Fake News!, Satira

Melegnano (MI), fondo sovrano del Brunei acquista un’area agricola: «Sarà la moschea più grande d’Europa»

Aggiornamento. La notizia è un fake. Ha avuto lo scopo di caricare l’orologeria di una bomba satirica e di lanciarla nei gruppi locali aperti sulla piattaforma Facebook. Nessuna moschea gigantesca è prevista nel Sud Est Milano, nessun sultanato del Brunei è minimamente interessato alla cittadina sul Lambro. Il post è opera del collettivo satirico #NoiSiamoCaino che ha voluto celare la propria firma in calce all’articolo (ore 21:33).

SUD EST MILANO — Sorgerà alle porte di Milano la prima moschea d’Europa. L’area selezionata si stende lungo l’Autostrada del Sole, è un terreno su cui le amministrazioni locali del decennio hanno ipotizzato molteplici interventi. Un centro commerciale e un impianto di produzione industriale sono solo le ultime ipotesi carezzate. Ma è annuncio formale — e notizia dell’ultim’ora (vedi foto ANSA) — che il fondo sovrano del Brunei ha acquistato l’intero terreno, per donare ai musulmani la più grande moschea d’Europa.

Entrando nel sito dell’agenzia si vengono a conoscere in dettaglio i punti forti del progetto e i relativi rendering.

Oltre alla moschea si legge che verrà costruita anche una madrassa per lo studio e l’approfondimento del Corano. Già pronti i progetti della costruzione.

I numeri dell’operazione:
– la moschea potrà accogliere fino a 15mila fedeli durante la Preghiera del Venerdì;
– la Madrassa o Scuola Coranica, seconda solo a quella della Mecca, potrà ospitare oltre 5000 studenti provenienti da tutto il mondo;

– vista la grandezza del progetto la moschea diverrà luogo di pellegrinaggio per i fedeli stanziati nel continente. Si stimano 150mila visitatori l’anno. Per questo motivo è in progetto anche la costruzione di strutture di ospitalità, compresi 3 hotel a 5 stelle extra lusso;
– è prevista, in un secondo momento, la realizzazione di un eliporto privato per permettere al Sultano del Brunei di raggiungere la Moschea.

Mohamad Nahanqayin, mercoledì 10 gennaio 2018 ore 11:14
ilblogradar@gmail.com

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Il nostro servizio

Moschea a Melegnano, parlano i fondatori: «I nostri figli conoscano la loro storia»

Rumours, spauracchi, disinformazione, i fatti in mano ai pochi. I giornali tentano di addentare in ogni verso la notizia. Ricostruiamo con obiettività. Fonti vicine ai fondatori della moschea, che hanno fatto istanza di legale autorizzazione ad aprire un centro culturale arabo in città, precisano: «Troppa polemica. Vuole essere un centro di cultura araba e di assistenza, dove insegnare ai nostri figli la loro storia».

Gli uni
Abdul Abd El Azim, panettiere a San Giuliano Milanese, è in Italia da 33 anni, è cittadino italiano. Si definisce musulmano moderno. È lui che, assieme a una decina di famiglie, ha affittato un locale privato a Melegnano, zona Ovest, per fare incontri di preghiera sul Corano. Presiede le attività. «Abbiamo il grosso problema dei nostri figli – racconta, motivando la ragion d’essere della moschea -. Quando li portiamo in Egitto da nonni e parenti, non sanno una parola di arabo». Qual è il progetto? «Un centro di cultura. E com’è fatto, secondo lei, un centro di cultura? Corsi di lingua, di Corano, aiuti per poveri e affamati. La religione ce lo chiede». La procedura è iniziata: «Vogliamo aprire a tutti». Non vuole alimentare polemiche. «Ho letto i giornali. L’Associazione Artigiani è venuta a scusarsi, dopo la polemica. Ma non abbiamo paura, abbiamo già vinto una causa su un fatto come questo. Non ci serve il Taj Mahal. Per noi è moschea il pezzo di terra dove ci mettiamo a pregare. Siamo in regola con il proprietario, il presidente Sabbatini, della Fondazione Castellini. E non abbiamo paura del terrorismo: con noi se ne stanno lontani».

Gli altri
Intervistiamo don Renato, parroco della basilica di San Giovanni, per un parere pastorale. «Per noi non ci sono problemi. C’è anche un ufficio aperto in Diocesi. Se c’è libertà di culto e di pensiero per tutti». Don Paolo, al Giardino: «Ogni gruppo religioso è libero di pagarsi in affitto un luogo di preghiera. Ho parlato con loro, aiutano associazioni di beneficienza. Unici vincoli, il rispetto della Costituzione e delle tradizioni culturali. E la predicazione, se avverrà in italiano o in arabo». Don Luigi, del Carmine. «Integrarsi è la linea della Diocesi fin dagli anni ’90. Andiamo verso una società multireligiosa. In questi giorni il cardinal Scola ha dichiarato che la libertà religiosa è per tutti. Certo, occorrerà fare tutti i passi amministrativi».

Per ultimi
La politica fa la voce grossa. La Giunta melegnanese di Centrodestra, abbondantemente dichiarativa sulla faccenda, vaglia mille capillari possibilità. Meno sul pezzo il Coordinamento del PD, che la butta sul politico accusando il Sindaco: «Dalla stampa veniamo a conoscenza di una presunta moschea; che tutto avvenga nel rispetto delle leggi e delle regole. Chiediamo chiarezza». Richiama al punto la lista civica Insieme Cambiamo, tramite il consigliere Lucia Rossi: «La Costituzione sancisce un diritto religioso inequivocabile. Anzi, se tutte le carte sono a posto, ben venga regolamentare l’ambiente e farlo diventare più controllato».

Marco Maccari, martedì 15 dicembre 2015
Pubblicato in originale su 7giorni, 2 dicembre 2013 (clic al link)

mamacra@gmail.com
@mamacra

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Satira

Il Sindaco in moschea: «Qui ci doveva andare un centro industriale!»

SATIRA – Melegnano, il sindaco Bellomo entra in moschea espugnando, saccheggiando e violentando ovunque vada.

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Melegnano, il Sindaco va in tv e affronta il legale della moschea. Due avvocati nello stesso metro quadrato.

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Vito Bellomo raggiunge il legale della moschea per un confronto tv. Una vera e propria guerra a pisellate.

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A un certo punto Paolo Anghinoni urla per un manifesto a un palo.

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Le telecamere hanno purtroppo censurato diverse sequenze contenenti odio razziale nei confronti del sindaco.

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Moschea: intervista tv su come toccare un islamico.

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Appena saputo dell’intervista il Sindaco cazzia il 112 perché non lo ha chiamato.

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Vito Bellomo va in moschea sicuro perché il suo Dio possiede sei televisioni.

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Moschea, l’intervista tv. Un avvocato con idee più diaboliche dell’altro.

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Vito Bellomo: «Noi vogliamo tutelare le persone che entrano qui».

Parlare arabo.

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Bellomo: «Noi vogliamo tutelare le persone qui dentro» ha bisbigliato. Calcando i carboni ardenti.

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Il Sindaco: «Io devo far rispettare la legge!». La legge del ________________ (riempire a piacimento).

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Bellomo: «A prescindere dalla legge regionale, questo centro non può aprire». Il centro Musulmani al Rogo.

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Bellomo: «In questa struttura si poteva svolgere un’attività industriale, come previsto nel nostro Piano di Governo» disse il Sindaco.

Scendendo dalla croce.

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#pregailtuodioperchéoramorirai

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Cronaca

Ora Martelli non è più un uomo solo

«Mai successo a Melegnano» sottolinea Cristiano Vailati, alleato del 32enne consigliere

MELEGNANO – Intimidazioni: la solidarietà delle minoranze è al completo. Restava solo il Partito Democratico. Ma ieri, lunedì 16, alle ore 14 anche il trio dei consiglieri eletti democrat ha condannato con una comunicazione ufficiale la serie di minacce che ha investito Luigi Martelli, 32 anni, consigliere comunale di Destra Civica.

«Esprimiamo solidarietà e condanniamo gli episodi intimidatori – si legge nella dichiarazione ufficiale di Davide Possenti, Alberto Corbellini e Dario Ninfo. – Necessario chiarire la vicenda». 300mila euro stimati di morosità nella gestione degli alloggi popolari, mercato nero domenicale, sostanziale inerzia nel caso moschea: le questioni sulle quali Martelli, di origine calabrese, guardia giurata e padre di una bambina 5enne, ha interpellato più volte l’Amministrazione in consiglio comunale.

«Ottima notizia, ringrazio il PD locale – commenta Cristiano Vailati di Lega Nord (in foto a sinistra), alleato di Martelli. – Un fatto simile non era mai accaduto a Melegnano. Ci siamo recati dai Carabinieri domenica 15 febbraio insieme all’onorevole Marco Rondini, deputato di Lega Nord. Ciò che è accaduto non va sottovalutato, ci hanno dichiarato; abbiamo la garanzia del loro massimo impegno. Purtroppo ci sorprende negativamente la mancanza di solidarietà degli ex colleghi di maggioranza. Tutte le forze politiche dovrebbero fare gruppo quando si verificano fatti simili. Gli unici ad avere condannato il gesto in consiglio, Tommaso Rossi e la lista di minoranza Insieme Cambiamo, sono anche gli unici che ringraziamo».

Dal 2014 a oggi sono state indirizzate al consigliere una telefonata in Comune, scritte offensive sulla porta di casa, per due volte gli è stata danneggiata la cassetta postaleLa questione ha reso il giovane e inesperto Martelli un uomo non più solo: è un silenzio, quello della maggioranza, che può tramutarsi in un cocente errore politico.

Marco Maccari, martedì 17 febbraio 2015 ore 11:38

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L'intervista

Melegnano, Al Baraka: «Chi se ne frega dei terroristi. Devono stare lontani da noi»

SAN GIULIANO MILANESE – Al Panificio Mediterraneo, a intervistare Abdou Abd El Azim. È sereno, come quando concesse l’intervista un anno fa a 7giorni. Grinta da pugile. Ma quest’anno, in attesa del verdetto della giustizia, l’Associazione Al Baraka di Melegnano è silenziosa. Un ricorso al Tribunale Amministrativo della Lombardia punta il dito contro il Comune – come pubblicato da poco su Il Giorno a firma di A. Zanardi – loro alleato nella vertenza è il proprietario del locale privato al quale pagano l’affitto in zona industriale. È, come noto ma mai scritto sul giornale, Massimo Sabatini, presidente della Fondazione Castellini Onlus a capo della Casa di Riposo. Al Baraka richiede il permesso di utilizzare il locale come centro di assistenza e di cultura, per ottenerlo necessita di cambiare una riga scritta: la destinazione d’uso, da industriale ad aggregazione. E indiscrezioni vogliono che il Comune abbia fatto di tutto per ottenere dall’Asl un parere negativo.

Ride, Abdou, delle dichiarazioni del deputato melegnanese Marco Rondini apparse su Il GiornoIl Cittadino il 21 e 22 gennaio. «Guarda il leghista cos’ha scritto, oggi! Guarda. Se non ci volete, trovateci un posto. La gente dove va a pregare, in strada? – controbatte. – Aprite una chiesa. Andremo lì. Non c’è problema».

«Chi siamo? Musulmani – incalza. – I terroristi? Lavoro 18 ore al giorno e ho un figlio che si è appena diplomato: dove ho il tempo per fare ‘ste cavolate? Che me ne frega dei terroristi. Devono stare lontani da noi». A Melegnano c’è un capannone, sì, dove la comunità va a pregare? «Sì». E ognuno va per conto suo. «Sì». E volete aprirlo per farlo diventare un centro. «Culturale. Il capannone è in regola. Ma se il Comune non dà il permesso non posso aprirlo come centro». Che giorno andate a pregare? «Il venerdì. Siamo una decina, di statuto. Ogni tanto siamo tutti insieme, a volte ognuno va da solo. Ogni tanto qualcuno apre per pulire. Questi giorni ci andiamo poco. In tutto frequentano cinquanta, quaranta persone. Paghiamo l’affitto. Ma non andiamo tutti». Ci sono anche famiglie di Melegnano che vogliono andare a pregare? «Sì». Come avete spiegato ai vostri figli quello che è successo a Parigi? «Lo capiscono da loro. Perché l’Islam non è così. Islam vuole dire pace. Mediazione. Quando io dico salam aleikum voglio dire pace con te. Il Corano dice: Dio ha fatto tutti in pubblico, perché tutti possano conoscersi. Perciò io aspetto. Sempre. Dio, se vuole, farà. Il Sindaco di Melegnano è stato bravissimo con noi, ha detto: ah, bello. Poi, arriva il no. Per non perdere voti». Come si commenta questa storia con un versetto del Corano? «Come si commenta? Che Dio, quando vuole fare una moschea, la farà. Aspettiamo. Siamo tranquilli».

Marco Maccari, giovedì 22 gennaio 2015 ore 18:46

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Foto in evidenza: pagina Facebook di CAIM, Coordinamento Associazioni Islamiche Milano Monza e Brianza

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L'inchiesta satirica

Gesù ce l’ha più duro

Era una una prostituta colei che questi occhi hanno visto alle 20:32 di venerdì 16 gennaio, lungo via Emilia, alla rotonda d’ingresso di Melegnano davanti al serramenti? Aveva o no un piumino bianco, gonna nera, una scia di capelli dello stesso colore? Diteci la realtà dei fatti o vi facciamo sbattere dentro.

Diteci la realtà. L’associazione culturale sangiulianese-melegnanese Al Baraka, presieduta dal panettiere sangiulianese Abdou Abd El Azim, progetta di ufficializzare un centro di cultura, preghiera e assistenza che, pagando affitto al proprietario – il presidente Sabatini della Fondazione Castellini – e collaborando con i parroci della città, è già pronto a Melegnano zona industriale. «Lo facciamo per i nostri figli, per insegnare loro le loro origini» hanno dichiarato un anno fa. Ma in Comune ce l’hanno più duro. «Non possiamo dire di sì: da quelle parti una volta c’erano le cacche della Saronio» ripropone il Sindaco ai giornali il 13 gennaio.

Il comandante dei Carabinieri ce l’ha più duro. 2014, un’estate e un inverno fatali per borseggi, scippi, rapine, furti ai danni di privati cittadini ma in caserma il capo tira dritto: «Reati diminuiti» dichiara, sia all’assessore Fabio Raimondo di Fratelli d’Italia (intervista, 16 dicembre) sia ai capigruppo del Consiglio comunale.

La mafia a Melegnano ce l’ha più duro. Dodici mesi passati dalle fiamme di via Ventitre Marzo e la sua collezione è ricca anche della vetrina del nuovo tabacchi di Pierino, del negozio in allestimento in via Veneto – nessuno dei due ha aperto e il negozio oggi è vuoto, – dell’auto esplosa alle 2 del mattino il 28 dicembre.

Rossetti ce l’ha più duro. Il presidente del Consiglio comunale ha intimato a RADAR, il 16 dicembre sera: «No, senti, guarda. Adesso le foto non le fai. In tutti gli  altri momenti sì. Adesso no». Dentro il microfono. Fosse stato Alice Cooper.

I Boko Haram ce l’hanno durissimo. Le elezioni del Presidente della Nigeria sono il 18 febbraio e avevano del lavoro indietro: bruschettati duemila civili. Visto su Twitter?

Charlie Hebdo ce l’ha più duro di tutti. Senza padroni, senzadio: la morte li chiama e tutta Europa piange. «Oggi tutti si chiamano Charlie perché ieri non hanno avuto il coraggio di chiamarsi Shougry» scrive Fabio Raimondo il 9 gennaio. E certo, Shougry mica indossava il maglioncino.

RADAR ce l’ha duro e puro. «Roba forte», «I temi giusti», «Qualità», «Lo nominano sempre quando si parla di vita quotidiana» dicono a voce. Eh. O ce l’hai o non ce l’hai.

Diteci chi dice la realtà. Il Sindaco, il comandante, la mafia? Se vuoi che la tua realtà esista servono fotografie, email, post, segnalazioni, carta, penna. In Europa le matite spezzate sono anche quelle riposte nel vecchio astuccio, che non stanno dove devono stare. Racconta la realtà nella quale vivi o sarà quella in cui morirai.

Nell’augurare buon anno e nuove energie costruttive, anticipiamo che stiamo avviando nuove forme di articoli per il dibattito in città. Buon 2015 intanto. Ce la faremo tutti.

Lunedì 19 gennaio 2015, ore 14:17

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Domenica 31 agosto 2014, L'inchiesta satirica

Il Ku Kuz Kaz

– Yo te vedrò morire. Te vedrò morire dentro quella casa. Porqué tu sei vecchia e yo te vedrò morire. E invece sarò ancora qui, con la mia famiglia.
– Ma va’ fanculo!
– Non fa niente. Te vedrò morire…
– Guarda che la devi smettere con ’sta storia. Se non la lasci stare, TI PRENDO E TI GONFIO DI BOTTE. CAPITO?
Avete indovinato: riunione di condominio. Un uomo, condomino di etnia ispanica, stava discriminando una donna italiana, la stessa che da anni lo tratta da rifiuto. Succede a Melegnano nel 2014: nella città dove l’agnello, vittima o no, presto o tardi morde come il lupo.

Benvenute e benvenuti a Melegnano, patria del Ku Kuz Kaz. Per una volta, i nostri politici amministratori non c’entrano per niente: dimostreremo come. Per una volta, la colpa è tutta quanta nostra.

Carpetbagger cartoon

Meno male che in Italia non succede.

Mettiamolo in chiaro: libertà di parola a tutti. Libertà di espressione per tutti. Vogliamo far parlare la gente, vogliamo che la gente parli. Che sia libera di farsi una vita, di pronunciare i suoi pensieri; di metterli su internet se vuole. Io ho il diritto di aprire un blog e di scriverci le mie idee. Tu hai il diritto di aprirne uno e di metterci le tue.

Scrivi tutto quello che vuoi. Scrivi: «Bella, l’Africa. Discendiamo tutti da lì. Un mondo caldo, materno, dai colori grandi e gli umori immensi, così simile all’Italia».

Io, nel mio, ci scrivo: «No. Niente Africa qui. A noi piace il freddo. Qui la gente si lava, non puzza. Si dà da fare, non chiede l’elemosina». Ecco, abbiamo espresso due opinioni diverse, del tutto personali; due tra i miliardi di opinioni pronunciate oggi sul pianeta.

Noi, prima.

Ma che succede? Alla gente io faccio paura. Tu no. La gente vuole denunciarmi, me e quello che ho scritto. Te, ti osanna. La legge non mi difende nella mia opinione. A te, ti mette a scuola dell’obbligo. La Costituzione non protegge le mie idee perché, leggo, ordina ai cittadini «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Perché «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (…) senza distinzione di razza»; perché ordina di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che (…) impediscono il pieno sviluppo della persona umana». E l’opinione pubblica, con gli anni me ne accorgo, le mie idee – mio Dio – se le dimentica.

Ipocriti infami. E allora faccio il duro (o la dura). Me la prendo? Noooo. Ma un po’ sì. E lo faccio apposta: faccio il rinnegato, glielo sbatto in faccia. Indosso la casacca del libertario, mi metto a urlare. Io sono così. Io la penso così. Chiamatemi come volete. Tappatemi la bocca. Bruciatemi la macchina. Portatemi la polizia. Dichiaratemi nemico dello Stato. Io pronuncerò sempre a voce alta la mia opinione.

Perché nell’opinione è l’ultima dignità che mi rimane. Nel mio albero. Nelle mie banane. Nel mio maledettissimo Ku Kuz Kaz.

Ma allora sei proprio un duro.

È vecchia abitudine in Italia, tra le famiglie di ceto basso e medio del dopoguerra, quella di consegnarsi a un politico. In cambio di banane. Sistemazione, posizioni, importanza sociale. Gli procuri – gli compri – qualche centinaio di voti: questa o quella sedia nel ramo della municipalizzata, la buona parola in redazione per il tuo cucciolo, i prossimi lavori commissionati a quella bestia dello zio – vedrai: il politico saprà come fidelizzarti.

Attento, però. «I politici fanno i politici, i cittadini fanno i cittadini» (massima rubata al Sindaco di Melegnano, 2012). Tu porta voti/occupa sedia. Le opinioni sono politica e le opinioni te le diamo noi.

Le opinioni sono banane? Fino a un anno o due fa, il Segretario della sezione locale della Lega Nord massacrava il PD melegnanese per la tendenza un po’ democrat-depressa al compromesso, alla retromarcia, alla sommatoria zero: «Lo spero. Spero di rubare più voti possibili al Partito Democratico», sbatteva giù Denis Zanaboni nel 2012. Zanaboni faceva il surf. Oggi l’onorevole Rondini cavalca invece un vecchio cavallo, anche poco interessante per il pubblico: «I controlli effettuati sulle barche comunicato stampa dell’8 agosto 2014 – per verificare che gli immigrati clandestini non siano affetti da ebola sono assolutamente inutili, in quanto il tempo d’incubazione del virus può variare fra i tre e ventuno giorni. Il governo, invece di cercare di rassicurare l’opinione pubblica attraverso il bombardamento mediatico di immagini con donne e bambini tese ad impietosire il pubblico, dovrebbe informare i cittadini dei rischi che corrono in termini di salute e dovrebbe predisporre misure di quarantena». Eeeeccola là: la «quarantena», ogni occasione è buona per farli ne(g)ri, eh?

Rondini spera di andare sui giornali parlando di «immigrati clandestini»? L’addetto stampa non gli dice che nessun giornalista italiano può scrivere «immigrati clandestini»? Carta di Roma*, 12 giugno 2008: «I giornalisti italiani devono adottare termini giuridicamente appropriati, evitando i termini impropri». La Carta impone ai giornalisti italiani di conoscere e di osservare le differenze tra «richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta, migranti» e impone l’uso di un glossario rispettoso dei diritti; impone di «evitare la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte», di «tutelare i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta, i migranti», di «interpellare esperti e organizzazioni specializzate in materia, per poter fornire al pubblico l’informazione in modo chiaro e completo, che guardi anche alle cause dei fenomeni».

Le parole non sono banane. I politici al potere hanno sparso banana invece, sbolognando l’ideologia intollerante ai loro elettori, e ce l’hanno fatta. Non parlano sporco, non mettono bocca: e hanno sempre tutte le aperture sui quotidiani.

Ci pensiamo noi infatti, parliamo sporco noi per loro. Noi cittadini. Quei cittadini. Noi cittadini che, gli insegnanti: «Somaro». Che le ragazze: «Maiale». Che i ragazzi: «Chiavica». Che il dirigente: «’gnorante». Che il presidente: «Fascista». Cittadini e cittadine normali, poverissimi, con due o più figli nel cuore. Ma che, quando si tratta di banana, ricordiamo? Porta voti. Occupa sedia.

All’emergenza, straripiamo sui social network. Tipologie. 1) Si parla di mercato: «Oggi era impossibile camminare pien di chi negher de merda» (25 agosto 2014), ci capiamo al volo: «Cosa dobbiamo farcene di tutta questa gente?» (26 agosto) e la soluzione, sempre lei: «La merda diamogli scusate» (26 agosto).

2) Si parla di tutt’altro: controlli dei carabinieri, gli utenti si scambiano ipotesi di ogni genere, tremano per i ragazzi scomparsi, sperano tutto bene e, SBAM: «Spero un bel pestone per tutti gli extra comunitari!» (27 agosto 2014). Ma che cosa c’entrava?

3) Aridatece er Puzzone: «Se ci fosse Mussolini in vita non saremmo a questi livelli… Dover lavorare come custode per i rifugiati e vedere che pretendono soldi e cibo, li rimanderei nel loro paese… A CALCI NEL CULO…» (28 agosto).

4) Con ironia/1: «Vogliamo liberare un centinaio di squali nel Mediterraneo sennò? Sai come sarebbero felici quei pesciolini? Ahahah giusto per sdrammatizzare un po’» (26 agosto).

5) Con ironia/2: «Visto che quest’anno ha piovuto tanto è cresciuta insieme ai funghi» (la cosiddetta moschea di Melegnano, il centro culturale e di assistenza, 28 agosto).

Il lavoro sporco siamo noi. Fino a che ci saranno loro – sì: loro tre – saremo le orecchie, gli occhi e la loro bocca – sì, perché sono in tre: le conoscono anche i bambini, dai: loro tre, Ku, Kuz, Kaz. Noo. Non dite che…

Ma che avevate capito?

Che parlassimo di razzisti?

Naaaa, non ci siete, allora dobbiamo ricominciare da capo: avevate capito il Ku Klux Klan?

Fanatici.

Le tre scimmie: non vedo, non sento, non parlo, inventate da uno shōgun nel Cinquecento. Quelle che: io non c’ero, e se c’ero dormivo. Che: so niente, io, visto niente. Che: io, non chiedetemi nulla a me; non mettetemi in bocca parole che non dico; io meglio che non parlo, che scateno un temporale; io sono anni che lo dico e nessuno mi dà retta; io, vabbè, è meglio che sto zitto – che altro? Qual è la tua scimmietta? Noi chi siamo delle tre?

Siamo la loro intolleranza. Loro ci rappresentano al potere: noi li rappresentiamo nell’opinione, nel pensiero, nella discriminazione, ogni giorno, ogni metro, al bar, in coda, in trincea, «Mettiamo il negro al palo», e mettiamolo per loro; «Mandiamoli in galera», e mandiamoli per loro. Ogni tanto ci vuole.

Invece, reggere le palle a politici finiti, che in galera e al palo ci mandano la madre da anni, sì. Questo sì. Sì. Sempre. Vero?

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* Protocollo deontologico. Scritto dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana, «condividendo le preoccupazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite». Invita a osservare, «con particolare riguardo al dovere fondamentale di rispettare la persona e la sua dignità e di non discriminare nessuno per la razza, la religione, il sesso, le condizioni fisiche e mentali e le opinioni politiche», la massima attenzione nel trattamento delle informazioni concernenti i flussi migratori.

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