Cronaca

Elezioni, Melegnano preferisce «la razza bianca»

3462 VOTI a Daniela Santanchè, candidata al senato della repubblica italiana (scrutinati 16 seggi su 16). 3454 voti a Claudio Pedrazzini, candidato alla camera dei deputati (15 seggi su 16). Ambedue rappresentano il centrodestra. Il centrosinistra raccoglie 2717 voti al senato e 2621 alla camera.

Hanno votato per la camera 9770 aventi diritto (il 74.59%) e per il senato 9053 aventi diritto (74.72%). 9775 per il consiglio regionale (72.78%). Attilio Fontana ottiene la maggioranza delle preferenze con il 46.7% dei voti, Giorgio Gori è secondo con il 37.8%.

I partiti più forti? Partito Democratico con il 21% e Lega Nord con il 20%. Movimento 5 Stelle ha il 18%.

Lunedì 5 marzo 2018, ore 6:41
mamacra@gmail.com

 

 

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L'inchiesta cinica, L'inedito

L’inverno di Melegnano Place

L’inverno a Melegnano Place è sempre lo stesso. Come un malato cronico che si cura per i dolori che non passano mai. La nebbia avvolge fine ogni cosa, creando un velo, una barriera.

Sembra strano ma, nel mio viaggiare, spesso ho associato le condizioni climatiche e la conformazione morfologica del territorio alle abitudini, agli atteggiamenti e alle idiosincrasie di chi ci vive. Melegnano è aperta: ha molte vie di ingresso, ma poco spazio: poco spazio per parlare, poco orizzonte per pensare.

La gente cammina, ma non vive. Quando arriva la nebbia, il grigiume, sembra che tutto si fermi, avvolti da una coperta di luce che impedisce, blocca la vista del cielo. Così la gente non è disposta al cambiamento: chissà cosa ci sarà dietro al grigio. È indefinito, incalcolabile. Rimane sicuro ciò che hai a pochi metri.

Così, andare a Rozzano diventa un viaggio, un problema. Se poi ti infili in qualche stradina di campagna, la sensazione di abbandono è forte: non hai più nessun riferimento, tranne la strada, che è piccola, piena di buchi, e ti auguri di non incontrare nessuno per decidere chi passa prima. La pianura apre gli orizzonti, la nebbia li richiude. Così la gente è immersa nei suoi pensieri, radicata alla strada, cioè alle tradizioni. Passano anni, secoli, si costruiscono nuove strade esterne, ma Melegnano rimane lì, come in una ampolla di vetro, eternamente ferma col mercato e il castello. Parli con la gente, ascolti i loro pensieri, si esprimono arrancando, a volte borbottando in un misto tra dialetto milanese e lodigiano. «Come va?». A questa domanda lo sforzo è gigantesco: «La facciamo andare» risponde la maggioranza, con rigore diplomatico e assenza di particolari. Se hanno tempo, inizia una conversazione sul tempo atmosferico: la nebbia, il freddo, il traffico. Il classico è il lamentatore cronico: è insoddisfatto di tutto, partendo dagli immigrati, la politica, la salute, la viabilità. Ne ha per tutti. E dopo che ha finito con te se non lo hai soddisfatto, ha altro materiale di cui lamentarsi col prossimo incauto ascoltatore. La nebbia, la pianura, la chiusura mentale, la paura del nuovo, dell’ignoto. Le nuove generazioni fuggono, le vecchie invecchiano.

Sembra che per una nuova generazione manchi il terreno fertile per far attecchire nuove idee, per avere nuovi stimoli. Così avanza lo spettro della noia, della droga, della nebbia con la droga, della noia con la chiusura mentale. Forse la nebbia è una salvezza. Forse la pianura è un posto per vivere ognuno nel suo orticello, perché non vedi se al di là ce n’è un altro. A meno che non ti sforzi di fare un viaggio, nella nebbia!

Massimiliano Basile, lunedì 13 novembre 2017 ore 11:12 
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Il caso

Se questo è un bando

Lettera dell’Osservatorio Mafie Sud Milano e del Presidio di Libera Sud Est Milano. Sul negozio confiscato alla mafia in via Lodi 39, Borgo. 

L’8 febbraio è scaduto il termine per partecipare al bando di gara del Comune di Melegnano, per l’affidamento in concessione dell’unità immobiliare di proprietà comunale confiscata alla criminalità organizzata.

Il bando era atteso da tempo. Dall’Osservatorio, dalle associazioni, dal Presidio di Libera del Sud Est Milano, che si è posto l’obiettivo di facilitare l’affidamento di tutti i beni confiscati del sud est Milano per scopi sociali come da Legge 109/96.

I contenuti del bando hanno però deluso le aspettative di molti.

Ferma restando la piena legittimità di un’amministrazione di scegliere in maniera discrezionale gli scopi di riutilizzo, si sperava che il bando per destinare un bene confiscato a Pasquale Molluso mettesse tutte le realtà sociali operanti nel territorio nelle condizioni di poter presentare il loro progetto. Invece, il bando pubblicato restringe il campo a soggetti che si impegnano a prestare la loro opera a favore degli anziani, a fronte del pagamento delle prestazioni erogate. Esclude, quindi, tutte le altre finalità sociali, comprese quelle rappresentate nel progetto che l’Osservatorio, in cooperazione con altre associazioni locali, ha portato a conoscenza dell’Amministrazione Comunale di Melegnano fin dal 2014.

Questa scelta risulta ancor più evidente se si osservano le modalità di attribuzione con scopo di lucro da parte dell’Amministrazione (sebbene sia garantito il reinvestimento dei proventi con scopi sociali). A fronte del chiaro invito, dato dalla legge, di privilegiare l’attribuzione ad associazioni o cooperative in comodato d’uso gratuito, prevedendo la possibilità di un uso lucroso solo per i «beni non assegnati». Non ci risulta infatti che si sia tentata prima la strada dell’attribuzione in comodato gratuito, e che il fallimento di questa strada abbia permesso di identificare il bene come «non assegnato».

Con questi limiti il bando, più che restituire a un bene confiscato la sua pubblica utilità, sembra finalizzato a mettere a gara la disponibilità di una sede, a condizioni economiche vantaggiose per soggetti che abbiano comunque una disponibilità economica rilevante, anche per sostenere la ristrutturazione, considerando che la legge regionale 17/2015 permetterebbe al Comune di far fronte alle spese stesse.

Nei contenuti del bando l’Osservatorio ha rilevato alcune incongruenze rispetto agli indirizzi del D.Lgs. 159/2011, a proposito delle quali abbiamo chiesto al Presidio Nazionale di Libera una verifica di legittimità.

Stefania Rossi, Osservatorio Mafie Sud Milano
Leonardo La Rocca
, per il Presidio di Libera Sud Est Milano

 

 

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Cronaca

Differenziata al 95%: Roberto Fiorendi e la lista civica spiegano la «tariffa puntuale»

AULA CONSILIARE – Entrano in sala 47 persone. La serata Rifiuti Zero ha presentato un diverso metodo di differenziare e pagare i rifiuti: con correttezza nei confronti dei materiali in plastica e con un sistema di pagamento «a tariffa puntuale», calcolato su quota fissa e su quota variabile; la quota fissa è stabilita dal numero dei componenti del nucleo abitativo (non dei metri quadri abitati), la quota variabile dal numero di svuotamenti del bidone di differenziata. Ogni nucleo viene dotato di un bidoncino georintracciabile con microchip inserito all’interno; il comune viene dotato di un sistema di gestione in grado di rintracciare i microchip e di contare gli svuotamenti dei bidoncini. Realizzare un certo numero di svuotamenti significa risparmiare sul pagamento e raggiungere percentuali più alte di differenziazione, fino al 95%. Per questo, il programma di gestione dei rifiuti di Regione Lombardia, pubblicato il 20 giugno 2014, spera in un maggiore utilizzo della raccolta a tariffa puntuale.

Roberto Fiorendi, 38 anni, membro del Progetto Zero Waste Italia (dall’inglese zero spreco), ha parlato per più di un’ora con il pubblico. «Inizio raccontando un aneddoto – ha cominciato. – Un giorno, un sindaco del Nord Europa invitò i giornalisti a una conferenza stampa. Li salutò, dicendo: immaginate come sarà la città fra 100 anni. Un giornalista gli rivolse una battuta: tutto bellissimo, ma sono cose che noi, qui presenti, non vedremo mai. Il sindaco rispose: invece vi riguarda. Le nostre scelte di oggi sono quelle che decidono il domani dei nostri figli». Con questa ottica ha parlato del progetto di rifiuti zero e di tariffa puntuale, mostrando i margini di risparmio che la tariffa ha portato nei piccoli e medi consorzi di smaltimento rifiuti della Lombardia.

«Il progetto intende valorizzare le 4 R: la riduzione, il riuso, il riciclo e il recupero dei materiali. A svantaggio dell’incenerimento – ha affermato Fiorendi. – Nei primi cinque anni, il costo di bidoncini nuovi, microchip e gestione è pari a 1 euro e 70 centesimi per cittadino ad anno; dopo i primi cinque anni, è pari a 32 centesimi. In un comune lombardo di 18mila abitanti, i sacchi per la raccolta differenziata costano 3 euro l’uno». In un altro consorzio, dal 2013 al 2014, la tariffa puntuale ha prodotto un salto dal 65% al 78% di differenziata e un guadagno di 132mila euro.

Promosso dalla lista civica Insieme Cambiamo, l’incontro ha attirato l’interesse dell’associazione commercianti, degli ambulanti del mercato, delle forze politiche di minoranza. Presenti Caterina Ippolito presidente dell’associazione commercianti e Giovanni Ghianda vicepresidente, l’associazione degli ambulanti del mercato di Melegnano, Pietro Mezzi consigliere comunale di Sinistra Ecologia Libertà e consigliere metropolitano, Enrico Lupini ex vicesindaco e veterano di LegaNord Melegnano, attivisti del Movimento Cinque Stelle.

Marco Maccari, martedì 24 novembre 2015 ore 8:00

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Cronaca

Manette a Mantovani, arrestato il melegnanese Angelo Bianchi

MELEGNANO – Anche un melegnanese tra gli arrestati al seguito di Mario Mantovani, 65 anni, Forza Italia, senatore della Repubblica e vicepresidente di Regione Lombardia.

È Angelo Bianchi, 52 anni, nativo di Vieste in Puglia. Aveva un precedente. Bianchi era un importante funzionario presso il provveditorato delle opere pubbliche per la Lombardia e la Liguria, nel 2008 era stato arrestato nel corso di indagini su appalti in Valtellina e rinviato a giudizio nel 2012 dalla procura di Sondrio; le sue accuse erano rimaste in piedi. Mantovani fece pressioni sul provveditorato per ricollocare Angelo Bianchi nelle sue precedenti funzioni. Su queste pressioni grava la maggiore delle accuse rivolte a Mario Mantovani, la concussione.

L’ingegnere risulta da atti pubblici residente in via Cadorna dove, nel 2012, il Tribunale del Riesame di Milano gli confermò gli arresti domicliari a seguito delle indagini sugli appalti in Valtellina.

Marco Maccari, martedì 13 otttobre 2015 ore 12:50

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Cronaca

Ciconte e la ndrangheta: con un rito vi seppellirà

SETTIMANA DELLA LEGALITÀ – Enzo Ciconte, il primo in Italia a parlare di andrangheta. Scrive libri. Tanti. L’ultimo ha il titolo Riti criminali, i codici di affiliazione alla ‘ndrangheta. L’Osservatorio Mafie Sud Milano l’ha invitato a Dresano ieri sera e questo è il suo brillante colloquio con il pubblico.

«Sono calabrese, ma sto più al nord che al sud. È molti anni che vengo dalle vostre parti, in Emilia Romagna in modo particolare. A dire: guardate che qui c’è un problema. Guardate che qui c’è una realtà predisposta al rischio. In molti mi credevano; altri no. Del resto ricordo che il prefetto di Milano disse ‘la mafia a Milano non esiste’ proprio 15 giorni prima che iniziassero 300 arresti per mafia. Io dicevo che era vero, che la mafia a Milano non c’era. C’è la ‘ndrangheta. Che è peggio.

«La ‘ndrangheta ha rituali. I carabinieri hanno registrato riunioni nelle quali venivano conferite le doti di ‘ndrangheta, anche dette fiori. L’ultima dote è stata conferita qui in Lombardia. Se andate su YouTube, vedete che è stata conferita la Santa. Dote altissima, di coloro che possono fare parte della massoneria deviata.

«Nel mio libro Riti criminali ho voluto descrivere quello che succede nei rituali di ‘ndrangheta. Perché i mafiosi vengono pensati come un fatto antico. Se noi pensiamo che i rituali fanno parte del folklore facciamo un errore madornale. Pensate a quello che sta succedendo nel Sinodo a Roma. Avete visto i paramenti dei vescovi? Perché i rituali della Chiesa, o della Massoneria al massimo grado, quella inglese – personaggi di altissimo livello, con grembiulino, triangolo, con i simboli delle logge massoniche – perché nessuno pensa di dire che sono rituali arcaici? Perché sminuire un fatto costitutivo? Avete mai visto un cattolico senza la Bibbia? Così, non ci può essere uno ndranhetista senza rituali.

«Portatevi con la mente nella Calabria dell’800 o primi del ‘900. I giovanotti, figli di braccianti, zappatori, contadini, sentivano parole grosse. Formulari che apparentemente sono normali… ‘Dove cammini? Fra il cielo e la terra’. Tutti quanti ricordiamo come si facevano le messe in latino. Ma quanti capivano quello che diceva il prete? La stragrande maggioranza non capiva. È la stessa cosa per la ‘ndrangheta. Conta la continuità. La ripetitività. Il patto che ti dava sicurezza che venivano ripetute le stesse cose. Che tu entravi in un mondo magico, dove gli altri non possono entrare. Nella ‘ndrangheta non possono partecipare tutti. Le donne, no. Primo sbarramento. Poi non possono fare parte tutti quelli che hanno una divisa, poliziotti, preti, guardie. Certo, ci sono anche eccezioni, ci sono stati preti pungiuti. Ma il fascino qual è? E dobbiamo capirlo. Chi partecipa alla ‘ndrangheta partecipa a un’organizzazione di élite; non è un fatto popolare. Solo quelli che hanno alcune caratteristiche: ferocia, violenza, ma anche, come la ‘ndrangheta di seta, che hanno capacità avvolgente, di fare politica. Solo i migliori. Tutti gli altri sono pecore.

«Per un giovane figlio di pecorai, questo discorso lo portava alle stelle. Tutti i collaboratori di giustizia raccontano che quando andavano a fare il rito si sentivano tremebondi! Tutti i racconti anche nell’800 scandiscono questa cosa. Una volta il matrimonio era indissolubile. In tutte le professioni, puoi dimetterti. Anche il papa può dimettersi. Nella ‘ndrangheta, le dimissioni non sono contemplate. Quando fai i riti battesimo ti pungono il dito, una goccia di sangue cade su un’immaginetta sacra che viene bruciata e va in cenere. Ti dicono che, se esci, puoi rientrare nel momento in cui riesci a recuperare la cenere e a rifare quella stessa immaginetta sacra. Impossibile. Ti impegni nella vita. Non è solo un’organizzazione di violenti ma è molto più complessa.

«Chi sono Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Antenati. Altri nomi sono Minofrio, Misgarro e Misghizzi. Ogni tanto viene fuori di tutto… ma i mafiosi vanno anche presi un po’ per il culo. Chi sono? Tre cavalieri spagnoli. Ma sono esistiti? No. Sono una leggenda, secondo cui facevano parte di un’associazione segreta spagnola; nel 1412 sarebbero venuti dalla Spagna in Italia perché avevano ucciso una persona che aveva violato la propria sorella. Erano dei latitanti. Arrivano nell’isola della Favignana. È una località stupenda. Sono rimasti chiusi 29 anni, 11 mesi e 29 giorni (30 anni meno un giorno). Hanno approntato le regole sociali dell’Onorata Società. Escono tutti e tre all’aria aperta. Il primo dalla Favignana va in Sicilia, si ferma a Palermo e forma Cosa Nostra. E così via. Naturalmente è una leggenda ma, attenzione, mostra che i cavalieri formano le tre organizzazioni insieme. Di solito sono divise. È difficile trovare libri che parlano delle tre insieme.

«Vi racconto un episodio personale. Io e Vincenzo Macrì, giudice, scriviamo un libro sulla missione di Nicola Calipari in Australia. Calipari da ragazzo faceva parte della squadra mobile a Cosenza. Una città babba, dal punto di vista mafioso. Lui capisce che invece che gli ndranghetisti c’erano, e per questo lo ostacolano. Lo Stato, vedendo che era minacciato, lo manda in Australia, lo sostituisce. Un giorno la moglie, Rosa Calipari, deputata, commette l’imprudenza di dirmi che quando suo marito era andato in Australia aveva fatto una relazione sulla ‘ndrangheta in Australia. Aveva un allegato. Conteneva tre rituali di ‘ndrangheta in Australia. Tre diversi. C’è uno zoccolo comune. Insomma, io e il giudeice presentiamo il nostro libro in un giardino di un amico a Favignana. Era estate. Quando racconto la storia di Osso, Mastrostefano e Carcagnosso, la gente apre due occhi così. Nessuno ricordava quella leggenda. Enzo Patti, un pittore, rimase stregato. Fece delle tavole sui tre cavalieri, e uscì un libro illustrato.

«Perché la leggenda parla di Favignana e non di Aspromonte, che ha grotte bellissime, o della Sicilia? Perché la sede leggendaria è in un’isola? Perché era la sede del carcere dei Borboni, dove mandavano a morire i condannati. Si capisce il legame che i mafiosi hanno sempre avuto con le carceri.

«Il punto è che negli ultimi anni, molti ‘ndranghetisti sono del nord. Oggi Milano, Segrate, comuni dei dintorni. Sono i figli, i nipoti de clan. Che ormai fanno parte del panorama giudiziario, perché un pezzo di imprenditoria lombarda ha pensato di prendersi una scorciatoia e invece di fare quello che il capitale vuole, la libera concorrenza, hanno cercato il monopolio, la protezione. 1. Per fare più soldi, il più rapidamente possibile. 2. Perché hanno bisogno di protezione sui cantieri; utilizzano manodopera che danno loro i mafiosi, che costa di meno, che non ha sindacati che pretendono adeguazioni dei salari; danno la possibilità al padrone del cantiere di fare tutto quello che vuole. 3. Perché hanno bisogno dei mafiosi per recuperare i crediti. Di questi tempi l’imprenditore si rivolge ai giudici? No, alla ‘ndrangheta. C’è la storia di Ivano Perego. Un personaggio straordinario. Ma quando incontrò difficoltà economiche si rivolse alla ‘ndrangheta. In questi casi in azienda arrivano i soldi della ‘ndrangheta, ma arrivano anche gli ‘ndranghetisti. I quali pretendono di governare loro l’azienda. Ivano Perego da padrone che era diventava pedina. Perde l’azienda, fallisce e va in galera. È la capacità della ‘ndrangheta di impossessarsi delle aziende degli altri. Lo dico da 15 anni. C’è un fenomeno che ha investito il nord, ci sono imprenditori che chiedono prestiti a usura. L’usura del cravattaro è diversa da quella mafiosa. La cravatta ti può strozzare. Allora allenta il nodo. Alla fine monetizza, ma non ti strozza mai. Non ha interesse a strozzarti, ma che campi mille anni e il debito non lo estingui mai. All’usuraio mafioso invece non gliene frega di meno della cambiale che si rinnova mese dopo mese. Non paghi il debito? Ti prendo l’azienda. Oppure, da persona perbene, tu rimani formalmente il proprietario. Questo meccanismo ha spostato proprietà di aziende alla ‘ndrangheta calabrese, senza colpo ferire. Nessuno se n’è accorto. Tutto il resto avviene nel segreto di banche, di finanziarie, di studi notarili, senza che nessuno di voi se ne accorga. Se tu hai rapporti con i mafiosi ne esci con le ossa rotte. Non gliene frega niente.

«Per questo è importante dire agli imprenditori lombardi che devono cambiare strada. C’era una parola che connotava il Mezzogiorno, ed era omertà. Oggi l’omertà non è più un fatto dei meridionali. Gli imprenditori davanti ai giudici non parlano; se leggete i testi di Ilda Boccassini, se leggete le intercettazioni al telefono, gli imprenditori alla cornetta fanno fuoco e fiamme contro i mafiosi. Ma davanti ai magistrati: non lo conosco. Quella non è la mia voce. Nel Mezzogiorno l’omertà ha una motivazione storica. Pensate a un meridionale di tre secoli fa, analfabeta che andava contro il potente di turno. Il potente gli girava le parole, perché lui aveva studiato. Succede anche adesso. Quello doveva stare zitto. Era la cosa migliore. Il silenzio aveva una radice storica. Era il modo migliore per difendersi. A migghiu parola è chilla non ditta. Esattamente trapiantata e impiantata a nord.

«Dobbiamo riuscire a ribaltare questa situazione al nord, che è la nuova frontiera della mafia: qui ci sono i dané. Vi hanno ingannato con una teoria farlocca, che la mafia è una cosa da terroni e arretrati. I rituali di ‘ndrangheta non sono folklore, sono l’essenza del modo di essere dello ‘ndranghetista oggi. Se nella chiesa cattolica i riti valgono da mille anni, una ragione c’è. La chiesa costruisce una retorica: se sei chiamato diventi prete. È un errore ridicolizzare questi codici.

«Nei giornalisti c’è una pigrizia intellettuale che ha liquidato il fenomeno delle mafie come un fatto che riguarda assassini, e criminali. Se c’è da fare uno studio, non lo fanno. C’è una rinuncia a fare indagini in quel mondo. Quindici anni fa nessuno di quelli che si occupavano di mafie aveva una cattedra che se ne occupasse. La scusa degli accademici era: ah, ma, in quel modo gli diamo un riconoscimento accademico. Ma il problema non è questo. È che tu devi dare a studiosi e studenti i fondamenti per capire cosa sono le mafie, soprattutto strumenti giuridici. Un magistrato della Dda di Milano fece una ricerca per capire che cosa succedeva al nord. Lo chiamai: ti devo chiedere atti giudiziari, gli dissi. Quando arrivo, busso, mi apre e mi dice, dito puntato: tu mi sei costato 500mila lire. Perché non aveva mai trovato nulla di scritto sulla ‘ndrangheta. Poi lesse il mio primo libro sulla ‘ndrangheta: per fortuna, dice, vado a Bari, lo leggo, lo trovo bellissimo, così ho comprato un sacco di copie le ho regalate a poliziotti e carabinieri. Capite? Quel magistrato diceva che all’università la parola ‘ndrangheta manco la sentiva dire.

«Mazzaferro, Novella, Pino Neri sono stati la ‘ndrangheta padana. Mazzaferro formò una locale importante che andava prendendo peso, con importanza politica ed economica indipendente. Fu arrestato e quel progetto è finito nel dimenticatoio. Perché tentavano l’independenza? Perché erano economicamente forti. Poi ci fu un tentativo, di Novella, che non aveva un pedigree mafioso come Mazzaferro. Lo hanno amazzato. Pino Neri, personaggio straordinario. Finisce nella prima inchiesta sui Mazzaferro, e viene condannato a 6 anni come trafficante di droga ma assolto dal reato 416 bis di concorso esterno in associazione mafiosa. Si ammalò gravemente. Apre uno studio commercialista, ha capacità di relazione con il mondo amministrativo, specie con il direttore amministrativo ASL di Pavia, il cuore della sanità lombarda. Organizzò una riunione per ricostituire la testa tagliata con Novella. Fu a Paderno Dugnano, nel circolo Arci Falcone e Borsellino. È stata filmata. È su YouTube. E Pino Neri fa un discorso straordinario, spiega ai convenuti come il grande mafioso avesse sbagliato. Bisognava eleggere uno ‘ndranghetista e votano all’unanimità per il candidato di Neri. Erano riuniti a ferro di cavallo, altra formula del cerchio formato di onorata società. Perchè questo rituale? Immaginate la scena: un giovane entra per la prima volta, e chiede di essere affiliato. Si trova davanti i capi bastone più importanti del suo comune, che lo mettono in mezzo al cerchio. Sei protetto. Però il cerchio, se tu tradisci, significa: sei accerchiato, ti daremo la caccia davanti, di dietro e di lato. Quando Pino Neri fa l’interrogatorio dai magistrati, dice: sì, ci siamo riuniti, però era riunione della cultura nostra, della tradizione calabrese, noi ci riunivano per discutere di osso, mastrosso e carcagnosso; dovete mettere la legge che chi lo fa è arrestato. Tragico, perché dietro questi rituali si nasconde una ‘ndrangheta feroce che va contrastata e vinta. Se guardate poi quello che è diventata la ‘ndrangheta, una holding, capace di eleggere sindaci o consiglieri comunali…».

Marco Maccari, sabato 10 ottobre 2015 ore 9:00

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Cronaca

Bucare tutta Melegnano

VIA BADEN POWELL – Melegnano sprofonda ancora. Negli ultimi mesi si è ingrandita molto questa voragine. È a lato strada, dove parcheggiano abusivamente il giovedì e la domenica per andare al mercato.

Michelina Salandra, lunedì 13 luglio 2015 ore 12:16

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