ISIS sbarcato in terra milanese. Ridisegnate a mano una per una hanno dato vita a una serie unica nella vita social cittadina. I poliziotti apparivano incappucciati come miliziani dell’ISIS e sembrava che lo Stato Islamico avesse ispezionato davvero le bancarelle di Melegnano.
Alle 72 ore di gioia hanno contribuito anche i moralisti, tirando giù ogni genere di bestemmia. Alcuni, i più onesti, si sono distinti dicendo: «Non mi piace».
Altri hanno commentato diversamente. «Non si capisce», hanno scritto. «Spiegatemele». Occultando così il fondamentale preconcetto culturale, religioso, politico o psicologico con cui hanno affrontato lo spettacolo bizzarro e geniale di RADAR. Costoro con il loro occultamento hanno cercato di nascondere un pregiudizio, quindi un loro personale difetto, dietro a un presunto difetto residente nell’opera di RADAR o nei singoli manufatti giornalistici. Lasciando intendere che il chiarimento, o una spiegazione, avrebbero potuto cambiare qualcosa del loro giudizio finale dell’opera. No. In realtà intendevano dimostrare, a chiarimento ottenuto, che anche la spiegazione li deludeva e che la deludente spiegazione rendeva banale all’origine l’intera operazione, fin dalla mente dei creatori. Tutto pur di negare il fondamentale errore nella loro mente: essersi esaltati per delle brutte foto originali. È come se una ragazza facesse una festa alla moda in un club esclusivo ma, il sabato dopo, una compagna di scuola facesse una festa all’aperto con musica rock dal vivo, band emergenti e il doppio del divertimento. La festa scatenata delle foto di RADAR, consumata dal 19 al 21, è stata un duello tra il riso e il rancore, la commozione e il rodimento, la gioia e il male di vivere e la gioia ha vinto la sua umile vittoria. Il male di vivere non ha accettato di perdere ma, con nuda invidia, ha allungato le mani sulla corona. Sì, perché, vedete: nessuna spiegazione delle vignette cambierà la vostra «comprensione». I fatti, in chi soffre di preconcetti, saranno sempre comunque secondogeniti. Attaccati alla primogenitura ci sono i vostri fondamentali pregiudizi. Che guai a toccarli. Che guai a metterli in pubblico. A tutto ciò, che è un fondamentalismo tutto italiano, non verrà offerta nessuna spiegazione. Viene regalato solo un approfondimento a vantaggio di appassionate e appassionati, a sottolineare la genialità e la brillantezza dell’opera che hanno condiviso.
RADAR ha preso visione delle foto di Raimondo. Soprattutto della foto con gli agenti in tenuta davanti alla sede della Polizia locale, via Zuavi 70. Accorgendosi, con un sorriso, di qualcosa. In apparenza regolare, il linguaggio del corpo era in realtà un po’ maschilista, un po’ centurione. Un po’ esaltato. È come quando un gruppo di donne inizia a commentare un taglio di capelli, un abito, un accessorio, un abbinamento che sembrava onesto e invece rivela particolari catastrofici. È andata come segue.
AMICA CANDIDA «Che facce. Che posers. Tutti orgogliosi della loro guerra».
AMICA MALIZIOSA «Ehi! Ma quante manone sul pacco. Pubblicità per casalinghe? E funziona…?».
AMICA CANDIDA «Ma che dici» (arrossendo).
AMICA STRONZA «Va’ i politici come si mettono in mostra. Altro che pacco. Figurati se perdevano occasione…».
AMICA MALIZIOSA «Ma questo qui magro…? È sfigato?».
AMICA STRONZA «…che falliti. Sembra una foto dell’ISIS».
Contraffare con arte le foto è stata pura illuminazione. Un’intuizione originaria. Una magia di sentirsi vivi, di scoprirsi, con i propri sensi, membri del principio di gioia universale. Perciò anche il servizio fotografico del comune (malcerto e malfatto, malcelatamente compiaciuto, con angolazioni errate o inutili) è stato riconvertito al suo principio: un’operazione mediatica inadeguata, svolta da un comune che interpreta le istituzioni come una sfilata di fanatici. Un messaggio di #fondamentalismoitalico.
Lo studio del marketing ISIS permette di individuare fotografie identiche a quella di domenica 17 con i poliziotti in posa davanti a via Zuavi 70. Per i miliziani ISIS è abitudine posare in foto davanti alle sedi istituzionali conquistate, ostentando bandiere nere dello Stato Islamico stese sulle porte, ai cancelli. Lo stesso per gli ideologi ISIS, in posa fotografica nelle moschee locali, indosso un copricapo bianco.

RADARISTA 2: LA SICUREZZA, #MAFIEPOPOLARI
Il secondo radarista capta il lavoro dell’assessore Raimondo in tema di sicurezza. Il suo report offre lo spettacolo di un background mafioso.
Il testo che segue è accessibile con chiarezza. Per accedere anche al suo livello illuminante serve inserire un codice, il codice RADAR. Eccolo: disimparate a confondere l’identità delle istituzioni repubblicane con l’identità dei partiti. Tenetele separate. I partiti sono solo uno dei molteplici modi di interpretare le istituzioni, di occuparle.
La contraffazione artistica delle foto di Raimondo sottolinea un dato di fatto. Il posizionamento di Fabio Raimondo dentro l’assessorato di Melegnano è una questione di legalità. Non corrisponde ai voti della popolazione. Discende dalla spartizione di potere che i partiti nazionali stanno eseguendo nel Sud Est Milano manu militari (espressione figurata dell’antica Roma, significa: per mano degli eserciti). Cioè con una strategia militarizzata che nulla invidia allo Stato Islamico.
In principio esistevano tre generali milanesi del Popolo della Libertà. La spartizione di potere nel Sud Est Milano nacque da loro. Il primo è Mario Mantovani, ex vicepresidente di regione Lombardia, oggi arrestato per corruzione e in attesa di rinvio a giudizio. Il secondo è Guido Podestà, ex presidente della provincia di Milano, condannato a 2 anni e 9 mesi. Il terzo è Ignazio La Russa, oggi indagato per reato di peculato. I generali nominarono ciascuno il proprio centurione per Melegnano. Erano rispettivamente Vito Bellomo, Marco Lanzani, Fabio Raimondo.
Raimondo entra a Melegnano da assessore nel 2007. Non era iscritto in alcuna lista elettorale. Non fu legittimato da nessun elettore. I documenti elettorali che lo provano erano disponibili sul sito web comunale fino al 2015, oggi sono spariti. Raimondo risiedeva e tuttora risiede a Cesano Boscone nell’Ovest Milano, dove il padre fu consigliere comunale iscritto al MSI. Nel 2007 il futuro assessore Raimondo sponsorizzò dall’esterno i colleghi candidati melegnanesi. A giugno il neosindaco Vito Bellomo gli consegnò l’assessorato. Come il sindaco spiegò cinque anni più tardi, Raimondo gli era stato «imposto a Melegnano dal partito». Fu Bellomo a legittimare con i suoi poteri di neosindaco il posizionamento a Melegnano del triumviro di La Russa.
Nel 2007 Raimondo non aveva svolto nessun incarico nelle istituzioni della repubblica. Era a bottega nello studio legale di Ignazio La Russa, avvocato. Nel 2012, terminato il primo mandato, il sindaco uscente Bellomo si ricandidò a nuove elezioni con Il Popolo della Libertà e finì in ballottaggio. In sede di trattative con le forze politiche per il ballottaggio, tutti gli chiedevano se Raimondo sarebbe ritornato a casa propria. Rispose: «Tutto, ma questo no. Non si può. Raimondo me l’hanno portato per mano da Milano».
200 elettori votarono Raimondo alle elezioni di maggio 2012. Stavolta si era candidato davvero.
Come il sindaco Vito Bellomo, l’assessore Fabio Carmine Raimondo vive la vita dal lato del privilegio. Nasce e muore figlio. Di papà politici. Ne ha due, Ignazio Benito e Romano Maria La Russa. Il nome del loro attuale partito, Fratelli d’Italia, è a loro ispirato. Oggi, da assessore comunale, Raimondo è una rifrazione degli incarichi tenuti dai due La Russa: da Ignazio La Russa come ministro berlusconiano della Difesa e delle Forze Armate, e da Romano La Russa come assessore regionale formigoniano alla Sicurezza in Lombardia. Nel 2012, da candidato, lo schema tattico elettorale di Raimondo fu quello dei La Russa, lo schema delle #mafiepopolari. Chiedere voti nelle case popolari melegnanesi a dei poveri cristi, promettendo riguardi.
Ignazio La Russa, avvocato e parlamentare, è noto ai tribunali e alle forze dell’ordine. Si scopre favorito alle elezioni 2009 grazie ai voti della ’ndrangheta. Come rappresentato dal caso di Michele Iannuzzi e Alfredo Iorio, due procacciatori di voti per La Russa. Iannuzzi e Iorio sono stati condannati al carcere per corruzione e per associazione mafiosa. L’anno prima, nel 2008, le informative della squadra mobile di Milano hanno preso nota di «un contratto siglato tra il deputato Ignazio La Russa e il capoclan di ’ndrangheta milanese Salvatore Barbaro. Scopo del contratto era dirigere i voti della comunità calabrese a vantaggio del partito del Popolo della Libertà. Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente con il massimo interessamento su tutta la comunità calabrese, garantendo i voti. In cambio, la ’ndrangheta di Barbaro avrebbe ottenuto lavoro in subappalti» (leggi D. Milosa su Il Fatto Quotidiano e un altro articolo di Milosa apparso anche sul portale destradipopolo.net).
Ignazio La Russa, patrono di Raimondo, è indagato per reato di peculato dalla procura di Roma: per sette anni dal 2004 al 2010 ha utilizzato 38mila euro, prelevando da un conto corrente aperto nel Banco di Napoli come deposito di rimborsi elettorali. È in attesa di rinvio a giudizio, cioè di convocazione al processo.
I fratelli Ignazio e Romano La Russa hanno un cognato, Gaetano Raspagliesi, in affari con la ’ndrangheta nei call center. Uno che «meno male che c’era lui» (leggi Paolo Biondani su L’Espresso 2013 e il freepress siciliano I Paternesi, pagine 9-10).
Infine Ignazio La Russa, di cui Raimondo è un centurione, nel 2009 e nel 2010 ha ricevuto 451mila euro dalla società di Salvatore Ligresti, un affarista imbottito di indagini dal 1984, protagonista del boom edilizio della Milano da Bere durante la quale era chiamato Don Salvatore. Ligresti è stato condannato per corruzione pochi giorni fa.

CONCLUSIONI
La sicurezza che l’assessore Raimondo ha portato a Melegnano è solo la sua. La sua personale sicurezza di vivere passando per la porta del privilegio. Melegnano è priva di controllo, con furti in aumento, venditori irregolari, trafficanti di contraffazione. Raimondo condivide lo stesso destino di Vito Bellomo: è un contenitore da maxi-incarico pubblico e da multi-stipendio a spese dei cittadini. Al di là di ogni tratto caratteriale non è un caso se una storia popolare su Raimondo e Bellomo, elaborata nei centri dell’aperitivo melegnanese, li disegna così: «Due gay. Anzi, la coppia gay della politica locale, i cui due matrimoni etero sono di copertura».

Lo Staff, lunedì 25 gennaio 2016 ore 6:00

radarmelegnano@gmail.com

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L'intervista

…sindaco Massasogni?

MELEGNANO – «Uno: bisogna portare in campo una grande forza di ricostruzione culturale». Di cosa parliamo? Di associazioni culturali? «No, no, no. Parliamo di senso di appartenenza a una comunità – risponde il segretario del Partito Democratico Alessandro Massasogni; chiamato in causa più volte su RADAR, oggi Massasogni concede un’intervista esclusiva. – Bisogna debellare quello che in questi anni è diventato un sistema, quello della clientela e dell’amicizia. Con questo sistema la società melegnanese si è distrutta. Ognuno pensa per sé. Bisogna recuperare regole precise, dicendo che alcune cose si fanno, altre non si fanno. La città è in preda all’anarchia. Ci sono macerie. Le hanno fatte favorendo gli amici e favorendo le clientele. C’è un sistema politico fondato su questo, i segnali ci sono. Chiari, anche». Secondo punto del programma. «Le opere che arrivano dalla TEM – Cerca-Binasca e le altre – o le sfruttiamo  in maniera positiva o ci si ritorceranno contro. Quando queste opere saranno ormai completate, e avranno realizzato questo anello stradale intorno a Melegnano, la nostra città rischierà di  diventare una città fantasma. Se non agiamo adesso, restiamo con il cerino in mano. Per questo abbiamo elaborato un piano regolatore del traffico urbano alternativo rispetto a quello del sindaco Bellomo. Abbiamo l’ambizione di riunire le periferie con il centro. Il sindaco ha speso 50mila euro per farsi dire che via della Conciliazione deve diventare a senso unico. Abbiamo disegnato un’altra città». Se ne sa poco, in realtà. «Abbiamo fatto una presentazione pubblica ad aprile l’anno scorso. Ne stiamo parlando con le associazioni, i quartieri, i commercianti. Le loro osservazioni diventano parte integrante del progetto a soluzione per la loro zona. L’idea di una ZTL allargata, come la intendiamo noi, non vuol dire che nessuno entra più in città: perché verrà a Melegnano per fare shopping, per una passeggiata, vorrà dire poter lasciare la macchina appena fuori dalla cerchia cittadina e arrivare in centro a piedi. Allora sì che in città si vedrà, come si dice spesso, il centro commerciale all’aperto. Lo si dice per far prendere aria ai denti, perché in dieci anni non è stato combinato niente ed è stato perso anche il treno dei bandi regionali per il commercio, con Lanzani assessore. Ci dicono: i soldi, da dove li prendete?». Esattamente. «Una fonte – è determinato dalla legge – sono le multe. Melegnano ha raccolto 600mila euro di sanzioni: con 600mila euro mettiamo a posto la città». Multe fatte bene, però. «Regole. Poi, se vogliamo che Melegnano rimanga sostenibile, bisogna rivedere l’impostazione del bilancio. Che sia fatto sì dai tecnici, ma deve avere un indirizzo politico. L’unico indirizzo politico di questa amministrazione in fatto di bilancio è stato quello di sforare il Patto di Stabilità». Come ultimo colpo di questa intervista: alle prossime elezioni nel 2017 ci sarà alternanza o ci sarà continuità? «Spero di non rifare gli errori del passato». Sono errori decennali, da quello che si legge. «Un errore è quello di fare tanto per preparare una classe politica dirigente e poi, all’ultimo miglio, non essere pronti. E questo la gente l’ha percepito». Anticipazioni? «In questo momento, nomi non posso farne». No, non i nomi ma le caratteristiche, le qualità del nuovo gruppo dirigente PD. «Bisogna stare al passo con i tempi. Giovani e innovativi. Però io non escludo l’esperienza. I giovani devono avere aperta la strada. L’anziano semmai non deve imporsi, ci sono visioni del mondo totalmente diverse. Meglio che li affianchi per un accompagnamento non invasivo. Bisogna ascoltare anche chi ha preceduto. Per evitare gli errori di chi ha preceduto».

Marco Maccari, lunedì 30 aprile 2015 ore 18:07

mamacra@gmail.com

@mamacra

Il segretario A. Massasogni

 

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L'inchiesta satirica, Mercoledì 17 settembre 2014

L’ira di Django

Vittoria: 2500 utenti dei social (duemilacinquecento!) non dovranno più bersi bicchierini di razzismo solo perché piove o si scippa. Dove? A Melegnano: il gruppo social messo in mezzo dalle nostre inchieste satiriche ha deciso, finalmente, di moderare i commenti intolleranti che scoppiavano a ogni episodio di cronaca*.

C’è Franco che queste cose le sa da una vita. Ha 38 anni. Lavora, ha moglie, figli. La sua città non ha razzismo sui social ma lui, di destra, su certe cose non transige. «È inqualificabile – ha detto. Lo intervistiamo, ma di razzismo proprio non ne vuole sapere: – Mi rifiuto di pensare che la destra locale abbia queste cose. Condanno quei comportamenti. Non mi appartengono in nessun modo. Non ci sono qualifiche, me ne dissocio. Sono cose da idioti».

Franco è il sindaco Franco Lucente, eletto a capo del Comune di Tribiano, al suo secondo mandato; è di destra (dura, pura e istituzionale) da sempre. Oggi è uno dei giovani colonnelli della politica sud milanese. È un razzista? Giudicate voi. «Il problema non sono quei poveri cristi venuti nel nostro Paese – ha continuato. – Il problema è la cattiva normativa, non ben applicata; abbiamo bisogno di regole migliori per il rapporto con il migrante. C’è una certa resistenza nei confronti dello straniero, il quale tende a crearsi da solo un ghetto». Ghetto…? In che senso? «C’è poca apertura. Per forma mentis siamo abituati a catalogare il migrante come un poco di buono. Invece ci sono tanti professionisti immigrati contro i quali guai a puntare il dito». C’è anche un problema politico: «Se si è di destra si viene additati come razzisti – continua – ma trovo più razzismo a sinistra che a destra, in questa accoglienza praticata senza rispettare le regole. Ripeto, il problema è normativo. Soprattutto, di educazione. Guai se non ci fosse la diversità. Io stesso ho scelto di essere uomo di destra per essere un diverso». Le fa male, il razzismo? Le dispiace? «Sì. Sì, mi dispiace, io sono meridionale e ho origini diverse. Il razzismo mi fa male».

Cari amministratori del gruppone melegnanese: questo sì che è un inizio. Anche se qualcosa resta da sistemare**. Non scadiamo più nel razzismo, please: non puntiamo il dito contro il più debole solo perché è debole e in minoranza, ca#@!, è da vigliacconi, non sarebbe vigliacco anche prendersela con voi? In fondo, non siete anche voi in minoranza, spiaggiati dalla crisi, senza un soldo come tutti noi, o tenuti al mondo per grazia di una famiglia? E daiiiii. Viaggiamo tutti sullo stesso barcone, o no?

Dies irae, dies illa
Franco Nero cum sybilla

Guardate che arriva Django. Il discriminato disposto a tutto per riprendersi la sua vita. Il film, un classico dello spaghetti western, nella sua versione originale consacrò il genio attoriale di Franco Nero, interprete onnipotente, né buono né cattivo: unico. Il remake del 2013 con Jamie Foxx e Leonardo Di Caprio rivisita il mito di Django mettendo tutti antieroi bianchi attorno al nero emancipato, né cattivo né buono: nuovo. La scena in cui lui, nero, frusta l’uomo bianco prima o poi doveva arrivare.

E a Melegnano qualcuno ancora si illude che non faremo mai i conti, un giorno o l’altro, con la quantità di egiziani, tunisini, algerini, nigeriani, senegalesi, indiani, pakistani, albanesi, rumeni che abitano e frequentano il posto? Da che parte vorrete trovarvi quel giorno, quando il nero siederà in Comune con una frusta così?

Per pietà non fate come a sinistra, dove vorrebbero arpionare chi è in minoranza. Tipo Pietro Mezzi, l’ex sindaco, che continua a rubarsi su Facebook la foto di RADAR, sempre quella: la vetrina degli spari. Del resto, dove le trova le prove concrete di questo suo impegno contro la mafia, ricorrente in periodo elettorale? Febbraio 2013, candidato alle elezioni regionali: esce il suo instant-book, la mafia a Melegnano. Settembre 2014, candidato alla Città Metropolitana: sui giornali del 4 e 5 settembre, dice: «Episodi simili allineano Melegnano ad altri Comuni del Sud Milano». Ben venga tanta antimafia se lo aiuta a fare campagne elettorali che non gli vanno più di fareQuesta è l’ultima campagna elettorale che faccio» dichiarò a febbraio 2013, in conferenza all’Uva Viva, ai giornalisti Dolcini, Zanardi, Maccari). Mezzi ci fa i voti, con ’sta mafia & antimafia. In pieno stile sinistra.

E se la destra tira fuori la storia dei «microcriminali» (ahahahahahahahahahah: i microcriminali!), come ha fatto un Bellomo scatenato il 10 settembre, almeno aiutatela a buttare giù un’Agenda Sicurezza a sostegno dei cittadini. Ma una cosa come il T9, che ci aiuti a formulare un rapporto con le forze dell’ordine e incoraggi a denunciare i reati (nessuno denuncia: strano, eh? «In caserma i tempi di attesa e la disponibilità mi hanno scoraggiata. Il mio dovere di cittadina lo volevo fare» ci ha dichiarato in esclusiva, l’8 settembre, la cittadina scippata in via Piave). Eh, assessore?

Non vediamo l’ora di un sindaco nero. Uno che fa schioccare la frusta. Intanto ci facciamo i muscoli, come Jamie Foxx. Sapevate che in palestra si pubblicizzano con i corsi di autodifesa? Sentite qua: «Vista la situazione della nostra città, per chi fosse interessato c’è un corso di difesa personale» (Facebook, 11 settembre). Ma va’?

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* «È vero che è un periodo che siamo tutti nervosi e i problemi sono tanti, ma penso che usare toni non sempre appropriati su una pagina che dovrebbe essere di informazione e di segnalazioni non è il meglio per tutti, chiedo a chiunque legga o scriva su questa pagina di darsi una calmata e di usare parole e modi un po’ più consoni, non è sempre bello leggere parolacce e insulti anche perché si passa dalla ragione al torto. Ognuno è libero di dire e scrivere quello che pensa senza bisogno di offendere e insultare» (Melegnano Notizie, 8 settembre ore 09:55).

** 8 settembre, cronaca; marocchino (cocaina in tasca) semina il panico con una mazza: «Moderàti coi commenti per favore, cerchiamo di limitarci per rispetto anche di tutti gli altri». A qualcuno però scappa: «Un 15enne con mezzo grammo di hashish lo arrestano, questo qua non è che lo rimpatriano come in ogni stato civile succederebbe, si aspetta che uccida qualcuno! Ci vorrebbero le milizie private altro che!», e giù di duce duro: «Il tipo è persistente!!! Si vede lo hanno nel sangue!!». Dicesi razzismo. Che si fa? Chi modera i moderatori?

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