Satira

Il bisnes dell’ex sindaco

Vito Bellomo non fa più il sindaco, ha smesso di monetizzare sulle nostre buche.

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No, Vito Bellomo non ha perso, Vito Bellomo si è perso.

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Il nuovo business di Bellomo. Gli piace stupire.

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Bellomo ex sindaco tenta la rimonta: riparare con le cacche dei cani le buche di Melegnano.

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I cantieri stanno aperti apposta per Vito Bellomo.

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La maggiore invidia dell’ex sindaco Bellomo è pensare che Massimiliano Pala adesso va a cercare un certo Ambrogio Corti e non lui.

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È nelle sere come questa che Bellomo rivanga certi messaggi inviperiti. «Che ricordi, quando mi twittavi contro. Ma era solo il mio corpo elettorale che volevi. Eri solo chiacchiere e tesserino da pubblicista».

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Rimborsi chilometrici! Questo di tanta speme oggi mi resta.

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Pentirsi amaramente di un selfie con Matteo Renzi.

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#sindacodimagenta

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MILANO ULTIME NOTIZIE

Università Statale, gli studenti non vogliono andare a EXPO

Aggiornamento: con 25 voti favorevoli contro 7 contrari il senato accademico ha approvato il trasferimento.

LARGO FRANCESCO RICHINI, CITTÀ STUDI — Corteo davanti al senato accademico contro il voto che intende trasferire l’università statale dalla Città degli Studi ai terreni ex EXPO. Il questore ordina un cordone di sicurezza composto di carabinieri e polizia per consentire lo svolgimento delle operazioni di voto senza interferenze da parte degli studenti. Nell’immagine in alto, la manifestazione davanti all’aula magna dell’ateneo.

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I carabinieri bloccano l’accesso a via S. Antonio, nella quale ha luogo la votazione del senato accademico. Il voto riguarda il trasferimento dell’università statale dall’attuale Città degli Studi ai terreni ex EXPO.

Lo Staff, martedì 6 marzo 2018 ore 15:16
ilblogradar@gmail.com

 

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Il caso, Sondaggio

Chi è più italiano?

LE DATE del 19 e 20 dicembre si fanno vicine. Rappresentano le scadenze per il rilancio della legge sullo Ius Soli, tenuta da parte per il colpo di coda di questa legislatura. Ius soli viene dal latino: significa diritto di suolo. La legge sullo ius soli vorrebbe riconoscere il diritto di cittadinanza italiana a chi è nato e vive sul territorio italiano, pure se ha padre e madre di nazionalità non italiana.

Lo Ius Soli fa furore sui gruppi locali di Facebook. Troppo spesso, però, pochi individui politicizzati distorcono le discussioni e si finisce sempre più lontano dalla verità. Proviamoci: diamo una possibilità alle persone di esprimersi con un sondaggio secco, diretto, sul tema della nazionalità e dell’italianità, a cui rispondere o sì o no.

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Pablo è un ragazzo brasiliano, nato e vissuto in Brasile nello stato di Minas Gerais. Ha fatto tutte le scuole lì. Suo nonno e suo padre erano migranti originari del sud Italia. Oggi Pablo lavora e viaggia molto. Conosce solo un paio di parole di italiano.

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Natalia è una ragazza ucraina, nata e cresciuta in Ucraina fino all’età di 10 anni, quando si trasferì in Italia a San Giuliano Milanese dove ha frequentato le scuole medie e il liceo. Lavora. Natalia conosce tutta la cultura italiana e parla un italiano perfetto.

Vota il sondaggio:

Lo Staff, martedì 12 dicembre 2018 ore 6:00
ilblogradar@gmail.com

 

 

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L'intervista

Pierino Esposti, primo gigante dell’età futura 

SAN GIULIANO MILANESE — Pierino Esposti è morto con l’amarezza di essere stato trascurato dalle ultime amministrazioni, soprattutto la giunta Lorenzano con la quale si scontrò a viso aperto. Ma il ricordo di Pierino Esposti è il ricordo di un #GiganteModerno, un uomo che ha visto nel tessuto locale una ricchezza superiore e l’ha trasferita alle nuove generazioni di storici locali, archeologi, appassionati, trasmettendola per primo alla popolazione di San Giuliano Milanese. Ecco come vuole ricordarlo RADAR, a un mese dall’evento tenuto in sua memoria.

Cristiana Amoruso, presidente della sezione Sud Est Milano dell’associazione Italia Nostra, lo ricorda affettuosamente così. «Pierino Esposti era un appassionato. È stato il nostro piccolo ministro degli esteri: ha tenuto in piedi relazioni con Svizzera e Francia quando non c’era nessuno a curarsene. Era ambizioso, e non falsamente modesto. Si era identificato con il cavaliere Pierre Bayard, aveva il mito di questo uomo d’arme valoroso, coraggioso e solo. Tante volte, durante le rievocazioni storiche, si era vestito con il suo costume. Di recente è stata tentata una ricostruzione del volto del Bayard e, curiosamente, ricorda i lineamenti di Pierino. L’ultimo suo progetto era la Battaglia degli Storici, una conferenza contro le false credenze riguardanti la Battaglia dei Giganti del 1515. A cominciare dal nome; per lui era la Battaglia di Zivido, non di Marignano, perché fu combattuta nel territorio su cui odi sorge la frazione sangiulianese». È stato lui a riportare in vita la Battaglia dei Giganti. Prima di lui che cosa c’era? «Prima di lui, negli anni Settanta, c’era il libro di Previato. Ma era un libro di nicchia, nessuno l’aveva reso popolare. Pierino Esposti ha preso la Battaglia e l’ha resa nota al pubblico, con un intelligente connubio tra cultura e popolo. Ha avuto idee innovative, come il corteo storico». Secondo Pierino Esposti quale valore poteva avere la riscoperta della Battaglia, per San Giuliano? «Per lui era incredibile che un fatto di valenza internazionale — e importante per i destini della città — non ricevesse il rilievo che merita. In Francia anche i bambini delle elementari sanno parlarti di Marignan quinze-quinze, cioè della Battaglia di Marignano del 1515; invece a San Giuliano Milanese è un fatto storico sottovalutato. Anzi, svalutato. Riscoprire questa tradizione, per lui, avrebbe portato ad animare di più il posto dove si vive. Pierino era mosso dall’amore per la verità e per la storia. Era forte, pieno di vigore fisico. E il lavoro che ha fatto è eccezionale. Era un uomo per il quale il passato poneva le basi di un rinnovamento dell’orgoglio e della dignità».

Marco Maccari, martedì 10 ottobre 2017 ore 15:39
mamacra@gmail.com

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MELEGNANO CITTÀ DI PRODOTTI E DI COMMERCIO

I bottegai di Melegnano

MELEGNANO — Il mondo cambia, con o senza di noi. Se ci adeguiamo reinventandoci, ci sarà un futuro anche per noi. Diversamente, sarà come finire davanti a una grande macina da mulino e sperare di bloccarla con un bastoncino di legno.

C’È SCRITTO: «BOTTEGA DEI SOGNI FOLLI. RIPARATORE DI SOGNI INFRANTI».

In estate ha fatto notizia il libraio milanese che avvertiva i clienti di non presentarsi nel suo negozio se erano abituati ad acquistare libri online. Con un po’ di scotch in vetrina e con un volantino stampato al computer (foto qui in basso) ha detto chiaro che «non si vende né si prenota ai clienti che hanno già acquistato su Amazon».

Il libraio non perdona: non presentarti con una lista di testi scolastici spuntata da un rivenditore online — o da un supermercato — oppure con la richiesta di un singolo testo non disponibile su Internet, perché lui ti sgama e ti rimanda indietro.

LO STORICO LIBRAIO MILANESE CHE CHIUDE AI CLIENTI ONLINE. NON RICORDA QUALCHE SCENA DRAMMATICA VISTA IN PASSATO?

Ingegnoso stratagemma o perdita di tempo? Perché intanto il fatturato incalza, il locale costa, i debiti sono sempre lì.
Oggi il commerciante e l’artigiano sembrano destinati all’estinzione. Ma è davvero un cattivo scherzo dell’evoluzione sociale? È tutto perduto?
Proviamo a comprendere meglio questo mondo. La compravendita via Internet, ci piaccia o no, è una realtà. Ci piaccia o no, i clienti la amano. Si chiama e-commerce e avviene mediante uno shop online. Dopo avere conquistato i Paesi esteri, prende il volo anche in Italia: Milano è in cima alle province che acquistano via Internet con il 55,6% di ordinazioni online per numero di abitanti (in pratica, su 100 abitanti quasi 56 ordinazioni vengono fatte online dai clienti stessi, da un computer o uno smartphone o un tablet, a casa e in ufficio, senza nessun negoziante in mezzo). Più di Milano, solo la provincia di Sondrio (63%). Il resto d’Italia è un lento ma inesorabile trapasso dal negozietto di quartiere a Internet. Il giorno prediletto per acquistare online è il lunedì. La modalità di pagamento avviene al 43% su carta di credito e al 35% in PayPal. Resiste la modalità del contrassegno (dati di Il Sole24Ore, 9 settembre 2017).

OSSERVA ATTENTAMENTE. OGGI 12 MILIONI DI FAMIGLIE ITALIANE COMPRANO OGNI GIORNO COSÌ.

In questo mondo i librai milanesi che combattono Amazon e le grandi catene sono come cavalieri erranti senza re e senza regina. Commuovono, destano rispetto, ma la loro caparbietà non salva l’attività di nessuno. La vendita di prodotti online è destinata a crescere del 25% entro il dicembre del 2017. Il demone dell’acquisto online andrà a terrorizzare ancora di più il cuore dei commercianti. Perdere tutto, fallire, calare la saracinesca non è mai stato così probabile. Il negoziante è spaventato e non vuole ammetterlo; preferisce subire. È affezionato alla sua mentalità e non vuole cambiare canali di vendita.

ACQUISTARE ONLINE SIGNIFICA, PER IL CLIENTE, RISPARMIARE TEMPO E DENARO, CON IL POTERE DI SCEGLIERE ACCURATAMENTE IL PRODOTTO DESIDERATO, PRENDENDO VISIONE DI TUTTE LE OPZIONI CHE VUOLE.

In alternativa, i commercianti possono abbracciare il cambiamentoiniziare a crescere. Il negozio di quartiere può aprirsi una vetrina onlinediventare un nuovo punto di riferimento. Addirittura, un libraio potrebbe fare da punto di ritiro Amazon: in questo modo i clienti andrebbero da lui sì per ritirare il pacco con la propria ordinazione, ma entrerebbero anche nel suo negozio, compresi i clienti mai visti prima, e… mostrando i prodotti, accattivando la curiosità del nuovo potenziale cliente, offrendogli una bella esperienza d’acquisto, può avvenire il miracolo. Ma si sa: come dicono a Roma, la gente ha la capoccia de legno: no, de mogano proprio. E sono sempre pochi i predestinati al cambiamento.

E tu, che cosa pensi del libraio?

Marco Maccari, Massimiliano Basile, mercoledì 20 settembre 2017 ore 6:30 

mamacra@gmail.com
info@communicatemotion.net

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Leggi qui: 

La mappa dei consumi e degli acquisti online in Italia: Sondrio e Milano al top

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L'intervista

Nicolò Sordo, in difesa della generosità

24 anni, veneto, da poco uscito dal premio teatrale NdN e artista poliedrico che non vede l’ora di regalarvi tutto

Nicolò Sordo ha un occhio brillante e un occhio cinico. Con quello cinico ha scritto il testo I Camminatori della Patente Ubriaca, che quest’anno gli ha fatto vincere il primo premio di NdN Network Drammaturgia Nuova; con quello brillante cerca un teatro vivo. «Lavoro sempre sull’osservazione: su cose che vedo» racconta. «Su persone reali. Dopo un periodo in cui ho frequentato l’accademia, tornato nel mio paese mi sono messo al lavoro su questa famiglia reale, una leggenda del paese, che nel mio testo è diventata quella dei Camminatori: sono tre persone, una madre e due figli, e nel mio testo devono affrontare in modo epico l’allontanamento del padre e l’alcolismo. Ma nel paese sono una leggenda. La gente parla di loro già in tono epico; l’epica su di loro è già nell’aria, io ho semplicemente aggiunto testo». Abiti in un piccolo paese? «Abito in un paese che si chiama Colà di Lazise, vicino al lago di Garda». Quindi, come in ogni piccola comunità, quando si è particolari è facile che si diventi personaggi. «Nella realtà quotidiana sono personaggi molto ironici. Una delle più grosse favole su di loro è sul fatto che abbiano l’abbonamento per andare al parco dei divertimenti; su WhatsApp la gente si manda le foto con loro che vanno al parco. Mentre camminano, appunto. Succede, secondo me, perché sono eroi. Eroi di un disagio che gli altri vivono dentro, senza portarlo fuori». La figura dell’angelo invece è inventata? «Sì. È una ragazza in sembianze di angelo, che appare a uno dei figli. È un angelo sofferente, un angelo che beve, un angelo caduto. Inizialmente era un personaggio che pronunciava solo interventi poetici, senza relazioni con gli altri. Infatti, lavorando con Michele Santeramo, abbiamo deciso di introdurlo come un personaggio che desse al testo un senso di insieme. Il rischio era che il regista, leggendo, decidesse di tagliare via il personaggio dell’angelo perché recitava solo poesie; Santeramo mi ha detto: “Trova il modo di imbullonarlo nella struttura drammaturgica”. Alla fine le ho dato una funzione, quella di cercare di farli smettere di bere».

BERE SOFFRIRE ESSERE PURI
È la prima volta che tocchi questi temi? Bere, soffrire, eroi perduti? «Così nello specifico, sì. Ma nella mia esperienza di attore sono partito dai Blues di Tennesse Williams, da Proibito, la storia della bambina sui binari; con la mia compagnia, I Filastrofici, lo abbiamo decontestualizzato nel fenomeno degli orfani bianchi, i bambini vittime del lavoro. Sì, mi interessano figure che sono alle prese con delle urgenze forti, primarie, che abbiano in sé una grande purezza; che ci sia un grande contrasto tra ciò che fanno e ciò che sono dentro. Anche questi Camminatori sono dei puri. Cerco personaggi così, che non riescono a soffocare il disagio né a trasformarlo, e devono portarlo fuori. Anche il primo testo che ho scritto a tavolino, che si chiama Taiàrse fora, tratta di urgenze primarie. L’ho scritto in dialetto veneto; parla di un gruppo di indipendentisti che, al momento i fare una rivoluzione, decidono di tagliare la terra intorno alla casa e finiscono per ammazzarsi tra di loro, nella nebbia. Personaggi soli anche loro, con un ideale che si rivela essere niente, che si riduce al gesto di tagliare, un gesto primo».

SENZA PERSONE VERE LO SPETTACOLO NON SI FA
Ma il testo lo hai scritto per il premio? «L’avevo già scritto. Avevo delle registrazioni frammentarie su di loro; ogni giorno li vedevo e ogni sera scrivevo una scena su di loro». Sarebbe interessante capire quale valore aggiunto ha dato il premio NdN ai tuoi frammenti; e poi capire cosa senti di avere aggiunto tu, con il tuo testo, all’epica dei tuoi personaggi, i Camminatori. «Il lavoro fatto in NdN è stato rendere il mio testo più teatrale. NdN mi ha dato un supporto tecnico; ho potuto conoscere gli strumenti teatrali professionali di Santeramo, sperimentarli, usarli con coscienza. Avevo materiali ancora indefiniti che potevano diventare, non so, un romanzo dialogato: con NdN ho potuto costringerli a chiudersi in una forma, per quanto questo sia possibile». E tu sei uno che chiude, o no? «Io? No, non chiudo mai! Anche quando faccio spettacoli fisso sempre una prima versione ma poi, andando avanti, li riapro sempre. Prima cosa mi chiedevi? Se ho aggiunto valore alla loro storia? Secondo non ho aggiunto niente. Non sono riuscito a rendere la loro ironia, ho spinto troppo sul valore letterario, solo scrivere un bel testo. Ho ricevuto dei complimenti per i monologhi di Pupa, ma penso di avere tradito i personaggi. Se posso avere dato loro valore, li ho elevati a eroi del nostro tempo; ma non li ho raccontati al meglio». Dovevano essere delineati meglio come caratteri? «Sì». Forse solo il personaggio di Simon è ben delineato con caratteristiche precise. «Lui è il più somigliante alla persona vera che c’è dietro. Infatti sto pensando di scrivere altri testi su di loro. Più aderenti». E nel tuo paese? Hanno saputo di questo testo? «No. Non esiste il teatro da me! Ma non lo rappresenterei mai nel mio paese. Accetterei di rappresentare qualcosa che abbia loro dentro. Anche perché loro sanno che ogni loro gesto viene messo su WhatsApp; anche in certi vestiti che, nella realtà, indossa Pupa, c’è un’esibizione. Avrei bisogno di loro in video, che facciano qualcosa, ma come coro, dalla parte della scena. Se no non è vivo. La mia idea registica è che, senza le persone vere, uno spettacolo non si possa fare».

LE BRACCIA DEGLI SCONOSCIUTI
Cosa ti sta più a cuore? Vorresti realizzarti più come attore o come drammaturgo? Che cosa senti più forte? «Guarda, ti dico la verità: non lo so. Mi vedo come una cosa unica. Vorrei essere un artista a tutto tondo». Ma il lavoro di regia non ti appartiene. «No. Il mio desiderio è lanciarmi nelle braccia degli sconosciuti. È più facile che io possa fare un lavoro performativo in cui, da attore, unisco più cose che ho fatto. Vedo un tutt’uno tra le cose che faccio e le funzioni di attore, drammaturgo, musicista. Che è anche la mia difficoltà di inserirmi in un meccanismo produttivo. Sarà che le mie prime letture d’infanzia sono legate a Gabriel Garcia Marquez, che nella sua opera ha costruito un filo grazie al quale tutto torna. Fino a ieri pensavo di volermi realizzare come drammaturgo; poi ho letto una frase di Kundera: “Un attore è una persona che accetta, fin dall’infanzia, di mettersi in mostra davanti a un pubblico anonimo”. Vale a dire, non è questione di talento, è semplicemente questione di esporsi. Non di talento». Ma anche lì ci vuole talento. «Sì, ma, è qualcosa di connaturato. Non è tanto quello che fai, ma è sulla tua presenza». È incontestabile; però, effettivamente, se dovessi guardare quel palco, forse direi che lo fanno davanti all’arte. Come mestiere, come forme che vivono e si tramandano. Il pubblico anonimo è una funzione esso stesso. «Mi relaziono con un patrimonio vivo, relazionarmi al pubblico significa ispirarmi a loro. Di questa frase di Kundera mi interessa, se vogliamo, il film che ti fai dall’infanzia: quando sei sul palco, non sei lì solo tu: c’è il te stesso da bambino, c’è il te stesso di un anno fa, c’è il te stesso di oggi. C’è il te stesso che ha scoperto l’arte, interessato a scoprire un patrimonio artistico». Allora lo vedi che c’entra l’arte. «Sì, c’entra. Ma dipende molto da dove sei. Per me l’arte è dietro, è un bagaglio: davanti c’è il pubblico. Anzi, se questa frase fosse quello che pensano tutti, a me basterebbe entrare in scena, e tutti piangerebbero». Questa è la grandezza dell’attore: con la sola presenza sul palco riesce ad emozionare. Pare che Eleonora Duse, con la sola presenza sul palco, ferma, emozionasse. «Ho in mente un’altra cosa. Questa: sarebbe bello entrare sul palco in un altro contesto. Non c’è la storia. Entra l’attore».

I PAZZI DI VITA
Pensi che dopo questo premio la tua scrittura cambierà? «No. Anche perché non è cambiato niente. Sarebbe cambiato qualcosa se avessi ricevuto una commissione per scrivere un testo. Allora direi, sì, è cambiato qualcosa, ho un lavoro. Ti dico che, incontrando Santeramo, ho dovuto misurarmi con un gigante della drammaturgia, ho dovuto fare un lavoro sulla mia modalità di scrittura, disordinata, legata a sbalzi temporali. Qualche cosa è cambiata nell’incontro con altri drammaturghi: tutti loro mi hanno regalato qualcosa il loro immaginario». Nuovi progetti? «Sto scrivendo molto. Recupero anche molte cose che ho scritto tra i 16 e i 18 anni. Si dice che l’età dei poeti sia tra i 16 e i 18 anni». Non è vero. «Non sei d’accordo? Lo dice De André». Sì, lui lo diceva citando Benedetto Croce, secondo il quale tutti scrivono poesie fino all’età di diciotto anni; dopo, continuano a scriverle solo i poeti o i cretini, e quindi De André si definiva per precauzione un cantautore, eccetera. «Lo dico perché ora ho 24 anni, ma un amico mi ha detto che, quando ne avevo 16, scrivevo molto meglio di adesso; e mi sono accorto che ha ragione! Ho ritrovato un mio romanzo di allora, che ha una freschezza, un sentimento più ingenuo, che in questo momento sto cercando. Vorrei fare uno spettacolo in cui inserire tutto il mio immaginario, ma senza vincolarlo a un unico filo rosso…». E vorresti inserire nello spettacolo i tuoi primissimi materiali? «Sì. Ci sono cose con le quali ho necessità di chiudere. Vedo che in quei primi lavori c’era un me che mi interessa, c’era un certo coraggio, anche una visione totale, la percezione di un senso. Sto recuperando la mia vocazione a seguire i pazzi; quelli di Kerouac, che dice: ho corso tutta la vita dietro alla gente che mi interessa, per me l’unica gente possibile sono i pazzi, i pazzi di vita, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo. Sto cercando il più possibile di fuggire da un certo tipo di professionismo della drammaturgia, non voglio diventare uno che, anche se lavora per altri, deve lavorare solo sui suoi materiali».

COSÌ BELLO LAVORARE TUTTI INSIEME
Com’è andato l’impatto con questo business? Soprattuto in una realtà come quella di Milano? «Io non ce l’ho avuto. Non ho mai ricevuto commissioni». Ma il premio è orientato, in parte, a inserire autori in un certo genere di business. «Non l’ho riscontrato». Ma sei sempre propenso ad affidare i tuoi testi a un regista. «Le scritture a tavolino, io sarei per darle sempre via. Per me la drammaturgia consiste in materiali di lavoro. Anche perché quando scrivo, la testa la uso alla fine, per riordinare quello che ho scritto. In questo modo cerco di ritardare le presunzioni su ciò che ho scritto. Faccio l’esempio del romanzo: le persone lo prendono, se lo mettono a casa in libreria, lo usano per tenere ferma la porta, possono farne quello che vogliono. Mi emoziona molto il fatto che ci sia un regalo. Il lavoro legato alla scrittura io lo vedo come un regalo, come il vare dei regali. Infatti quando scrivo ho sempre un interlocutore a cui vorrei regalare queste cose». Pensi di dedicarti al cinema, prima o poi? «I compensi sono più alti, il trattamento è migliore e ti senti trattato come persona, ma non sono molto affascinato dal cinema. Anche se oggi l’attore teatrale, secondo me, è un peso sociale». È normale, se posso permettermi. Con gli anni, anche i teatri accolgono in modo diverso gli attori che riescono ad affermarsi. «Dipende anche dal giro che prendi. Se decidi di lavorare nell’underground, sarà sempre così. Sono ormai 6 anni che giro per teatri e l’accoglienza è sempre la stessa. Secondo me dobbiamo andare a fare qualcosa di nuovo. Per forza». Tipo? «Portare il teatro alla sua funzione originaria: quella di discutere un problema di quella società che accoglie lo spettacolo. Oggi il pubblico vede qualche cosa di frontale, con te che vai sul palco, fai lo spettacolo, e te ne vai da un’altra parte. Non senti la necessità di attuare cose che parlino del posto in cui vai a farle». Perché allora non porti le tue cose nel tuo paese? «…è vero! Hai ragione.». Grazie per la ragione che, come sappiamo, si dà ai pazzi; ma come risponderesti alla domanda? «Guarda che è da pazzi, farlo».

DIFESA DELLA GENEROSITÀ 
Cosa ti auguri per il tuo futuro?
«Mi auguro di fare più date. Di prendere di più. Basta, perché per il resto sono contento. Vorrei circuitare di più. E soprattuto mi piacerebbe regalarmi ad altri, lavorare con più artisti, fare i regali che in questa età mi sento di poter fare. Adesso sono molto creativo ma ho poche possibilità di uscire; ed è un peccato. Non sono molto attaccato ai miei lavori, regalo volentieri, anzi credo che il mio lavoro sia proprio quello di fare dei regali. Ora si ha paura di fare regali; c’è paura su tutto, di confrontarsi, si fa fatica a dirsi le cose, ci si vuole poco bene. quando in realtà sarebbe così bello lavorare tutti insieme; perché poi quello che fai te lo proti sempre dietro e non è nella difesa di un piccolo pezzo che hai vinto». Se questa intervista fosse un testo teatrale, che titolo le daresti? «Difesa della generosità». Se tutta l’esperienza di NdN fosse un testo, che titolo le daresti? «Finalmente mi è sembrato di lavorare!».

Marco Maccari, Patrizia Ferraro, mercoledì 7 dicembre 2016 ore 6:00
mamacra@gmail.com

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Satira

Mercenari, il film

Sicurezza: la Convenzione con il Comune di Hollywood supera le aspettative.
Ecco i nostri eroi al Festival di Cannes.

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Didascalia: vedersi tanti film.

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Come sopra.

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Oh: U. GUA. LI.

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#spendibili

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