L'inchiesta

Il «sistema illecito» di Melegnano

Dall’ordinanza del giudice per le indagini preliminari. Il «sistema illecito» di Melegnano: intercettazioni, testi, indagini della Procura, tutto sulla «turbativa di appalti» nell’Azienda Ospedaliera: la prima parte del servizio pubblicato un anno fa su Il Melegnanese.

Il Professore. «È vero che ci poteva essere corruzione. Ma non puoi trasformare, per un po’ di corruzione… distruggere tutto. Questo è il punto del problema. Cioè: la legalità è… non è un valore, è una condizione. Quindi se tu la tratti come l’unico valore che un Paese ha, scassi tutto. Eh. Cioè… l’illegalità. L’illegalità c’è in tutto il mondo, bisogna trattarla con con con normalità… non farla diventare una… ogni volta una crociata su qualsiasi cosa, eh. Così distruggono tutte le nostre aziende all’estero. Per… ma è mica possibile… mica…». Parla Gianstefano Frigerio, principale indagato nell’inchiesta sugli appalti di Expo e della sanità lombarda. La dichiarazione è avvenuta nel suo ufficio il 12 aprile 2013. È leggibile tra le intercettazioni contenute nell’ordinanza del 6 maggio scorso, firmata dal giudice per le indagini preliminari Fabio Antezza, Tribunale di Milano. Riprodurre la dichiarazione di Frigerio è di rilievo pubblico evidente: esprime una mentalità opposta a quel concetto di legalità attorno al quale in questi anni la società civile melegnanese si sta dando da fare per il bene comune, in modi sempre nuovi. Ma quella mentalità operava a Melegnano dall’interno. Gianstefano Frigerio (parlamentare classe 1939, tessera DC, poi forzista) o, come viene chiamato dagli intercettati, il Professore, oggi è agli arresti e in custodia cautelare. È indagato come «capo, promotore e organizzatore» di un’«associazione criminosa» operativa a Milano presso la Onlus Centro Culturale Tommaso Moro, via Andrea Doria. È accusato di associazione a delinquere per aver «favorito e assicurato le deliberazioni di proroga e l’aggiudicazione di appalti pubblici presso l’Azienda Ospedaliera di Melegnano, attraverso contatti reiterati, sfociati in doni, collusioni e condizionamenti». È al centro di 2770 telefonate intercettate tra gennaio 2012 e luglio 2013, svolte con «contatti riferiti alle aziende ospedaliere di Melegnano, Pavia, Varese, Chiari, Vimercate, Lecco». E la sua creatura a Melegnano è, nelle parole del giudice, un «sistema illecito», emerso all’interno di un «numero rilevante di contatti con pubblici ufficiali del settore sanitario e imprenditori, finalizzati a controllare il sistema degli appalti pubblici».

La «compagine» di Melegnano… Il giudice la chiama «compagine», utilizzando un’espressione degli stessi indagati. Si tratta di un gruppo di dirigenti ospedalieri e di imprenditori del ramo pulizie. Tutti diretti dal Professore. Il gruppo è individuato nelle persone di: 1. Patrizia Pedrotti, cerrese, direttrice amministrativa dell’Azienda Ospedaliera di Melegnano dal 1 gennaio 2012, in carica (il suo curriculum è online sul sito http://www.aomelegnano.it); 2. Paolo Moroni, di Torrazza Coste, direttore generale dell’Azienda dal 1 gennaio 2012, in carica (curriculum sul medesimo sito); 3. Enzo Costa, milanese, imprenditore attivo nel ramo pulizie per la società Ferco Srl; 4. Bruno Greco, milanese, imprenditore nel settore pulizie per la società cooperativa Co.Lo.Coop.

…e i capi di incolpazione. Nessuno dei quattro è agli arresti. Per il giudice «non ne sussiste l’esigenza». Ma sono diversi i capi di incolpazione ipotizzati nei confronti loro e del Professore. La «Compagine» è accusata di avere «favorito in modo illecito e tutelato in via preferenziale gli interessi di Enzo Costa e di Bruno Greco» nell’assegnazione degli appalti per le pulizie. Nello specifico: «turbativa del procedimento amministrativo al fine di condizionare le modalità di scelta del contraente; disponendo, in luogo di bandire una nuova gara d’appalto, la proroga di 36 mesi per 14.624.002,77 euro». Il primo capo di incolpazione riguarda Frigerio e gli imprenditori Costa e Greco, comprende reato continuato (art. 81 del Codice Penale), concorso in reato (art. 110), corruzione (art. 321), corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319) con aggravante (art. 319 bis). Il giudice dichiara che al momento non ci sono indizi gravi a sostegno di queste accuse, ma ne ipotizza la sussistenza. Il secondo capo di imputazione riguarda anche i due dirigenti Pedrotti e Moroni. Comprende reato continuato e concorso in reato (artt. 81 e 110), turbativa di pubblico incanto o appalto (art. 353). Su questo capo invece ci sono «gravi indizi di colpevolezza».

Chi comanda a Melegnano. Per gli inquirenti, la direttrice Pedrotti in cambio «ricava l’utilità di coperture politiche, appoggi per il trasferimento e avanzamenti di carriera». Il Professore dichiara addirittura il 3 aprile 2013, insediata la nuova giunta regionale, che «per aiutare la Pedrotti» andrà da alti papaveri del Popolo della Libertà, oggi Forza Italia, in Regione e fa nomi e cognomi indicando Mario Mantovani, «uno dei suoi vecchi». Un’intercettazione aiuta a capire il radicamento del sistema. «La prima volta, la prima cosa che mi ha detto quando mi son seduta a Melegnano, mi hanno detto: fai sempre quello che ti dice l’onorevole Frigerio. Me lo ricordo benissimo perché era la fine di gennaio di quell’anno… Sono passati quattro o cinque anni ormai… e quello che mi ha detto è: tu fai sempre quello che ti dice l’onorevole Frigerio, che non lo conosci ancora». Intercettazione di Daniela Troiano nell’ufficio di Frigerio, 1 ottobre 2012, ore 16.24. Troiano, indagata a sua volta, è l’attuale direttrice generale dell’Azienda Ospedaliera di Pavia, ma è stata direttrice amministrativa dell’Azienda Ospedaliera di Melegnano dal 1 febbraio 2008 al 31 dicembre 2010, predecessore di Pedrotti. Il «sistema illecito» di Melegnano risalirebbe a molto prima dell’attuale dirigenza ospedaliera (continua). 

Marco Maccari

Ripubblicato su RADAR mercoledì 21 ottobre 2015, ore 13:32

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Il dibattito

«Il coraggio di dire: episodi isolati»

CARPIANO – Sandro è un ragazzo. Ha 24 anni e scrive: «Nel giro di un anno nel territorio di Melegnano: 1) una tabaccheria prende fuoco, 2) ignoti sparano contro la vetrina di un negozio, 3) scoppia un incendio in un’azienda. E l’assessore Raimondo ha il coraggio di dire che sono solo episodi isolati. Vi prego, fate qualcosa voi di RADAR, perché se stiamo ad aspettare l’opposizione facciamo in tempo a far divorare Melegnano dalla mafia».

Ciao Sandro. Non sopravvalutare le dichiarazioni dell’assessore. Sono state fatte all’interno di un’intervista poco chiara uscita sul Melegnanese, priva di un vero interesse perché mancante di quella che i giornalisti chiamano contingenza di cronaca: cioè un fatto realmente accaduto e di pubblica rilevanza, che motiva l’interessamento di un cronista. Guarda: la domanda sei è scritta: «A così si riferisce?». L’assessore non ha nemmeno fatto la fatica di riguardare e correggere.

Il Melegnanese, il cui costo unitario in edicola è di quasi 2 euro e il cui blog non è aggiornato dal 5 maggio – la cui pubblicazione è stata trasformata a fine 2014 in una colletta di solidarietà a carico dei lettori, a colpi di 35 e 50 euro – ha ancora poco a che fare con la vita cittadina. La poco chiara successione in area direttiva odora di colpo di stato. Giornale da non prendere ancora sul serio.

All’assessore infatti gliene fotte, e male non fa. Scrive risposte a domande che arrivano via email. In Fratelli d’Italia c’è una destra istituzionale, fedele alla storia del Paese, che trova espressione in uno o due comuni del territorio; e c’è una destra sociale, dalle tante nostalgie mussoliniane, secondo cui il giornalismo è preconfezionare domande/risposte e amministrare equivale a emettere notizie a quest’altezza. Il fascismo borghese – quello perbene, sponda deliziosa per politicizzati melegnanesi dal corpo sociale spicciolo e dalla preparazione politica approssimativa, ma vogliosi di imborghesirsi col cash in tasca e i contatti giusti in agenda: vedi la loro presenza ai tavolini dei gazebo – ancora non permette ai suoi membri di parlare di integrazione mafiosa. Li invita, come detto da Riccardo De Corato il 17 giugno a Melegnano, a «considerare il racket dello sfruttamento della prostituzione» (vai a vedere anche l’articolo sul Cittadino di mercoledì 30 giugno). Cose superate, da Il Padrino.

Episodi isolati? Non lasciamo sola la magistratura ad annegare in una pista di mezzi indizi e di carte gialle. Sandro, sei con noi?

Lo Staff, giovedì 2 luglio 2015 ore 14:10

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70 anni di Liberazione

«Melegnano Città Chiusa»

Fogagnolo

MELEGNANO – Nella sua lettera al Melegnanese pubblicata il 25 aprile 2015, il signor Zacchetti dimostra un paio di cose molto interessanti.
La prima – e la più importante – è che sembra che lui e la sua famiglia siano sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale senza pagare alcun prezzo di vite e/o in termini di danni economici. Se così fosse, beati loro!
La seconda è che non ha ancora inquadrato storicamente né la dittatura fascista né la guerra di aggressione in cui ha trascinato il Paese né – tanto meno! – la guerra civile, di cui unico responsabile è il dittatore che fonda la Repubblica Sociale Italiana per obbedire a Hitler, dividendo in due il Paese mentre era in corso la guerra di Liberazione dall’occupante nazista.
In oltre cinquant’anni di vita da Cittadino consapevole mai mi era capitato di incontrare tutti insieme tanto egoismo personale e civile e tanta ignoranza.
Giusto per rimettere le cose a posto, sarà bene ricordargli che il fascismo fu un regime violento: dopo aver preso il potere con un colpo di stato (tale fu la marcia su Roma, attuata con la mobilitazione di quello che Mussolini stesso definì l’«esercito privato» del Partito Nazionale Fascista, costituito da reduci iscritti al partito), in ventidue anni di regime, oltre dieci sono impegnati in guerre di natura politica (Spagna, seconda guerra mondiale, guerra civile) o di espansione coloniale (Libia, Somalia ed Etiopia).
Sarà bene, poi, ricordare a lui e a tutti gli immemori alcune delle sanzioni del Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, suggerendo loro di leggersi bene anche le tre premesse di quel trattato.
Le sanzioni territoriali ci costrinsero a restituire la Dalmazia, la Slovenia e la Croazia, regioni jugoslave occupate per diritto di guerra; rinunciare all’Istria e alle colonie; cedere parti di territorio nazionale in danno della Venezia Giulia, a oriente, e del Piemonte, a occidente. Mentre le sanzioni economiche ci condannarono a pagare, entro sette anni, 360 milioni di dollari ad Albania, Etiopia, Grecia, URSS e Jugoslavia; Gran Bretagna, Stati Uniti e, parzialmente, la Francia rinunciarono alle riparazioni di guerra.
Se a scuola si studiasse la Storia di quel periodo sulla base dei documenti e i futuri cittadini imparassero ad assumersi le responsabilità che il passato fascista ci ha lasciato come pesante, odiosa eredità, non ci sarebbe alcun bisogno della pacificazione perché si saprebbe che ci fu già nel 1948 con l’amnistia Togliatti. Purtroppo, l’interpretazione di quella legge fu affidata alla magistratura che si era formata nel ventennio e l’incredibile risultato fu che i partigiani furono trasformati da testimoni delle atrocità commesse dal fascismo in imputati. Tra l’altro, i criminali di guerra fascisti (circa duemila, individuati dalla United Nations War Crimes Commission nel 1948) poterono circolare liberamente e, in taluni casi, ricoprire addirittura importanti incarichi di governo.
Per chiudere i conti con quel tormentatissimo periodo, è necessario ricordare che 2.274 fascicoli di stragi e omicidi perpetrati da nazisti e fascisti, separatamente o insieme, furono nascosti nel cosiddetto «armadio della vergogna» per oltre cinquant’anni, per ragioni di politica internazionale (scoppio della guerra fredda), danneggiando ulteriormente i famigliari delle vittime di quegli efferati, imprescrittibili crimini, che non poterono ottenere giustizia. Di quei fascicoli, solo nel 1994 ne furono passati appena 695 alle procure locali della magistratura militare che arriveranno a giudicarne soltanto 38, tra conclusi e ancora aperti. Ciò significa che la stragrande maggioranza dei fascicoli di quelle stragi (95% circa) non arriverà mai a sentenza e i criminali di guerra che le provocarono (eventualmente ancora vivi) la faranno franca.
Certo, i benpensanti che sono passati indenni attraverso la guerra rimangono freddi di fronte a questi numeri: la loro indifferenza di oggi è la stessa di allora, quando lasciarono ai Partigiani il compito di difendere la dignità del Paese, indifferenti agli insegnamenti di Mazzini che «più della dittatura, temeva la libertà recata in dono».
La lettera di Zacchetti, poi, tocca il ridicolo quando si scaglia contro l’ANPI e «Bella ciao», canzone della Resistenza che oggi in tutto il mondo si canta per inneggiare alla libertà e alla democrazia. Vorrei rassicurarlo: le associazioni partigiane cattoliche e laiche sono vive e ben presenti nel panorama dell’antifascismo. Quanto alla denominazione, capisco che Zacchetti sia abituato all’idea del partito unico, in cui era vietato pensare con la propria testa, ma nell’odierna società plurale gli associati hanno il diritto di scegliere da soli come chiamarsi!

Sergio R. Fogagnolo – Presidente ANPI Melegnano, sabato 16 maggio 2015, ore 8:30

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L'inchiesta satirica

Un Cornalba è per sempre

VEDIAMO UN PO’. Pagina 1. «Cari cittadini, un’altra grande opera eccetera eccetera eccetera. Tanti pendolari, sì, sì. Stazione, piazza 25 Aprile, za za za… marciapiedi, parcheggio, sistemazione, illuminazione, area, nuovo, informazioni, anche, sottopasso, ovest, ascensori. Importante, trenta minuti, garantirà. Permetterà. Lallallà», sì, dai, pagina 1 è un rap sulla nuova stazione. Ma ha detto: «parcheggio»? Sì, «circa 80 posti». Pagamento? 1,50 euro l’ora? Uhm. Non è scritto.

«NUOVO SLANCIO AL COMMERCIO DI VICINATO: nonostante la crisi nascono nuovi negozi», pagina 4. Quanti? Quali? Non è scritto. Guarda guarda. «ALTA L’ATTENZIONE, SENZA STRUMENTALIZZARE». È il bar Jolly? Infatti: «Mai si abbassa la guardia. “Ci sono indagini in corso – spiega il sindaco Bellomo. – Quindi rimandiamo i giudizi». Ma chi sta facendo le indagini, da quali uffici? Come sta relazionando le forze dell’ordine e l’Amministrazione melegnanese? No comment.

«Biblioteca, rivoluzione» (pagina 10). Bene. Un milione di libri, 15 prestiti/prenotazioni in contemporanea. Internet gratis. 600mila utenti. Inizia oggi, 3 marzo. Bello, e tutto scritto. Fosse interamente così il Bollettino Comunale. Invece abbiamo inutili doppioni copiati dagli articoli che escono sul Cittadino ogni mattina firmati da Stefano Cornalba: esponente del giornalismo operaio del tempo che fu, quel giornalismo che, lo fai una volta, lo fai per sempre: mattinata dall’informatore, l’informatore aggiorna il cronista, pedalata sul posto per una controllata e via il pezzo in redazione. Zero pretese. Il mestiere lo impari facendolo, ti aggiorni leggendo i colleghi; diventi inviso ai liberali e agli uomini nuovi ma il potere baffuto apprezza il tuo tono all’antica. Nella notizia badi al sodo e sai ciò che i tuoi lettori, la popolazione pensionata – quella che il giornale addirittura lo va a comprare – vuole o non vuole, capisce o non capisce, finge o non finge di sapere: tradizioni, superstizioni, trivialità. Quel giornalismo che non fa inchieste: fa fare il direttore. E Cornalba è direttore temporaneo del Melegnanese, successore di Daniele Acconci, esponente di un giornalismo critico e propositivo: ma uscito nel 2014 dalla direzione del periodico cittadino tra mille misteri –

a questo punto il Bollettino lo strappi in due, sminuzzi i fogli e fai pulizia come devi. Lasci andare l’acqua. Fine del Bollettino Comunale. Un foglio lindo ce l’hai ancora: è pagina 14, l’articolo propagandistico di Forza Italia: «La città è viva». Viva la Stazione Ferroviaria: «Arrivano circa 100 posti auto che risponderanno alla “fame” di parcheggi». In copertina erano circa 80, in dieci pagine sono diventati 100: «Un cronico problema della nostra città, ma anche espressione diretta della sua vivacità»… Telefoni alla Sfinge per sciogliere l’enigma.

Vogliamo innovazione, azzardo, rischio, comunicativa. Vogliamo appello a potenze trascendentali: vogliamo lettura del futuro. Perciò abbiamo estratto un tiraggio di Tarocchi all’Amministrazione Bellomo secondo il metodo Camoin. Pubblichiamo solo le primissime carte di una serie molto lunga.

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Iniziamo. Esce a sorte l’Empereur, l’Imperatore, numero IV. Esce a rovescio: quindi è negativo. Non c’è impero sulle cose. Seconda carta: l’Hermite, l’Eremita, n. IX, che va a piazzarsi subito a correttivo dell’Imperatore in fase negativa. L’Eremita è il simulacro del coraggio indipendente della verità. Terza: le Chariot, il Carro, n. VII, uscito a rovescio. Il Carro contiene i simboli del potere di esercitare controllo sulle energie in tuo possesso, anche quelle contrastanti. Quarta, le Diable: il Diavolo, n. XV, da piazzare a rimedio del Carro storto. Il Diavolo è la carta delle motivazioni profonde, di chi si «arrende al proprio ego» e tocca la libertà.

L’assortimento è perentorio. Compone per quattro volte un’immagine umana intera, un individuo, nelle prime due (foto in alto, colonna di sinistra) di aspetto virile e maturo, nelle altre, colonna di destra, di aspetto ambiguo (il Carro) o chiaramente androgino (il Diavolo). Il simbolo del potere è presente tutte e quattro le volte: è lo scettro, prima nelle sue sembianze vere e proprie, poi come bastone da viaggio, poi scettro trionfale, infine fiaccola ardente. Lo scettro è il bastone che l’antichità asiatica conferiva ai capi per amministrare la giustizia, la religione, la comunicazione (quindi la comunicazione è un potere istituzionale). Facce su facce popolano le immagini: imperatore & eremita hanno identico volto ma cinque facce ha il Carro, sei altre facce ha il Diavolo.

Primo messaggio: imperatore a rovescio & eremita a rimedio parlano della stessa persona (identico aspetto, abito identico) contro il cui governo si è rivoltata la realtà delle cose: la persona necessita di immergersi in un’attività di problem solving individuale e indipendente, sciolta da qualsiasi benedizione superiore: l’Amministrazione Bellomo ha bisogno di una battaglia sincera, sua, rischiata in prima persona.
Il trionfo elettorale si è rovesciato, la carriera è compromessa e le energie sono fuori controllo: a rimedio, soltanto una spietata onestà con se stessi e con gli altri riaccenderà favore e concorso della città. Nessun tesseramento dei subalterni? Manipolazione da parte dei più forti? Questioni di favoritisimi, di verità negate, di orientamenti sessuali repressi, così tipiche nelle strutture di partito?

Anche qui rischi altissimi. Ma la vera notizia delle immagini è clamorosa. Tutte e quattro le immagini assolutamente non parlano di uno strapotere esercitato dai nostri eletti: al contrario, secondo il percorso dell’estrazione la dittatura salverebbe tutto. Lette coerentemente, queste immagini smentiscono totalmente l’idea di un Sindaco Bellomo dittatore e decisionista, viziato e prevaricatore e impongono una questione nuova: l’attuale Amministrazione, del tutto in grado di governare, è invece esternamente, interiormente e costantemente repressa.

Chi e cosa sta impedendo di amministrare?

Sotto le reali mire di chi si trova veramente la Città?

Lo Staff, martedì 3 marzo 2015 ore 15:30

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