Fake News!, Satira

Melegnano (MI), fondo sovrano del Brunei acquista un’area agricola: «Sarà la moschea più grande d’Europa»

Aggiornamento. La notizia è un fake. Ha avuto lo scopo di caricare l’orologeria di una bomba satirica e di lanciarla nei gruppi locali aperti sulla piattaforma Facebook. Nessuna moschea gigantesca è prevista nel Sud Est Milano, nessun sultanato del Brunei è minimamente interessato alla cittadina sul Lambro. Il post è opera del collettivo satirico #NoiSiamoCaino che ha voluto celare la propria firma in calce all’articolo (ore 21:33).

SUD EST MILANO — Sorgerà alle porte di Milano la prima moschea d’Europa. L’area selezionata si stende lungo l’Autostrada del Sole, è un terreno su cui le amministrazioni locali del decennio hanno ipotizzato molteplici interventi. Un centro commerciale e un impianto di produzione industriale sono solo le ultime ipotesi carezzate. Ma è annuncio formale — e notizia dell’ultim’ora (vedi foto ANSA) — che il fondo sovrano del Brunei ha acquistato l’intero terreno, per donare ai musulmani la più grande moschea d’Europa.

Entrando nel sito dell’agenzia si vengono a conoscere in dettaglio i punti forti del progetto e i relativi rendering.

Oltre alla moschea si legge che verrà costruita anche una madrassa per lo studio e l’approfondimento del Corano. Già pronti i progetti della costruzione.

I numeri dell’operazione:
– la moschea potrà accogliere fino a 15mila fedeli durante la Preghiera del Venerdì;
– la Madrassa o Scuola Coranica, seconda solo a quella della Mecca, potrà ospitare oltre 5000 studenti provenienti da tutto il mondo;

– vista la grandezza del progetto la moschea diverrà luogo di pellegrinaggio per i fedeli stanziati nel continente. Si stimano 150mila visitatori l’anno. Per questo motivo è in progetto anche la costruzione di strutture di ospitalità, compresi 3 hotel a 5 stelle extra lusso;
– è prevista, in un secondo momento, la realizzazione di un eliporto privato per permettere al Sultano del Brunei di raggiungere la Moschea.

Mohamad Nahanqayin, mercoledì 10 gennaio 2018 ore 11:14
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L'inchiesta

ISIS: perché se la prende con noi e chi lo paga per farlo

Provate a pensare di comprare armi automatiche ed M16A4 americani, proiettili al cloro, artiglieria corazzata, carri T-54, missili SCUD, 52 unità di artiglieria pesante da 500mila dollari al pezzo. Pensate a creare e gestire una rete terroristica, dotata di smartphone con l’app terrorista Nashar e terminali con connessione internet, per un attentato in una capitale europea. Pensate a stipendiare le milizie con 100 dollari a testa al giorno, più benefit come: anfetamine, metanfetamine, telefoni Samsung, pastiglie di Viagra per gli stupri militari, carte di credito per i meritevoli. Vi servirà un piano. Vi servirà denaro e accesso alle banche. Perché l’IS, lo Stato Islamico, può permettersi di prendersela con gli europei? Come sostiene le spese militari? Le risposte, però, non si trovano dove sembra.

L’APOCALISSE
Si dice che la causa dei 127 morti e 350 feriti di Parigi siano i bombardamenti del governo francese in Siria, iniziati il 19 settembre 2014 alle 9:40, ora francese, «su richiesta delle autorità irachene» (leggi la notizia ANSA). Ma gli attentati parigini, messi a segno nel cuore civile e politico dell’Europa, hanno in realtà un’origine nascosta.
Esiste un obiettivo radicale all’interno dello Stato Islamico. Prima di tutto, è la purificazione dell’Islam da chi è condannato mediante takfir, cioè con una condanna di apostasia dalla fede. Per l’IS tutti coloro che, pur professando l’Islam, non seguono integralmente il Corano e la vita del Profeta, sono considerati in takfir e sono rei di morte. Le uccisioni dell’IS riguardano in maggior parte quegli stessi musulmani considerati come credenti non autentici. Il takfirismo è una vera e propria corrente dottrinaria dell’integralismo islamico.
Secondo, e riguarda l’Europa, è la realizzazione dell’Apocalisse. Per i credenti guidati da Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dell’IS, la Fine di questo Mondo è prossima. Sarà consumata in una guerra tra potenze terrene: la prima battaglia avverrà nella città siriana di Dabiq, con la sconfitta di «Roma» e con la vittoria delle armate dei fedeli, guidate da un messia, il «Mahdi», che le porterà fino a Istanbul. Un anti-messia, il «Dajjal», proveniente dall’Iran orientale, farà strage di fedeli ma il Profeta Issa, cioè Gesù – secondo solo a Mohammad – prenderà il sopravvento e spazzerà via il Dajjal. Il segno culminante della Fine del Mondo sarà l’esistenza di 12 califfati legittimi, dei quali l’IS è l’ottavo.
Le motivazioni dello Stato Islamico e del suo sanguinoso jihad (in arabo: «sforzo spirituale perseverante», una parola che nell’Islam non è lecito utilizzare per uccidere i musulmani né i non-islamici) sono quindi interne. Si può ritenere che l’IS compirà ogni sforzo per provocare, per istigare l’aggressione militare da parte degli eserciti di «Roma», cioè dell’Occidente in armi. Le motivazioni ideologiche di questa guerra sono sostenute da adeguata capacità di finanziamento monetario.

COME L’IS FINANZIA LA SUA ATTIVITÀ
Non è ufficialmente noto il circuito né la fonte di finanziamento dello Stato Islamico. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America definisce l’IS «una delle organizzazioni terroristiche meglio finanziate». Rapimenti, detenzione di pozzi petroliferi, colpi alle banche centrali e vendita di donne schiave per il sesso (leggi l’informativa del Dipartimento di Ricerca e di Fatwa dello Stato Islamico, e il tristemente famoso articolo del New York Times sulla teologia dello stupro) sono le maggiori tesi internazionali.
Ma è grande l’attenzione per l’impiego che l’IS fa dei social network. Il Dipartimento USA ha detto: «Ci preoccupa il loro uso dei social media utilizzati per chiedere soldi alle persone», mediante tecniche aggiornate di raccolta fondi tramite social media management (in inglese: gestione di un social media).
In particolare c’è Twitter. Nel marzo 2015, una ricerca di Brookings Institution sui Rapporti tra USA e Mondo Islamico (intitolata «Il Censimento dell’ISIS su Twitter») ha rintracciato numeri e provenienza geografica dei profili Twitter usati dai sostenitori dell’IS, grazie al lavoro degli analisti J. M. Berger e J. Morgan. «Molte domande fondamentali sull’uso di Twitter da parte dell’ISIS erano rimaste senza risposta – scrivono. – Abbiamo analizzato 20mila utenti Twitter legati all’IS. La nostra stima è che, tra Settembre a Dicembre 2014, su Twitter esistessero almeno 46mila sostenitori dell’IS, fino a un massimo di 90mila. Un profilo possedeva mediamente 1004 followers; numero considerevolmente al di sopra della media per un utente di Twitter. Un profilo produceva in media 2219 tweet. A livello di smartphone e telefonia cellulare, usavano al 69% un sistema Android, al 30% un iPhone, all’1% il BlackBerry. Circa tre quarti dei profili usavano la lingua araba (73%), circa uno su 10 usava l’inglese (18%). Il 6% usava il francese».
Tra i Paesi nei quali si trovavano i detentori di questi profili spunta in maggioranza l’Arabia Saudita. Le informazioni di profilo dichiaravano che gli utenti si trovavano in Arabia Saudita (866 profili), in Siria (507), in Iraq (453), negli USA (404), in Egitto (326), in Kuwait (300), in Turchia (203); seguivano Palestina, Libano, Regno Unito, Tunisia.
Significa che il governo dell’Arabia Saudita, o del Kuwait, è complice dell’IS? In realtà, in comune hanno formalmente solo l’orientamento religioso sunnita. Il governo dell’Arabia Saudita è un formale oppositore dell’IS fin dai primi bombardamenti del 2014. Il califfo dell’IS al-Baghdadi ha parlato della dinastia Saud – i reggenti dell’Arabia Saudita – così: «Sono un popolo di lussuria e stravaganza, di intossicazione, prostituzione, balletti, festini. Non un popolo di guerra». In Arabia Saudita, L’IS ha commissionato due attentati kamikaze contro moschee sciite. A settembre 2015, il Kuwait ha condannato a morte 7 persone (più altre 5 in contumacia) per avere dato supporto a un kamikaze dell’IS, autore di un attacco a una moschea sciita in Kuwait con 26 morti e centinaia di feriti. Il 2 novembre la Corte del Kuwait ha condannato 5 persone per avere raccolto denaro e averlo trasferito allo Stato Islamico. La somma era del valore di 1 milione e 300mila dollari americani. Anche gli Stati Uniti, che hanno ammesso forti responsabilità nella crescita e nel finanziamento dello Stato Islamico (vedi le dichiarazioni della Segretaria di Stato Hilary Clinton) – assunte e poi scappate di mano nel tentativo di opporre un fronte al presidente siriano Assad – sono formali oppositori dell’IS.
Il seguitissimo articolo del Sole 24 Ore del 19 novembre, «La Saudi Connection che frena la lotta all’ISIS», offre diversi spunti. Ma confonde le idee in fatto di cause ultime riconducendole all’Arabia Saudita. La tesi più corretta da formulare risulta questa, e la pone il blog RADAR.
A sostenere l’IS è un fronte o una coalizione anti-sciita, finanziato dai gruppi islamici di corrente sunnita presenti nei Paesi arabi del Golfo Persico e del Medio Oriente nominati sopra nel Censimento. Bisogna considerare le dichiarazioni del principe saudita Saud al-Faisal, da lui rilasciate nell’estate 2014 sull’IS: «Lo Stato Islamico, o ISIS, è la risposta sunnita al sostegno americano dato al partito al-Da’wa in Iraq» (le riporta il giornalista David Gardner sul Financial Times, luglio 2015, in un articolo più chiaro del pezzo del Sole 24 Ore). Chi è al-Da’wa? È il partito (e gruppo armato, attentatore nei confronti sia di Saddam sia degli USA) che vinse le elezioni nel 2005 in Iraq, nel dopo-Saddam. Il principe Saud al-Faisal «aveva avvertito il presidente americano George Bush dei pericoli di una guerra in Iraq contro Saddam, nel 2003», riferiscono le fonti.
Succede anche in Italia? Il programma d’inchiesta Report del 15 novembre ha riferito l’esistenza di una cellula dell’IS nel territorio italiano, che recluta, addestra e intercetta armi: armi pagate con petrolio, tra aziende e Stati, e sempre «con tangenti».

CONCLUSIONI
Sembra un problema religioso. Ma non lo è. I musulmani descrivono i terroristi come degli «alienati, ignoranti, pregiudicati, spiantati, falliti, frustrati, ipocriti, cattivi, cupidi, meschini, psicopatici», i loro ideologi come «sproloquiatori» e «manipolatori benpensanti», le loro correnti come delle «sette», «scismi che non hanno niente a che vedere con l’essenza dell’Islam».
Sembrava la storia di una società secolarizzata, il moderno Medio Oriente, che regredisce verso una società integralista e teocratica (il califfato dell’IS); in realtà è la storia di una società integralista (l’IS) che si impossessa dell’apparato amministrativo-tecnologico di una società secolarizzata (sistemi Android e iPhone, armi chimiche, raccolta fondi, marketing digitale, aiuti umanitari alla popolazione).
Sembrava un problema degli Stati Uniti: invece è un problema di Roma. Sembra un problema che non possiamo risolvere noi. Invece possiamo. Possiamo mettere a tacere con informazioni la propaganda dei politici nazionali e dei loro emissari, che dichiarano guerra senza sapere cosa dicono. Possiamo evitare che i nostri rappresentanti si vendichino sulle minoranze musulmane usando il pretesto di una moschea. Possiamo fare pressione per ottenere più chiarezza e più integrazione tra laici e credenti, tra musulmani e non-musulmani. Possiamo agire in grande anche guardando il piccolo. Altrimenti, lo scontro tra Occidente e integralismo sunnita sarà strumentalizzato solo per restringere le nostre libertà personali, ottenute con secoli di battaglie per i diritti.

Lo Staff, giovedì 26 novembre 2016 ore 02:50

radarmelegano@gmail.com

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I nostri servizi

Che cosa fa l’ISIS quando occupa una città

Dopo che la città di al-Raqqa, nella Siria del nord, fu occupata dall’ISIS, venne distribuita il 20 gennaio 2014 nelle strade una Dichiarazione in quattro punti. Era firmata «L’Ufficio di Predicazione dell’ISIS». Affermava:

  1. «Tutte le sorelle devono indossare l’abito islamico, che consiste nel velo per il viso e in un abaya [velo integrale] per coprire interamente il corpo. Le donne non hanno il permesso di alzare la voce in strada o di camminare in ora tarda senza un guardiano maschio. Se queste regole non sono applicate, rischiamo di perdere il controllo delle aree liberate».
  2. «Sono bandite musica e canzoni nelle automobili, nelle feste, nei negozi e in pubblico, così come le fotografie di persone dalle vetrine dei negozi. Canzoni e musica prevengono dal ricordo di Dio e del Corano e sono tentazione e corruzione per il cuore».
  3. «Sono vietate la vendita di sigarette e le pipe. Ogni sigaretta fumata in stato di trance o vanità è disobbedire a Dio. Tutte le quantità di tabacco saranno bruciate».
  4. «I negozianti devono chiudere il negozio 10 minuti prima dell’orario di preghiera. Ogni uomo in strada andrà in moschea per eseguire l’obbligo religioso di pregare. Non arriverà tardi, né parlerà per strada mentre i Musulmani sono in moschea. Coloro che aprono il negozio o sono fuori dalla moschea nel tempo della preghiera avranno i loro negozi chiusi e saranno considerati responsabili, in accordo con la Sharìa».

Che cosa è la sharìa? La sharia è un codice di norme e prescrizioni capace di regolare tutta la vita umana. La sua applicazione in forma integralista è l’obiettivo dell’IS. La sharia è «la strada battuta» dal credente. «Prima dell’ISIS l’85% della sharia era assente dalla nostra vita» dichiara Anjem Choudari, 48 anni, abitante a Londra, sostenitore dell’ISIS.

COSA VUOLE L’ISIS
L’IS – prima del 2014 noto come ISIS – mira ad espandersi nel Medio Oriente, abbattendo i confini tracciati dai Paesi occidentali. L’IS considera la sua area come uno stato liberato e la governa. Ha un’amministrazione: fornisce servizi pubblici, elettricità, istruzione, polizia.
La sua forma di governo è il califfato. Il califfo è il vicario del Profeta di Allah, un reggente politico e religioso. Secondo il Profeta, chi non offre lealtà a un califfo muore jahil, cioè ignorante, e «muore di una morte di incredulità». Secondo l’Islam radicale dell’IS, tutti i musulmani sono in obbligo di trasferirsi in un califfato dove vige la sharia.
Il pensiero dell’IS ha tre fonti:
1. l’Islam di corrente sunnita, osservante dei comportamenti del Profeta Mohammad,
2. il movimento radicale salafi, che pratica il ritorno al Profeta e alle prime tre generazioni dei suoi seguaci, chiamate «antenati», in arabo salaf,
3. il wahhabismo, interpretazione letterale del Corano nata nel 1700, responsabile della nascita del regno dell’Arabia Saudita. Il wahhabismo rifiorì negli anni Settanta del XX secolo; promuove ed esegue l’abbattimento di siti storici, residenze, palazzi, monumenti.
Il salafismo è diffuso in Europa. Si distingue in tre correnti: i puristi, che sono non violenti e apolitici. Gli attivisti, che vogliono la sharia come base del vivere politico. I jihadisti (dall’arabo jihad, perseveranza), che osservano lo scontro armato contro i nemici dell’Islam come un dovere religioso e sono circa 11 milioni. «È semplicissimo – ha dichiarato nel 2012 Mohammed Abd El Rahman, salafi attivista, nell’intervista L’alba dei salafi alla rivista Time. – Noi vogliamo la sharia. In economia, in politica, nella giustizia, nelle relazioni internazionali».

COME SI COMPORTA L’ISIS
L’IS – prima del 2014 noto come ISIS – ha quartier generale e capitale nella città di al-Raqqa, bombardata il 15 novembre. Nel 2012 l’anagrafe registrava 220.268 abitanti. Ha un’area di 1962 km quadrati.
L’IS ha un giornaleLo Stato Islamico progetta, stampa e pubblica una rivista moderna e tradotta in perfetto inglese dal nome Dabiq, arrivata all’undicesimo numero, con copertine chic, servizi dottrinari, cronache dal fronte, foto sorridenti (qui l’ultima edizione).
Non c’è solo restrizione. L’ISIS fabbrica scatoloni per la distribuzione di alimenti gratis, con il suo logo sul cartone. Distribuisce caramelle. Apre Internet Point. Fa assistenza sanitaria gratuita. Fa le cartelle scolastiche per i bambini e ammette le bambine a scuola. Aerografa nuove carrozzerie delle auto di polizia. Porta l’acqua in autocisterna. Impacchetta il cibo per il Ramadan o fornisce catering alle moschee (questo e altro nelle foto).
Le altre religioni devono sottomettersi. Un servizio della televisione americana CNN, pubblicato nel febbraio 2014, informa che nella capitale al-Raqqa i cristiani devono pagare una tassa – la jizya – equivalente a 17 grammi d’oro per maschio adulto. Oppure convertirsi all’Islam. Le restrizioni ai cristiani includono il divieto di svolgere affari.
Le città occupate sono informate con linee guida per i civili, che puniscono i trasgressori. Nelle scuole di Mosul – la città irachena più grande tra quelle occupate dall’IS – un nuovo programma scolastico ha rimosso la storia nazionale, la letteratura, l’arte. Secondo il quotidiano britannico Telegraph del settembre 2014, lo studio delle scienze è stato permesso purché «non sia in conflitto con il testo letterale degli insegnamenti religiosi». La teoria darwiniana è stata rimossa. Il nuovo curriculum di Mosul incoraggia gli studi di ingegneria per reclutare i funzionari del califfato. Recita il programma: «Rendili pronti per il potere con ogni mezzo, come cavalli da guerra che terrorizzano il nemico di Allah e il tuo nemico».
A Mosul, come ha divulgato il quotidiano The Irish Times nel luglio 2014, è stata diffusa una Guida della Città (in arabo: wathiqat al-madina). Imponeva alle donne il velo integrale: «Non come restrizione alla sua libertà, ma per prevenirla dall’umiliazione e dalla volgarità, o dal fare teatro di lei per gli occhi di coloro che guardano». A Mosul, le mani femminili devono essere «coperte da guanti» e «non sono permessi profumi». In un cartellone pubblicitario dell’IS, una donna velata afferma: «La mia modestia… è la mia bellezza». Sentimenti e sessualità tra persone dello stesso sesso sono considerati «perversi».

Lo Staff, mercoledì 18 novembre 2015 ore 10:47

radarmelegnano@gmail.com

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Satira

Il Sindaco in moschea: «Qui ci doveva andare un centro industriale!»

SATIRA – Melegnano, il sindaco Bellomo entra in moschea espugnando, saccheggiando e violentando ovunque vada.

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Melegnano, il Sindaco va in tv e affronta il legale della moschea. Due avvocati nello stesso metro quadrato.

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Vito Bellomo raggiunge il legale della moschea per un confronto tv. Una vera e propria guerra a pisellate.

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A un certo punto Paolo Anghinoni urla per un manifesto a un palo.

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Le telecamere hanno purtroppo censurato diverse sequenze contenenti odio razziale nei confronti del sindaco.

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Moschea: intervista tv su come toccare un islamico.

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Appena saputo dell’intervista il Sindaco cazzia il 112 perché non lo ha chiamato.

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Vito Bellomo va in moschea sicuro perché il suo Dio possiede sei televisioni.

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Moschea, l’intervista tv. Un avvocato con idee più diaboliche dell’altro.

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Vito Bellomo: «Noi vogliamo tutelare le persone che entrano qui».

Parlare arabo.

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Bellomo: «Noi vogliamo tutelare le persone qui dentro» ha bisbigliato. Calcando i carboni ardenti.

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Il Sindaco: «Io devo far rispettare la legge!». La legge del ________________ (riempire a piacimento).

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Bellomo: «A prescindere dalla legge regionale, questo centro non può aprire». Il centro Musulmani al Rogo.

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Bellomo: «In questa struttura si poteva svolgere un’attività industriale, come previsto nel nostro Piano di Governo» disse il Sindaco.

Scendendo dalla croce.

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#pregailtuodioperchéoramorirai

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Il caso

Melegnano, la moschea privata: intervista a…

L’anteprima dell’intervista che pubblicheremo domani 30 gennaio. Buon assaggio a tutti.

«Il luogo è stato concepito come un centro culturale di ritrovo per la comunità islamica di Melegnano, con diverse funzioni: attività culturale, lingua araba, attività di preghiera. Dai colloqui che ho fatto con l’Amministrazione di Melegnano e con il sindaco Bellomo in primis, era emersa la volontà e la disponibilità da parte del Comune di favorire la trasformazione di quell’area in un luogo per questo tipo di funzioni. Dopo è stata sollevata tutta una serie di questioni di carattere ambientale quanto meno capziose».

La comunità è abbastanza confidente nel fatto che vincerà il ricorso. «Le sentenze non si possono prevedere. Noi abbiamo un’ampia giurisprudenza di casi simili in cui ci sono stati successi per le associazioni ricorrenti».

A livello privato lo spazio ha ospitato lezioni e incontri di preghiera, sì o no? «Sì, il luogo è stato frequentato dai soci dell’associazione che hanno avuto accesso più volte».

Giovedì 29 gennaio 2015, ore 22:41

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L'intervista

Melegnano, Al Baraka: «Chi se ne frega dei terroristi. Devono stare lontani da noi»

SAN GIULIANO MILANESE – Al Panificio Mediterraneo, a intervistare Abdou Abd El Azim. È sereno, come quando concesse l’intervista un anno fa a 7giorni. Grinta da pugile. Ma quest’anno, in attesa del verdetto della giustizia, l’Associazione Al Baraka di Melegnano è silenziosa. Un ricorso al Tribunale Amministrativo della Lombardia punta il dito contro il Comune – come pubblicato da poco su Il Giorno a firma di A. Zanardi – loro alleato nella vertenza è il proprietario del locale privato al quale pagano l’affitto in zona industriale. È, come noto ma mai scritto sul giornale, Massimo Sabatini, presidente della Fondazione Castellini Onlus a capo della Casa di Riposo. Al Baraka richiede il permesso di utilizzare il locale come centro di assistenza e di cultura, per ottenerlo necessita di cambiare una riga scritta: la destinazione d’uso, da industriale ad aggregazione. E indiscrezioni vogliono che il Comune abbia fatto di tutto per ottenere dall’Asl un parere negativo.

Ride, Abdou, delle dichiarazioni del deputato melegnanese Marco Rondini apparse su Il GiornoIl Cittadino il 21 e 22 gennaio. «Guarda il leghista cos’ha scritto, oggi! Guarda. Se non ci volete, trovateci un posto. La gente dove va a pregare, in strada? – controbatte. – Aprite una chiesa. Andremo lì. Non c’è problema».

«Chi siamo? Musulmani – incalza. – I terroristi? Lavoro 18 ore al giorno e ho un figlio che si è appena diplomato: dove ho il tempo per fare ‘ste cavolate? Che me ne frega dei terroristi. Devono stare lontani da noi». A Melegnano c’è un capannone, sì, dove la comunità va a pregare? «Sì». E ognuno va per conto suo. «Sì». E volete aprirlo per farlo diventare un centro. «Culturale. Il capannone è in regola. Ma se il Comune non dà il permesso non posso aprirlo come centro». Che giorno andate a pregare? «Il venerdì. Siamo una decina, di statuto. Ogni tanto siamo tutti insieme, a volte ognuno va da solo. Ogni tanto qualcuno apre per pulire. Questi giorni ci andiamo poco. In tutto frequentano cinquanta, quaranta persone. Paghiamo l’affitto. Ma non andiamo tutti». Ci sono anche famiglie di Melegnano che vogliono andare a pregare? «Sì». Come avete spiegato ai vostri figli quello che è successo a Parigi? «Lo capiscono da loro. Perché l’Islam non è così. Islam vuole dire pace. Mediazione. Quando io dico salam aleikum voglio dire pace con te. Il Corano dice: Dio ha fatto tutti in pubblico, perché tutti possano conoscersi. Perciò io aspetto. Sempre. Dio, se vuole, farà. Il Sindaco di Melegnano è stato bravissimo con noi, ha detto: ah, bello. Poi, arriva il no. Per non perdere voti». Come si commenta questa storia con un versetto del Corano? «Come si commenta? Che Dio, quando vuole fare una moschea, la farà. Aspettiamo. Siamo tranquilli».

Marco Maccari, giovedì 22 gennaio 2015 ore 18:46

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Foto in evidenza: pagina Facebook di CAIM, Coordinamento Associazioni Islamiche Milano Monza e Brianza

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Satira

«Questa è guerra»

Islam. Fratelli d’Italia dichiara a Melegnano: «Siamo in guerra». Non lo dicono, ma hanno un campo di fagioli dove ti aiutano a lanciare al nemico i tuoi escrementi.

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2900 sbarchi, il Prefetto di Milano ordina ai Comuni di accogliere i nuovi migranti; Fidanza e Raimondo: «Sindaci, disobbedite!»Oppure dite no a una moschea.

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#Fratè-lli-d’Ità-lia-l’Ità-lia-s’è-guè-rra

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