Diritti di Tutti

«Puzzano, stuprano, chiedono l’elemosina, vivono nelle baracche, da 2 diventano 4, 6, 10. Rimpatriateli»

DAL BLOG «FRIULI MULTIETNICO» — «Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.

Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.

Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione».

Il testo riporta circola in alcune varianti. Questa, ritenuta la forma più attendibile, è tratta da «una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912».
La fonte risulta essere questa.

Se vuoi leggere questo post sul bel blog Friuli Multietnico, clicca qui.

Venerdì 15 giugno, ore 13:33
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Comunità Virtuale & Comunità Tribale

San Giuliano: trovato vaccino anti-Ebola, inizia sperimentazione di vaccino contro intolleranza, odio online, razzismo

«È TU SIGNOR BUONISTA, sei contento che ti piacciano in casa, che non pagano biglietto, che vanno in giro con il piccone , che picchiano e violentano le donne. Questa è la risposta no dei razzisti ma di chi vuole che tutti rispettino le leggi . In primis chi è ospite . È no dire a ne non potete fare niente. Smettetela di fare i buonisti per niente
Pregiudizio sociale a sfondo razziale è continua dicendo sul web.
Lei è convinto che sia un pregiudizio razziale, non una constatazione di tutte le cose brutte e i loro modo di vivere fregandosene delle leggi. Leggi che noi rispettiamo a parte i mafiosi o ladri ecc ecc co ne in tutto il mondo. Queste persone non vogliono essere aiutate, loro Vogliono pretendono. Mio parere» (utente identificato).

«Fai questo test: prendi l’aereo e vai a Monaco di Baviera, piscia su un albero e poi resisti alla polizia. Vediamo cosa ti succede. Saluti» (utente identificato).

«Il Maccari confonde gli immigrati con le persone senza titolo per rimanere sul territorio nazionale. Bene vedrebbe lui un rinfoltimento delle schiere pauperiste léniniste, visto che ultimamente languono e quasi nemmeno entravano in parlamento. No, li confonde e non per filantropia ma per convenienza; tenesse davvero alla vita di questi diseredati, si batterebbe perché chi ha regolarmente ottenuto cittadinanza o permesso di soggiorno e lavoro non venga confuso con i disperati che non dovrebbero essere qui e che andrebbero fermati all’origine, con la cooperazione internazionale e progetti di sviluppo. No, il Maccari li confonde e un po’ cinicamente accetta che vivano da sbandati, senza un posto dove vivere, una prospettiva di lavoro, una aspettativa di vita. Non importa se anche gli onesti – una volta che hanno ricevuto il foglio di via perché non titolati a rimanere in Italia – si troveranno a vivere di espedienti quando non di crimine, perché dovranno pur mangiare. No, la nuova filantropia è quella di farli stare tutti qui e recluderli a due euro al giorno negli ostelli requisiti, a vita. Senza lavoro, senza donna, senza futuro. La filantropia di Maccari» (utente identificato).

IL VACCINO rVSV-ZEBOV

Attenzione: in Congo, nella capitale, dove vive più di un milione di abitanti, nuovo caso di virus Ebola. Proveranno il rVSV-ZEBOV, un vaccino che pare funzioni.
Forse anche in Italia serve un vaccino per le menti delle persone che hanno dentro di sé il verme dell’odio, dell’intolleranza, e della razza. Nero, giallo o bianco, siamo tutti esseri umani, e se tagli quelle vene il sangue è sempre rosso.
Forse serve una «informazione-formazione». E non solamente un pappagallo che ripeta le idee altrui. 

L’aspetto del virus Ebola al microscopio. Mortale fino al 90% dei casi, il virus si trasmette da persona a persona ed è comparso in Africa occidentale a partire da pipistrelli infetti. Prende il nome dal fiume congolese Ebola in cui nacquero i primi focolai. Nel 2015 un medico italiano fu colpito da Ebola; guarì grazie alle cure dell’istituto nazionale per le malattie infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma.

Serve un’informazione consapevole. Non piace come esordisce questo utente: «Confondere gli immigrati con le persone senza titolo». Come se certe persone non fossero uomini, donne e bambini bisognosi d’aiuto, solo perché «senza titolo». Come se un foglio facesse la differenza fra uomini e chissà quale altra categoria.
Secondo. Ci vorrà pure una regolamentazione, con l’aiuto internazionale; ma perché non si parla mai di inclusione? In molti dicono via i clandestini, ma perché non pensano di allargare il loro punto di vista? Come se tutti i clandestini fossero delinquenti.
Terzo punto: perché puntano, tanto facilmente, il dito contro gli immigrati ma non fanno altrettanto quando a compiere atti gravi sono gli italiani? Due pesi e due misure, come si dice. Se vuoi pene più severe allora devi volerle per tutti. Non piace il discorso «abbiamo già i nostri e allora via gli altri». 

Piacciono l’inclusione e la giustizia, uguali per tutti; la verità chiara, evidente, che tiene il passo atletico di un’agile democrazia; la luce e il governo dell’esperienza, vincitrici sul vento di parole che iniziano, sempre, con: «Fermare all’origine». E che finiscono senza governare. 

Lo Staff, giovedì 26 maggio ore 9:54
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Comunità Virtuale & Comunità Tribale

«Il ragazzo era a terra, l’hanno riempito di calci e parolacce: “Devi morire”» 

«DUE AGENTI AGGREDITI DA UN SENEGALESE INTENTO A URINARE». È il 6 maggio, Marco Segala, sindaco sangiulianese, posta questa notizia sulla sua Pagina Facebook. La visibilità della notizia è pubblica. Un giovane africano, «cittadino irregolare», è stato arrestato dalla polizia. Urinava contro un’aiuola a Borgolombardo. È stato fermato, gli sono stati richiesti i documenti. Ha opposto resistenza. «Naturalmente era clandestino» conclude il sindaco.

San Giuliano si scatena. I commentatori del sindaco hanno festeggiato l’arresto come un miracolo. I toni non sono freddi: linguaggio di odio, intolleranza, espressioni a sfondo fascista e razzista:
«Spero gli arrivino un bel pò di manganellate in caserma» (utente firmato).
«È una vergogna fanno tutto quello che vogliono. Complimenti ai ragazzi che l’hanno arrestato» (utente firmato).
«Naturalmente era un clandestino!» conclude un altro utente.
«Io acconsentirei anche qualche manganellata un più, di quelle sane che lasciano l’ematoma» (utente firmato).
«Calci nel culo e spediti al loro paese» per un altro utente.
«Questi CLANDESTINI VANNO RISPEDITI A NUOTO DA DOVE SON PARTITI. SE NON VOGLIONO RITORNARE A NUOTO FARLI CAMMINARE SULL’ACQUA» (utente firmato).
«Continuiamo a sopportare questa marea di corpi estranei e finiremo per essere sommersi», (utente firmato).
«Un grazie anche a chi predica questa accoglienza indiscriminata e a cui va tutto il mio disprezzo!» (utente firmato).
«Caro sindaco, ho più volte offerto a titolo gratuito della formazione di lotta corpo a corpo metodo krav maga, addestramento militare e ammanettamento alle forze dell’ordine» (utente firmato). «Mi mandi un’email» (il sindaco).

E GLI ITALIANI? PURE GLI ITALIANI

Fatto o bufala? Un commento fuori dal coro ha un altro ricordo dei fatti: «Purtroppo in quel parco non è l’unico che fa certe cose, e non solo clandestini, ma anche italiani, visto che il parco è completamente al BUIO DI SERA, oltretutto chi ha visto la scena, con tutto rispetto dei vigili, hanno seriamente esagerato sia con le mani che con le parole. Il ragazzo era a terra ed è stato riempito di CALCI e PAROLACCE: “DEVI MORIRE ecc…”. Mi spiace solo che essendo troppo buio il parco non è stato possibile fare il video. Io ero lì, il ragazzo reagiva contro i vigili perché non voleva seguirli, io non dico nulla contro i vigili, tanto che una signora voleva chiamare i carabinieri, dico forse che sarebbe stato meglio, secondo me, chiamare rinforzi» (utente firmato).
All’utente viene intimato di denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine: ciò che afferma è grave, è passibile di querela, le viene detto.
Intanto i commenti non cambiano: «Se gli italiani fanno di peggio mi dispiace e spero che gli vengano date due manganellate anche a loro» (utente firmato).

«NATURALMENTE UN CLANDESTINO»

Interviene don Nicola Cateni: «Peccato per quel “naturalmente” ingiustificato, se non forse per compiacere qualche pancia elettorale. Chiedo: i buoni ragazzi italiani che fanno le stesse identiche cose in quale Paese vorrebbero mandare gli illustri commentatori di questo post?».
Alle 22:50 il consigliere comunale Andrea Garbellini condivide la notizia nei gruppi San Giuliano Libera e Sei di San Giuliano Se.
Gli risponde un secondo commento, che riporta una realtà non distorta dei fatti: «Con immenso dispiacere ho assistito a questa scena. Il ragazzo stava urinando dietro una siepe dove tutti i maschietti vanno in continuazione a farla a tutte le ore del giorno e soprattutto ITALIANI di tutte le età. Il ragazzo avrà anche risposto in malo modo ma gli agenti non sono stati da meno, con minacce e parolacce, tanto è vero che sia io dal balcone che il ragazzo abbiamo chiamato i carabinieri. Mi rende triste sapere che pretendiamo l’educazione ma non la mostriamo; resta il fatto che sono rimasta molto scossa e dispiaciuta, poi lui non lo conosco e neppure i suoi genitori, presenti a questa scena. Mi sono solo messa nei panni di una madre al cui figlio scappa da pisciare e si mette in un angolo a farla e te lo trovi ammanettato, pestato e maltrattato perché sta facendo nient’altro che una pipì. Dagli una multa, prendi i suoi dati. Penso che siano partiti tutti, ma proprio tutti, il ragazzo e i poliziotti, troppo in quarta» (utente firmato).

«Tagliategli il pisello così non lo fa più» consiglia infine un utente.

IN CONCLUSIONE?
Una rissa. È stata solo una rissa. Perché un sindaco sente il bisogno di diffondere la notizia di una rissa come se fosse una notizia («Naturalmente era un clandestino») sull’immigrazione? È giusto o è manipolazione? E la manipolazione delle notizie deve passare per gli alti vertici dell’autorità cittadina?

Martedì 15 maggio 2018, ore 14:33
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Comunità Virtuale & Comunità Tribale

Il rifugiato e la bambina

OGGI HO RICEVUTO uno dei sorrisi più belli… sinceri… della mia vita. Ho fatto mettere un euro da mia figlia nel cappellino di uno dei ragazzi africani che stanno fuori dal bar in via Zuavi. No, non oggi, scusa, ieri… e lui ci è rimasto, perché gli ho mandato la bambina.

Gli ha detto: «Perché sei povero?». Lui le ha sorriso, ma non le ha risposto. Le diceva solo ciao, come ti chiami… Io ho cercato di dire a mia figlia che non è povero. Le spiegherò che cos’è un rifugiato.

Comunque lui aveva gli occhi lucidi. Continuava a sorridere. Voleva parlarmi. Credo non fosse abituato.

— Il suolo italiano ospita 136.493 richiedenti asilo nei centri d’accoglienza. Provengono in larga parte da nazione sconosciuta, dalla Guinea, dalla Costa d’Avorio. La Lombardia ne accoglie 21.783. L’area metropolitana di Milano ne accoglie 4919. Le richieste di asilo pendenti nell’area di Milano sono 10.976, secondo l’inchiesta parlamentare del gennaio 2017. Quasi 11mila persone che sopravvivono senza status civile né diritti. Alto il numero di minori non accompagnati, bambini che scappano da soli dalla loro terra: 262 nel 2017. 

Una melegnanese. Lunedì 19 marzo 2018, ore 6:30
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L'intervista

Omar, rifugiato dal Senegal: «Arrivi in un centro d’accoglienza, ti dicono: va’ ad elemosinare, farai conoscenze»

«IL MIO NOME è Omar. Sono in Italia da 3 anni e 5 mesi, per la precisione; sono entrato nel 2014. Sono stato in regime di accoglienza per 2 anni e mezzo. Dopo avere finito quello che chiamano il percorso burocratico per la procedura di domanda di protezione internazionale mi hanno rilasciato un documento valido 5 anni. Oggi vivo a Milano dove ho affittato un locale assieme ad altre persone. Prima ero in un centro d’accoglienza nel sud Milano. Ho fatto anche richiesta per rientrare nello sprar, il sistema di assistenza per stranieri ai quali è stata riconosciuta la protezione internazionale; avevo un lavoro, anche se occasionale, con dei soldi da mettere da parte, insomma c’erano le condizioni. Non posso definirmi un nullafacente oppure un senza lavoro».
Ha 29 anni, Omar, è senegalese. Il suo italiano è fluente. Dal 2016 fa attività di interpretariato. Conosce il francese, parla lingue diffuse in molti Paesi africani come il peul-fula, il wolof. Omar, Facebook è pieno di gruppi locali nei quali gli utenti si sfogano contro gli africani richiedenti asilo. Queste settimane nell’area di Melegnano è stata pubblicata la foto di un richiedente in piedi in un parcheggio, corredata dallo sfogo di donne e uomini residenti. Cosa ne pensi? «Sono critiche che le persone arrabbiate – le definisco così – rivolgono a chi viene da lontano, pensando: queste persone mi vogliono rubare il lavoro. A queste persone non ho granché da dire perché esiste una propaganda politica che, per sconfiggere l’avversario, ha bisogno di sfruttare le persone in quelle che sono le loro carenze o difficoltà. Quanto alle persone davanti a cui ci troviamo spesso nei supermercati mentre sono a elemosinare, posso dirvi: provate a salutarle in inglese. Oltre il 90% di quelle persone parlano inglese; da noi le definiamo con le parole easy life. Tradotto in italiano sarebbe come dire: quelli che non spendono le loro energie, che ricorrono sempre alla facilità. Arrivano in un centro d’accoglienza, si trovano in mano a persone capaci di mentire pensando che questo possa giovare ai propri interessi. Dire andate a elemosinare è una forma di influenza; è come se l’idea di elemosinare venisse proprio dalle persone nelle cui mani i richiedenti si trovano nei centri di accoglienza. Ma di sicuro non perché poi i richiedenti sottraggono interessi o possono ricavare qualcosa. No: è soltanto un altro modo che ritengono appropriato affinché i richiedenti asilo possano in qualche modo dire: ok, almeno, nessuno può dire che non sto facendo nulla». Cadono in mano a persone che le illudono? «Infatti. Mi spiego ancora. Uno che gestisce un centro d’accoglienza tiene conto delle esigenze delle persone che abitano sul posto, i cittadini del paese in cui si trova il centro. Ricordo che la prima cosa che ho trovato quando arrivai nel centro d’accoglienza è questa: quando gli abitanti vedono persone di colore in gruppo, si spaventano. Mi avevano persino raccontato una storia: qualcuno, il sindaco o qualcosa del genere, venne un giorno a lamentarsi. A qualche richiedente asilo fu detto: andate ad aiutare qualcuno al supermercato, qualche spicciolo sicuramente ve lo darà; e anche questo, ed è la cosa più assurda: in questo modo farete delle conoscenze nuove, sono tutte cose che possono aprirvi le porte verso l’integrazione». Quindi c’era chi diceva nel centro d’accoglienza: andate a elemosinare, farete delle conoscenze. Ho capito bene? «Hai capito bene. Uno che in realtà non è in grado di elaborare un pensiero, che non ragiona, la prima cosa che dice è: sì, raccolgo questo suggerimento e vedo se mi potrà tirare avanti. A chi gestisce un centro d’accoglienza fa più paura vedere i propri ospiti in giro che vederli dove ci sono persone umane, che hanno fede, che gettano qualche spicciolo».

Un bambino riflesso nel finestrino di una vettura al confine tra Senegal e Bissau. Manu Brabo, 2014

«NOI 10 CI DAVAMO MOLTO DA FARE CON LO STUDIO»

«La prima cosa che ho fatto quando sono arrivato è stato concentrarmi sulla lingua. Grazie a persone che ho conosciuto fuori dal paese dove mi trovavo sono riuscito pian piano, senza stare a elemosinare sotto i condomini, a migliorare il linguaggio. Se non sbaglio eravamo in dieci circa che ci davamo molto da fare con lo studio. Ci hanno inserito in un centro di istruzione per gli adulti e ci hanno permesso di fare l’esame di terza media. Andando in giro per le biblioteche ero anche riuscito a partecipare a iniziative culturali come la Biblioteca Vivente, che consisteva nel confrontarsi tra lettori e “libri”, che eravamo noi partecipanti, in quanto contenevamo o raccontavamo una storia. Nel frattempo ho dovuto fare un ricorso, visto che non avevo ancora i documenti perché avevo avuto un diniego in prefettura a Milano. Da lì erano nate tante polemiche; avevo scoperto tante cose che rientrano nell’insincerità di quelle persone che gestiscono i centri d’accoglienza. Alla fine mi combatterono personalmente, avevano anche tentato di farmi espellere senza documenti proprio come erano riusciti a fare in passato con altri; solo perché avevo fatto capire ai miei connazionali e ai miei compagni che alle persone nelle cui mani si trovavano importava tutt’altro che la nostra integrazione, il nostro futuro, il nostro bene; ma che erano là per ben altro. Altrimenti perché, rispetto ai regolamenti stabiliti dalla prefettura – e dicendo prefettura mi riferisco anche al governo – falsificavano le cose dicendole come non stavano? Una beffa, praticamente. Io non avevo ancora trovato un lavoro; facevo corsi di formazione professionale da mulettista, da guardia; nonostante vari colloqui non sono mai stato chiamato. Finalmente, quando il giudice mi ha dato i documenti riconoscendomi la protezione internazionale e lo stato di rifugiato, ho contattato una cooperativa che mi ha messo sotto esame, valutando positivamente le mie competenze. Non mi lamento, oggi con la mia attività riesco ad avere di che vivere». Dalla regione in cui sei nato in Senegal sono fuoriusciti tanti rifugiati? Ci sono tensioni militari? «Tensioni militari no. Vengo dal sud del Senegal che comunque alcuni definiscono come zona interessata da conflitti, perché c’è un gruppo chiamato MFDC, il Movimento delle Forze Democratiche di Casamance, un gruppo di ribellione che contesta al governo di avere ostruito quella zona; per cui vogliono l’indipendenza. Ci sono sempre degli scontri tra i gruppi ribelli armati e i militari. A volte attaccano per strada. Comunque c’è anche da capire che non sono solamente quelle le ragioni per ottenere la protezione internazionale. Uno può anche non provenire da un Paese interessato da un conflitto, ma può avere un problema personale come la povertà, oppure una malattia, o altri problemi per cui in caso di rientro la persona potrebbe essere soggetta a violenze oppure a una prigionia di lunga durata. Sono tutte cose che la commissione valuta ai fini del riconoscimento della protezione internazionale». Come valuti il pensiero di chi dice che in Italia il flusso di immigrazione non è controllato, che non è sorvegliato, che non ci sono norme, che gli immigrati africani non sono tutti rifugiati? «Credo sia un pensiero che ho scritto anch’io in un quaderno. Da una parte non sono d’accordo che a uno straniero venga detto che non può stare in Europa perché non è rifugiato o perché non viene da un paese interessato da conflitti. I cittadini di Paesi più stabili, come l’Italia o altri Paesi europei e americani, espatriano verso Paesi terzi per lavorare o per cercare fortuna e lo possono fare in modo molto più agevolato dei cittadini africani. Oggi, se un senegalese o un africano riesce, pur non essendo un rifugiato, a compiere quella che gli stati europei definiscono una migrazione regolare, allora può soggiornare dove vuole, svolgere un’attività con tranquillità e più comodità. E questa è una parte del mio ragionamento su quel tema. L’altra parte è questa: sicuramente sì, l’immigrazione non è controllata. È la cosa che più mi spaventa».

Senegal. Approvvigionamento d’acqua in una fotografia di Sebastião Salgado

«UN MESSAGGIO ALLA MIA FAMIGLIA»

«In Italia si applicano regole europee nei confronti di un migrante definito non regolare e che non ha elementi rilevanti al riconoscimento della protezione internazionale. Ma avrebbero un altro modo di non fargli riconoscere la protezione. Qui in Italia si rimane in un centro d’accoglienza per anni. Poi un giorno si viene espulsi, con un foglio di via in mano. Le persone espulse sono quelle che finiscono nelle metro o che, in altre regioni d’Italia, si costruiscono casette con materiali d’occasione. Questo è molto strano. Se davvero non sarà mai riconosciuta loro la protezione internazionale, anziché lasciarli per strada senza documenti, senza lavoro e senza assolutamente niente, sarebbero meglio secondo me rimpatriarli o farli uscire dal Paese. Ma senza lasciarli nelle stazioni dei treni, a ricorrere alla criminalità, a vendere droghe e sostanze stupefacenti, perché più che venderle le usano, e trovano conforto e consolazione in una dipendenza. Sono cose che non giovano alla sicurezza di un Paese. Su questo avrei qualcosa da rimproverare allo stato, oltre al fatto prima di tutto che, se lo stato decide di far seguire alle persone un percorso lungo 3-4 anni per poi farle finire per strada, allora sarebbe meglio non farle neanche arrivare nel Paese. Perché non sta soltanto facendo perdere loro tempo. Quando arrivano, la maggioranza ha un letto dove dormire, cibo, abbondante o no, delizioso o no, ma qualcosa c’è da mettere sotto i denti; così qualcuno pensa: ok, io ci posso stare, non ho nulla di cui mi dovrò preoccupare. Alcuni osano dire ai richiedenti: sì, restate, noi facciamo in modo di farvi avere dei documenti. Ma nel centro d’accoglienza non si occupano di documenti. Non si occupano di esaminare le richieste di protezione internazionale. Si occupano solo della gestione del centro. E c’è chi a volte mostra non solo di gestire ma anche di voler avere il ruolo di giudice o di relatore». Che cosa pensi del mito dei 35 euro giornalieri regalati ai richiedenti nei centri d’accoglienza? Omar ride: «Abbiamo tanto sentito parlare di questi 35 euro. Ai richiedenti arrivano 2,5 euro. Non 35, ma due euro e cinquanta centesimi al giorno. Al mese, dai 75 ai 75,50 euro, dipende dalla variazione dei mesi. Do un esempio: perché era scoppiata nel 2015 la polemica di quel centro d’accoglienza in televisione? Accogliendo migranti in pochi anni si sono comprati un albergo, non so se a 6 o a 8 milioni di euro. Con un mio amico avevo fatto un calcolo: al mese su un richiedente non spendevano neanche 200 euro. Perché molti dei lavoratori che hanno sono stranieri. Non hanno documenti. Nel centro d’accoglienza c’erano anche dei detenuti: ad alcuni, la cui causa era ancora pendente, dicevano: ti diamo noi un avvocato. Quindi c’erano persone che non venivano assunte secondo quella che è la normalità. Non accettavano che noi cucinassimo lì; dicevano che se ci avessero fatto cucinare avremmo rischiato di bruciare i locali. Ci toglievano anche la caldaia dicendo che, a forza di scaldare, c’era sempre il rischio che la corrente saltasse o che ci fosse un incendio. Erano bugie, dette per evitare di ritrovarsi con bollette della corrente elettrica e dell’acqua con alti costi da pagare». La tua famiglia è in Senegal? «Sì, i miei genitori». Quale messaggio vorresti mandare loro attraverso questa intervista? «Il messaggio è che l’emigrazione non è mai la soluzione ai problemi che abbiamo laggiù». Quale può essere la soluzione? «Credo che la soluzione sarebbe cercare dei modi di lavorare da sé, di guadagnare da sé e vivere lì con tranquillità».

Lunedì 26 febbraio 2018, ore 06:30
mamacra@gmail.com

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La regione di Casamance nel sud Senegal è attraversata da una guerra che dura da 36 anni. I cittadini pagano al conflitto il prezzo più duro e non sostengono la causa dei ribelli, organizzati in una milizia che prende il nome di Atika. Le fotografie in bianco e nero sono dell’autore Manu Brabo, visitabili sul suo sito a questo indirizzo. L’immagine in evidenza sopra il titolo è di Brabo, è visibile sul suo sito e ritrae un giovane di Zuiguinchor, nella regione di Casamance in sud Senegal. 

La fotografia di Sebastião Salgado ritrae la drammatica disponibilità di acqua in Africa occidentale, con possibilità di accesso ad acqua potabile tra le più basse del pianeta. L’immagine è visibile qui.

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L'intervista

«Sono precaria, ho paura, non credo più nello stato. Hitler e Mussolini almeno fecero cose buone»

SUD EST MILANO — «Mettiti in testa che ho cinquant’anni. Ho un lavoro precario, uno stipendio di merda, non rischio la mia posizione. Ho un mutuo e sono pure separata. Io ho dato negli anni ’80, ’90 e 2000, sono stufa di dovermi battere contro il governo; quello di oggi non l’ho nemmeno votato; cercate voi giovani di combattere. No, mi spiace, non sono comunista. Non conosco le tue idee politiche ma per me Mussolini negli anni ha tolto tanto, ma ha anche dato tanto. Viva il duce. Ma non c’è più speranza. Mi ritrovo con un governo che non ho votato, che non è stato scelto dalla cittadinanza. Ok, Hitler fece la medesima cosa; se non mi voti, sei perseguitato, ok; ma di cose buone (oltre a quelle cattive) ne ha fatte. Sono nata e invecchiata a Melegnano ma non mi interessa la politica locale, voglio solo vedere i risultati: primo, rimettiamo il pulmino per l’ospedale; secondo, riqualifichiamo i parchi, i giardini, i giochi; terzo, togliamo i topi dagli asili ma prima ancora togliamo le multe i giorni di mercato, che il comune già guadagna abbastanza!

Giovani, sognanti, determinati: i socialisti prima di diventare dittatori. Il giovane Mussolini sotto le armi; Stalin; Hitler da bambino.

Rimettono il pulmino? Ok ma, capirai, è un solo problema risolto, a Melegnano è pieno di problemi; con questo non voglio negare che il pulmino fosse un problema per gli anziani, ben venga il pulmino anche a 1 euro. Ma mi spieghi perché io ho paura a tornare a casa in bici? Vado al lavoro qui vicino, ma vado in macchina; ed è un costo per me. Quando torno dal lavoro qui trovo sulle panchine tutti di colore, infradito e ultima generazione di cellulare in mano. Quando rientro ho paura. E, ti dico, ho sposato un uomo straniero, quindi non sono razzista. Perché non posso sentirmi libera di andare in bici e di utilizzare un mezzo per me più economico? Io so solo che alla sera, ore tardi, siano anche le 21, macchina e chiusura interna delle serrature. Ho paura. Potranno pure essere brave persone, lavorative, stimate, ma quando sento il tg mi viene ansia e purtroppo, se frequenti il mercato alla domenica mattina, vedi che noi italiani siamo in numero inferiore rispetto a tutti gli extracomunitari, sia come ambulanti che come acquirenti. Mi spiace ma, per esperienza personale, non riesco più a credere nello Stato italiano. Poi magari tutto si ribalta e le leggi verranno cambiate e soprattutto applicate, mai dire mai nella vita, ma la vedo nera. Ognuno pensa per sé. Poltrona e portafoglio. E come fanno ad accorgersi dei problemi di un quartiere? Credo in Dio ma non nei miracoli».

Una residente, martedì 19 settembre 2017 ore 6:30
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L'inchiesta cinica

La Massima Espressione

LE INCHIESTE SATIRICHE del blog RADAR hanno fatto centro nei cuori. Con le inchieste ciniche diventiamo fabbricanti di chiavi per schiudere il delicato meccanismo che serra la camera meravigliosa della vostra mente. Avveriamo il maestro Georges Meliès: «Amici, mi rivolgo a voi come veramente siete: maghi, sirene, viaggiatori, avventurieri, incantatori. Venite a sognare con me».

Vengono buttati 300mila chilogrammi di pane al giorno, in Italia. 5 milioni di euro sprecati. Perso il 15,54% delle imprese di settore dal 2007 a oggi. Il consumo giornaliero pro capite è di 90 grammi; una nuova inchiesta del Corriere della Sera trova che, nel 1861, un italiano ne mangiava 1 kg al dì. In quest’alba di nuovo millennio, di economia rasa al suolo da un miraggio anni Ottanta, ci scopriamo persone nuove, immerse in un karma reale e digitale fatto di bisogni, di insoddisfazioni, di sogni infranti e da avverare. Siamo persone immerse in un mercato, e non lo sappiamo. Siamo un mercato di sogni.

Da inizio 2015 sono entrati nell’Unione Europea 432mila migranti (leggi i dati su SwissInfo e UNHCR, 14 settembre 2015). Livelli così alti, solo nel ’92 dopo la guerra in ex Jugoslavia. L’ondata migratoria ha già raddoppiato il flusso del 2014. Si tratta di una folla di richiedenti alloggio, lavoro, asilo – l’Italia è terza in Europa per risposte positive alle domande d’asilo, con 20580 domande accolte, dopo Germania, 30mila, e Svezia, 40mila. – Si tratta, in termini demografici, di una spinta a cambiare la nostra società. Si tratta, in termini storici ed economici, dell’introduzione di nuovi impellenti bisogni, desideri, sogni, in almeno tre mercati locali: quello dei consumi, quello abitativo, quello del lavoro.

Pane, lavoro, immigrazione. Siamo pronti a cambiare? Cominciamo da noi.

Ha senso notare che a Melegnano, alla testa del centro islamico Al Baraka, ci sia un imprenditore nel ramo del pane e della pasticceria? Che riflessioni fa fare? Si ricordi che i melegnanesi più adulti, nati negli anni del Boom, la moschea non la vogliono. Senza partito preso: è paura. I melegnanesi nati nelle generazioni successive? C’è chi la accoglie. Ma non sanno esprimere bene perché. Il fatto è che anche i melegnanesi si distinguono, demograficamente e sociologicamente, in due gruppisecondo le definizioni di Domenico De Masi, – gli analogici e i digitali. Gli analogici seguono un’etica che chiameremo di massa, con comportamenti tradizionali legati ai costumi religiosi, di partito, associativi. I digitali hanno tutta un’altra visione. Del mondo, del vivere, di questa comunità che abbiamo appena chiamato mercato.
Gli analogici melegnanesi vivono secondo i valori delle associazioni cattoliche, degli stabilimenti produttivi del territorio, dei partiti storicamente presenti in città. Li riconosci come di destra o di sinistra. Si servono di consumi e servizi tradizionali: mercato bisettimanale, automobile, bici, negozio di via. Sono cresciuti in fretta. Vivono in una fascia di reddito sicura, ma sono anche definiti dal denaro. Amano vivere connessi solo al 50%.
I digitali melegnanesi credono in valori ibridi. Affascinati dal tesoro sepolto della storia locale, sono propensi anche ai consumi veloci, a un commercio su base neocapitalista: centri commerciali, servizi online. Non nutrono idee politiche definibili; non leggono pubblicità, non leggono giornali. Si svegliano e si addormentano sui social, connessi all’89%. Diventano adulti lentamente. Non vivono definiti in una posizione reddituale, ma sono quelli che contribuiranno, con il resto della popolazione digitale mondiale, a far segnare un -35% ai ricavi dell’economia a base bancaria entro 5 anni.

È questo il contesto nel quale, alla luce del paradigma di Domenico De Masi, alla community di RADAR piace vedere trattata l’immigrazione melegnanese. Le comunità etniche a Melegnano, egiziane, cinesi, moldave, albanesi, subsahariane non vengono comprese in alcun sondaggio. Forza Italia, il gruppo politico in posizione di maggioranza dal lontanissimo 2007, non ha mai pubblicato un survey o un censimento. Nel 2012 ha voluto buttare fuori dalla città dei rifugiati libici, inseriti a Melegnano dalla prefettura milanese. Fratelli d’Italia, costola del vecchio PDL e spalla dell’attuale Giunta Bellomo, non ha mai detto parola su Al Baraka se non un generico: «La comunità islamica deve rispettare le regole» (assessore Fabio Raimondo, Il Cittadino, gennaio 2013). Le forze di opposizione, dal PD a SEL, da Insieme Cambiamo ad Alleanza per Melegnano, da Gente Comune di Melegnano ai liberi battitori, non hanno pubblicato dettagli sul caso. La sola ipotesi di realizzare un focus sulle comunità appartiene a una ex giornalista del freepress 7giorni nel 2010.

C’è un metodo facile per comprendere i cambiamenti sociali di Melegnano. Invece di studi metrici e definizioni, c’è il Metodo Passerini.

Una sera di un anno fa, 24 settembre 2014, i nostri eletti disputavano sul sindaco Vito Bellomo autonominato vicepresidente della Fondazione Castellini Casa di Riposo. Simone Passerini, capogruppo di Forza Italia, lo difendeva: «Il sindaco Bellomo è la massima espressione della comunità cittadina – ha detto. – Nulla vieta che sia sindaco con poteri di nomina, e vicepresidente autonominato di una Fondazione». Passerini faceva cattivo ufficio stampa al suo sindaco. Bellomo ha sempre incarnato la figura di un sindaco mite, giovanile, alla mano; orgoglioso e faziosissimo, certo, ma poco favorevole al concetto di fare opposizione in generale (il ritratto di Passerini vuole scolpire nella mitologia, ma il sindaco, nelle elezioni del 2012, si limitò a farsi ufficio stampa come «il nuovo e il più giovane» dei candidati). Con il Metodo Passerini il lettore di RADAR agevolmente analizza le caratteristiche di Melegnano misurandole sul suo Sindaco, la massima espressione, albertiana misura di tutte le cose. L’immigrazione, le comunità etniche, sono una risorsa o un problema? Il sindaco: 1) non ne parla, 2) butta fuori i rifugiati, 3) effettua blitz a sorpresa per chiudere la moschea. E così via, fino alla definizione di Melegnano attraverso i problemi che soli entrano nella visuale del primo cittadino.

Scoprano i lettori di RADAR che chi ha voluto così non è Passerini, non è stato Bellomo. Chi l’ha voluto è il PD. Alle amministrative «si rifiutò di votare l’antagonista di Vito Bellomo e si ritirò dalle urne»*: lasciando gli elettori con la matita nelle mutande, le elettrici con la fica in mano e determinando la vittoria della Massima Espressione. Questa però è un’altra storia.

Lo Staff, giovedì 17 settembre 2015 ore 13:17

radarmelegnano@gmail.com

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