CULTO DEL LAVORO

Eclettica esausta crede nella musica cerca lavoro sul Corriere: l’assumete da musicista o da impiegata?

Cara Gaia, 

comprensibile. Specie dopo i risultati. Ma. 

Ci sono problematiche a livello nazionale nel mondo del lavoro che sicuramente non facilitano l’inserimento di persone della tua età. Non sei sola da questo punto di vista. Con la modifica del sistema universitario e l’adozione del 3+2 si è avuta una svalutazione delle lauree di vecchio ordinamento: con una laurea breve a 22 anni sei già nel mondo del lavoro e hai molte più possibilità di fare stages (con rinnovi e magari assunzione). Inoltre la riforma del mondo del lavoro, con l’introduzione di misure per gli under 30 o per gli esodati, ha praticamente perso due generazioni da inserire stabilmente in ambito lavorativo. Un altro aspetto da considerare è che, con la crisi (a volte usandola anche come scusa), non molte aziende sono disposte a investire nelle persone; perciò preferiscono prendere un giovane perché costa meno anche se ha meno esperienza.

Aggiungiamo che il tuo curriculum, da quello che dici, è molto variegato; ma, se le esperienze che hai fatto sono di breve durata, spesso questo è controproducente, perché viene letto come una tua incapacità nell’avere continuità lavorativa di lungo periodo.

Molte agenzie oggi puntano a più a collaborazioni con freelance o con liberi professionisti a partita IVA, invece che alle assunzioni. Hanno uno zoccolo duro di dipendenti (tendenzialmente non molti, se non parliamo di grandi agenzie) e per il resto si rivolgono all’esterno, cercando figure che abbiano già lavorato nell’ambito della comunicazione e che possano quindi soddisfare le loro richieste. 

Quindi: 

  1. hai aperto partita IVA? Scrivi un progetto al giorno? Per forza, visto che sogni chances in agenzia. 
  1. Cerchi chances in agenzie creative?
    E perché non ti sei messa ancora in gioco?
    Investi sui tuoi talenti. Sei una creativa? Crea. Apri la tua agenzia. Stupisce che tu elemosini una chance dalle tovaglie altrui. Sorprende negativamente che tu scriva ragionando da aspirante dipendente, con le tue capacità. Potresti — e dovresti — ragionare da innovatrice e imprenditrice. 

Poi c’è la tua musica, ottima, che abbiamo ascoltato; parla di una persona che ha seriamente futuro come musicista. Più l’ascoltiamo più sembra la tua strada. Forse a te serve cantare in una band, anche come prima autrice, ma non da solista: stare in mezzo a un gruppo con gente che sa suonare, che ti aiuti a metterti, con gli anni, in riga e con la testa a posto: Brian May lo faceva in continuazione con Freddie Mercury, i risultati si direbbero apprezzabili, no? Se suonare da sola ti fa produrre frasi come «sono una donna cazzuta» (vedi la tua descrizione su Facebook) è meglio suonare con gente che ti riporti tra pari, a considerare che non sei l’unica dotata di bravura, e che ti derida, perché no, se ti sente usare frasi che, oggi come oggi, suonano proprio male. 

Ammutolisci il personaggio. Fa’ parlare i talenti. 

PS Complimenti per i pezzi. Unici. E per il sito

Elisa Barchetta, Marco Maccari, Massimiliano Basile
Venerdì 14 settembre ore 15:00

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Il Predictor

L’Ora dell’Accesso: la macchina, il successo, il posto fisso, strane idee in cui abbiamo creduto

OGNI GENERAZIONE AFFRONTA, spesso senza rendersene conto, un cambio di paradigma. La società decennio dopo decennio si modella su strutture diverse.

Attraverso le nostre singole azioni, che paiono insignificanti, contribuiamo a plasmare realtà nuove.

Il grande passo che ha caratterizzato questi ultimi anni è stato il passaggio dalla forma mentis del possesso a quella dell’accesso.

TECNOLOGIA, LIBERTÀ, ILLUSIONE

Nel descrivere questo passaggio si cerca sempre di dare una connotazione qualitativa al nostro vivere. Si creano fazioni, ci si crogiola in una calda vasca di ideologia. «La possibilità di accedere alle informazioni, di scambiare idee, dati e contatti ci libera». Libertà. Un termine così semplice da usare. Così semplice che perde il suo significato. Tutto diventa libertà, tutto diventa autodeterminazione. Sentirete però anche chi tuonerà: «Le forme dell’accesso ci privano della stabilità, consegnando ad altri il potere di decidere per noi. Questi mezzi ci illudono con l’idea di libertà, ma in realtà ci rendono nuovi schiavi».
Per nostra fortuna gli schemi che governano le interazioni fra esseri umani sono più complesse di queste due banali esaltazioni ideologiche. Lasciamo ai filosofi il compito di ululare nei programmi tv e negli editoriali; mentre noi cerchiamo di fare un passo oltre, coscienti che la nostra natura di liberi uomini o schiavi non sarà in nessun modo intaccata da questo processo.
Un processo che è già in atto e non si può fermare; tanto vale provare a capirlo.

Prima del telefono smartphone, del computer e dei treni a vapore, ci fu la ruota circolare. Prima invenzione tecnologica, che oggi permette di viaggiare. Ma quanto costa possedere un mezzo di trasporto a ruote? Per alcuni conviene noleggiarlo, prenderlo in prestito, guidarlo solo per qualche ora.

ACCUMULARE? MAI PIÙ

Avere una casa propria, la propria macchina, il proprio lavoro stabile. Questi erano i dettami di realizzazione consegnati in mano ai nostri genitori. Una generazione cresciuta dopo l’esplosione economica della metà del secolo scorso.

Accumulare, avere, possedere, sicurezza e stabilità. Parole magiche per descrivere il primo momento della storia dell’occidente in cui quasi tutti avevano una loro abitazione, a volte anche due; in cui tutti avevano un lavoro, un posto quasi prestabilito all’interno della società.
Cambiare paradigma, essere capaci di guardare il mondo con occhi diversi, mentre lui non si ferma a farmi ammirare e rimirare. Questa è la nostra sfida. Quelle metriche di successo, quei desideri paiono ora quasi scomparsi. Un po’ irraggiungibili, un po’ nemmeno cercati.

LA CHIAVE DELLA CASA SENZA PARETI

A noi giovani è stata consegnata una chiave di una casa senza pareti, una casa che può apparire inconsistente, con una sola grande porta: accesso. 

Ieri sera ho acquistato un libro, scaricato su un lettore digitale, letto, finito ed eliminato per far spazio ad un altro. Sono diverse le emozioni che mi ha regalato?

Questa mattina sto lavorando su un software che non ho acquistato. Ogni mese, se mi va, rinnovo l’abbonamento. Mentre scrivo sto ascoltando musica da un programma che contiene milioni di brani ma nemmeno un CD. Le canzoni passano, scivolano via come infiniti flussi di dati, che si formano e perdono chissà dove.
La paura più grande ci scuote quando vediamo variare ciò che negli ultimi decenni era apparsa come una conquista: il lavoro. Chi aveva un lavoro fisso e stabile possedeva quel contratto, il posto era suo. Ora anche il lavoro sembra essere entrato in quel limbo offuscato che viene rappresentato dall’accesso. Il lavoro è flessibilità. Io accedo a questa posizione, nel frattempo imparo a fare altro per cambiare fra qualche mese. Come un programma che ha il continuo bisogno di aggiornarsi per poter essere efficiente, così anche noi non possiamo più esimerci dal continuo miglioramento delle nostre capacità?

Cercare impiego presso un datore di lavoro, diventare «cliente» di qualcuno. Oggi non è più così. Oggi si passa di esperienza in esperienza. Conta maturare professionalità. Il rapporto con il datore fisso passerà in secondo piano.

STRANA IDEA IN CUI ABBIAMO CREDUTO

Poter cambiare è libertà? Essere costretti a cambiare è schiavitù? Forse nessuna delle due. Non si tratta di libertà o schiavitù, ma della continua lotta per stare al mondo.

Una strana idea ci ha fatto credere che la vita fosse qualcosa di facile, che le nostre comodità siano scontate. Ciò che possiamo ottenere, invece, è dato solamente dalla nostra capacità di adattarci e comprendere ciò che abbiamo intorno.

La tecnologia, il nuovo paradigma dell’accesso che sconfigge il possesso non ci ha reso più liberi, e mai e poi mai ci renderà più schiavi. Ci rende diversi, o meglio, rende il nostro ecosistema diverso. Dovremo essere più capaci e più coscienziosi nello scegliere, poiché siamo chiamati a farlo di continuo, giorno dopo giorno. Dovremo essere più capaci a costruirci un mazzo di chiavi che sappia aprire infinite porte, con la consapevolezza di poter trovare altrettante esperienze positive e negative.
Né liberi, né schiavi, ma in lotta verso una crescente responsabilità e un nuovo modo di autodeterminarsi.

Mercoledì 9 maggio ore 9:09
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MELEGNANO CITTÀ DI PRODOTTI E DI COMMERCIO

Castello Mediceo: ragazzi neri, alti come la morte, con la merda in mano pronta per i tuoi figli

PERCHÉ, PER UN NIGERIANO, 250 euro al mese sono un buono stipendio? «Questi sono tutti rifugiati» dite voi, «gente che trova vitto e alloggio pagati. A fine mese hanno raccolto 250€, dei quali 150 li mandano alla famiglia al loro paese, e sono contenti. Questi nemmeno sono di qui. Perché si sono spartiti le zone e, tutte le mattine, arrivano coi mezzi, ovviamente senza pagare i biglietti?».
Forse vi concentrate solo sui ragazzi che fanno l’elemosina ovunque nel sud est Milano; solo sui ragazzi che stendono i loro oggetti sulla strada al mercato di Melegnano; e perdete di vista il Castello Mediceo. I Giardini Medicei sono la piazza ufficiale dello spaccio d’eroina. Il via vai è giornaliero: ragazzi neri, alti come la morte, con la merda in mano pronta per i vostri figli.

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Al parco del Castello gli stipendi volano. Quei ragazzi vestono firmato. Usano uno smartphone di ultima generazione. Hanno occupato — non solo gli spacciatori ma pure gli elemosinieri — un mercato del lavoro che era inflazionato per gli italiani. Posti liberi. Sì, chiedere delle monete è un lavoro; come smerciare droga è un lavoro; il primo dà fastidio, il secondo produce morte; poi ci sono i venditori ambulanti di ortaggi, altra categoria, anche loro trafficanti, seppure di cibo. Non si capisce se siano organizzati o autonomi. Nel complesso una bella squadra, circa 30 uomini che hanno trovato opportunità di lavoro per sostenersi in Italia e aiutare le famiglie all’estero. Un giorno torneranno al loro paese, fieri dei loro sacrifici, potranno diventare «importanti». Diventeranno «uomini».

Un commento postato nel gruppo locale La Voce di Melegnano — ennesimo gruppo web di copiaincolla — se la prende con «accattoni davanti a negozi e supermercati». «È tanta la gente che si lamenta» sostiene il commentatore. Ma secondo le statistiche «aumentano in Italia gli ingressi di immigrati regolari»; la delinquenza immigrata «non ha nulla di abnorme»; la criminalità degli immigrati è diminuita rispetto alla loro presenza in Italia, perciò «non c’è diretta correlazione» tra immigrazione e crimine. Agli italiani curiosi, che domandano perché ci sono tanti ragazzi in giro a chiedere l’elemosina, per altro azione non perseguita dalla legge: vai a occupare tu, italiano, per un giorno, le loro postazioni. Vai a fare tu lo spacciatore di eroina. Chiedi l’elemosina, con tanto di finto permesso da parte del comune, per fare un esperimento sociale.
Chi punta gli occhi solo sul problema e chi va a conoscere il motivo che lo causa? Forse, iniziare a informarsi su questi fenomeni, come sul fenomeno dell’immigrazione, può farci crescere meno ignoranti, e più consapevoli della realtà in cui viviamo; che viene governata sulla nostra pelle, senza il nostro consenso, con il nostro finto permesso.

Lo Staff, ore 15:20
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L'inchiesta cinica

I serial killer della pensione

ALCUNI TEMI sembrano non scomparire mai dal dibattito pubblico. Notizie che a cadenza regolare conquistano i titoli dei giornali e danno vita a discussioni infinite. Fra questi, le pensioni acquisiscono sempre più le luci della ribalta, ma come spesso accade, a troppa esposizione corrispondono scambi di idee bruciate. I confronti vengono quindi regolati all’alzo dei cannoni, con la vittoria attribuita a chi sa sparare più in alto, ai serial killer della propaganda.

Esiste un cortocircuito nel dibattere tipico dei problemi della politica, che coinvolge sia l’opinione pubblica sia i politici stessi: si ignorano le domande e si parte dalle risposte. Si parte dalle risposte per costruire la propria domanda, ossia la propria narrazione della realtà.
La crescita delle aspettative di vita porta ad un aumento dell’età pensionabile. Ecco il fatto in questione, il punto di partenza comune per iniziare la discussione. Qualsiasi commentatore dovrebbe partire dalla più banale delle domande, il ritornello preferito dei bambini: “perché?”.

La risposta appare inizialmente banale, ma racchiude in se stessa il nocciolo della questione: si posticipa l’età della pensione perché vivendo di più si passerebbero più anni ad essere improduttivi. Proviamo quindi ora a scomporre in sotto-domande questa spinosa questione.

a) Chi paga le pensioni?

Le pensioni vengono pagate da chi sta lavorando. NON da chi ha già lavorato. Il signor Mario non sta mettendo via dei soldi suoi che poi gli verranno restituiti.

b) Perché io ricevo una pensione?

Le pensioni sono una parte del contratto sociale, ossia l’aiuto che la società decide di dare a chi per sopraggiunti motivi di anzianità non ha più la forza per guadagnarsi da vivere da solo. In un sistema come il nostro quindi la pensione è scollegata rispetto alle scelte di vita personali del lavoratore.

Non c’è un merito, un premio, non c’è un “guadagnarsi” la pensione, ma essa rimane una concessione da parte della società. Una concessione che però appare obbligata perché durante il nostro arco di vita noi facciamo in modo di elargire questo beneficio ad altri e quindi, giustamente, ci aspettiamo di esserne noi stessi beneficiari; in quello che appare un contributo virtuoso.

c) Quindi come si decide l’età della pensione?

La decisione sta nel rapporto fra i soldi che dobbiamo dare ai pensionati e i soldi che siamo disposti a chiedere a chi lavora. Naturalmente aumentando il numero di anziani e diminuendo il numero di giovani che entrano nel mondo del lavoro questo rapporto si trova e si troverà sempre più in disequilibrio totale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare come spesso in Italia le scelte politiche sulle pensioni abbiano regalato bonus, moltiplicatori e anticipi anagrafici per ingraziarsi fasce della popolazione. Siamo arrivati dunque al punto di non ritorno, al momento in cui bisogna fare una scelta.

Nessuno però pare disposto a questo sacrificio. È sempre un altro colui che deve sopperire a questa mancanza di fondi. Come per qualsiasi strumento di tassazione è sempre qualcuno più ricco e più fortunato di noi a doversi sacrificare. È il sottofondo musicale al film della politica che sostiene che qualcuno (la società o lo Stato) ci deve qualcosa, ma nessuno sembra appartenere al quella stessa società (o stato) che deve dare qualcosa. È la paradossale lotta del tutti contro nessuno. 

Appare quasi concettualmente e moralmente sbagliato porre il problema e sostenere che, finché i conti non lo permetteranno, si dovrà lavorare tutti di più. Ed ecco allora il moltiplicarsi di richieste di esenzioni per la propria categoria lavorativa: “Io faccio un lavoro usurante!”, “Sì, ma anche il mio lo è!”. E giù di strepiti, urla e deroghe alla regola.

“Questo significa che dopo 40 anni di cantieri non potrò permettermi di andare in pensione?”. Non c’è risposta politicamente corretta a questa domanda. Rimane disponibile solamente un: “purtroppo sì”. La politica dovrebbe porsi il compito di aiutare lavoratori e aziende a trovare una collocazione diversa del dipendente anziano, cercando una terza via fra la pensione e il reiterarsi di un lavoro usurante. Ma è un compito arduo, non risolvibile nello spazio di un tweet.

Come spesso accade, in passato, sono state prese decisioni senza valutare le ricadute a lungo termine. Ora sta a noi però, riusciremo ad imparare dagli errori del passato o continueremo a procrastinare? Senza dimenticare che nel frattempo in frigorifero abbiamo lasciato a stagionare un formaggio marcio e ormai scaduto da tempo, che alcuni chiamano: debito pubblico.

N.B. Le domande e le relative risposte si riferiscono naturalmente al sistema pensionistico italiano (vd. sistema retributivo, contributivo e misto). 

Davide Polimeni, giovedì 16 novembre 2017 ore 16:05

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L'inedito

Il sogno infranto di San Giuliano

           Aveva spento la macchina lasciando il quadro elettrico acceso. Le luci blu dell’autoradio si muovevano lentamente senza emettere suoni. Un lampione cercava la forza per rimanere acceso, ma era lontano e la sua aura chiara e gialla sfiorava appena l’interno dell’auto. Stava tamburellando con le dita sul volante, indeciso, nervoso, stanco. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere. Prese in mano il telefono, ma si accorse di aver solo immaginato un trillo. Riceveva veramente pochi messaggi ultimamente. Cosa era successo? Un pugno rapido dalla sua piccola e sporca mano destra si assestò contro il manubrio. Accese la macchina. Lasciò scaldare il motore per pochi secondi e poi partì lasciando rapidamente l’acceleratore. Duecentoventi cavalli. Gli sembrava di sentirli nitrire tutti insieme mentre il mondo fuori dal finestrino si scioglieva all’alta velocità. Una mandria imbizzarrita, un tuono che scuote la terra fino a farti volare. Cambiò le marce in successione. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere. Pensò di urlare, ma non riuscì a sentire la sua voce. La sua attenzione era solo dedicata a quei movimenti che conosceva a memoria; al tracciare le curve, all’indovinare il punto in cui staccare sul rettilineo. Lui era la sua macchina in quel momento. Lui era quella potenza. Lui era velocità.

           Frenò appena in tempo. Un riflesso istintivo gli aveva fatto percepire una strana macchia blu dietro le chiome degli alberi che costeggiavano il viale. Una pattuglia dei carabinieri a bordo strada stava effettuando dei controlli. Rallentò percependo metro dopo metro delle catene che fredde si attorcigliavano intorno ai suoi polsi e alle sue caviglie. Procedette ad una lentezza quasi irreale di fronte alla pattuglia scorgendo un ragazzo della sua età che veniva fatto accomodare sul sedile posteriore. Aguzzò la vista. Avrebbe potuto conoscerlo, o forse, sarebbe potuto essere lui quel ragazzo. Appena si sentì a distanza di sicurezza riprese la sua corsa contro la velocità, contro il tempo, contro i suoi stessi pensieri. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere.

           La ventola del motore aveva smesso di pompare aria. Il caldo stava lentamente cercando una via d’uscita dalle fessure dell’abitacolo. Ogni respiro si condensava sui vetri, separandolo dal mondo. Era da solo. Fuori dal finestrino scorgeva le luci di un Carrefour Market, aperto ventiquattro ore su ventiquattro. Era in un parcheggio, di notte, da solo. C’era qualcosa di poetico in quel quadro di solitudine post consumistica, ma lui non riusciva a coglierne la magia. Sentiva solo l’ago di una puntura che penetrava sotto la sua epidermide e quel ritornello in testa. Non voleva riflettere, c’era poco su cui riflettere.

           Prese in mano il telefono. Avrebbe voluto chiamare Chiara, la sua fidanzata, probabilmente lo stava aspettando sveglia, guardando una di quelle serie tv che lui si rifiutava di condividere con lei. “Roba da donne”, le ripeteva spesso con una punta di ironia, sapendo bene come quell’accenno sessista la facesse impazzire. Ma lui era così, non aveva mai badato alla forma, ai termini corretti da usare. Lei aveva imparato a carpire il senso nascosto delle sue frasi al di sotto di quella rudezza quasi infantile, di chi non ha filtri fra la realtà e le proprie emozioni. Ed ora eccolo, rinchiuso in macchina da quelle stesse emozioni, lontano da quella che negli ultimi mesi aveva iniziato a considerare una casa. “Non voglio riflettere, c’è poco su cui riflettere” disse fra sé e se.

           Mamma. Quel nome comune. Quelle cinque lettere che per ogni ragazzo sembravano avere lo stesso significato, ma che poi in ogni singola esistenza si declinano in miliardi di soluzioni possibili. Cinque lettere che ogni volta che pronunciamo raccontano la nostra storia più lontana, quella che persino noi fatichiamo a ricordare. Era quella la storia a cui voleva appellarsi in questa notte? Sentì dei passi, e dopo più di venti minuti ecco il primo avventore. Chiuso nel suo cappotto camminava a passo svelto, guardandosi in giro di tanto in tanto. La porta automatica si aprì per richiudersi inghiottendo dentro quella pancia colma di leccornie.

           Iniziò senza rendersene nemmeno conto: “Ciao Mamma, sono Matteo. Scusami se non ti ho risposto negli ultimi quattro giorni.” Si fermò. Già dalla prima frase non era convinto. Provò a ricordarsi i consigli di un suo vecchio amico scrittore che lo aiutava nel corteggiare le ragazze. Ripensò con un sorriso a quei lontani pomeriggi adolescenziali. Non lo sentiva da mesi, chissà se quel ragazzo così prodigo in consigli per gli amici era finalmente riuscito a trovare una ragazza. È veramente una città così grande questa? Riusciamo a viverci ogni giorno senza incontrare le persone a cui vogliamo bene. Non era mai vissuto in un piccolo paese, se non per qualche giorno di vacanza. Invidiava quelle dinamiche così semplici e dirette. Quegli incontri rituali e disorganizzati, il sapersi sempre lì. Gli stava facendo veramente male questa forma auto indotta di solitudine se questi pensieri avevano iniziato ad intasare la sua mente. “Non è per cattiveria che non ti ho risposto. Io beh… ho avuto molto da fare. Il lavoro, tornare a casa ed accorgermi di tutto quello che c’è ancora da fare e poi Chiara, devo darle delle attenzioni. Non che non voglia sia chiaro. Sai, in queste sere sto ripensando a come facevi tu. Tornare a casa dal lavoro e avere ancora le forze per stare dietro a noi tre, riuscire a cucinare a fare la lavatrice, stirare. Solo ultimamente ti vedevo stanca, paradossalmente quando c’era meno roba da fare, dopo che i gemelli se ne sono andati. Ora che mi rendo conto di quelle fatiche sento come superficiale il poterti ringraziare con una semplice parola. Come vanno le cose giù? La nonna come sta? Prometto che per Natale faremo di tutto per venire a trovarvi, ne ho già parlato con Chiara e lei sembra più che entusiasta. Mi piacerebbe molto vedere come hai sistemato casa di nonna. Questo messaggio sta diventando molto lungo e tu sai che non sono propriamente uno scrittore. Le dita già si sono annoiate a schiacciare sui tasti del telefono, quindi provo ad andare al sodo.” Alzò un attimo lo sguardo dallo schermo. Il vetro era quasi totalmente appannato. La guardia giurata del supermercato camminava annoiata avanti e indietro. Per un solo istante pensò a quanto sarebbe stato semplice organizzare una rapina. Ricordava le tattiche di uno dei suoi giochi preferiti alla Playstation: payday. Non sarebbe mai stato capace di fare una cosa del genere nella vita reale. Si chiese nuovamente se aveva senso mandare quel messaggio, continuare a struggersi da solo in macchina. A casa lo attendeva la sua ragazza, poteva darle un bacio accompagnandola a letto per poi sfogarsi un’ora sulla sua console: Call of Duty o provare un nuovo trucco su GTA V.

           “Oggi mi hanno comunicato che stanno per chiudere l’azienda. Non c’è un modo bello per dirlo, ripeto a te quello che mi hanno detto loro. Non dico che sono sorpreso. Sapevamo tutti già da tempo che le cose non stavano andando molto bene. Ma sapere che non c’è più nulla da fare è una vera mazzata. Sei la prima a cui lo dico, anche se forse leggerai questo messaggio domattina. Non so perché lo sto confidando proprio a te, forse perché so che hai sempre qualche parola buona con cui riesci a stupirmi. Non ho paura mamma. Non ho paura. So che un lavoro riuscirò a trovarlo, ci sono sempre riuscito alla fine. Ho ventisei anni, centinaia di possibilità davanti a me. Ma è un’altra esperienza che finisce, un altro capitolo che si chiude con l’amaro che ogni delusione porta con sé. È sbagliato anche solo pensarci, ma ne parlo solamente con te. Se le cose fossero andate diversamente dove sarei ora? Se la mia vita, intendo, fosse andata diversamente? Se papà non fosse andato via cosa starei facendo ora? Lo so, non devo piangermi addosso, siamo stati fortunati ad essere rimasti insieme io te e i gemelli. Però… Una sola ipotesi penso mi sia concessa. Mentre cammino sulle strade di Sangiu tutto mi sembra già scritto. Una sola possibilità. Come se la mia vita fosse un binario unico senza intersezioni. Arriverò a destinazione, saprò essere contento, ma non avrò avuto scelta. La scelta, la possibilità, quell’ipotesi mancante. Ho sbagliato qualcosa pure io, non posso attribuire tutto solamente al fato e alle scelte scriteriate delle altre persone. Se fossi stato capace di studiare di più? È stato faticoso iniziare a lavorare a quattordici anni con lo zio, ma lì mi trovavo bene. In mezzo a decine di uomini grassocci e sudati che bestemmiavano ridendo e insultandosi dalla mattina alla sera. Forse dovrei rivedere la mia asticella del bene. Lavorai. Lavoravo. Ho lavorato. E per ora forse non lavoro più. Qualcosa sui verbi ancora me la ricordo. Se avessi continuato la scuola in qualche modo? Ora mi piacciono i computer, assemblare, capire come funzionano le cose, ma mi sento fuori tempo massimo… non hanno senso questi discorsi hai ragione. Non ho studiato ed ho continuato a lavorare, esperienza dopo esperienza, cantiere dopo cantiere, dando frutto a quei tre anni di studi professionali da elettricista. E poi questi ultimi tre anni. Mi trovavo veramente bene a lavorare lì. A volte mi sembra che sia l’unica cosa che mi riesca bene. Alzarmi al mattino, sfrecciare in macchina lungo i viali deserti e attaccare col turno. I turni, credevo di non riuscirci all’inizio, ma sono riuscito ad abituarmi anche alla notte. Devo dirlo a Chiara, mamma. Come dicevi tu sempre: il prima possibile. I silenzi fanno maturare disaccordi, spero di averlo imparato. Io sono convinto di amarla. Non è la prima, ma potrebbe essere quella giusta. Ho voglia che sia quella giusta. In questi primi quattro mesi si convivenza ci siamo dedicati l’uno all’altra, è stato bello, è stato nuovo. Non avevo mai provato queste sensazioni. È strano dirlo a te, però mi sono lasciato convincere che quella possa essere veramente casa mia. Per questo non riesco ad essere triste, nemmeno dopo queste notizie. Eppure… mi sento solo. È tutto un casino, vero? Tutto troppo complesso in questo mondo. Per questo mi piacciono le macchine. I motori sono complessi, ma sono anche meccanici. Puoi impiegarci giorni ma alla fine trovi una soluzione. Quel bullone, quella perdita, quella piccola parte che non avevi considerato. Tutto può tornare intatto, anche dopo anni e anni. Vorrei trovare un meccanico così bravo anche per la nostra vita, eh, che ne dici?” 

           Si alzò spaventato da un rumore. Un vociare improvviso che lo distrasse dal suo flusso di pensieri. Un gruppo di nordafricani stava litigando, urlando parole nella loro aspra lingua incomprensibile. Non era raro che arrivassero alle mani. Per un momento pensò fosse meglio spostarsi ma per fortuna la situazione pareva calmarsi rapidamente. “Le ninnananne della città”, commentò laconico.

           Io so cosa stai pensando. Trasferisciti qui. Vieni giù con me e nonna, troverai un piccolo lavoro, qui la vita è diversa, siamo più tranquilli. Inizierai a raccontarmi di come dormi bene. Ci si abitua a dormire anche senza il rombo dei motori degli aerei. L’ho sentita tante volte questa canzone, ma non fa per me. Non ora almeno. Qui ho Chiara, ho la mia vita. Penso che potrei sfruttare questo periodo vuoto per riprendere ad uscire con i ragazzi, solo qualche sera. Chissà come se la passano. Poi ci sono giù i supermarket aperti ventiquattro ore su ventiquattro? No mamma, la mia stazione è qui, il mio treno parte e arriva qui. Non so come dirlo a Chiara, una parte di me vorrebbe attendere, vorrebbe farle una sorpresa e associare questa brutta notizia ad una bella notizia. Amore, ho perso il lavoro ma ho trovato un altro lavoro! Semplice, un battere di ciglio, una frase che si inserisce in una normale conversazione di coppia. Mamma, temo il suo sguardo. Non quello triste che rivolgerà a me, ma quello che la coglierà appena sarà sola a riflettere su questa notizia. Abbiamo parlato tanto ultimamente, abbiamo fatto progetti. Lei ha voglia di costruire qualcosa di importante nel nostro futuro. E se oltre quello sguardo di compassione nei miei confronti si nascondesse la delusione di aver trovato un uomo che non si sa tenere il suo dannato lavoro? Sto perdendo la calma. Forse è tardi, forse sono stanco. Vorrei guidare ancora, ma la tua voce nella mia testa mi dice che non dovrei. Mai sfogarsi sul volante, mi ripetevi quando uscivo di casa incazzato nero sbattendo la porta. Quante litigate che abbiamo fatto. Non lo so Mamma, ho paura di riflettere, non voglio riflettere, in fondo, c’è poco su cui riflettere.”

Davide Polimeni, giovedì 2 novembre 2017 ore 10:37
davidepolimeni@gmail.com

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MELEGNANO CITTÀ DI PRODOTTI E DI COMMERCIO

Le 5 professioni che nel 2030 non esisteranno più

Visto? I tempi stanno cambiando rapidamente. Il mercato del lavoro vola in nuove e impensabili direzioni. La tecnologia stringe molte delle cose a cui siamo abituati verso l’angolo dell’estinzione. Libri elettronici? Sono già il nostro presente. Il compact disc? Prova a trovare chiunque abbia meno di 20 anni che lo ascolti.

Purtroppo spariscono pure molti di posti di lavoro.

Ex-bibliotecari scomparsi (foto: Jimmy Nelson)

1. Bibliotecario
Triplo urrà per le nostre biblioteche, centri di cultura e di aggregazione. Ma sempre più persone stanno eliminando i libri tascabili dalla loro vita e scaricano libri elettronici sulla chiavetta e sul dispositivo Kindle. Lo stesso si può dire per chi li prende in prestito. I libri scompariranno; le biblioteche non sono così popolari come una volta. I bibliotecari più accorti lo sanno e riversano nella loro attività nuove collaborazioni, nuove sinergie. Ma tu, se sei giovane e se pensi di diventare bibliotecario, potresti trovare minori opportunità rispetto ai tuoi illustri predecessori. Scuole e università stanno già spostando le loro biblioteche dagli scaffali fisici agli scaffali virtuali di Internet.

Un cacciatore di teste. Mestiere che sopravvive solo in certe aziende (foto: Trupal Pandya, uomo della tribù Konyak Naga)

2. Cassiere 
Bello andare in cassa e trovare un volto amichevole. Eppure molti acquirenti preferiscono solo pagare velocemente le loro cose e uscire. I rivenditori stanno prendendo in considerazione questo aspetto, nonché l’efficacia dei costi per non dover pagare i cassieri e optano per macchine di pagamento automatico. Questo può essere un vero problema per gli adolescenti, gli studenti universitari e gli adulti che cercano lavoro orario come cassiere.

3. Telemarketer 
Okay, questa potrebbe sembrare una buona notizia, perché nessuno ama avere la sua giornata interrotta dai telemarketers. Ma il mestiere di telemarketer non è più in forte domanda a causa dell’avvento dei nuovi sistemi di marketing digitale — anche se i robo-calls, le conversazioni effettuate mediante registrazioni vocali, ugualmente insoliti, sono ancora abbastanza comuni.

Ex-modella, oggi fabbrica e indossa anelli da naso (foto: Jimmy Nelson, donna Rabari, tribù di nomadi e cammellieri)

4. Agente di viaggio 
Siti come Expedia e Travelocity hanno reso la prenotazione facile come postare un paio di tweets. Tuttavia, ci sono momenti nei quali dovresti effettivamente andare in un’agenzia di viaggi e trattare con un essere umano seduto alla scrivania, a prendere accordi per visitare posti come Disneyland. Questi professionisti obsoleti sono conosciuti come agenti di viaggio e, purtroppo, la maggior parte di loro ha dovuto passare ad altre carriere.

5. Gestore di social media 
Le biblioteche e le agenzie di viaggi probabilmente sembrano abbastanza vecchio stileprofessioni da ventesimo secolo. I gestori di social sono, invece, una novità importante degli ultimi 15 anni. Ma anche questa professione relativamente nuova non è al sicuro dal cambiamento. In realtà, è la popolarità dei social media che può forzare i gestori dei social media fuori dal business. Chi ha bisogno di questi esperti quando tutti stiamo diventando esperti?

Tra 10 o 20 anni potremmo non ricordare nemmeno cosa sia un gestore di social media, un cassiere, un receptionist.

Massimiliano Basile, lunedì 16 ottobre 2017 ore 15:19 
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L'inchiesta cinica

La Massima Espressione

LE INCHIESTE SATIRICHE del blog RADAR hanno fatto centro nei cuori. Con le inchieste ciniche diventiamo fabbricanti di chiavi per schiudere il delicato meccanismo che serra la camera meravigliosa della vostra mente. Avveriamo il maestro Georges Meliès: «Amici, mi rivolgo a voi come veramente siete: maghi, sirene, viaggiatori, avventurieri, incantatori. Venite a sognare con me».

Vengono buttati 300mila chilogrammi di pane al giorno, in Italia. 5 milioni di euro sprecati. Perso il 15,54% delle imprese di settore dal 2007 a oggi. Il consumo giornaliero pro capite è di 90 grammi; una nuova inchiesta del Corriere della Sera trova che, nel 1861, un italiano ne mangiava 1 kg al dì. In quest’alba di nuovo millennio, di economia rasa al suolo da un miraggio anni Ottanta, ci scopriamo persone nuove, immerse in un karma reale e digitale fatto di bisogni, di insoddisfazioni, di sogni infranti e da avverare. Siamo persone immerse in un mercato, e non lo sappiamo. Siamo un mercato di sogni.

Da inizio 2015 sono entrati nell’Unione Europea 432mila migranti (leggi i dati su SwissInfo e UNHCR, 14 settembre 2015). Livelli così alti, solo nel ’92 dopo la guerra in ex Jugoslavia. L’ondata migratoria ha già raddoppiato il flusso del 2014. Si tratta di una folla di richiedenti alloggio, lavoro, asilo – l’Italia è terza in Europa per risposte positive alle domande d’asilo, con 20580 domande accolte, dopo Germania, 30mila, e Svezia, 40mila. – Si tratta, in termini demografici, di una spinta a cambiare la nostra società. Si tratta, in termini storici ed economici, dell’introduzione di nuovi impellenti bisogni, desideri, sogni, in almeno tre mercati locali: quello dei consumi, quello abitativo, quello del lavoro.

Pane, lavoro, immigrazione. Siamo pronti a cambiare? Cominciamo da noi.

Ha senso notare che a Melegnano, alla testa del centro islamico Al Baraka, ci sia un imprenditore nel ramo del pane e della pasticceria? Che riflessioni fa fare? Si ricordi che i melegnanesi più adulti, nati negli anni del Boom, la moschea non la vogliono. Senza partito preso: è paura. I melegnanesi nati nelle generazioni successive? C’è chi la accoglie. Ma non sanno esprimere bene perché. Il fatto è che anche i melegnanesi si distinguono, demograficamente e sociologicamente, in due gruppisecondo le definizioni di Domenico De Masi, – gli analogici e i digitali. Gli analogici seguono un’etica che chiameremo di massa, con comportamenti tradizionali legati ai costumi religiosi, di partito, associativi. I digitali hanno tutta un’altra visione. Del mondo, del vivere, di questa comunità che abbiamo appena chiamato mercato.
Gli analogici melegnanesi vivono secondo i valori delle associazioni cattoliche, degli stabilimenti produttivi del territorio, dei partiti storicamente presenti in città. Li riconosci come di destra o di sinistra. Si servono di consumi e servizi tradizionali: mercato bisettimanale, automobile, bici, negozio di via. Sono cresciuti in fretta. Vivono in una fascia di reddito sicura, ma sono anche definiti dal denaro. Amano vivere connessi solo al 50%.
I digitali melegnanesi credono in valori ibridi. Affascinati dal tesoro sepolto della storia locale, sono propensi anche ai consumi veloci, a un commercio su base neocapitalista: centri commerciali, servizi online. Non nutrono idee politiche definibili; non leggono pubblicità, non leggono giornali. Si svegliano e si addormentano sui social, connessi all’89%. Diventano adulti lentamente. Non vivono definiti in una posizione reddituale, ma sono quelli che contribuiranno, con il resto della popolazione digitale mondiale, a far segnare un -35% ai ricavi dell’economia a base bancaria entro 5 anni.

È questo il contesto nel quale, alla luce del paradigma di Domenico De Masi, alla community di RADAR piace vedere trattata l’immigrazione melegnanese. Le comunità etniche a Melegnano, egiziane, cinesi, moldave, albanesi, subsahariane non vengono comprese in alcun sondaggio. Forza Italia, il gruppo politico in posizione di maggioranza dal lontanissimo 2007, non ha mai pubblicato un survey o un censimento. Nel 2012 ha voluto buttare fuori dalla città dei rifugiati libici, inseriti a Melegnano dalla prefettura milanese. Fratelli d’Italia, costola del vecchio PDL e spalla dell’attuale Giunta Bellomo, non ha mai detto parola su Al Baraka se non un generico: «La comunità islamica deve rispettare le regole» (assessore Fabio Raimondo, Il Cittadino, gennaio 2013). Le forze di opposizione, dal PD a SEL, da Insieme Cambiamo ad Alleanza per Melegnano, da Gente Comune di Melegnano ai liberi battitori, non hanno pubblicato dettagli sul caso. La sola ipotesi di realizzare un focus sulle comunità appartiene a una ex giornalista del freepress 7giorni nel 2010.

C’è un metodo facile per comprendere i cambiamenti sociali di Melegnano. Invece di studi metrici e definizioni, c’è il Metodo Passerini.

Una sera di un anno fa, 24 settembre 2014, i nostri eletti disputavano sul sindaco Vito Bellomo autonominato vicepresidente della Fondazione Castellini Casa di Riposo. Simone Passerini, capogruppo di Forza Italia, lo difendeva: «Il sindaco Bellomo è la massima espressione della comunità cittadina – ha detto. – Nulla vieta che sia sindaco con poteri di nomina, e vicepresidente autonominato di una Fondazione». Passerini faceva cattivo ufficio stampa al suo sindaco. Bellomo ha sempre incarnato la figura di un sindaco mite, giovanile, alla mano; orgoglioso e faziosissimo, certo, ma poco favorevole al concetto di fare opposizione in generale (il ritratto di Passerini vuole scolpire nella mitologia, ma il sindaco, nelle elezioni del 2012, si limitò a farsi ufficio stampa come «il nuovo e il più giovane» dei candidati). Con il Metodo Passerini il lettore di RADAR agevolmente analizza le caratteristiche di Melegnano misurandole sul suo Sindaco, la massima espressione, albertiana misura di tutte le cose. L’immigrazione, le comunità etniche, sono una risorsa o un problema? Il sindaco: 1) non ne parla, 2) butta fuori i rifugiati, 3) effettua blitz a sorpresa per chiudere la moschea. E così via, fino alla definizione di Melegnano attraverso i problemi che soli entrano nella visuale del primo cittadino.

Scoprano i lettori di RADAR che chi ha voluto così non è Passerini, non è stato Bellomo. Chi l’ha voluto è il PD. Alle amministrative «si rifiutò di votare l’antagonista di Vito Bellomo e si ritirò dalle urne»*: lasciando gli elettori con la matita nelle mutande, le elettrici con la fica in mano e determinando la vittoria della Massima Espressione. Questa però è un’altra storia.

Lo Staff, giovedì 17 settembre 2015 ore 13:17

radarmelegnano@gmail.com

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