L'inchiesta ninfetta

I distruttori–costruttori di Melegnano

VIA BASCAPÈ/CASTELLINI — Prendere il suolo e cementificarlo? È una tendenza italiana che, dagli anni ’90, è cresciuta del 500%. In Italia, secondo il Fondo Ambiente Italiano, colano 3 metri quadri di cemento al secondo; non c’è crisi del mattone né fuga dall’immobiliare che possa domare la corsa al suolo. È la legge a emettere vincoli: il suolo, «risorsa non rinnovabile», non va consumato. Va rigenerato. Si costruisce sul costruito, in pratica; l’edilizia deve sfogarsi sulle aree già urbanizzate ma cadute in disuso e degradate. Sono i brownfields — dall’inglese: campi neri — aree ex–industriali con sospetta presenza di inquinanti e contaminanti. Regione Lombardia ha pubblicato due leggi, LR31/14 e LR16/17, in questa direzione.

Nagasaki (MI) dopo la follia di un Costruttore.

E i costruttori che fanno, se non possono consumare? La variante è intuitiva: radere al suolo e cementificare uguale. L’eldorado è il settore dei piani di recupero, cioè degli interventi di ricostruzione su aree urbane occupate da edifici trascurati o fatiscenti. A Melegnano, il cancro delle demolizioni/ricostruzioni di edifici storici abbandonati — tramutati senza grazia in palazzine dall’immutabile look anni ’50 — ha impregnato il tessuto urbano, fino a disperdere il volto dell’insediamento originario ricchissimo di preziosi esemplari. Per le associazioni di tutela del patrimonio storico, come Italia Nostra, la demolizione e ricostruzione dell’edificio settecentesco all’incrocio delle vie Veneto e Marconi è l’ultima testimonianza.

THE SPERNAZZATI EXPERIENCE. Il 2 luglio scorso Melegnano ha ospitato l’evento Spernazzati, il recupero della memoria. Dedicato all’edificio di valore storico che sorge lungo via Castellini, di fianco alla Corte Turin, ha fatto conoscere i discendenti della famiglia Spernazzati, tra i quali Francesco Edoardo Misso, nipote dell’ultima Spernazzati residente nel borgo sul Lambro. Palazzo Spernazzati è sottoposto al piano di recupero n. 86 che prevede l’abbattimento integrale e la costruzione, sul suo suolo, di un cortile acciottolato con tre piani abitabili di 1233,13 metri quadri residenziali, da circondare di vetrine per un totale di 324,20 metri quadri commerciali. Prendere un’antica residenza aristocratica, farne un salotto per la piccola borghesia: «È peggio dell’ISIS» commentano gli archeologi locali, costretti ad assistere allo sventramento di centri storici, di borghi, di edifici rurali ricchi di una tradizione architettonica irripetibile.
Peggio dei talebani, solo certi sindaci. Mai possibile asportare mezzo mattone senza il consenso delle amministrazioni comunali: infatti il piano di recupero di Spernazzati, avviato nel 2011, ha avuto pieno appoggio dall’ex sindaco forzista Bellomo, figlio dell’omonimo Michele, ex sindaco craxiano eletto negli anni ’80; con il quale sono iniziate le fortune degli operatori edili che hanno regalato al centro storico di Melegnano il suo aspetto mozzafiato. Il figlio non è stato da meno: ha inaugurato nel 2012 un Piano di Governo del Territorio a consumo di suolo definitivo.
Pieno appoggio politico e pieno silenzio sui giornali. Non un solo intervento di informazione locale ha parlato di palazzo Spernazzati negli ultimi 5 anni; il piano di recupero stesso si riferisce all’edificio con il nome di Corte Castellini: «Il complesso edilizio è di epoca ottocentesca» proclama una perizia statica del 2013. I documenti storici affermano che palazzo Spernazzati risale invece al Gotico. La perizia enfatizza le pessime condizioni del complesso, ne raccomanda l’abbattimento: «Assurdo — osservano i membri del gruppo promotore per il restauro di Spernazzati, — esaltare le condizioni di degrado significa esaltare la negligenza del privato proprietario che, in anni e anni, non è mai intervenuto per recuperare l’edificio». La convenzione per attuare il piano di recupero è pronta dal 16 marzo 2017: il proprietario — la società a responsabilità limitata Progetto Cinque, rappresentante Carlo Locatelli, sede in via Roma — si impegnava a versare al comune quattro rate di importo di monetizzazione per attrezzature e servizi pubblici del valore di 45mila euro l’anno, per la durata di quattro anni, 2017–2020. Sono 181.773,04 euro: eroina per le casse pubbliche. Più 54.424,58 euro di oneri di urbanizzazione primaria. Più 80.336,52 euro di oneri di urbanizzazione secondaria.
E, per tappare la fame di parcheggi — a lungo richiesti dai negozianti melegnanesi — un bel parcheggio interrato in tutta l’area. Senza alcuna indagine sotterranea ad accertare la presenza di cantine a volta, tipiche delle costruzioni tardo–medievali.

PRIMA CHE MELEGNANO FOSSE DISTRUTTA. Fortuna che c’è un libro a smentire i mattonari. Chiunque si interessi di storia locale lo conosce. È il testo Cenni Storici dell’Antico e Moderno Insigne Borgo di Melegnano, scritto da Giacinto Coldani e conosciuto nella riedizione curata da Francesco Saresani. Se la perizia protocollata da un comune della repubblica può permettersi di definire palazzo Spernazzati come una costruzione ottocentesca a corte lombarda, è perché non ha mai ficcato un dito nei documenti:
«Il tuo sguardo potrà spaziare sulla contrada del castello, detta dal popolo Contrada Lunga [oggi il rettilineo di via Castellini]. Qui vedrai, all’altezza della prima via a destra, un abitato molto grande e antico, di proprietà degli eredi di Carlo Spernazzati; chiamato La Caserma, per il fatto di avere dato alloggio, in altre occasioni, ai soldati di guarnigione in questo borgo. Il gotico delle sue finestre e l’insieme della sua struttura coincidono molto bene con lo stile architettonico dell’antico palazzo Brusati nella Contrada dei Pellegrini [oggi via Mazzini, davanti alle Poste] e del palazzo della Comunità [il Broletto, oggi sede del municipio]. Stile che contrassegna questi tre palazzi come i resti dell’antica Melegnano, così com’essa era prima che fosse distrutta da Federico II di Germania». Se palazzo Spernazzati non lo distrusse il sacro romano imperatore Federico II — proprio Federico II di Svevia, venerato sovrano di Sicilia, promotore di costituzioni, coniatore di monete (sopra, in foto) e artefice della pace in Medio Oriente — c’è motivo che lo distruggano piccoli imprenditori lombardi, amici di ex–sindaci craxotti? La descrizione turistica tra virgolette è tratta dal prezioso libro, scritto nel 1749, ripubblicato nel 1880; la trama è semplice, un Precettore insegna al fanciullo Antonio l’amore per le bellezze del suo borgo; il testo, adattato all’italiano corrente, può essere letto a qualsiasi minore di età scolare. Niente male se il primo bambino che passa per via Castellini potesse smontare la testa di questa o quell’amministrazione comunale, di questo o quel mattonaro, no?

OGGI. Palazzo Spernazzati vivrà. Con esso vive il tesoro di identità che custodisce. La nuova rete arancione di sicurezza che lo protegge in via Castellini doveva essere l’ultimo atto pubblico in preparazione alla sua distruzione–ricostruzione; atto compiuto a pochi giorni dalle votazioni dell’11 giugno, unito a una delibera, la n. 92 del 6 giugno, con cui l’ex-craxotto approvava il piano di recupero. Sarà invece un atto di cura e protezione. La nuova giunta di centrosinistra, eletta il 25 giugno e guidata dall’architetto Rodolfo Bertoli — promotore di un progetto politico di rinascita, portatore di una sensibilità dimostrata all’interno del gruppo per la tutela di palazzo Spernazzati — non vuole che l’edificio originario vada perduto e dichiara di volerlo tutelare. E dovrà farlo in fretta, se vuole sopravvivere all’ISIS di Melegnano.

Lo Staff, giovedì 24 agosto 2017 ore 06:30
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L'inchiesta satirica

La sicurezza di Raimondo

SONO LE 17:00 di martedì 29 dicembre 2015. Rita Capriotti, commercialista e assessore, educatamente sale in palazzo Broletto per raggiungere l’aula delle adunanze. Sta andando al lavoro. Nella stanza saluta i colleghi, saluta il sindaco e il segretario generale. Due delibere sono stese sul tavolo pronte da firmare. Sono la convenzione con il comune di Milano, contenente la richiesta di 10 vigili di supporto al mercato domenicale, e la ripartizione del denaro incassato con le multe del 2015. Hanno importi del valore di 1,9 milioni di euro la prima, di 15.652 e 15.421 euro la seconda. Riguardano la Sicurezza e la Polizia.

In questo istante Rita Capriotti si accorge che manca un collega. Non ha salutato l’ultimo assessore, l’uomo i cui incarichi sono sul tavolo quel giorno. È Fabio Raimondo. Ma è assente. L’assessore incaricato alla sicurezza pubblica e alla polizia locale non verrà a fare il suo lavoro.

RADARISTA 1: LA COMUNICAZIONE, #FONDAMENTALISMOITALICO
Melegnano lo paga 18mila e 750 euro lordi l’anno. Raimondo vive a 38 anni con un doppio incarico politico in due comuni diversi, con un terzo incarico in un distretto sociale, con un quarto incarico nel partito. A Melegnano è assessore dal 2007.
Osserviamo l’immagine di copertina. La foto, scattata nel luglio 1950, ritrae un radar doppler della NASA e due operatori del Centro di Ricerca di Langley, Virginia, il primogenito centro NASA. La copertina omaggia l’icona miniaturizzata di questo blog, ispirato al radar e nato nell’80mo anno dalla sua costruzione. Immaginiamo che ciascuno dei due operatori stia captando la storia dell’assessorato così come si percepisce fuori dai normali radar, e ne offra un rapporto. Il primo operatore sta captando il suo lavoro di comunicazione.
Responsabile della nuova Pagina Facebook del comune di Melegnano (creatura clonata da RADAR e figlia del neonato ufficio stampa comunale, sul quale è stanziato un fondo bebé di 27mila euro) Raimondo è colui che ha condiviso le fotografie dei poliziotti di Milano e Melegnano, usciti in pattuglia domenica 17. La pubblicazione di queste foto in forma di vignette da parte di RADAR ha riscosso «un successo catastrofico», generando un flame memorabile. Lettrici e lettori hanno riso tre giorni dal 19 al 21 gennaio. Le foto di RADAR sono comparse come un ibrido genuino, a metà strada tra il cartoon satirico giornalistico e lo storyboard di un cortometraggio dell’ISIS sbarcato in terra milanese. Ridisegnate a mano una per una hanno dato vita a una serie unica nella vita social cittadina. I poliziotti apparivano incappucciati come miliziani dell’ISIS e sembrava che lo Stato Islamico avesse ispezionato davvero le bancarelle di Melegnano.
Alle 72 ore di gioia hanno contribuito anche i moralisti, tirando giù ogni genere di bestemmia. Alcuni, i più onesti, si sono distinti dicendo: «Non mi piace».
Altri hanno commentato diversamente. «Non si capisce», hanno scritto. «Spiegatemele». Occultando così il fondamentale preconcetto culturale, religioso, politico o psicologico con cui hanno affrontato lo spettacolo bizzarro e geniale di RADAR. Costoro con il loro occultamento hanno cercato di nascondere un pregiudizio, quindi un loro personale difetto, dietro a un presunto difetto residente nell’opera di RADAR o nei singoli manufatti giornalistici. Lasciando intendere che il chiarimento, o una spiegazione, avrebbero potuto cambiare qualcosa del loro giudizio finale dell’opera. No. In realtà intendevano dimostrare, a chiarimento ottenuto, che anche la spiegazione li deludeva e che la deludente spiegazione rendeva banale all’origine l’intera operazione, fin dalla mente dei creatori. Tutto pur di negare il fondamentale errore nella loro mente: essersi esaltati per delle brutte foto originali. È come se una ragazza facesse una festa alla moda in un club esclusivo ma, il sabato dopo, una compagna di scuola facesse una festa all’aperto con musica rock dal vivo, band emergenti e il doppio del divertimento. La festa scatenata delle foto di RADAR, consumata dal 19 al 21, è stata un duello tra il riso e il rancore, la commozione e il rodimento, la gioia e il male di vivere e la gioia ha vinto la sua umile vittoria. Il male di vivere non ha accettato di perdere ma, con nuda invidia, ha allungato le mani sulla corona. Sì, perché, vedete: nessuna spiegazione delle vignette cambierà la vostra «comprensione». I fatti, in chi soffre di preconcetti, saranno sempre comunque secondogeniti. Attaccati alla primogenitura ci sono i vostri fondamentali pregiudizi. Che guai a toccarli. Che guai a metterli in pubblico. A tutto ciò, che è un fondamentalismo tutto italiano, non verrà offerta nessuna spiegazione. Viene regalato solo un approfondimento a vantaggio di appassionate e appassionati, a sottolineare la genialità e la brillantezza dell’opera che hanno condiviso.
RADAR ha preso visione delle foto di Raimondo. Soprattutto della foto con gli agenti in tenuta davanti alla sede della Polizia locale, via Zuavi 70. Accorgendosi, con un sorriso, di qualcosa. In apparenza regolare, il linguaggio del corpo era in realtà un po’ maschilista, un po’ centurione. Un po’ esaltato. È come quando un gruppo di donne inizia a commentare un taglio di capelli, un abito, un accessorio, un abbinamento che sembrava onesto e invece rivela particolari catastrofici. È andata come segue.
AMICA CANDIDA «Che facce. Che posers. Tutti orgogliosi della loro guerra».
AMICA MALIZIOSA «Ehi! Ma quante manone sul pacco. Pubblicità per casalinghe? E funziona…?».
AMICA CANDIDA «Ma che dici» (arrossendo).
AMICA STRONZA «Va’ i politici come si mettono in mostra. Altro che pacco. Figurati se perdevano occasione…».
AMICA MALIZIOSA «Ma questo qui magro…? È sfigato?».
AMICA STRONZA «…che falliti. Sembra una foto dell’ISIS».
Contraffare con arte le foto è stata pura illuminazione. Un’intuizione originaria. Una magia di sentirsi vivi, di scoprirsi, con i propri sensi, membri del principio di gioia universale. Perciò anche il servizio fotografico del comune (malcerto e malfatto, malcelatamente compiaciuto, con angolazioni errate o inutili) è stato riconvertito al suo principio: un’operazione mediatica inadeguata, svolta da un comune che interpreta le istituzioni come una sfilata di fanatici. Un messaggio di #fondamentalismoitalico.
Lo studio del marketing ISIS permette di individuare fotografie identiche a quella di domenica 17 con i poliziotti in posa davanti a via Zuavi 70. Per i miliziani ISIS è abitudine posare in foto davanti alle sedi istituzionali conquistate, ostentando bandiere nere dello Stato Islamico stese sulle porte, ai cancelli. Lo stesso per gli ideologi ISIS, in posa fotografica nelle moschee locali, indosso un copricapo bianco.

RADARISTA 2: LA SICUREZZA, #MAFIEPOPOLARI
Il secondo radarista capta il lavoro dell’assessore Raimondo in tema di sicurezza. Il suo report offre lo spettacolo di un background mafioso.
Il testo che segue è accessibile con chiarezza. Per accedere anche al suo livello illuminante serve inserire un codice, il codice RADAR. Eccolo: disimparate a confondere l’identità delle istituzioni repubblicane con l’identità dei partiti. Tenetele separate. I partiti sono solo uno dei molteplici modi di interpretare le istituzioni, di occuparle.
La contraffazione artistica delle foto di Raimondo sottolinea un dato di fatto. Il posizionamento di Fabio Raimondo dentro l’assessorato di Melegnano è una questione di legalità. Non corrisponde ai voti della popolazione. Discende dalla spartizione di potere che i partiti nazionali stanno eseguendo nel Sud Est Milano manu militari (espressione figurata dell’antica Roma, significa: per mano degli eserciti). Cioè con una strategia militarizzata che nulla invidia allo Stato Islamico.
In principio esistevano tre generali milanesi del Popolo della Libertà. La spartizione di potere nel Sud Est Milano nacque da loro. Il primo è Mario Mantovani, ex vicepresidente di regione Lombardia, oggi arrestato per corruzione e in attesa di rinvio a giudizio. Il secondo è Guido Podestà, ex presidente della provincia di Milano, condannato a 2 anni e 9 mesi. Il terzo è Ignazio La Russa, oggi indagato per reato di peculato. I generali nominarono ciascuno il proprio centurione per Melegnano. Erano rispettivamente Vito Bellomo, Marco Lanzani, Fabio Raimondo.
Raimondo entra a Melegnano da assessore nel 2007. Non era iscritto in alcuna lista elettorale. Non fu legittimato da nessun elettore. I documenti elettorali che lo provano erano disponibili sul sito web comunale fino al 2015, oggi sono spariti. Raimondo risiedeva e tuttora risiede a Cesano Boscone nell’Ovest Milano, dove il padre fu consigliere comunale iscritto al MSI. Nel 2007 il futuro assessore Raimondo sponsorizzò dall’esterno i colleghi candidati melegnanesi. A giugno il neosindaco Vito Bellomo gli consegnò l’assessorato. Come il sindaco spiegò cinque anni più tardi, Raimondo gli era stato «imposto a Melegnano dal partito». Fu Bellomo a legittimare con i suoi poteri di neosindaco il posizionamento a Melegnano del triumviro di La Russa.
Nel 2007 Raimondo non aveva svolto nessun incarico nelle istituzioni della repubblica. Era a bottega nello studio legale di Ignazio La Russa, avvocato. Nel 2012, terminato il primo mandato, il sindaco uscente Bellomo si ricandidò a nuove elezioni con Il Popolo della Libertà e finì in ballottaggio. In sede di trattative con le forze politiche per il ballottaggio, tutti gli chiedevano se Raimondo sarebbe ritornato a casa propria. Rispose: «Tutto, ma questo no. Non si può. Raimondo me l’hanno portato per mano da Milano».
200 elettori votarono Raimondo alle elezioni di maggio 2012. Stavolta si era candidato davvero.
Come il sindaco Vito Bellomo, l’assessore Fabio Carmine Raimondo vive la vita dal lato del privilegio. Nasce e muore figlio. Di papà politici. Ne ha due, Ignazio Benito e Romano Maria La Russa. Il nome del loro attuale partito, Fratelli d’Italia, è a loro ispirato. Oggi, da assessore comunale, Raimondo è una rifrazione degli incarichi tenuti dai due La Russa: da Ignazio La Russa come ministro berlusconiano della Difesa e delle Forze Armate, e da Romano La Russa come assessore regionale formigoniano alla Sicurezza in Lombardia. Nel 2012, da candidato, lo schema tattico elettorale di Raimondo fu quello dei La Russa, lo schema delle #mafiepopolari. Chiedere voti nelle case popolari melegnanesi a dei poveri cristi, promettendo riguardi.
Ignazio La Russa, avvocato e parlamentare, è noto ai tribunali e alle forze dell’ordine. Si scopre favorito alle elezioni 2009 grazie ai voti della ’ndrangheta. Come rappresentato dal caso di Michele Iannuzzi e Alfredo Iorio, due procacciatori di voti per La Russa. Iannuzzi e Iorio sono stati condannati al carcere per corruzione e per associazione mafiosa. L’anno prima, nel 2008, le informative della squadra mobile di Milano hanno preso nota di «un contratto siglato tra il deputato Ignazio La Russa e il capoclan di ’ndrangheta milanese Salvatore Barbaro. Scopo del contratto era dirigere i voti della comunità calabrese a vantaggio del partito del Popolo della Libertà. Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente con il massimo interessamento su tutta la comunità calabrese, garantendo i voti. In cambio, la ’ndrangheta di Barbaro avrebbe ottenuto lavoro in subappalti» (leggi D. Milosa su Il Fatto Quotidiano e un altro articolo di Milosa apparso anche sul portale destradipopolo.net).
Ignazio La Russa, patrono di Raimondo, è indagato per reato di peculato dalla procura di Roma: per sette anni dal 2004 al 2010 ha utilizzato 38mila euro, prelevando da un conto corrente aperto nel Banco di Napoli come deposito di rimborsi elettorali. È in attesa di rinvio a giudizio, cioè di convocazione al processo.
I fratelli Ignazio e Romano La Russa hanno un cognato, Gaetano Raspagliesi, in affari con la ’ndrangheta nei call center. Uno che «meno male che c’era lui» (leggi Paolo Biondani su L’Espresso 2013 e il freepress siciliano I Paternesi, pagine 9-10).
Infine Ignazio La Russa, di cui Raimondo è un centurione, nel 2009 e nel 2010 ha ricevuto 451mila euro dalla società di Salvatore Ligresti, un affarista imbottito di indagini dal 1984, protagonista del boom edilizio della Milano da Bere durante la quale era chiamato Don Salvatore. Ligresti è stato condannato per corruzione pochi giorni fa.

CONCLUSIONI
La sicurezza che l’assessore Raimondo ha portato a Melegnano è solo la sua. La sua personale sicurezza di vivere passando per la porta del privilegio. Melegnano è priva di controllo, con furti in aumento, venditori irregolari, trafficanti di contraffazione. Raimondo condivide lo stesso destino di Vito Bellomo: è un contenitore da maxi-incarico pubblico e da multi-stipendio a spese dei cittadini. Al di là di ogni tratto caratteriale non è un caso se una storia popolare su Raimondo e Bellomo, elaborata nei centri dell’aperitivo melegnanese, li disegna così: «Due gay. Anzi, la coppia gay della politica locale, i cui due matrimoni etero sono di copertura».

Lo Staff, lunedì 25 gennaio 2016 ore 6:00

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Satira

Sono arrivati anche a Melegnano

2016-01-18 11.38.41Terroristi in posa davanti alla sede dell’ISIS in via Zuavi 70.

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2016. La convenzione con l’ISIS permette ai melegnanesi convertiti allo Stato Islamico di tornare a calpestare il suolo natale.

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Andare in bianco al mercato.

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#taggaISIS

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2016-01-18 14.12.49

2016-01-18 14.37.16

2016-01-18 14.42.22

2016-01-18 20.34.13

 

 

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L'inchiesta

ISIS: perché se la prende con noi e chi lo paga per farlo

Provate a pensare di comprare armi automatiche ed M16A4 americani, proiettili al cloro, artiglieria corazzata, carri T-54, missili SCUD, 52 unità di artiglieria pesante da 500mila dollari al pezzo. Pensate a creare e gestire una rete terroristica, dotata di smartphone con l’app terrorista Nashar e terminali con connessione internet, per un attentato in una capitale europea. Pensate a stipendiare le milizie con 100 dollari a testa al giorno, più benefit come: anfetamine, metanfetamine, telefoni Samsung, pastiglie di Viagra per gli stupri militari, carte di credito per i meritevoli. Vi servirà un piano. Vi servirà denaro e accesso alle banche. Perché l’IS, lo Stato Islamico, può permettersi di prendersela con gli europei? Come sostiene le spese militari? Le risposte, però, non si trovano dove sembra.

L’APOCALISSE
Si dice che la causa dei 127 morti e 350 feriti di Parigi siano i bombardamenti del governo francese in Siria, iniziati il 19 settembre 2014 alle 9:40, ora francese, «su richiesta delle autorità irachene» (leggi la notizia ANSA). Ma gli attentati parigini, messi a segno nel cuore civile e politico dell’Europa, hanno in realtà un’origine nascosta.
Esiste un obiettivo radicale all’interno dello Stato Islamico. Prima di tutto, è la purificazione dell’Islam da chi è condannato mediante takfir, cioè con una condanna di apostasia dalla fede. Per l’IS tutti coloro che, pur professando l’Islam, non seguono integralmente il Corano e la vita del Profeta, sono considerati in takfir e sono rei di morte. Le uccisioni dell’IS riguardano in maggior parte quegli stessi musulmani considerati come credenti non autentici. Il takfirismo è una vera e propria corrente dottrinaria dell’integralismo islamico.
Secondo, e riguarda l’Europa, è la realizzazione dell’Apocalisse. Per i credenti guidati da Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dell’IS, la Fine di questo Mondo è prossima. Sarà consumata in una guerra tra potenze terrene: la prima battaglia avverrà nella città siriana di Dabiq, con la sconfitta di «Roma» e con la vittoria delle armate dei fedeli, guidate da un messia, il «Mahdi», che le porterà fino a Istanbul. Un anti-messia, il «Dajjal», proveniente dall’Iran orientale, farà strage di fedeli ma il Profeta Issa, cioè Gesù – secondo solo a Mohammad – prenderà il sopravvento e spazzerà via il Dajjal. Il segno culminante della Fine del Mondo sarà l’esistenza di 12 califfati legittimi, dei quali l’IS è l’ottavo.
Le motivazioni dello Stato Islamico e del suo sanguinoso jihad (in arabo: «sforzo spirituale perseverante», una parola che nell’Islam non è lecito utilizzare per uccidere i musulmani né i non-islamici) sono quindi interne. Si può ritenere che l’IS compirà ogni sforzo per provocare, per istigare l’aggressione militare da parte degli eserciti di «Roma», cioè dell’Occidente in armi. Le motivazioni ideologiche di questa guerra sono sostenute da adeguata capacità di finanziamento monetario.

COME L’IS FINANZIA LA SUA ATTIVITÀ
Non è ufficialmente noto il circuito né la fonte di finanziamento dello Stato Islamico. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America definisce l’IS «una delle organizzazioni terroristiche meglio finanziate». Rapimenti, detenzione di pozzi petroliferi, colpi alle banche centrali e vendita di donne schiave per il sesso (leggi l’informativa del Dipartimento di Ricerca e di Fatwa dello Stato Islamico, e il tristemente famoso articolo del New York Times sulla teologia dello stupro) sono le maggiori tesi internazionali.
Ma è grande l’attenzione per l’impiego che l’IS fa dei social network. Il Dipartimento USA ha detto: «Ci preoccupa il loro uso dei social media utilizzati per chiedere soldi alle persone», mediante tecniche aggiornate di raccolta fondi tramite social media management (in inglese: gestione di un social media).
In particolare c’è Twitter. Nel marzo 2015, una ricerca di Brookings Institution sui Rapporti tra USA e Mondo Islamico (intitolata «Il Censimento dell’ISIS su Twitter») ha rintracciato numeri e provenienza geografica dei profili Twitter usati dai sostenitori dell’IS, grazie al lavoro degli analisti J. M. Berger e J. Morgan. «Molte domande fondamentali sull’uso di Twitter da parte dell’ISIS erano rimaste senza risposta – scrivono. – Abbiamo analizzato 20mila utenti Twitter legati all’IS. La nostra stima è che, tra Settembre a Dicembre 2014, su Twitter esistessero almeno 46mila sostenitori dell’IS, fino a un massimo di 90mila. Un profilo possedeva mediamente 1004 followers; numero considerevolmente al di sopra della media per un utente di Twitter. Un profilo produceva in media 2219 tweet. A livello di smartphone e telefonia cellulare, usavano al 69% un sistema Android, al 30% un iPhone, all’1% il BlackBerry. Circa tre quarti dei profili usavano la lingua araba (73%), circa uno su 10 usava l’inglese (18%). Il 6% usava il francese».
Tra i Paesi nei quali si trovavano i detentori di questi profili spunta in maggioranza l’Arabia Saudita. Le informazioni di profilo dichiaravano che gli utenti si trovavano in Arabia Saudita (866 profili), in Siria (507), in Iraq (453), negli USA (404), in Egitto (326), in Kuwait (300), in Turchia (203); seguivano Palestina, Libano, Regno Unito, Tunisia.
Significa che il governo dell’Arabia Saudita, o del Kuwait, è complice dell’IS? In realtà, in comune hanno formalmente solo l’orientamento religioso sunnita. Il governo dell’Arabia Saudita è un formale oppositore dell’IS fin dai primi bombardamenti del 2014. Il califfo dell’IS al-Baghdadi ha parlato della dinastia Saud – i reggenti dell’Arabia Saudita – così: «Sono un popolo di lussuria e stravaganza, di intossicazione, prostituzione, balletti, festini. Non un popolo di guerra». In Arabia Saudita, L’IS ha commissionato due attentati kamikaze contro moschee sciite. A settembre 2015, il Kuwait ha condannato a morte 7 persone (più altre 5 in contumacia) per avere dato supporto a un kamikaze dell’IS, autore di un attacco a una moschea sciita in Kuwait con 26 morti e centinaia di feriti. Il 2 novembre la Corte del Kuwait ha condannato 5 persone per avere raccolto denaro e averlo trasferito allo Stato Islamico. La somma era del valore di 1 milione e 300mila dollari americani. Anche gli Stati Uniti, che hanno ammesso forti responsabilità nella crescita e nel finanziamento dello Stato Islamico (vedi le dichiarazioni della Segretaria di Stato Hilary Clinton) – assunte e poi scappate di mano nel tentativo di opporre un fronte al presidente siriano Assad – sono formali oppositori dell’IS.
Il seguitissimo articolo del Sole 24 Ore del 19 novembre, «La Saudi Connection che frena la lotta all’ISIS», offre diversi spunti. Ma confonde le idee in fatto di cause ultime riconducendole all’Arabia Saudita. La tesi più corretta da formulare risulta questa, e la pone il blog RADAR.
A sostenere l’IS è un fronte o una coalizione anti-sciita, finanziato dai gruppi islamici di corrente sunnita presenti nei Paesi arabi del Golfo Persico e del Medio Oriente nominati sopra nel Censimento. Bisogna considerare le dichiarazioni del principe saudita Saud al-Faisal, da lui rilasciate nell’estate 2014 sull’IS: «Lo Stato Islamico, o ISIS, è la risposta sunnita al sostegno americano dato al partito al-Da’wa in Iraq» (le riporta il giornalista David Gardner sul Financial Times, luglio 2015, in un articolo più chiaro del pezzo del Sole 24 Ore). Chi è al-Da’wa? È il partito (e gruppo armato, attentatore nei confronti sia di Saddam sia degli USA) che vinse le elezioni nel 2005 in Iraq, nel dopo-Saddam. Il principe Saud al-Faisal «aveva avvertito il presidente americano George Bush dei pericoli di una guerra in Iraq contro Saddam, nel 2003», riferiscono le fonti.
Succede anche in Italia? Il programma d’inchiesta Report del 15 novembre ha riferito l’esistenza di una cellula dell’IS nel territorio italiano, che recluta, addestra e intercetta armi: armi pagate con petrolio, tra aziende e Stati, e sempre «con tangenti».

CONCLUSIONI
Sembra un problema religioso. Ma non lo è. I musulmani descrivono i terroristi come degli «alienati, ignoranti, pregiudicati, spiantati, falliti, frustrati, ipocriti, cattivi, cupidi, meschini, psicopatici», i loro ideologi come «sproloquiatori» e «manipolatori benpensanti», le loro correnti come delle «sette», «scismi che non hanno niente a che vedere con l’essenza dell’Islam».
Sembrava la storia di una società secolarizzata, il moderno Medio Oriente, che regredisce verso una società integralista e teocratica (il califfato dell’IS); in realtà è la storia di una società integralista (l’IS) che si impossessa dell’apparato amministrativo-tecnologico di una società secolarizzata (sistemi Android e iPhone, armi chimiche, raccolta fondi, marketing digitale, aiuti umanitari alla popolazione).
Sembrava un problema degli Stati Uniti: invece è un problema di Roma. Sembra un problema che non possiamo risolvere noi. Invece possiamo. Possiamo mettere a tacere con informazioni la propaganda dei politici nazionali e dei loro emissari, che dichiarano guerra senza sapere cosa dicono. Possiamo evitare che i nostri rappresentanti si vendichino sulle minoranze musulmane usando il pretesto di una moschea. Possiamo fare pressione per ottenere più chiarezza e più integrazione tra laici e credenti, tra musulmani e non-musulmani. Possiamo agire in grande anche guardando il piccolo. Altrimenti, lo scontro tra Occidente e integralismo sunnita sarà strumentalizzato solo per restringere le nostre libertà personali, ottenute con secoli di battaglie per i diritti.

Lo Staff, giovedì 26 novembre 2016 ore 02:50

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Che cosa fa l’ISIS quando occupa una città

Dopo che la città di al-Raqqa, nella Siria del nord, fu occupata dall’ISIS, venne distribuita il 20 gennaio 2014 nelle strade una Dichiarazione in quattro punti. Era firmata «L’Ufficio di Predicazione dell’ISIS». Affermava:

  1. «Tutte le sorelle devono indossare l’abito islamico, che consiste nel velo per il viso e in un abaya [velo integrale] per coprire interamente il corpo. Le donne non hanno il permesso di alzare la voce in strada o di camminare in ora tarda senza un guardiano maschio. Se queste regole non sono applicate, rischiamo di perdere il controllo delle aree liberate».
  2. «Sono bandite musica e canzoni nelle automobili, nelle feste, nei negozi e in pubblico, così come le fotografie di persone dalle vetrine dei negozi. Canzoni e musica prevengono dal ricordo di Dio e del Corano e sono tentazione e corruzione per il cuore».
  3. «Sono vietate la vendita di sigarette e le pipe. Ogni sigaretta fumata in stato di trance o vanità è disobbedire a Dio. Tutte le quantità di tabacco saranno bruciate».
  4. «I negozianti devono chiudere il negozio 10 minuti prima dell’orario di preghiera. Ogni uomo in strada andrà in moschea per eseguire l’obbligo religioso di pregare. Non arriverà tardi, né parlerà per strada mentre i Musulmani sono in moschea. Coloro che aprono il negozio o sono fuori dalla moschea nel tempo della preghiera avranno i loro negozi chiusi e saranno considerati responsabili, in accordo con la Sharìa».

Che cosa è la sharìa? La sharia è un codice di norme e prescrizioni capace di regolare tutta la vita umana. La sua applicazione in forma integralista è l’obiettivo dell’IS. La sharia è «la strada battuta» dal credente. «Prima dell’ISIS l’85% della sharia era assente dalla nostra vita» dichiara Anjem Choudari, 48 anni, abitante a Londra, sostenitore dell’ISIS.

COSA VUOLE L’ISIS
L’IS – prima del 2014 noto come ISIS – mira ad espandersi nel Medio Oriente, abbattendo i confini tracciati dai Paesi occidentali. L’IS considera la sua area come uno stato liberato e la governa. Ha un’amministrazione: fornisce servizi pubblici, elettricità, istruzione, polizia.
La sua forma di governo è il califfato. Il califfo è il vicario del Profeta di Allah, un reggente politico e religioso. Secondo il Profeta, chi non offre lealtà a un califfo muore jahil, cioè ignorante, e «muore di una morte di incredulità». Secondo l’Islam radicale dell’IS, tutti i musulmani sono in obbligo di trasferirsi in un califfato dove vige la sharia.
Il pensiero dell’IS ha tre fonti:
1. l’Islam di corrente sunnita, osservante dei comportamenti del Profeta Mohammad,
2. il movimento radicale salafi, che pratica il ritorno al Profeta e alle prime tre generazioni dei suoi seguaci, chiamate «antenati», in arabo salaf,
3. il wahhabismo, interpretazione letterale del Corano nata nel 1700, responsabile della nascita del regno dell’Arabia Saudita. Il wahhabismo rifiorì negli anni Settanta del XX secolo; promuove ed esegue l’abbattimento di siti storici, residenze, palazzi, monumenti.
Il salafismo è diffuso in Europa. Si distingue in tre correnti: i puristi, che sono non violenti e apolitici. Gli attivisti, che vogliono la sharia come base del vivere politico. I jihadisti (dall’arabo jihad, perseveranza), che osservano lo scontro armato contro i nemici dell’Islam come un dovere religioso e sono circa 11 milioni. «È semplicissimo – ha dichiarato nel 2012 Mohammed Abd El Rahman, salafi attivista, nell’intervista L’alba dei salafi alla rivista Time. – Noi vogliamo la sharia. In economia, in politica, nella giustizia, nelle relazioni internazionali».

COME SI COMPORTA L’ISIS
L’IS – prima del 2014 noto come ISIS – ha quartier generale e capitale nella città di al-Raqqa, bombardata il 15 novembre. Nel 2012 l’anagrafe registrava 220.268 abitanti. Ha un’area di 1962 km quadrati.
L’IS ha un giornaleLo Stato Islamico progetta, stampa e pubblica una rivista moderna e tradotta in perfetto inglese dal nome Dabiq, arrivata all’undicesimo numero, con copertine chic, servizi dottrinari, cronache dal fronte, foto sorridenti (qui l’ultima edizione).
Non c’è solo restrizione. L’ISIS fabbrica scatoloni per la distribuzione di alimenti gratis, con il suo logo sul cartone. Distribuisce caramelle. Apre Internet Point. Fa assistenza sanitaria gratuita. Fa le cartelle scolastiche per i bambini e ammette le bambine a scuola. Aerografa nuove carrozzerie delle auto di polizia. Porta l’acqua in autocisterna. Impacchetta il cibo per il Ramadan o fornisce catering alle moschee (questo e altro nelle foto).
Le altre religioni devono sottomettersi. Un servizio della televisione americana CNN, pubblicato nel febbraio 2014, informa che nella capitale al-Raqqa i cristiani devono pagare una tassa – la jizya – equivalente a 17 grammi d’oro per maschio adulto. Oppure convertirsi all’Islam. Le restrizioni ai cristiani includono il divieto di svolgere affari.
Le città occupate sono informate con linee guida per i civili, che puniscono i trasgressori. Nelle scuole di Mosul – la città irachena più grande tra quelle occupate dall’IS – un nuovo programma scolastico ha rimosso la storia nazionale, la letteratura, l’arte. Secondo il quotidiano britannico Telegraph del settembre 2014, lo studio delle scienze è stato permesso purché «non sia in conflitto con il testo letterale degli insegnamenti religiosi». La teoria darwiniana è stata rimossa. Il nuovo curriculum di Mosul incoraggia gli studi di ingegneria per reclutare i funzionari del califfato. Recita il programma: «Rendili pronti per il potere con ogni mezzo, come cavalli da guerra che terrorizzano il nemico di Allah e il tuo nemico».
A Mosul, come ha divulgato il quotidiano The Irish Times nel luglio 2014, è stata diffusa una Guida della Città (in arabo: wathiqat al-madina). Imponeva alle donne il velo integrale: «Non come restrizione alla sua libertà, ma per prevenirla dall’umiliazione e dalla volgarità, o dal fare teatro di lei per gli occhi di coloro che guardano». A Mosul, le mani femminili devono essere «coperte da guanti» e «non sono permessi profumi». In un cartellone pubblicitario dell’IS, una donna velata afferma: «La mia modestia… è la mia bellezza». Sentimenti e sessualità tra persone dello stesso sesso sono considerati «perversi».

Lo Staff, mercoledì 18 novembre 2015 ore 10:47

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Il caso

Che cosa è l’ISIS, spiegato con chiarezza

In inglese si traduce Islamic State of Iraq and Siria, da cui la sigla: ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria). Quello che c’è da sapere è che l’ISIS, o IS, è uno stato organizzato su base militare. Controlla un’area di 32.133 km quadrati. È molto vasto: sorge sulla Siria orientale e nell’Iraq nordoccidentale.
Ha un leader: nel 2014 si è autoproclamato stato indipendente sotto la guida del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, vero nome Ibrahim al-Badri. È detto anche Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Non ha il riconoscimento dell’ONU né della comunità islamica.
Ma ciò che davvero bisogna sapere è che, prima di diventare ISIS, l’organizzazione era operativa in Iraq sotto altro nome. Il nome era al-Qaeda.

COME È NATO L’ISIS
L’organizzazione oggi chiamata ISIS combatteva le truppe americane e la loro coalizione con il nome di al-Qaeda in Iraq, nella seconda guerra del Golfo, iniziata con l’invasione dell’Iraq nel 2003 (a causa di presunte, ma mai trovate «armi di distruzione di massa»).
Nel 2007 il comando delle truppe USA in Iraq dichiarò al-Qaeda «sconfitta, ma non annientata dall’Iraq». Nel settembre 2013 l’Istituto per gli Studi di Guerra di Washington DC pubblicò un rapporto. Dichiarò che al-Qaeda «era risorta» in una nuova forma. Le analisi mostravano che la nuova organizzazione «era estremamente vigorosa e capace dal punto di vista tecnologico e logistico, e si estendeva fino alle coste della Siria».
Quell’anno in Iraq scoppiarono 24 attacchi esplosivi di grandi dimensioni. Tutti riconducibili alla nuova organizzazione. Gli attacchi erano parte del piano di campagna militare chiamato «Abbattere le Mura», concluso il 21 luglio 2013 con un’offensiva finale che liberò 500 detenuti dal carcere americano di Abu Ghraib. I detenuti erano rinchiusi in maggioranza per attività jihadistiche e terroristiche. La campagna «Abbattere le Mura» sferrò altri 7 attacchi contro le prigioni in Iraq, due di essi hanno «liberato veterani di lungo corso, probabilmente partecipanti agli attacchi di al-Qaeda nel 2006-2007».

Il capo di al-Qaeda in Iraq era, all’epoca, Abu Bakr al-Baghdadi. Gli Stati Uniti avevano emesso su di lui una taglia di 10 milioni di dollari; ma «non è servita ad arrestare la crescita dell’organizzazione militare in Iraq e Siria».

E la Siria? Nell’agosto del 2011, in piena primavera araba, al-Baghdadi inviò il suo emissario Abu Mohammad al-Jawlani (anche trascritto come al-Golani) proprio in Siria, «con la missione di deporre il governo del presidente Assad per stabilire al suo posto uno stato islamico» (leggi Il Jihad della porta accanto, in inglese, articolo di Rania Abouzeid del 23 giugno 2014). A seguito di questa espansione siriana, il 9 aprile del 2013 l’ex al-Qaeda «si è ribattezzata come ISIL, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, anche noto come ISIS». Ecco come è nato l’ISIS. Il resto è cronaca (continua).

Lo Staff, martedì 17 novembre 2015 ore 7:45

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@mamacra

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I lettori scrivono

Italia: e adesso, sarà guerra al terrore?

leptis-magna-face_1773510bChiediamo ai lettori melegnanesi che cosa pensano delle conseguenze dei fatti terroristici di gennaio e dei venti di guerra, manifestati questa settimana, che spirano sull’Italia dalla Libia.

Andrea: volevano metterci in crisi (e ci stanno riuscendo)
«Se dovessi dare una risposta di pancia direi che bisognerebbe applicare tolleranza zero e proteggerci per il futuro in ogni modo possibile. Ma come mettere in pratica la prevenzione? Il rischio di (s)cadere nella xenofobia è elevatissimo. Penso che mettere in difficoltà la nostra società sia uno degli obiettivi dei terroristi. Voglio dire, in questi casi è difficile se non impossibile separare la testa dalla pancia. E ciò si rifletterà in una contrapposizione di vedute all’interno della nostra società. In questa frattura si infilano facilmente. Dalla loro hanno una forte unità. E mentre noi occidentali pensiamo cosa fare, loro agiscono. Quanti di coloro che hanno solidarizzato al grido di Je Suis Charlie hanno compreso fino in fondo che cosa significasse? Temo che molti lo abbiano fatto per non essere diversi dagli altri. Insomma è un bel casino, chiedo perdono per l’espressione. Ma secondo me è proprio quello che volevano produrre».

Carlo: care libertà europee, dovremo rinunciare a voi
«La cosa mi ha choccato profondamente. Ero a Parigi fino al giorno prima. Per difendere la libertà di espressione credo che purtroppo dovremo abituarci a questi gesti estremi e ai tentativi paralleli dei governi nazionali di ridurre allo stesso tempo le libertà individuali nel nome della sicurezza. L’operazione sarà europea, ci stanno sicuramente lavorando. L’accordo di Schengen (convenzione UE del 1995 sulla libera circolazione di persone e merci) rimarrà operativo, con tante limitazioni».

Alessandra: attenzione, per 150 anni sono stati tenuti sotto la scarpa
«Una persona che conosco vive a Parigi e abita nel 19° arrondissement (quartiere considerato cellula terroristica). Dopo Charlie la stampa italiana è piovuta dal cielo, ma a Parigi lo stato di allerta era già molto alto da novembre. Tant’è che agli scolari, tra i quali le figlie del mio conoscente, è stato impedito di fare una festa dell’asilo a Natale per evitare un assembramento di persone.
Unica cosa che vorrei puntualizzare: difendo la libertà di espressione, bisogna comunque sempre calcolare lo stato di rischio. Il disegno è una forma di comunicazione. Anche chi fa una vignetta entra nella striscia di Gaza, ci sono azioni che innescano determinate conseguenze. Quelle persone hanno pochissimo senso dell’umorismo, si va ad attaccare qualcosa che per loro va molto oltre la religione e l’identità personale: è il riscatto di tutto un mondo che per 150 anni è stato tenuto sotto la scarpa. Ho una formazione in scienze politiche, indirizzo internazionale, l’Islam e la lingua araba li ho studiati molto. Ho parlato a lungo con originari della Palestina. Bisogna capire.
È la rabbia degli esclusi, di quelli che non sono capiti. Letta la storia dei due fratelli Kouachi, cresciuti senza amore, non mi sono stupita più di tanto: la banlieu di Parigi fa schifo, come nessun luogo. A Parigi è davvero stridente il contrasto tra il centro, bellissimo, e la banlieu, dove risiede solo l’abbrutimento. Da educatrice – vivo con gli studenti tutti i giorni – dico ai ragazzi: a quei fratelli è mancato qualcosa. Fate in modo che non manchi anche a voi».

Marco Maccari, mercoledì 18 febbraio 2015 ore 15:00

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