L'intervista

Torino, piazza San Carlo: «Ho salutato mia madre due volte. Pensavo: chissà se non la rivedessi più»

— Perché hai salutato tua madre due volte?
— L’ho salutata due volte perché ho pensato: chissà se non la rivedessi più. Non so perché mi sia venuto questo pensiero. Ho frequentato posti più lontani di Torino, per molto più tempo. Non aveva senso; era una sensazione negativa, che ho portato con me per tutto il viaggio. E anche quando ero in piazza, lì; non ero felice. Ho proprio pensato, a un certo punto: qua, se succede qualcosa, siamo tutti nella merda. Perché eravamo ammassati. 35mila. La piazza era quattro pareti chiuse; non avevano organizzato vie di fuga. C’era un solo schermo ed eravamo ammassati tutti nella stessa direzione. Poi, i controlli li avevano fatti malissimo. Facevano finta di controllare; le persone avevano introdotto bottiglie di vetro; c’erano abusivi che le vendevano; e alla fine la piazza era tutta coperta di vetro.
All’inizio non ci ho pensato; eravamo emozionati per la partita. Al secondo goal, quando abbiamo pareggiato e la folla si è spostata e mossa per esultare, c’è stato un inizio di… caos. Da lì, ho pensato a quanti fossimo, al fatto che non ci fossero stati controlli, al fatto che ci fossero bottiglie ovunque. Qualcuno aveva acceso un tizzone con il fuoco, per festeggiare il goal, siamo tutti indietreggiati all’improvviso. Ho pensato: siamo nella merda. Ma solo da quel momento.

— Riuscivi a divertirti anche nonostante i pensieri?
— No. Non tantissimo. Poi nessuno vedeva nulla. Lo schermo era piccolo, nonostante fossimo davanti non si vedeva bene. Eravamo nervosi. Non c’era un bellissimo clima di gioia. Era teso. Io non ho sentito niente. È stato detto che fosse crollata una ringhiera davanti alla metropolitana, su cui erano poggiate un sacco di persone; forse il loro peso l’ha fatta cedere. Si è sentito un boato. C’è stata una seconda ipotesi: che un ragazzo si sia finto kamikaze. Qualcuno ha detto che una persona abbia urlato ‘bomba, bomba’. Ma io non sentivo niente; perché, nel bel mezzo della piazza, non si sentiva ciò che succedeva intorno. All’improvviso, si è vista un’ondata di persone che correvano. Senza motivo, urlando.

— Gli interrogatori sono stati secretati. Cosa ne pensi?
— Che non è… giusto. Perché vorrei sapere cosa è successo. È giusto saperlo, o no? So che non si può dare la colpa a una persona, solo perché avrebbe gridato «bomba, bomba»; gridare è stato stupido, ma non si può darle la colpa. E le persone che si sono messe a correre così, all’improvviso, sono ancora più stupide; ma questo fa capire quanto fossimo tutti terrorizzati. Punto numero due: l’organizzazione è stata sbagliata, anzi non c’è stata nessuna organizzazione. Quindi anche se ci fosse stata una persona che si sia finta kamikaze, sì, ha sbagliato, ma la colpa non è prettamente sua.
La maggior parte delle persone in piazza è stata travolta. Io con loro. Per due volte. Ci hanno camminato sopra. Poi, una volta in piedi, siamo scappati verso i portici, perché lì la situazione era tranquilla. È durato dieci minuti. Però tutti continuavano a urlare: «Correte, correte», «Sparano, sparano», e si sentivano effettivamente dei botti; nel frattempo era scoppiata una vetrina, e sembrò uno sparo. In più, c’erano i carrettini degli abusivi che correvano e facevano suoni simili a spari; ogni rumore era amplificato il triplo, ogni rumore che si sentiva sembrava uno sparo. Perché ovviamente ti fai condizionare, no?
Tutti urlavano: «Sparano, correte», così ci siamo messi a correre; solo che, nelle vie adiacenti alla piazza, all’improvviso spuntava fuori una folla di gente che correva in direzione opposta e ti ritravolgeva. Ovunque tu andassi, ti succedeva la stessa cosa. Ho trovato rifugio presso un baretto. Non ti facevano entrare… C’erano persone che sanguinavano; c’era una mamma con il passeggino, che sanguinava, aveva perso il marito e non riusciva a muoversi con il figlio: e non la facevano entrare. Non facevano entrare nessuno. Nonostante si temesse che fosse in corso un attacco terroristico, e nonostante arrivasse ancora gente che urlava «Correte, andate via».
È iniziata alle 22:10, è finita per le 22:30, 22:40. Per terra ho trovato tante scarpe e soprattutto tante stringhe. Ho perso anch’io i lacci; non capisco come sia possibile che tutti abbiano perso scarpe e stringhe, non ne capisco la dinamica.
Ho avuto ansia di andare a un concerto; di stare tra la folla. Razionalmente so che non ha senso, però non ce la facevo. In più, appena sentivo il suono di una sirena della polizia, o qualcosa che ricordasse il rumore di un vetro, saltavo. Mi riportava a quei rumori che sentivo. Ero un po’ sul chi va là.
Lo so che, raccontata, questa esperienza sembra una cazzata. Ma avevo la convinzione di stare per morire. Veramente. Una sensazione orribile. Anche i miei amici. La convinzione che non ne uscivamo vivi; che saremmo morti. Non so spiegartelo. Ti senti impotente: impotente, tra una massa di persone che hanno paura come te. Però, la cosa bella è stata che, quando ci siamo iniziati a tranquillizzare, eravamo molto solidali tra di noi. Ho pianto, per scaricare la tensione. Un gruppo di ragazzi calabresi, di quelli con l’accento forte, si sono avvicinati, hanno chiesto: «Hai bisogno?». Mi hanno iniziato ad accarezzare. Bello. Vedi? Siamo umani.

Marco Maccari, martedì 19 dicembre 2019 ore 7:58
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Cronaca

La procura di Monza: Mario Mantovani, è ancora corruzione?

MONZA — L’indagine giudiziaria Infinito arresta altre 27 persone per diverse ipotesi di reato, tra le quali l’associazione mafiosa. La notizia è di ieri. Tra le parole delle intercettazioni spicca il nome di Mario Mantovani (in alto nella foto di La Prealpina), non indagato per reato di mafia. Le nuove indagini su di lui contengono l’ipotesi di reato di corruzione, secondo gli articoli 318 e seguenti del codice penale.

Mario Mantovani oggi è consigliere regionale della Lombardia. È stato il vice di Maroni alla testa della regione. È di Forza Italia, è stato patrocinatore dell’ex giunta melegnanese targata Bellomo. Secondo la procura monzese e secondo la direzione distrettuale antimafia di Milano un imprenditore avrebbe utilizzato un «canale preferenziale intessuto con Mario Mantovani» (fonte: clic qui).

Mantovani è sotto processo anche per altre indagini. In quell’occasione l’accusa sarebbe pure di corruzione.

Marco Maccari, mercoledì 27 settembre 2017 ore 13:17 
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L'intervista

Ecco come sono scaturite le indagini su Prima Vera alias Zephyro Spa

Paola_Macchi-RADAR-22mar2015MELEGNANO/GALLARATE – Prima Vera Spa ha presentato nel 2015 il nuovo progetto di illuminazione pubblica di Melegnano. Ma a Gallarate è stata indagata per un appalto ospedaliero truccato. Paola Macchi, consigliera regionale 5Stelle, racconta come sono nate le indagini di Gallarate. «Sono nate da un dipendente dell’ospedale» spiega Macchi, «che si era accorto che qualcosa non andava bene nella quotazione dei macchinari la cui manutenzione era fatta da Prima Vera Spa. Il valore dei macchinari dichiarato da Prima Vera non era il valore corretto. Aveva segnalato la cosa verbalmente al suo superiore, ma era caduta nel nulla. Il dipendente aveva dei documenti e li ha portati a noi del Movimento 5 Stelle. Abbiamo inviato un esposto al giudice. Il nostro esposto ha dato seguito a un’ordinanza del giudice a procedere con le indagini, svolte dalla Guardia di Finanza. Sono state indagate sei persone».

Il valore dei macchinari era stato sopravvalutato da Prima Vera? «Sì. Insieme al fatto che la cooperativa Prima Vera era stata costituita pochissimo tempo prima. Si tratta di sanità pubblica: i soldi pubblici non devono essere spesi in modo inappropriato. Chiaramente un’azienda ha diritto di lavorare; se sono spesi però dei soldi pubblici, è giusto fare attenzione. Se usiamo i soldi per queste cose, poi non ci sono più soldi per altre cose importanti.
Abbiamo tantissime persone che hanno paura di denunciare; denunciare cose che sanno benissimo essere irregolari. Per cambiare il sistema alla radice bisogna che l’autorità pubblica sappia che si trova sotto il controllo dei suoi stessi dipendenti, che vedono tutto. E che devono poter denunciare in tutta serenità, senza il timore di ricevere ritorsioni dall’alto».

Sa che a Melegnano Prima Vera, oggi Zephyro Spa, ha manifestato interesse per l’illuminazione pubblica? «Ho letto che i tecnici di Prima Vera erano colpiti dal fatto che l’appalto fosse stato fermato. Non vedo dove sia il problema nel fatto di verificare e approfondire bene. Bisogna che, quando si dà un appalto, si veda bene quali sono i termini e i valori: quante persone hanno partecipato al bando di gara, com’è avvenuto, se il ribasso del bando di gara è un ribasso ragionevole. Perché questo è un altro grosso problema. Se io faccio un bando di gara che vale 1 milione di euro, tu non puoi prendere il bando e fare un ribasso fino a 600mila o 500mila euro, perché i casi sono due: o chi aveva fatto il bando non sapeva fare il suo mestiere (un tecnico deve saper valutare qual è il costo di un determinato servizio) oppure come capita frequentemente viene fatto il ribasso, per poi aumentare successivamente; quindi il ribasso è fatto solo per aggiudicarsi il bando».

Marco Maccari, martedì 22 marzo 2016 ore 14:33

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Il caso

Il carnevale spiegato. Riflessioni pacate sulla sicurezza

2 mostra santelliIl blog posa le maschere. Una riflessione aperta e saggia sui quesiti posti in settimana

MELEGNANO – L’assessore comunale di Melegnano Fabio Raimondo afferma sui social di avere «provveduto ad adire tutte le competenti Autorità» per «perseguire i responsabili» di «gravissime accuse ed offese che gli sono state rivolte». Sembra chiaro il riferimento ai contenuti che questo blog ha pubblicato nel post «La sicurezza di Raimondo» anche se il messaggio reca un destinatario generico. Il post è un’inchiesta satirica. È una delle categorie di post più seguite su questo blog. Come il pubblico sa, essa è una forma originale di comunicazione con i lettori, ispirata agli albori dell’informazione giornalistica, al teatro popolare e colto, all’umorismo satirico, al pamphlet. Il linguaggio assume pose teatrali, è diretto o selvaggio o scandaloso; anzitutto auto-ironico, fa capire di trovarsi davanti a una lettura particolare della realtà. Una lettura politicamente scorretta ma dichiarativa, anche quando è metaforica; una lettura rigorosa del diritto d’informazione; una chiave di lettura che ammonisce di non considerare le responsabilità pubbliche come se fossero degli assoluti. È abitudine che le autorità politiche lascino che queste forme di comunicazione si sviluppino senza interferire. Se interferissero non farebbe piacere.
Ma è possibile che a volte sia colpita una coscienza, una sensibilità, o una dedizione genuina al proprio lavoro, al proprio vissuto. Questo fa dispiacere, all’opinione pubblica e ai giornalisti. La sede della coscienza è sacra, è preziosa per il nostro mondo moderno. In questi casi, dopo attenta valutazione, bisogna essere pronti alla saggezza.
Di solito, le critiche rivolte alle autorità politiche sono espresse da singoli individui o da singoli gruppi mediante formule di solo rito. Di solito la soglia di attenzione delle autorità ha pareti difensive molto alte, così da «selezionare all’ingresso» le critiche, per smarcare, evitare le critiche inconsistenti e concentrarsi su quelle più mirate, efficaci. Va riconosciuto che questa categoria di post del blog ha una gittata superiore rispetto a quella delle normali critiche. Nel post pubblicato lunedì sono messi in luce dati di fatto riguardanti le elezioni melegnanesi del 2007, sulle quali non c’è attualmente ipotesi di reato, che è comunque possibile discutere con l’opinione pubblica. Sono innanzitutto messi in luce dati riguardanti il presunto background del parlamentare Ignazio La Russa, responsabile del partito Fratelli d’Italia a cui è iscritto l’assessore; La Russa è frequentemente fotografato con l’assessore, è andato in televisione con lui. Questo non implica nulla; ma è un background, quello dell’onorevole La Russa, che nelle fonti giornalistiche, nei documenti giudiziari e investigativi non risulta chiarito in termini di legalità. Su cui pende un possibile rinvio a giudizio. È bene, allora, proporre un’esposizione pacata e civile dei costrutti (cioè dei linguaggi, dei concetti e delle forme) pubblicati su questo blog, nella speranza di ottenere risposte dall’opinione pubblica.

I
Le indagini giudiziarie sul conto di La Russa parlano effettivamente di «38mila euro di rimborsi elettorali gestiti in modo presumibilmente non corretto». Secondo le indagini i rimborsi, destinati al partito Fratelli d’Italia al quale è iscritto La Russa, sarebbero stati «effettuati presso la Camera dei Deputati». Quei rimborsi, è l’accusa a dirlo, sarebbero stati usati da Ignazio La Russa, attualmente eletto in parlamento, per fare «acquisti personali tra il 2004 e il 2010». A novembre 2015 la procura di Roma ha depositato gli atti delle indagini e si prepara il rinvio a giudizio di La Russa per il reato di peculato (clic alla notizia ANSA e alla notizia Askanews). I soldi dei rimborsi elettorali sono soldi dello stato, distribuiti ai partiti dopo le elezioni in base al numero di seggi ottenuti con i voti.
È presumibile in base a due investigazioni della Squadra Mobile di Milano del 2008 (documenti di solo valore investigativo, non penale, non ancora o non affatto confluiti nelle indagini dei magistrati) che vi possano essere stati movimenti tra Ignazio La Russa e l’influente capoclan di ’ndrangheta Salvatore Barbaro. La Russa ha personalmente dichiarato che si tratta di investigazioni mai divenute indagini; che è pronto a tutelarsi con ogni mezzo. È corretto però portare i dati a conoscenza dell’opinione pubblica. Ecco i documenti.
È fine marzo 2008. A Milano «arrivano, sulla scrivania di Ilda Boccassini, alcune informative degli investigatori sui rapporti tra ’ndrangheta e politica». Ilda Boccassini è la coordinatrice dell’inchiesta antimafia Infinito che nel 2010 portò all’arresto di 160 presunti mafiosi in Lombardia. L’informativa datata 11 aprile 2008 è stata depositata dalla polizia presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. L’informativa scrive che «il deputato Ignazio La Russa, attraverso un suo familiare e attraverso tale Clemente, avrebbe fatto contattare Salvatore Barbaro». Secondo l’informativa i due avrebbero chiesto qualcosa di gravissimo: «Un intervento della sua famiglia su tutta la comunità calabrese presente in provincia di Milano, al fine di far votare la lista del Popolo della Libertà».
Tutto questo è scritto in un libro dal titolo Le mani sulla città, degli autori G. Barbacetto e D. Milosa, da pagina 14 a pagina 18. «Chi è “il familiare di La Russa”?» scrivono gli autori a pagina 17. «È Marco Osnato, genero del fratello di La Russa, Romano». Secondo gli autori, «Clemente» è «Marco Clemente, all’epoca titolare della discoteca Lime Light di via Castelbarco, Milano». In cambio della richiesta di «intervento sulla comunità calabrese», il «familiare di La Russa avrebbe garantito a Barbaro che dal 2009 in poi ci sarebbero stati numerosi appalti da assegnare» e, «se vincerà il Popolo della Libertà, i lavori più consistenti (…) sarebbero stati subappaltati a lui» (v. pagina citata).
Nella seconda informativa della Squadra Mobile di Milano datata 19 maggio 2008 (il Popolo della Libertà aveva appena vinto le elezioni) «Marco Clemente incontra Salvatore Barbaro in compagnia di Domenico Papalia, figlio del superboss Antonio Papalia, all’ergastolo. Barbaro e Papalia chiedono a Clemente informazioni sugli appalti promessi prima delle elezioni» (pagina 19).
Non sarebbe l’unica frequentazione di Clemente, genero di La Russa, con ambienti di mafia presunta o accertata. Nelle intercettazioni troviamo Clemente, facendo un passo indietro nel tempo, a colloquio con Giuseppe Amato del clan di Pepè Flachi, boss della Comacina (pagine 15 e 16 del libro). Giuseppe Amato è stato arrestato per associazione mafiosa e condannato a 14 anni di carcere (clic alla notizia della condanna). Le parole di Clemente e Amato sono state intercettate il 17 febbraio 2008. Scrivono le cronache giudiziarie che Giuseppe Amato, detto Pinone, «aveva un passato in Forza Nuova e riscuoteva il pizzo nei locali» (clic a un articolo sui membri del clan Flachi).
Vi sono presunte frequentazioni tra La Russa e il costruttore e imprenditore edile Salvatore Ligresti (motivate da rapporti professionali e fondate su notizie giornalistiche) che sono andate sui giornali (clic alla notizia dei 451mila euro destinati dalla società di Ligresti a La Russa). La percezione di questi rapporti, soprattutto a causa delle costanti indagini della magistratura su Salvatore Ligresti e della sua recentissima condanna, sono materia discussa all’interno delle forze politiche. Anche nella destra e nell’ex MSI. Come scritto nell’articolo dal titolo «Da vent’anni il tumore sono Ligresti e i La Russa», un contenuto riportato in modo fedele all’originale, non automaticamente opinione di questo blog (clic alla notizia del Wall Street Journal Italia, originariamente apparsa sul Fatto Quotidiano). Il Libro Le mani sulla città scrive: «Secondo il rapporto dell’11 aprile 2008 della Squadra Mobile di Milano, l’operazione tra Clemente e Barbaro potrebbe coinvolgere un noto immobiliarista siciliano che opera a Milano. Chi conosce La Russa e i suoi rapporti non può fare a meno di pensare a Ligresti» (pagina 17). Non automaticamente tutti questi dati formano l’opinione del blog su Ignazio La Russa, affermato come professionista e politico. Ma allertano, e devono essere chiariti diventando materia urgente di opinione pubblica.

II
La notizia raccolta dal blog sull’ingresso dell’assessore Raimondo nel comune di Melegnano nell’anno 2007 (ingresso legittimato dal sindaco di Melegnano che lo nominò personalmente; la legge non lo vieta) è di dominio pubblico in Melegnano.
La notizia che riguarda una presunta attività di promozione che l’assessore fece nel 2012 durante la sua campagna elettorale presso le case popolari, è in verità anch’essa di comune dominio in Melegnano; su di essa non pendono notizie di reato né scandali giornalistici o giudiziari; le fonti non l’hanno presentata a questo blog come costituente reato. Oggettivamente, la promozione presso l’elettorato popolare è in linea con l’indirizzo politico tradizionale di Fratelli d’Italia, il partito dell’assessore, che ha riguardo per l’ambito dei servizi sociali e quindi degli alloggi convenzionati. È comunque un territorio minato per i partiti. Romano La Russa, fratello di Ignazio e membro del partito, si trovò coinvolto in un’indagine su un finanziamento illecito in ambienti vicini all’edilizia popolare. Il finanziamento illegale consisteva in 10mila euro consegnati a Romano La Russa da una società che gestiva l’edilizia popolare. Ma il finanziatore è stato condannato, Romano La Russa è stato assolto nel 2013. Inoltre sono territori diversi; questo è territorio di appalti, mentre il fatto di promuovere una campagna elettorale è territorio di elezioni. Non necessariamente una casa popolare è mafiosa, anche se l’immaginario pubblico può essere portato a farsene l’idea e il blog.
Ma è corretto che, viste le critiche e le notizie riguardanti La Russa, si osservi nell’ambito delle case popolari melegnanesi un grado massimo di trasparenza. A causa delle continue notizie giornalistiche e delle denunce sulle irregolarità degli alloggi. Che preoccupano (clic a Il Cittadino di un anno fa, 22 gennaio 2015, e a una notizia più recente sullo stesso giornale).
Le informazioni sulla campagna elettorale del 2007 sono riscontrabili presso gli uffici comunali in piazza Risorgimento. Si informa che le fonti protette consultate da questo blog sono coperte da segreto professionale, come disciplinato dalla legge; le fonti non hanno mai parlato di reati.

III
Carissime lettrici, cari lettori. Nel nostro mondo moderno non si vive di assoluti e se l’opinione pubblica chiede alle autorità di non salire su un piedistallo non può salirci anche lei. Questo blog afferma con forza il valore pubblico e la preminenza della scrittura, dei rapporti tra lettori e scrittori, dell’informazione e dei generi letterari che la disciplinano. Va riconosciuto comunque che questi valori non devono essere per forza degli assoluti. Il blog ha allora il coraggio di posare le sue maschere e di essere chiaro nei confronti dell’importante sfera della coscienza.
Così riesce meglio comunicare che c’è in gioco la coscienza civile di una città. Le battute, le barzellette giovanili sui personaggi politici riportate su questo blog sono e restano tali: barzellette. Solo la barbarie le eleva a metro di giudizio. Nella Melegnano reale le prossime elezioni non sono lontane e le forze politiche hanno iniziato il confronto pre-elettorale. Certamente non è opinione del blog che, oggi, un partito come quello di Fratelli d’Italia offra un background politico del tutto credibile, visti i dati giudiziari e investigativi, visti i dati disponibili sui responsabili e Ligresti; viste le irregolarità continue negli alloggi popolari melegnanesi. È vero, la vicinanza politica non significa automaticamente vicinanza o continuità di comportamenti: c’è sempre la coscienza. Certo di condividere l’opinione pubblica, il blog spera solo che esprimendosi in questa forma sia più facile per l’assessore e i rappresentanti rendere chiari, nel modo che preferiranno, i quesiti offerti da questo post, che ha la pacatezza e la saggezza di non interferire in modo barbaro con la sfera speciale di una coscienza. La nostra.

Mercoledì 27 gennaio 2016 

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Il nostro corrispondente politico

Vito Bellomo: non conosco Bianchi anzi sono suo nemico

MELEGNANO – Angelo Bianchi era come il prezzemolo a Melegnano. Dava man forte anche agli interessi privati di Massimo Sabbatini, ex presidente della Fondazione Castellini rimasto in carica fino a poche settimane fa.

Il sindaco Vito Bellomo – dichiaratamente sotto la pressione degli articoli di RADAR e delle critiche delle minoranze – ha voluto sottolineare di avere incontrato Bianchi anche nel 2013, e di non averlo incontrato da amico. «Voglio chiarire – ha affermato. – Bianchi ha lavorato per conto della società SAM di Massimo Sabbatini in via Morandi. In quella circostanza nel 2013 ho incontrato Bianchi, durante le pratiche per il cambio della destinazione d’uso di un capannone (è lo spazio pagato in affitto dall’associazione musulmana Al Bàraka). Ho espresso molte perplessità su quella pratica. I miei rapporti sono stati di confronto e di normale dialettica, anzi c’è un contenzioso aperto con loro per via di un esposto TAR».

Il consigliere di minoranza Tommaso Rossi, di Sinistra Ecologia e Libertà, ribatte: «Meglio prevenire la collaborazione con soggetti non proprio trasparenti – si è espresso. – La domanda da farsi è: rispetto alla nomina di un assistente esterno, non c’è stato scrupolo di verificare l’idoneità morale di Angelo Bianchi? Abbiamo più volte detto che l’incarico dato a Bianchi non è mai stato sufficientemente motivato».

Quale motivazione ha portato l’ingegnere Bianchi – tre volte indagato, due volte messo in manette, attualmente agli arresti, dotato di «spiccata capacità criminale» – a lavorare a stretto contatto con l’ufficio comunale e l’amministrazione Bellomo? Lo spiega il capo delle opere pubbliche degli uffici comunali, Marco Ferrari: «L’ho più volte ribadito, le nostre priorità erano l’emergenza di ristrutturare il cimitero e la complessità della procedura individuata, cioè il finanziamento di progetto. Il curriculum di Bianchi calzava a pennello».

«Angelo Bianchi era un funzionario del ministero – sostiene il sindaco Bellomo. – Ne sono successe di tutti i colori ma qui a Melegnano non sono stati commessi i reati denunciati nelle inchieste giudiziarie. È un riferimento a fatti lontani nel tempo, al 2007-2008; i giornalisti e l’opposizione stanno creando mostri su questo caso. Voglio ricordare che nel caso di Vivenda l’abbiamo avuta vinta noi. Muoviamoci perciò con la massima cautela».

Marco Maccari, giovedì 3 dicembre 2015 ore 11:07

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