Recensione

Il Covo di Lambrate

2010. NEL COMUNE DI MERLINO un commissario e un professore universitario scoprono campi di prigionia aperti durante la seconda guerra mondiale. I carcerieri, ultraottantenni, sono le tracce viventi di una brutalità tutta italiana. Il romanzo Il covo di Lambrate, nuovo sforzo noir di Gino Marchitelli per Frilli Editori, mette in scena nella provincia milanese il fenomeno della prigionia nelle aziende agricole, fatto comprovato da ricerche storiche. Narratore riconoscibile nel panorama giallistico, autore di una perla quale Milano non ha memoria, Marchitelli ordisce una trama che si presenta nella lingua più naturale possibile, semplice, mite, senza retorica. Dialoghi e azioni simpatizzano con il vissuto quotidiano di lettrici e lettori; è la veridicità dei crimini raccontati — abuso di potere, assassinio, violenza domestica, tortura, violazione di diritti umani — che vuole scuotere le coscienze di una comunità civile individuata nel Sud Est Milano; per riportarla, come afferma la coprotagonista Cristina Petruzzelli, «tra noi comuni mortali, democratici e costituzionalisti. E ho preso molto sul serio la missione che mi hanno affidato» (pagina 62). In Gino Marchitelli la gioventù che negli anni Settanta cambiò il mondo con il linguaggio della prassi critica militante oggi cambia il mondo con il linguaggio universale della creazione narrativa. È il sogno di una generazione che scopre qualcosa di nuovo da trasmettere, a dispetto dell’oblio.

Marco Maccari
Lunedì 11 febbraio, ore 10:57 

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Eroismo quotidiano

Che noir gentile, Gino Marchitelli

«Ti auguro una lettura avvincente e coinvolgente, nonostante la difficoltà dell’argomento trattato» ha scritto nella dedica. «Difficile»: come mai dire «difficile» di un romanzo nato da un focolare narrativo così riflessivo, pieno d’anima, semplicemente fresco?
Il Sud Est Milano ha un rapporto speciale con gli scrittori e Gino Marchitelli, classe 1959, è di sicuro il più prolifico e il più gentile di tutti. Le storie che il nuovo libro delle indagini del commissario Matteo Lorenzi – intitolato Milano non ha memoria, 2500 copie esaurite in meno di 15 giorni a distribuzione appena iniziata – per l’esperienza di vita che custodiscono e per la precisione con la quale sono state localizzate a Corvetto, Lambrate e nelle frazioni di San Giuliano Milanese, si sono proprio scritte da sé.
Lorenzi è un alter ego di Gino Marchitelli? Un suo fratello maggiore, forse: Matteo, il poliziotto più in gamba di Milano, non ha la sua durissima stretta di mano da elettrotecnico di cantiere ed ex inviato sulle piattafrme Eni ma ha la sua saldezza di principi democratici: non ha la devastante pacca sulla spalla di Gino, ma la sua passione per i vinili e per il rock progressive anni Settanta – il rock progressista, per capirci – sì, eccome.
È un estremista? Un antagonista militante? Ricredetevi, faciloni. Lorenzi è un uomo delle istituzioni, l’agente in divisa con pistola d’ordinanza in mano o, all’occorrenza, infilata dietro la schiena. È responsabile del nucleo investigativo di Lambrate, gruppo a vocazione quasi filosofica, tutto «proteso alla ricerca della verità»; è il poliziotto in tenuta antisommossa che protegge il commissariato dall’assedio dell’ira popolare. A Lorenzi lo Stato piace. Il commissario – Marchitelli non solo gioca con il noir ma lo personalizza in un dispositivo letterario potenzialmente infinito – è espressione del rinascimento democratico milanese, quello che accompagnò la città nel dopoguerra fuori dalla violenza dei torturatori di Salò, contro il nuovo terrore di piombo.
Ma per metà romanzo Lorenzi fa il moderno: umorale, con buchi allo stomaco, ex ragazzo di quartiere che si rifugia nella musica, forse meno milanese che italiano; animale abitudinario da doccia e shampoo e da biscotti la mattina, è un cuore infranto e stritolato, ancora innamorato della moglie morta, Eleonora, cotto dell’agente Giovanna Esposti, sensuale bomba a orologeria con la quale intreccia appaganti incontri mordi e fuggi; è il partner ufficiale in pausa di riflessione della radiogiornalista Cristina Petruzzi, donna emancipata e definitiva, professionista così intransigente da mettere in pericolo con le sue inchieste la fiducia e l’equilibrio del loro predestinato amore.

Layla & Kaled, la Zanardi, Freddie Mercury
«Difficile» un libro così? No, è per tutti: ma attenti, che tutto ciò che racconta è reale. È sul serio là fuori. Da vero numero uno, Lorenzi incontra l’emissario del potere in persona e riceve l’intimazione a non eccellere troppo nel suo zelo, con l’ordine di rilasciare in libertà un elemento pericoloso protetto dal sistema: quel sistema che coccola il nuovo estremismo razzista anzi lo piazza nelle istituzioni per i suoi scopi «riservati». Incollano queste pagine, incollano chi legge a un ritmo narrativo portato con mano dolce fino alla consumazione del finale suo malgrado wagneriano, nel quale ciascuno dovrà perdere qualcosa per dare coerenza alla propria storia, per dimostrare all’autore di essere persona e non sola maschera – e Gino non è avaro con i personaggi. – La più bella di tutte? La storia di Layla e Kaled (Lambrate, quartiere solidale, pagina 37) la coppia di immigrati dal Cairo. Il capitolo scioglie la narrazione in epica d’amore. Ma la migliore – opinione di privato lettore – è la storia di Tina e Valerio. Anziani, invisibili, tutto hanno perso compresi l’ardore, la gioventù, la salute, il benessere, resta loro il confronto ultimo con la morte: lui in estrema agonia da tumore, lei in esclusiva dedizione alle sue cure, sono invece i custodi della verità delle indagini. E della memoria stessa di Milano. I poliziotti di Lorenzi li disturbano per mera procedura investigativa, le manette scattano però solo dopo la loro testimonianza. A dire che oggi c’è ancora verità a Milano. Che la verità pure se muore di cancro grida ancora: guai a voi se non avete purificato la vostra memoria, se siete passati da ieri a oggi senza rispondere delle vostre azioni.
Preparatevi: starete per sempre, una volta chiuso il libro, a sperare di incontrare Lorenzi per strada e tra i luoghi e le persone reali messi in scena – chi conosce Civesio, Renato Scuffietti di Radio Popolare e Alessandra Zanardi del Giorno avrà adorabili sorprese. – I ghiotti di musica popolare internazionale potranno godere di un percorso alternativo, un’indagine parallela narrata in canzoni che l’autore linka a fine testo. Povero Freddie Mercury però (nemmeno: «il cantante dei Queen») finito all’inferno in un immaginario da clubino neonazi; proprio lui, straniero e migrante, dissacratore del sistema e, di suo, distinto autore progressive. O forse l’allusione è alla nascosta gayeté che circola nell’estrema destra? Nulla, comunque, che non si risolva assieme al commissario davanti a un buon vinile. Perché qui entri ed esci dall’immaginazione nella realtà e Milano ne ha bisogno, cresce in silenzio e ha bisogno di storie tutte nostre, per chi in città e nel Sud Est ci vive, ci spera, ci si sveglia chiedendo di respirare con dignità. Non è un caso se l’editore Frilli ha alzato la sua scommessa sul commissario. Leggetelo.

Giovedì 6 novembre 2014, ore 16:28

(Si ringrazia Marco Maccari)

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