L'inchiesta cinica, L'inedito

Il colloquio di lavoro di San Giuliano

«Signor Monti si accomodi». Sentirsi chiamare con serietà lo faceva sorridere. Attraversò un lungo corridoio che lo condusse alla più classica delle sale d’aspetto. Un cumulo di giornali vecchi di mesi occupava un tavolino al centro della stanza, tutto intorno, seguendo la linea precisa delle pareti, era disposta una fila di sedie in plastica. Gerry si tolse lo zainetto che portava fedelmente con sé e si lascio cadere pesantemente su una sedia. Altri due ragazzi attendevano, seduti in silenzio a debita distanza.

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Il viso del ragazzo non gli era del tutto nuovo. Poteva avere due o tre anni in meno di lui, magari si erano incrociati a scuola, o lo aveva intravisto per strada. Il suo profilo serio e nervoso però non lo interessava. Si voltò quindi a sinistra, in direzione della ragazza. Truccata in maniera semplice ma evidente sperava di mostrare di più dei suoi venti o forse addirittura diciotto anni. Gerry amava vantarsi con i suoi amici del suo occhio clinico in fatto di giovani fanciulle. Non solo era capace di predirne l’età, ma anche di stabilire un primo contatto in maniera del tutto impeccabile. Un Don Giovanni, ripeteva continuamente durante le serate, anche se non era certo di chi fosse questo Don Giovanni. Gerry amava ripetere. La ripetizione di frasi, battute, aneddoti lo rassicurava. Era come se riproponendo le sue stesse parole il tempo potesse azzerarsi. Fermando il suo orologio poteva evitare di invecchiare. Non lo atterriva l’idea di diventare “anziano”, di dover maturare, ma quella di perdere il suo fascino, il suo ascendente sulle ragazze.

Si lasciò scivolare sulla sedia, attento a fare rumore. Voleva attirare l’attenzione di quella ragazza che invece continuava a girare avanti e indietro le pagine di Donna Moderna senza nemmeno guardare le immagini. Poteva scorgere la sua apprensione e la tensione dal tremolio irritante delle dita. Nulla. Lo sguardo di lei pareva incollato al magazine. Gerry sbuffò e senza nemmeno rendersene conto cercò il suo iPhone nella tasca destra dei pantaloni. Aprì Instagram cliccando sull’icona delle storie. Si guardò intorno cercando un soggetto per il suo scatto. Un parco giochi per bambini deserto fuori dalla finestra, i suoi due compagni d’avventure, il tavolino di riviste. Per un istante la sua ricerca si posò su un quadro dietro la testa del giovane uomo alla sua destra. Gli sembrava la replica di un dipinto famoso, un cielo blu stellato. No, meglio di no. Con un tocco sullo schermo del telefono decretò il passaggio alla fotocamera interna. Sfoderò il suo sorriso migliore e click. Un secondo dopo aggiunse la didascalia: “alla ricerca di un nuovo lavoro”.

Trascorsero altri quaranta minuti prima che il responsabile del centro per l’impiego lo chiamasse. Gerry non sembrava irretito dall’attesa. Aveva attaccato il telefono ad una presa della corrente e aveva sfruttato il tempo morto per progredire nella sua campagna a Clash of Clans. Prese lo zaino e seguì l’esaminatore nello stanzino dei colloqui. Il suo interlocutore era ben vestito e posato, ma ciò che catalizzava le sue attenzioni era l’acconciatura racchiusa in un nido di gel e lacca. Un look che gli ricordava i personaggi degli anni ’80 di alcune serie tv.

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«Buongiorno! Monti giusto? O preferisce Gerardo?».
«Gerry, meglio». Accolse la risposta registrando mentalmente il nome.
«Buongiorno Gerry. Io sono il dottor Grandi, ma vorrei poter usare il tu, per stabilire una conversazione più informale, una chiacchierata fra di noi tranquilla. Quindi puoi chiamarmi Alessandro». Non attese l’assenso da parte del ragazzo e continuò con quello che sembrava essere un discorso imparato a memoria e recitato più volte al giorno. «Ora parliamo un po’ di te, di quello che vorresti fare, della tua storia, del perché sei qui, e se rimane tempo magari iniziamo a strutturare il tuo curriculum. Che ne dici?». Gerry notò come non si sforzasse nel suo essere amichevole. Sembrava molto bravo nel suo lavoro. In poche parole era riuscito già a vincere la sua reticenza e metterlo a proprio agio.
«Ok, ci sto!».
«Bene, mi fa piacere», disse sorridendo: «ho visto che sei arrivato molto in anticipo, è un buon segno, e mi sembri anche abbastanza rilassato, altro buon segno. Hai già fatto altri colloqui di questo tipo?».
«No, è la prima volta. A dir la verità sono arrivato qui ancora prima. Almeno un’ora fa. Sono uscito di casa presto stamattina. Giusto il tempo di far colazione e via. Sono venuto qui».
«Ok, ottimo. Iniziamo dal principio allora. Studi? O cosa hai studiato?». Gerry dovette trattenersi dal ridere.
«Ehm, diciamo di no. Non studio più da tempo. Anni ormai. Ho lasciato le superiori appena compiuti i sedici anni, e da allora… beh… non ho più proseguito diciamo». Alessandro segnò un paio di appunti sul suo pc prima di proseguire con le domande.
«Vivi qui a San Giuliano giusto?».
«Sì».
«Esperienze lavorative?».
«Sì, ho fatto qualche lavoretto. Come imbianchino ad esempio, ho aiutato mio zio prima che andasse in pensione, aveva una ditta. Poi ho fatto qualche servizio fotografico».
«Nulla di continuativo quindi, giusto?».
«Esatto».
«Età? 24 giusto?». Gerry si limitò ad annuire. «Ok, le domande noiose sono finite. Passiamo alle cose più interessanti. Raccontami un po’ di te, di quello che ti piacerebbe fare, di come passi le tue giornate. Insomma, fammi capire in cinque minuti che tipo di persona sei, così proviamo a capire in che settore potremmo cercare. Ok?».
«Perfetto!», disse prima di prendere tempo per cercare di formulare al meglio la risposta: «Allora, ho sempre vissuto qui a San Giuliano, con i miei. Vorrei lavorare principalmente per poter andare via di casa. Sai, avere i miei spazi, i miei tempi. In casa mi trovo bene, ma non sono libero di fare ciò che vorrei. Mi piace molto il mondo dei social. Mi piacerebbe diventare un buon youtuber, c’è gente che dal nulla è riuscita a diventare ricca e famosa. Ci sto provando anche io. Non è semplice, specialmente le idee per i video. Riuscire ad inventarsi cose divertenti e che piacciano ai tuoi follower, essere sulla cresta dell’onda pure rimanendo originali. Penso che spesso le persone che non ci sono dentro sottovalutino gli aspetti faticosi di questo mondo. Finora però non ho raggiunto dei livelli che mi permettano di guadagnare. Sono sempre sopra le mille visualizzazioni a video, ma la strada è ancora lunga. Però sono ancora giovane… Comunque, generalmente, se devo essere sincero, sono uno a cui piace molto dormire. Sì, so che non è un buon biglietto da visita, ma ricordo di aver letto su un sito che le persone che dormono più di otto ore a notte hanno una attività mentale più elevata. Quando mi alzo controllo i miei social, programmo i post e le foto che devo pubblicare durante la giornata e poi inizio con le attività. Se non ho nessun video particolare da fare registro qualche game-play al pc o alla play. Cerco sempre di rimanere aggiornato sulle ultime release. Una cosa che non bisogna mai dimenticarsi di fare, specialmente quando vuoi crescere come canale è mantenere dei buoni rapporti con la tua fan base. Io cerco sempre di rispondere a tutti i messaggi. Devo essere sincero, do una priorità alle ragazze che mi scrivono. Non le incontro spesso, però diciamo che è una buona vetrina per conoscere delle possibili partner». Sottolineò quest’ultima frase con un sorriso malizioso, cercando l’approvazione di Alessandro. «Infine ci sarebbe l’aspetto del viaggiare, del mostrare tutte le esperienze interessanti che si fanno. Quindi ogni tanto con un paio di amici facciamo una gita, magari anche solo a Milano. Il trucco è personalizzare i selfie, per renderli originali e particolari, senza però dimenticarsi della propria immagine, del proprio brand insomma. Seguo molti influencer e il consiglio principale è sempre questo, cercare di avere un brand che si distingua, che sia unico, per essere riconosciuti immediatamente. Grazie a tutte queste attività ho sviluppato diverse skill. Mi sento a mio agio quando devo parlare davanti alla telecamera, e in generale con le persone. E poi so come gestire una pagina social su Instagram, facebook, Twitter o Snapchat…».
«Ok, sto iniziando un po’ a capire. Posso chiederti cosa porti nel tuo zainetto. Sono curioso».
«Il mio kit di sopravvivenza: ho una bottiglietta d’acqua, mi pare di aver letto sul sito di focus, o forse era un blog che trattava di medicina, che dovremmo bere più di due litri d’acqua al di fuori dei pasti, quindi porto una bottiglia sempre con me; poi un caricatore portatile per il telefono, generalmente queste meraviglie si scaricano in meno di mezza giornata… e magari qualcosa da mangiare. In realtà penso che lo porterei con me anche se fosse vuoto, fa parte del mio stile».

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L’autunno scivolando sulle foglie gialle e marroni prendeva possesso della piazza. Il freddo attaccava i pochi avventurosi: un gruppo di bambini che si rincorrevano agitando dei bastoni come se fossero spade medievali e un gruppo di anziani che urlano nei loro doveri dialetti erano uniti dall’odio per l’allenatore della nazionale di calcio. Gerry si sedette fra questi due quadretti generazionali. Si sentiva in mezzo, equidistante e lontano da entrambi. Dopo mezzora di colloquio era uscito sospirando dall’ufficio di Alessandro. Prese in mano il telefono:

«Incontro finito. È andata bene sì, il tipo era molto simpatico. Alla mano. Però non mi ha convinto. Abbiamo fissato un secondo appuntamento per compilare il cv, ma non so se ci andrò».

Davide Polimeni, mercoledì 22 novembre 2017 ore 9:39
davidepolimeni@gmail.com

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Nota dell’autore: Tre racconti. Tre storie. Tre giovani ragazzi sangiulianesi. Uno studente universitario, un lavoratore alle prese con un licenziamento e un neet (termine inglese per chi non è impegnato in educazione o lavoro). Tre momenti per raccontare quello che ho definito il purgatorio di San Giuliano. Non un luogo biblico, e quanto di più lontano dall’universo dantesco, ma una zona di mezzo, una zona di confine fra una realtà che pare schiacciare ogni speranza e un futuro che appare radioso e a portata di mano. Questi sono solamente tre esempi di vite sangiulianesi, tre spaccati di una società trasparente, annoiata, ma altamente simbolica. Simbolica di quelle che sono le difficoltà dell’essere giovani in Italia. 

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L'inchiesta cinica

I serial killer della pensione

ALCUNI TEMI sembrano non scomparire mai dal dibattito pubblico. Notizie che a cadenza regolare conquistano i titoli dei giornali e danno vita a discussioni infinite. Fra questi, le pensioni acquisiscono sempre più le luci della ribalta, ma come spesso accade, a troppa esposizione corrispondono scambi di idee bruciate. I confronti vengono quindi regolati all’alzo dei cannoni, con la vittoria attribuita a chi sa sparare più in alto, ai serial killer della propaganda.

Esiste un cortocircuito nel dibattere tipico dei problemi della politica, che coinvolge sia l’opinione pubblica sia i politici stessi: si ignorano le domande e si parte dalle risposte. Si parte dalle risposte per costruire la propria domanda, ossia la propria narrazione della realtà.
La crescita delle aspettative di vita porta ad un aumento dell’età pensionabile. Ecco il fatto in questione, il punto di partenza comune per iniziare la discussione. Qualsiasi commentatore dovrebbe partire dalla più banale delle domande, il ritornello preferito dei bambini: “perché?”.

La risposta appare inizialmente banale, ma racchiude in se stessa il nocciolo della questione: si posticipa l’età della pensione perché vivendo di più si passerebbero più anni ad essere improduttivi. Proviamo quindi ora a scomporre in sotto-domande questa spinosa questione.

a) Chi paga le pensioni?

Le pensioni vengono pagate da chi sta lavorando. NON da chi ha già lavorato. Il signor Mario non sta mettendo via dei soldi suoi che poi gli verranno restituiti.

b) Perché io ricevo una pensione?

Le pensioni sono una parte del contratto sociale, ossia l’aiuto che la società decide di dare a chi per sopraggiunti motivi di anzianità non ha più la forza per guadagnarsi da vivere da solo. In un sistema come il nostro quindi la pensione è scollegata rispetto alle scelte di vita personali del lavoratore.

Non c’è un merito, un premio, non c’è un “guadagnarsi” la pensione, ma essa rimane una concessione da parte della società. Una concessione che però appare obbligata perché durante il nostro arco di vita noi facciamo in modo di elargire questo beneficio ad altri e quindi, giustamente, ci aspettiamo di esserne noi stessi beneficiari; in quello che appare un contributo virtuoso.

c) Quindi come si decide l’età della pensione?

La decisione sta nel rapporto fra i soldi che dobbiamo dare ai pensionati e i soldi che siamo disposti a chiedere a chi lavora. Naturalmente aumentando il numero di anziani e diminuendo il numero di giovani che entrano nel mondo del lavoro questo rapporto si trova e si troverà sempre più in disequilibrio totale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare come spesso in Italia le scelte politiche sulle pensioni abbiano regalato bonus, moltiplicatori e anticipi anagrafici per ingraziarsi fasce della popolazione. Siamo arrivati dunque al punto di non ritorno, al momento in cui bisogna fare una scelta.

Nessuno però pare disposto a questo sacrificio. È sempre un altro colui che deve sopperire a questa mancanza di fondi. Come per qualsiasi strumento di tassazione è sempre qualcuno più ricco e più fortunato di noi a doversi sacrificare. È il sottofondo musicale al film della politica che sostiene che qualcuno (la società o lo Stato) ci deve qualcosa, ma nessuno sembra appartenere al quella stessa società (o stato) che deve dare qualcosa. È la paradossale lotta del tutti contro nessuno. 

Appare quasi concettualmente e moralmente sbagliato porre il problema e sostenere che, finché i conti non lo permetteranno, si dovrà lavorare tutti di più. Ed ecco allora il moltiplicarsi di richieste di esenzioni per la propria categoria lavorativa: “Io faccio un lavoro usurante!”, “Sì, ma anche il mio lo è!”. E giù di strepiti, urla e deroghe alla regola.

“Questo significa che dopo 40 anni di cantieri non potrò permettermi di andare in pensione?”. Non c’è risposta politicamente corretta a questa domanda. Rimane disponibile solamente un: “purtroppo sì”. La politica dovrebbe porsi il compito di aiutare lavoratori e aziende a trovare una collocazione diversa del dipendente anziano, cercando una terza via fra la pensione e il reiterarsi di un lavoro usurante. Ma è un compito arduo, non risolvibile nello spazio di un tweet.

Come spesso accade, in passato, sono state prese decisioni senza valutare le ricadute a lungo termine. Ora sta a noi però, riusciremo ad imparare dagli errori del passato o continueremo a procrastinare? Senza dimenticare che nel frattempo in frigorifero abbiamo lasciato a stagionare un formaggio marcio e ormai scaduto da tempo, che alcuni chiamano: debito pubblico.

N.B. Le domande e le relative risposte si riferiscono naturalmente al sistema pensionistico italiano (vd. sistema retributivo, contributivo e misto). 

Davide Polimeni, giovedì 16 novembre 2017 ore 16:05

davidepolimeni@gmail.com

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Cronaca

Via Corridoni, campando al buio senza sapere dove mettere i piedi

received_399529230229616VIA CORRIDONI – Oggi abbiamo voluto accogliere le lamentele di alcuni residenti di via Corridoni, la via al cui estremo si trova la Scuola Primaria di via Cadorna. Dal mese di agosto questa zona di Melegnano, alla sera, si trova al buio in quanto sprovvista di lampioni funzionanti. La via in questione è tranquilla e abbastanza isolata per chi si ritrova a dover rincasare tardi, soprattutto nel periodo invernale. Purtroppo questo è solo uno degli esempi di cattiva illuminazione che, in realtà, colpisce varie parti della nostra città.

«Il fatto che questa via sia così buia crea parecchi disagi – ci ha detto una residente – i marciapiedi non sono in buone condizioni e camminando qui di sera, o di mattina molto presto, non si riesce a vedere dove si mettono i piedi; ciò è rischioso soprattutto per anziani e bambini. Per i ragazzi giovani, invece, il problema è la paura di muoversi da soli in una zona totalmente priva di illuminazione, e così isolata in certi orari».

Martina Papetti, sabato 14 novembre 2015 ore 15:09

martina_papetti@libero.it

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L'intervista

Bar Notte

f2e450b6067fd5e90f69c8ffec2a7e16MELEGNANO – 22 anni, da due anni e mezzo imprenditore. Marco è il primo titolare di un bar in città a decidere di fare orario notturno. A RADAR racconta le sue idee.

«L’idea dell’orario notturno nasce da un preciso fattore. I ragazzi hanno bisogno di divertirsi e di passare del tempo fuori di casa. Senza certi tipi di pressione. Per il piacere di stare in compagnia, senza dover usare veicoli per uscire dalla città. Problemi di sicurezza finora non ne ho incontrati, forse per il fatto che, quando rimani aperto tardi, fai in modo che il movimento nel tuo locale renda la piazza più tranquilla. Tutti i giorni ora come ora sono aperto fino alle 2. Finiti i lavori di insonorizzazione del locale, cosa che ottiene agevolazioni negli orari, nei fine settimana l’apertura verrà prolungata alle 4. Ho scelto i weekend perché la concentrazione della clientela è sicuramente nel fine settimana, i ragazzi che vengono per la maggior parte sono studenti universitari che durante la settimana hanno orari di uscita molto inferiori.

«Aprire un bar, oggi? Ci vuole voglia. Dall’esterno può sembrare tutto semplice: sto dietro a un bancone; la fatica è poca; il bar funziona a prescindere da quanto posso lavorare… Ma è un pensiero sbagliato. Ci vuole tempo, ci vogliono sacrifici. Molti giovani, anche con la famiglia, si cimentano in questo lavoro, che poi non si dimostra quello giusto per loro, proprio perché vedono la cosa con eccessiva semplicità. Per questo lavoro mi sono informato, ho studiato, ho imparato tecniche particolari, concentrandomi su quello in cui sono personalmente più capace, in un momento in cui l’abilità personale fa tanto rispetto a tempo fa. Prima bastava lo studio, bastava il pezzo di carta. Il lavoro funzionava lo stesso anche senza bisogno di differenziarsi. Oggi per far funzionare un locale bisogna avere una marcia in più.

«Non saprei dare un nome preciso alla tecnica manageriale che prediligo. So, in quanto giovane, che il bisogno dei ragazzi è di potersi divertire e stare in tranquillità. Quindi applico la mia forza e il mio lavoro a vantaggio dei loro bisogni. Lavorando su tempi anche leggermente più lunghi della media, ma fare sì che per i ragazzi diventi un’abitudine associare il mio locale a un mondo creato apposta per loro.

«Nella ristorazione si vede non dico una crisi ma un netto aumento dei costi. Fortunatamente nel settore alcolico c’è un buon consumo: ciò che purtroppo incide su di noi, ultimi venditori, e sui consumatori, è un peso di accise e tasse che si fa sentire. Non è più un fattore di crisi, è che il prezzo finale del prodotto alcolico diventa troppo alto per andare a comprarlo spesso.

«Dire la mia sul concetto di divertirsi bevendo, o di bere divertendosi? Direi che sono cose che possono viaggiare all’unisono. Significa bere bene, quindi non cose che si bevono in discoteca, o cose di qualità abbassata per interesse di guadagno maggiore, che vanno a incidere sull’organismo, sulle persone. Uno, due drink di quelli fatti come non si devono fare, non a norma, non conosciuti, con liquori di scarsa qualità, non sono più bere, ma stare davvero male. In un posto invece dove l’utilizzo del liquore è buono e in cui conosco quello che si beve, automaticamente posso anche andare a bere quel bicchiere di più senza dovermi ritrovare a stare male, tornando a casa tranquillo dopo essermi divertito in amicizia».

Marco Maccari, venerdì 18 settembre 2015, ore 12:06

mamacra@gmail.com
@mamacra

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