L'intervista

Nicolò Sordo, in difesa della generosità

24 anni, veneto, da poco uscito dal premio teatrale NdN e artista poliedrico che non vede l’ora di regalarvi tutto

Nicolò Sordo ha un occhio brillante e un occhio cinico. Con quello cinico ha scritto il testo I Camminatori della Patente Ubriaca, che quest’anno gli ha fatto vincere il primo premio di NdN Network Drammaturgia Nuova; con quello brillante cerca un teatro vivo. «Lavoro sempre sull’osservazione: su cose che vedo» racconta. «Su persone reali. Dopo un periodo in cui ho frequentato l’accademia, tornato nel mio paese mi sono messo al lavoro su questa famiglia reale, una leggenda del paese, che nel mio testo è diventata quella dei Camminatori: sono tre persone, una madre e due figli, e nel mio testo devono affrontare in modo epico l’allontanamento del padre e l’alcolismo. Ma nel paese sono una leggenda. La gente parla di loro già in tono epico; l’epica su di loro è già nell’aria, io ho semplicemente aggiunto testo». Abiti in un piccolo paese? «Abito in un paese che si chiama Colà di Lazise, vicino al lago di Garda». Quindi, come in ogni piccola comunità, quando si è particolari è facile che si diventi personaggi. «Nella realtà quotidiana sono personaggi molto ironici. Una delle più grosse favole su di loro è sul fatto che abbiano l’abbonamento per andare al parco dei divertimenti; su WhatsApp la gente si manda le foto con loro che vanno al parco. Mentre camminano, appunto. Succede, secondo me, perché sono eroi. Eroi di un disagio che gli altri vivono dentro, senza portarlo fuori». La figura dell’angelo invece è inventata? «Sì. È una ragazza in sembianze di angelo, che appare a uno dei figli. È un angelo sofferente, un angelo che beve, un angelo caduto. Inizialmente era un personaggio che pronunciava solo interventi poetici, senza relazioni con gli altri. Infatti, lavorando con Michele Santeramo, abbiamo deciso di introdurlo come un personaggio che desse al testo un senso di insieme. Il rischio era che il regista, leggendo, decidesse di tagliare via il personaggio dell’angelo perché recitava solo poesie; Santeramo mi ha detto: “Trova il modo di imbullonarlo nella struttura drammaturgica”. Alla fine le ho dato una funzione, quella di cercare di farli smettere di bere».

BERE SOFFRIRE ESSERE PURI
È la prima volta che tocchi questi temi? Bere, soffrire, eroi perduti? «Così nello specifico, sì. Ma nella mia esperienza di attore sono partito dai Blues di Tennesse Williams, da Proibito, la storia della bambina sui binari; con la mia compagnia, I Filastrofici, lo abbiamo decontestualizzato nel fenomeno degli orfani bianchi, i bambini vittime del lavoro. Sì, mi interessano figure che sono alle prese con delle urgenze forti, primarie, che abbiano in sé una grande purezza; che ci sia un grande contrasto tra ciò che fanno e ciò che sono dentro. Anche questi Camminatori sono dei puri. Cerco personaggi così, che non riescono a soffocare il disagio né a trasformarlo, e devono portarlo fuori. Anche il primo testo che ho scritto a tavolino, che si chiama Taiàrse fora, tratta di urgenze primarie. L’ho scritto in dialetto veneto; parla di un gruppo di indipendentisti che, al momento i fare una rivoluzione, decidono di tagliare la terra intorno alla casa e finiscono per ammazzarsi tra di loro, nella nebbia. Personaggi soli anche loro, con un ideale che si rivela essere niente, che si riduce al gesto di tagliare, un gesto primo».

SENZA PERSONE VERE LO SPETTACOLO NON SI FA
Ma il testo lo hai scritto per il premio? «L’avevo già scritto. Avevo delle registrazioni frammentarie su di loro; ogni giorno li vedevo e ogni sera scrivevo una scena su di loro». Sarebbe interessante capire quale valore aggiunto ha dato il premio NdN ai tuoi frammenti; e poi capire cosa senti di avere aggiunto tu, con il tuo testo, all’epica dei tuoi personaggi, i Camminatori. «Il lavoro fatto in NdN è stato rendere il mio testo più teatrale. NdN mi ha dato un supporto tecnico; ho potuto conoscere gli strumenti teatrali professionali di Santeramo, sperimentarli, usarli con coscienza. Avevo materiali ancora indefiniti che potevano diventare, non so, un romanzo dialogato: con NdN ho potuto costringerli a chiudersi in una forma, per quanto questo sia possibile». E tu sei uno che chiude, o no? «Io? No, non chiudo mai! Anche quando faccio spettacoli fisso sempre una prima versione ma poi, andando avanti, li riapro sempre. Prima cosa mi chiedevi? Se ho aggiunto valore alla loro storia? Secondo non ho aggiunto niente. Non sono riuscito a rendere la loro ironia, ho spinto troppo sul valore letterario, solo scrivere un bel testo. Ho ricevuto dei complimenti per i monologhi di Pupa, ma penso di avere tradito i personaggi. Se posso avere dato loro valore, li ho elevati a eroi del nostro tempo; ma non li ho raccontati al meglio». Dovevano essere delineati meglio come caratteri? «Sì». Forse solo il personaggio di Simon è ben delineato con caratteristiche precise. «Lui è il più somigliante alla persona vera che c’è dietro. Infatti sto pensando di scrivere altri testi su di loro. Più aderenti». E nel tuo paese? Hanno saputo di questo testo? «No. Non esiste il teatro da me! Ma non lo rappresenterei mai nel mio paese. Accetterei di rappresentare qualcosa che abbia loro dentro. Anche perché loro sanno che ogni loro gesto viene messo su WhatsApp; anche in certi vestiti che, nella realtà, indossa Pupa, c’è un’esibizione. Avrei bisogno di loro in video, che facciano qualcosa, ma come coro, dalla parte della scena. Se no non è vivo. La mia idea registica è che, senza le persone vere, uno spettacolo non si possa fare».

LE BRACCIA DEGLI SCONOSCIUTI
Cosa ti sta più a cuore? Vorresti realizzarti più come attore o come drammaturgo? Che cosa senti più forte? «Guarda, ti dico la verità: non lo so. Mi vedo come una cosa unica. Vorrei essere un artista a tutto tondo». Ma il lavoro di regia non ti appartiene. «No. Il mio desiderio è lanciarmi nelle braccia degli sconosciuti. È più facile che io possa fare un lavoro performativo in cui, da attore, unisco più cose che ho fatto. Vedo un tutt’uno tra le cose che faccio e le funzioni di attore, drammaturgo, musicista. Che è anche la mia difficoltà di inserirmi in un meccanismo produttivo. Sarà che le mie prime letture d’infanzia sono legate a Gabriel Garcia Marquez, che nella sua opera ha costruito un filo grazie al quale tutto torna. Fino a ieri pensavo di volermi realizzare come drammaturgo; poi ho letto una frase di Kundera: “Un attore è una persona che accetta, fin dall’infanzia, di mettersi in mostra davanti a un pubblico anonimo”. Vale a dire, non è questione di talento, è semplicemente questione di esporsi. Non di talento». Ma anche lì ci vuole talento. «Sì, ma, è qualcosa di connaturato. Non è tanto quello che fai, ma è sulla tua presenza». È incontestabile; però, effettivamente, se dovessi guardare quel palco, forse direi che lo fanno davanti all’arte. Come mestiere, come forme che vivono e si tramandano. Il pubblico anonimo è una funzione esso stesso. «Mi relaziono con un patrimonio vivo, relazionarmi al pubblico significa ispirarmi a loro. Di questa frase di Kundera mi interessa, se vogliamo, il film che ti fai dall’infanzia: quando sei sul palco, non sei lì solo tu: c’è il te stesso da bambino, c’è il te stesso di un anno fa, c’è il te stesso di oggi. C’è il te stesso che ha scoperto l’arte, interessato a scoprire un patrimonio artistico». Allora lo vedi che c’entra l’arte. «Sì, c’entra. Ma dipende molto da dove sei. Per me l’arte è dietro, è un bagaglio: davanti c’è il pubblico. Anzi, se questa frase fosse quello che pensano tutti, a me basterebbe entrare in scena, e tutti piangerebbero». Questa è la grandezza dell’attore: con la sola presenza sul palco riesce ad emozionare. Pare che Eleonora Duse, con la sola presenza sul palco, ferma, emozionasse. «Ho in mente un’altra cosa. Questa: sarebbe bello entrare sul palco in un altro contesto. Non c’è la storia. Entra l’attore».

I PAZZI DI VITA
Pensi che dopo questo premio la tua scrittura cambierà? «No. Anche perché non è cambiato niente. Sarebbe cambiato qualcosa se avessi ricevuto una commissione per scrivere un testo. Allora direi, sì, è cambiato qualcosa, ho un lavoro. Ti dico che, incontrando Santeramo, ho dovuto misurarmi con un gigante della drammaturgia, ho dovuto fare un lavoro sulla mia modalità di scrittura, disordinata, legata a sbalzi temporali. Qualche cosa è cambiata nell’incontro con altri drammaturghi: tutti loro mi hanno regalato qualcosa il loro immaginario». Nuovi progetti? «Sto scrivendo molto. Recupero anche molte cose che ho scritto tra i 16 e i 18 anni. Si dice che l’età dei poeti sia tra i 16 e i 18 anni». Non è vero. «Non sei d’accordo? Lo dice De André». Sì, lui lo diceva citando Benedetto Croce, secondo il quale tutti scrivono poesie fino all’età di diciotto anni; dopo, continuano a scriverle solo i poeti o i cretini, e quindi De André si definiva per precauzione un cantautore, eccetera. «Lo dico perché ora ho 24 anni, ma un amico mi ha detto che, quando ne avevo 16, scrivevo molto meglio di adesso; e mi sono accorto che ha ragione! Ho ritrovato un mio romanzo di allora, che ha una freschezza, un sentimento più ingenuo, che in questo momento sto cercando. Vorrei fare uno spettacolo in cui inserire tutto il mio immaginario, ma senza vincolarlo a un unico filo rosso…». E vorresti inserire nello spettacolo i tuoi primissimi materiali? «Sì. Ci sono cose con le quali ho necessità di chiudere. Vedo che in quei primi lavori c’era un me che mi interessa, c’era un certo coraggio, anche una visione totale, la percezione di un senso. Sto recuperando la mia vocazione a seguire i pazzi; quelli di Kerouac, che dice: ho corso tutta la vita dietro alla gente che mi interessa, per me l’unica gente possibile sono i pazzi, i pazzi di vita, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo. Sto cercando il più possibile di fuggire da un certo tipo di professionismo della drammaturgia, non voglio diventare uno che, anche se lavora per altri, deve lavorare solo sui suoi materiali».

COSÌ BELLO LAVORARE TUTTI INSIEME
Com’è andato l’impatto con questo business? Soprattuto in una realtà come quella di Milano? «Io non ce l’ho avuto. Non ho mai ricevuto commissioni». Ma il premio è orientato, in parte, a inserire autori in un certo genere di business. «Non l’ho riscontrato». Ma sei sempre propenso ad affidare i tuoi testi a un regista. «Le scritture a tavolino, io sarei per darle sempre via. Per me la drammaturgia consiste in materiali di lavoro. Anche perché quando scrivo, la testa la uso alla fine, per riordinare quello che ho scritto. In questo modo cerco di ritardare le presunzioni su ciò che ho scritto. Faccio l’esempio del romanzo: le persone lo prendono, se lo mettono a casa in libreria, lo usano per tenere ferma la porta, possono farne quello che vogliono. Mi emoziona molto il fatto che ci sia un regalo. Il lavoro legato alla scrittura io lo vedo come un regalo, come il vare dei regali. Infatti quando scrivo ho sempre un interlocutore a cui vorrei regalare queste cose». Pensi di dedicarti al cinema, prima o poi? «I compensi sono più alti, il trattamento è migliore e ti senti trattato come persona, ma non sono molto affascinato dal cinema. Anche se oggi l’attore teatrale, secondo me, è un peso sociale». È normale, se posso permettermi. Con gli anni, anche i teatri accolgono in modo diverso gli attori che riescono ad affermarsi. «Dipende anche dal giro che prendi. Se decidi di lavorare nell’underground, sarà sempre così. Sono ormai 6 anni che giro per teatri e l’accoglienza è sempre la stessa. Secondo me dobbiamo andare a fare qualcosa di nuovo. Per forza». Tipo? «Portare il teatro alla sua funzione originaria: quella di discutere un problema di quella società che accoglie lo spettacolo. Oggi il pubblico vede qualche cosa di frontale, con te che vai sul palco, fai lo spettacolo, e te ne vai da un’altra parte. Non senti la necessità di attuare cose che parlino del posto in cui vai a farle». Perché allora non porti le tue cose nel tuo paese? «…è vero! Hai ragione.». Grazie per la ragione che, come sappiamo, si dà ai pazzi; ma come risponderesti alla domanda? «Guarda che è da pazzi, farlo».

DIFESA DELLA GENEROSITÀ 
Cosa ti auguri per il tuo futuro?
«Mi auguro di fare più date. Di prendere di più. Basta, perché per il resto sono contento. Vorrei circuitare di più. E soprattuto mi piacerebbe regalarmi ad altri, lavorare con più artisti, fare i regali che in questa età mi sento di poter fare. Adesso sono molto creativo ma ho poche possibilità di uscire; ed è un peccato. Non sono molto attaccato ai miei lavori, regalo volentieri, anzi credo che il mio lavoro sia proprio quello di fare dei regali. Ora si ha paura di fare regali; c’è paura su tutto, di confrontarsi, si fa fatica a dirsi le cose, ci si vuole poco bene. quando in realtà sarebbe così bello lavorare tutti insieme; perché poi quello che fai te lo proti sempre dietro e non è nella difesa di un piccolo pezzo che hai vinto». Se questa intervista fosse un testo teatrale, che titolo le daresti? «Difesa della generosità». Se tutta l’esperienza di NdN fosse un testo, che titolo le daresti? «Finalmente mi è sembrato di lavorare!».

Marco Maccari, Patrizia Ferraro, mercoledì 7 dicembre 2016 ore 6:00
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Satira

Mercenari, il film

Sicurezza: la Convenzione con il Comune di Hollywood supera le aspettative.
Ecco i nostri eroi al Festival di Cannes.

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Didascalia: vedersi tanti film.

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Come sopra.

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Oh: U. GUA. LI.

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#spendibili

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L'intervista

Indaga, Lorenzi, indaga, che Marchitelli già pensa allo humour

SAN GIULIANO MILANESE – Stavolta l’anima nera del romanzo è Silvio Laudadio, un chirurgo che passa le ferie ad alta quota sul Lago Maggiore, trapianta organi illegalmente e dirige un traffico di esseri umani, assoldando (e schiaffeggiando, se occorre) un boss di ’ndrangheta. È Laudadio a emettere l’ordine segreto dal quale si sviluppa la trama del nuovo romanzo di Gino Marchitelli, Sangue nel Redefossi. «Laudadio è un personaggio di fantasia, ma mi è piaciuto tratteggiarlo come l’incarnazione dei maggiori mali italiani» afferma Marchitelli.

Il libro contiene la quinta indagine del commissario Matteo Lorenzi di Lambrate. La nuova trama regala un Lorenzi in via di equilibrio: l’amore è ritrovato, si torna agli affetti familiari. Il buon umore del commissario, le sue convinzioni civili e i suoi divertiti amori con la giornalista Cristina Petruzzi, coprotagonista, elevano una trama complessa, effettivamente tenebrosa. È il 2009 e a Milano avviene una morte misteriosa e controversa. Il corpo di un architetto è stato trovato su un marciapiede, privo di vita, in una postura scomposta. È caduto dall’alto, dicono. Si è suicidato, concludono. Ma qualcosa non quadra. Sarà Lorenzi, rivivendo l’incubo della moglie morta Eleonora, a dipanare il filo di un’indagine culminante in un colpo di scena che toglierà a tutti i personaggi, nessuno escluso, la soddisfazione che cercano.

«È una favola che porta alla luce alcune verità» dichiara l’autore. Come favola, si mette male molto presto: falsi missionari violenti, migranti detenuti in clandestinità, professionisti finto-suicidati… «Infatti sto inventando un personaggio diverso, per una serie noir del tutto nuova» annuncia Gino, «un protagonista completamente opposto a Lorenzi. Un tipo sbadato, distratto, che inciampa spesso ma che, in modo sempre originale, riesce a risolvere indagini importanti».

In effetti, finora Marchitelli ha condito i suoi noir con molti elementi positivi, contando sulle battute di spirito dei protagonisti, sulle loro virtù di servitori incorruttibili dello Stato, sui lazzi e gli amorazzi dei personaggi. Allenta sempre la tensione il mosaico etno-dialettale che compone il commissariato di Lambrate. Diverte, in fondo, anche il sipario tra Lorenzi e il questore di Milano, che elargisce piena libertà di movimento al commissario Lorenzi solo per togliersi uno sfizio: «Sono sicuro che, seguendo le sue tesi complottistiche, commetterà qualche errore, dandomi la grandissima soddisfazione di poterle dire che non è l’uomo così infallibile che tutti vantano» pronuncia il grande oppositore del commissario.

È un continuo confronto a mani nude con il peggio della Lambrate imborghesita e con le sue immediate vicinanze. La scena del romanzo è la Milano criminale dei ricchi professionisti, la San Giuliano Milanese immersa nei rottami del sogno e della cruda realtà, la frazione semiabbandonata di Mezzano, infine la Melegnano meno sospettabile che ci sia (il romanzo si apre con una cena di ’ndrangheta «all’ombra del Castello»).

Sono presenti denunce sociali di livello. Rivolte soprattutto contro i corruttori legati al crimine organizzato, sempre interessati a infiltrare le amministrazioni comunali. Quest’ultima denuncia è affidata al personaggio di Giovanna, figlia di operai sangiulianesi, che rinuncia al suo assessorato e rende noto alle forze dell’ordine un traffico illecito, che la fantasia dell’autore ha fatto svolgere alle spalle dell’amministrazione comunale.

Il romanzo contiene anche un messaggio politico. Marchitelli è da lungo tempo attivista nel movimento proletario. «La politica deve essere ripulita. A Melegnano, così come a San Giuliano e a San Donato. L’affarismo personale, sia esso da un centesimo o da un milione di euro, deve uscire fuori» dichiara. «Stiamo parlando di persone che vanno ad amministrare la nostra vita pubblica. Il vecchio modo di fare politica deve finire, ci vogliono persone che si sbattono gratis per gli altri».

Marco Maccari, mercoledì 10 febbraio 2015 ore 12:27

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In evidenza: art by Punchinello Punch

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Satira

Sono arrivati anche a Melegnano

2016-01-18 11.38.41Terroristi in posa davanti alla sede dell’ISIS in via Zuavi 70.

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2016. La convenzione con l’ISIS permette ai melegnanesi convertiti allo Stato Islamico di tornare a calpestare il suolo natale.

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Andare in bianco al mercato.

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#taggaISIS

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L'intervista

«Mi hanno arrestato il 16 dicembre del ’43»

wurzburg-reise-radarDI CHE ANNO È? «Sono del ’27. 12/3/1927». Eravate in tanti a resistere, dopo la guerra? «Sì, eravamo in tanti. Eravamo giovani, però». Ermanno Omacini, melegnanese, ha quasi novanta anni. Dopo la seconda guerra mondiale è stato lavoratore in Officine Meccaniche a Milano. Poi ha lavorato in Italtel. Infine è stato guardia giurata a San Giuliano Milanese. Da adolescente fu uno degli sbandàa, gli sbandati melegnanesi. Con questa parola erano individuati i renitenti alla leva militare della RSI, la Repubblica Sociale Italiana detta Repubblica di Salò. I vivi non hanno smesso di ricordare.
C’era il Regno d’Italia, allora. Nel 1943 le ostilità fra gli alleati angloamericani e il governo italiano cessarono il giorno 3 settembre con la firma delle trattative di resa in Sicilia presso Cassibile, annunciate alcuni giorni dopo, l’8 settembre, dal generale statunitense Dwight Eisenhower su Radio Algeri e dal generale italiano Piero Badoglio dalle stazioni dell’EIAR, la futura RAI.
L’armistizio è il principio della fine. Viene chiusa l’esperienza di Mussolini al governo ma per le forze armate italiane e per l’impianto statale comincia lo sfacelo. La direzione del fascismo risorge in una nuova forma di stato il 18 settembre a Salò, in provincia di Brescia, sul Lago di Garda. È il momento in cui il Fascio riaccorpa le armi e la propaganda; a Brescia, a Verona e a Milano, aree sotto l’influenza della Repubblica Sociale fascista, è ordinata la leva militare. Ma sono in tanti a imboscarsi. Mentre i nazisti, i britannici e gli americani occupano in armi la penisola, gli italiani si dividono in due fronti. Quella che inizia è una guerra civile. In questi anni Ermanno Omacini diventa avventurosamente partigiano arrivando a combattere sotto le alpi piemontesi per la liberazione della città di Biella. La sua storia di patriota prende le mosse a Melegnano in S. Gregorio.

«Mi hanno arrestato il 16 dicembre del ’43» comincia Omacini, raccontando l’inizio della sua storia. «Avevamo quattro fucili. Dopo l’8 settembre erano andati via, i militari e tutto. Allora abbiamo recuperato i fucili. Qui in S. Gregorio c’era un cantinato, con l’acqua che andava giù. I fucili li avevo oliati, bendati e murati. “Pronti per una rivoluzione” c’era scritto, perché aspettavamo il momento per poter andare avanti».

«Qualcuno aveva fatto la spia – continua. – Sono venuti i repubblicani a Melegnano. Sono andati di sotto, nel cantinato, hanno trovato i fucili. Allora ci hanno portati alla centrale a Milano. Eravamo in quattro, noi di Melegnano. Siamo stati in cella un paio d’ore, poi ci hanno portati dentro San Vittore. Entrato, andavi all’interrogatorio.
«Allora hanno detto: mettetevi con la faccia al muro. Dicevano: “Ma non muoverti!”. C’era uno che mi ha colpito: “Non muovere la testa, non muovere la testa!”. Ma lì c’era il sangue, contro il muro. Ti picchiavano col fucile».

«Ero un ragazzino. Mi hanno mandato al quarto raggio. E già capivo che qualcosa non andava. Il quarto raggio era dove c’erano quelli che rubavano. Ci portano indietro, ci mettono al terzo raggio. Era il raggio della morte. Nell’andare, chiedono: “Per che cosa siete dentro?”. Ce le ho sempre in mente queste parole. “Hanno trovato quattro fucili”, risponde qualcuno. “Ah… Allora vi facciamo fuori».

Marco Maccari, lunedì 18 gennaio 2016 ore 6:30

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L'inchiesta satirica

Il processo a Bellomo

LA SERA DEL 29 OTTOBRE il sindaco Vito Bellomo era in riunione con i suoi colleghi. Sedeva come sua abitudine adocchiando lo smartphone, facendosi i suoi cazzi sul display con l’unghia del dito medio. I colleghi di maggioranza e di minoranza gli chiedevano di mettere sotto inchiesta il periodo 2011-2012, lui rispose: «Non lo so». Testuali parole. «La proposta non l’ho letta, ero a un corso per avvocati… Comunque non abbiamo nulla da nascondere, ma questo è un campo minato, bisogna usare bene le parole. Essere processati, non ci va».

Perché mai «no»? È così bello. Essere processati è un piacere raffinato e solo un finto moralista rifiuta sublimi piaceri. Ecco allora il processo.

PRIMA SCIMMIA: LA STAMPA, #CARTADANNATA
Con una certezza: non è la faccia di un politico locale (per quanto impacciato, incompetente e inconcludente) a venire messa a processo. È la faccia dei suoi elettori. Quando è impacciato, incompetente e inconcludente, il politico è sempre un prestanome e un prestavolto di poteri più forti di lui: i finanziatori della sua campagna elettorale, i suoi grandi elettori sparsi negli istituti e nelle organizzazioni professionali, imprenditori e dipendenti di piccole e medie imprese locali, i singoli ingenui che lo vanno a votare con candore perfetto. 
Osserviamo l’immagine di copertina. Tre scimmie. Bocca, orecchie e occhi tappati, e un bulletto incocainato e impaccato di banconote. L’immagine richiama la copertina di RADAR su Facebook e sull’inserto di 7giorni. Stavolta però le scimmie rappresentano i maggiori capi di imputazione di Bellomo. La prima scimmia con la bocca chiusa è l’informazione. Serve a istruire la prima parte del processo.
È in corso una fuga di autori dal periodico locale Il Melegnanese. Due autori hanno bussato alla porta di RADAR dichiarando i metodi che l’informazione locale applica con gli articolisti. «Ho visto i miei articoli tagliati, censurati, se non addirittura stravolti nel loro significato dal Melegnanese» hanno dichiarato (settembre 2015). «Quando arriva una riga che critica il sindaco, le autorità o le personalità, il giornale cerca di tagliare o di non pubblicare» (dicembre 2015). Come dire che, tra criticare politici craxotti dall’importanza assolutamente trascurabile e rinunciare a un contributo giornalistico di valore, Il Melegnanese sceglie di rinunciare al contributo di valore.
C’entra con il processo perché il piccolo elettore di Bellomo ha bisogno di leggere sui giornali la lode quotidiana dell’Amministrazione (visto che non riesce a trovare motivi per farla da solo: ha votato ingenuamente). Inoltre Melegnano ha caratteristiche che tagliano gli abitanti fuori da qualsiasi servizio di informazione. Eccole:
1. non esistono giornali melegnanesi. I vostri padri vi hanno dato Il Cittadino. Ma Il Cittadino è di Lodi, figli. È dedicato all’opinione pubblica lodigiana. Cercò di migliorare negli anni Novanta/Duemila distribuendo anche nel Sud Est Milano, che ai tempi era un settore occupato da nessuno. Ma dedica a un centro come Melegnano lo spazio di una pagina o meno. Contando il fatto che una notizia, per venire stampata sullo spazio di Melegnano, deve avere un’importanza e una eco tale da giustificare la sua diffusione su un giornale distribuito in un capoluogo come Lodi e in altre città del Sud Est Milano. Per forza trovano evidenza solo notizie provenienti dalle giunte comunali o dalle grandi istituzioni. Infine Il Cittadino è un giornale ecclesiastico, quindi monarchico e teocratico: non critica il lavoro degli amministratori di una repubblica, né delle sue istituzioni, né delle molestie dei sacerdoti pedofili. Critica i baci tra maschi e il sesso tra femmine.
2. L’unico giornale stampato a Melegnano costa 2 euro e non vende articoli interessanti. Ha scarse prestazioni e prezzi altissimi.
L’informazione serve a farsi #idee. La legge italiana è fondata sul diritto dei cittadini a informarsi e sul dovere/diritto di informare. È un dovere/diritto che spetta anche ai Comuni (legge 150/2000, «Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni», clic al testo). Nell’ottica di RADAR, dalla legge emerge questo principio: un Comune ha il dovere di essere la prima fonte di informazione di una città. Non la second’ultima. Bellomo in 9 anni ha dimostrato agli elettori di non avere i muscoli né il cervello per introdurre qualcosa nell’informazione. Ha solo permesso all’assessore Fabio Raimondo di fare la recente Pagina Facebook del Comune che offre doppioni inutili del Bollettino La Voce del Comune: non serve a farsi un’idea del presente, serve a trasmettere certe operazioni svolte dalla Giunta comunale.
Dal presidente Berlusconi, Bellomo non ha imparato nulla.

SECONDA SCIMMIA: IL #MALCOMUNE
La seconda scimmia non sente nulla. È il Comune.
La priorità politica di Bellomo qual è stata? La vita della città? No. È stata favorire la costruzione della deludente TEEM, Tangenziale Est Esterna Milanese. «È una mia battaglia» disse alla comunità nel 2011 parlando della strada Cerca-Binasca, costruzione connessa alla Tangenziale Est Esterna. «Io voglio valutare bene, non possiamo né avere pregiudizi né fare discorsi assurdi» ha dichiarato a proposito della nuova Tangenziale Ovest Esterna (novembre 2015). Melegnano decadeva e il Benini era a pezzi, il ponte sul Giardino provocava cause contro il Comune ma l’Amministrazione Bellomo ha usato 3774 voti per fare il prestavolto del Gruppo Gavio.
Il Gruppo Gavio è la seconda società industriale in Italia nel settore autostradale. Con Banca Intesa San Paolo controlla la Tangenziale Est Esterna che da Melegnano va ad Agrate Brianza. Sono 32 kilometri. Vale 2 miliardi. Ha fatto record di sollevamento pesi con 1400 tonnellate a 36 metri di altezza. Ma è un fallimento per gli automobilisti (clic all’articolo su Il Sole24Ore). Infatti non ha veri collegamenti con Milano. Sta svendendo il prezzo dei pedaggi, è la seconda volta (clic alla notizia su Corriere.it). Così, mentre Bellomo bucava il Patto di Stabilità violando una Legge dello Stato e una Legge europea, i costruttori di TEEM individuavano in lui il sindaco giusto: adeguato alla pubblicità, ma adeguatamente incapace di prevedere un fallimento autostradale. 
Inseguendo i sogni di grandezza dell’idolo #carcerario Mantovani l’Amministrazione Bellomo divide la destra invece di unirla. Come è successo all’ex assessore Marco Lanzani, dimesso nel 2013. Da allora medita di tornare in politica «con una lista civica». Eppure Marco Lanzani, colui che non impedì di violare la Legge di Stabilità, oggi è presente agli incontri informali che il Sindaco Bellomo tiene nella Macelleria di Giovanni Ghianda, vicepresidente dell’Associazione Commercianti. Amici?

TERZA SCIMMIA: IL #MERCATONERO
La terza scimmia, quella dagli occhi chiusi, consiste nelle occupazioni abusive del mercato da parte dei possessori di bancarelle irregolari. Sono Italiani. Hanno la pelle bianca. E sono abusivi. Uno staziona sulla curva di via Marconi/via Roma. Uno è in piazza davanti a S. Rocco.
Consiste nell’occupazione del tradizionale Mercato di Melegnano da parte della Mafia e della ’Ndrangheta. Dopo il bombardamento di Melegnano nel 2014/2015 (quando negozi, automobili e magazzini furono fatti esplodere) tanti si sono chiesti dove fosse questa Mafia che agiva in modi «mai avvenuti prima» (Il Giorno, 5 settembre 2014).
Era sotto gli occhi di tutti. La Mafia era il Mercato. Il Mercato bisettimanale è la meta prelibata del crimine organizzato, per numero di consumatori e per vastità di clientela. I vestiti #contraffatti, le borse false e gli occhiali taroccati sono un affare «gestito dalla criminalità organizzata transnazionale» (Ministero dello Sviluppo Economico, relazione 2012). La Lombardia è la regione numero uno per valore economico delle merci sequestrate (514 milioni di euro). Scrive il Ministero: è un business radicato «con un sistema industriale e commerciale», «con i suoi centri di produzione e di trasformazione, canali di vendita, reti distributive e consumatori», cioè con fabbriche in Italia e punti vendita italiani dove i prodotti della mafia sono disegnati, confezionati, smistati, venduti e comprati; ruba all’economia un fatturato di «6 miliardi e 900 milioni di euro e 110mila posti di lavoro», sottrae allo Stato «un gettito aggiuntivo di 1 miliardo e 700 milioni» e «non ha conosciuto crisi». L’Amministrazione Bellomo ha dichiarato di avere portato i problemi dell’abusivismo e della contraffazione del Mercato di Melegnano dinanzi al Prefetto di Milano, di avere ottenuto 2 nuovi poliziotti e 10 turni di mercato blindato. È andata davvero così?
La Prefettura di Milano dichiara fatti diversi. Attraverso un funzionario della prefettura RADAR è venuto a sapere che il vertice con il Prefetto, la Polizia del Comune di Milano, la Guardia di Finanza, il Corpo dei Carabinieri e il Comune di Melegnano nelle persone del Sindaco e dell’Assessore alla Sicurezza «è stato richiesto su istanza di ambulanti e negozianti della città» di Melegnano. Non per iniziativa dell’Amministrazione. Il funzionario dichiara che Sindaco e Assessore sono stati criticati da tutti i presenti.
Questi sono solo i casi clamorosi. Quali casi hanno conosciuto i lettori di questa inchiesta? Scrivete.

Lo Staff, mercoledì 13 gennaio 2016 ore 07:30

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Cronaca

A te affido i desideri, o dea delle acque

ROCCA BRIVIO – La comunità thailandese lombarda festeggia il Loi Krathong, la festa della fine del raccolto. «Per l’augurio di un anno migliore – commenta Furio, 45 anni, abitante nel sud est milanese e con famiglia italo-thailandese. – È un popolo fiero, la Thailandia, orgoglioso di non avere mai conosciuto colonizzazione». 800 persone entrare a ingresso libero, banchetti per l’acquisto di beni e prodotti tradizionali (dal cibo ai letti e cuscini thailandesi), e l’esclusiva cornice di Rocca Brivio in San Giuliano Milanese hanno visto snodarsi una festa che, dalle 10 alle 17 di domenica 15 novembre, ha intrattenuto ospiti di diverse città lombarde e italiane, come Pavia, Varese, Bergamo, Bologna, Sorrento.

Il krathong è una composizione galleggiante ottenuta dall’intreccio di foglie di banano e fiori, con un lume di candela acceso al centro. Da 800 anni il popolo thailandese celebra questa festa di luci, in origine in ringraziamento alla dea delle acque Phra Makhongkha, successivamente in onore del Buddha. «Ringraziamo i fiumi e le acque dei canali per il raccolto – spiega Lin, attiva partecipante della direzione organizzativa, curata dall’associazione Sawasdee. – La festa del Krathong è celebrata anche dai giovani innamorati, che depositano i loro galleggianti sulla superficie delle acque esprimendo un desiderio. Se i galleggianti scorrono insieme per un lungo tratto, per la giovane coppia sarà segno di desiderio esaudito». I monaci buddhisti hanno inaugurato la mattinata con una celebrazione, proseguita con le dimostrazioni di arte marziale con spade e bastoni e sulla sfilata di Miss Loi Krathong.

Marco Maccari, lunedì 16 novembre 2015 ore 11:28

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