Cronaca

Prendereste il loro braccialetto della legalità?

SALA DELLE BATTAGLIE – Gli studenti del Benini sono imprenditori. Il loro progetto aziendale (clic qui per conoscerli) è andato in scena ieri sera al Castello di Melegnano in uno spettacolo di sensibilizzazione alla legalità, sostenuto dalla docente Sara Marsico e promosso dalla vicesindaca Raffaela Caputo, seguito dallo spettacolo musicale di Tano Avanzato e del Gruppo Zabara.

#UiRainbow è il nome del progetto. Il bene che viene proposto dagli studenti è un braccialetto ottenuto da lacci di scarpe. Ispirati dai giudici Falcone, Borsellino e dall’esercito di eroi dell’antimafia, i nostri studenti sono andati a toccare con mano in Sicilia, in un viaggio di studio e di analisi di servizio che li ha messi a confronto con AddioPizzo, con la combattiva TeleIato, con l’esempio di Peppino Impastato – hanno conosciuto il fratello – e con la storia di Rita Atria, giovane interlocutrice di Paolo Borsellino che, alla notizia della morte del giudice, scelse il suicidio.

Il cantastorie Tano Avanzato e la cantante Erminia Terranova, dei musicisti Francesco Denaro e Giovanni Avanzato non era presenti per caso. Con uno spettacolo di canti siciliani – Avanzato si dichiara «innamorato della musica di Ignazio Buttitta» e ha ricevuto il riconoscimento della Fondazione Buttitta – hanno illuminato una Sala delle Battaglie buia, acusticamente complice di questa messa laica celebrata contro il dolore della povertà, alla quale le mafie hanno contribuito. Contro il bandito Salvatore Giuliano, traditore del suo popolo e stragista dei suoi stessi conterranei, contro gli uccisori di Salvatore Carnevale, primo grande testimone del movimento antimafia.

Giuliano Turone, magistrato di carriera, istruttore di diverse inchieste sul crimine organizzato ed eversivo, collaboratore di Gherardo Colombo nell’inchiesta che scoprì la loggia Propaganda 2 di Licio Gelli, è stato silente presenza come voce narrante dello spettacolo, con un viaggio della memoria che da Dante a Pasolini ha portato a prendere coscienza dell’operosità delle mafie al nord, qui, nei nostri giorni.

Marco Maccari, giovedì 15 ottobre 2015 ore 11:57 

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‘Sti beni confiscati: li vogliamo utilizzare?

CORTILE DEL CASTELLO – Chi dice che con questi sette giorni non si combatte la mafia, è perché la mafia non l’ha mai combattuta. Finisce la Settimana della Legalità 2015, evento ad alto contenuto formativo antimafioso, seguito da tutte le parti attive della società sudestmilanese. «I cittadini che partecipano lo fanno per capire qualcosa di più. Qui al nord stiamo come dormendo; bisogna ammettere la presenza della mafia – è la sintesi di Maria Luisa Ravarini e Stefania Rossi, Osservatorio Mafie Sud Milano. – È una forma di omertà al nord, travestita da individualismo».

Musica nuova con la legge regionale approvata a giugno, che eroga denaro e risorse agli enti locali. Lo dichiara Carlo Borghetti, consigliere eletto e commissario antimafia della regione Lombardia, invitato alle 16 di oggi pomeriggio per discutere di legalità. «C’è un compito nelle nostre istituzioni verso coloro che nella società civile si danno da fare – dichiara. – C’e un ruolo per ciascuno, come cittadino, come amministratore, come membro di un’associazione. Siamo passati da quando negavamo (io ricordo che, a Milano, in consiglio comunale si negò l’opportunità di fare una commissione antimafia) ad oggi, che abbiamo due leggi in una. Infatti avevamo depositato due progetti di legge, costruiti insieme a Libera: di educazione alla legalità e di contrasto alle mafie».

«Guai a dire: non ce la possiamo fare – ricorda Borghetti. – È il più grande favore che possiamo fare alle mafie, assieme a quello di non parlarne. La nuova legge prevede la creazione di una giornata regionale, il 21 marzo, 1° giorno di primavera, in Lombardia. Prevede anche l’istituzione di bandi per le amministrazioni comunali e le scuole, per stimolare giochi e prodotti che aiutino a capire il rispetto della legge. Prevediamo infine di aggiornare le polizie locali e i tecnici comunali: oggi la ‘ndrangheta e più sofisticata e capillare; nei palazzi comunali c’erano donne delle pulizie e manovali, che facevano le spie per la ‘ndrangheta».

«Sono gli appalti nella sanità a fare più gola alla ‘ndrangheta – chiude. – Inoltre, c’è a questione sui beni confiscati al crimine organizzato. Utilizzarli a fini sociali è un risarcimento doppio».

Leonardo La Rocca, del Presidio Libera Sud Est Milano, raccoglie il testimone. «Nel 1996, Libera propose il riutilizzo sociale dei beni confiscati a mafiosi e corrotti, con una legge di iniziativa popolare. Risultato, 1 milione e mezzo di firme. Il disegno di legge fu approvato la notte prima che la proposta scadesse – spiega. – I beni confiscati sono ciò che ci permette di riconoscere le mafie nel nostro territorio. A questo proposito, abbiamo beni confiscati sottoposti a vandalismo. Ma, se un bene confiscato viene vandalizzato, è ad opera degli stessi soggetti ai quali è stato confiscato. Viene vandalizzato e distrutto al momento della confisca definitiva, quando gli ex proprietari sanno che non ci metteranno più piede. Sono beni che non vengono devastati a caso: penso a un bene cui fu distrutto l’impianto idraulico in modo tale da allagare 50 mq di cucina, o dove tolsero le tegole per favorire infiltrazioni d’acqua. Questo dimostra che ridestare quei beni fa bene. A Melegnano ce n’è uno. Sono occasioni per la popolazione di rilanciarsi».

Angela Fioroni, di Legautonomie, parla di ludopatia e gioco d’azzardo. «Ogni 10mila abitanti, 100 sono giocatori problematici e 50 sono giocatori patologici. I malati in Italia sono 4000. Che il fenomeno sia grave è testimoniato da due sentenze di Corte Costituzionale – inizia. – Slot machines e gratta & vinci sono i due giochi più usati, perché sono immediati. La macchinetta inizialmente fa stare bene; dà il senso di allontanarsi dalla fatica di gestire la vita quotidiana. I giovani tra i 14 e i 18 anni sanno tutto sul gioco d’azzardo, perché lo vedono in pubblicità TV, perché hanno le sale gioco a 30 mt dalle scuole. Pensate: a Milano, laddove più il gioco d’azzardo è alto, più sono alti gli omicidi e le rapine. Sono tre le zone di questo tipo, Buenos Aires, Loreto e Stazione Centrale, dove le mappe dell’azzardo e della criminalità organizzata coincidono».

Marco Maccari, domenica 11 ottobre 2015 ore 22:28

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Ciconte e la ndrangheta: con un rito vi seppellirà

SETTIMANA DELLA LEGALITÀ – Enzo Ciconte, il primo in Italia a parlare di andrangheta. Scrive libri. Tanti. L’ultimo ha il titolo Riti criminali, i codici di affiliazione alla ‘ndrangheta. L’Osservatorio Mafie Sud Milano l’ha invitato a Dresano ieri sera e questo è il suo brillante colloquio con il pubblico.

«Sono calabrese, ma sto più al nord che al sud. È molti anni che vengo dalle vostre parti, in Emilia Romagna in modo particolare. A dire: guardate che qui c’è un problema. Guardate che qui c’è una realtà predisposta al rischio. In molti mi credevano; altri no. Del resto ricordo che il prefetto di Milano disse ‘la mafia a Milano non esiste’ proprio 15 giorni prima che iniziassero 300 arresti per mafia. Io dicevo che era vero, che la mafia a Milano non c’era. C’è la ‘ndrangheta. Che è peggio.

«La ‘ndrangheta ha rituali. I carabinieri hanno registrato riunioni nelle quali venivano conferite le doti di ‘ndrangheta, anche dette fiori. L’ultima dote è stata conferita qui in Lombardia. Se andate su YouTube, vedete che è stata conferita la Santa. Dote altissima, di coloro che possono fare parte della massoneria deviata.

«Nel mio libro Riti criminali ho voluto descrivere quello che succede nei rituali di ‘ndrangheta. Perché i mafiosi vengono pensati come un fatto antico. Se noi pensiamo che i rituali fanno parte del folklore facciamo un errore madornale. Pensate a quello che sta succedendo nel Sinodo a Roma. Avete visto i paramenti dei vescovi? Perché i rituali della Chiesa, o della Massoneria al massimo grado, quella inglese – personaggi di altissimo livello, con grembiulino, triangolo, con i simboli delle logge massoniche – perché nessuno pensa di dire che sono rituali arcaici? Perché sminuire un fatto costitutivo? Avete mai visto un cattolico senza la Bibbia? Così, non ci può essere uno ndranhetista senza rituali.

«Portatevi con la mente nella Calabria dell’800 o primi del ‘900. I giovanotti, figli di braccianti, zappatori, contadini, sentivano parole grosse. Formulari che apparentemente sono normali… ‘Dove cammini? Fra il cielo e la terra’. Tutti quanti ricordiamo come si facevano le messe in latino. Ma quanti capivano quello che diceva il prete? La stragrande maggioranza non capiva. È la stessa cosa per la ‘ndrangheta. Conta la continuità. La ripetitività. Il patto che ti dava sicurezza che venivano ripetute le stesse cose. Che tu entravi in un mondo magico, dove gli altri non possono entrare. Nella ‘ndrangheta non possono partecipare tutti. Le donne, no. Primo sbarramento. Poi non possono fare parte tutti quelli che hanno una divisa, poliziotti, preti, guardie. Certo, ci sono anche eccezioni, ci sono stati preti pungiuti. Ma il fascino qual è? E dobbiamo capirlo. Chi partecipa alla ‘ndrangheta partecipa a un’organizzazione di élite; non è un fatto popolare. Solo quelli che hanno alcune caratteristiche: ferocia, violenza, ma anche, come la ‘ndrangheta di seta, che hanno capacità avvolgente, di fare politica. Solo i migliori. Tutti gli altri sono pecore.

«Per un giovane figlio di pecorai, questo discorso lo portava alle stelle. Tutti i collaboratori di giustizia raccontano che quando andavano a fare il rito si sentivano tremebondi! Tutti i racconti anche nell’800 scandiscono questa cosa. Una volta il matrimonio era indissolubile. In tutte le professioni, puoi dimetterti. Anche il papa può dimettersi. Nella ‘ndrangheta, le dimissioni non sono contemplate. Quando fai i riti battesimo ti pungono il dito, una goccia di sangue cade su un’immaginetta sacra che viene bruciata e va in cenere. Ti dicono che, se esci, puoi rientrare nel momento in cui riesci a recuperare la cenere e a rifare quella stessa immaginetta sacra. Impossibile. Ti impegni nella vita. Non è solo un’organizzazione di violenti ma è molto più complessa.

«Chi sono Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Antenati. Altri nomi sono Minofrio, Misgarro e Misghizzi. Ogni tanto viene fuori di tutto… ma i mafiosi vanno anche presi un po’ per il culo. Chi sono? Tre cavalieri spagnoli. Ma sono esistiti? No. Sono una leggenda, secondo cui facevano parte di un’associazione segreta spagnola; nel 1412 sarebbero venuti dalla Spagna in Italia perché avevano ucciso una persona che aveva violato la propria sorella. Erano dei latitanti. Arrivano nell’isola della Favignana. È una località stupenda. Sono rimasti chiusi 29 anni, 11 mesi e 29 giorni (30 anni meno un giorno). Hanno approntato le regole sociali dell’Onorata Società. Escono tutti e tre all’aria aperta. Il primo dalla Favignana va in Sicilia, si ferma a Palermo e forma Cosa Nostra. E così via. Naturalmente è una leggenda ma, attenzione, mostra che i cavalieri formano le tre organizzazioni insieme. Di solito sono divise. È difficile trovare libri che parlano delle tre insieme.

«Vi racconto un episodio personale. Io e Vincenzo Macrì, giudice, scriviamo un libro sulla missione di Nicola Calipari in Australia. Calipari da ragazzo faceva parte della squadra mobile a Cosenza. Una città babba, dal punto di vista mafioso. Lui capisce che invece che gli ndranghetisti c’erano, e per questo lo ostacolano. Lo Stato, vedendo che era minacciato, lo manda in Australia, lo sostituisce. Un giorno la moglie, Rosa Calipari, deputata, commette l’imprudenza di dirmi che quando suo marito era andato in Australia aveva fatto una relazione sulla ‘ndrangheta in Australia. Aveva un allegato. Conteneva tre rituali di ‘ndrangheta in Australia. Tre diversi. C’è uno zoccolo comune. Insomma, io e il giudeice presentiamo il nostro libro in un giardino di un amico a Favignana. Era estate. Quando racconto la storia di Osso, Mastrostefano e Carcagnosso, la gente apre due occhi così. Nessuno ricordava quella leggenda. Enzo Patti, un pittore, rimase stregato. Fece delle tavole sui tre cavalieri, e uscì un libro illustrato.

«Perché la leggenda parla di Favignana e non di Aspromonte, che ha grotte bellissime, o della Sicilia? Perché la sede leggendaria è in un’isola? Perché era la sede del carcere dei Borboni, dove mandavano a morire i condannati. Si capisce il legame che i mafiosi hanno sempre avuto con le carceri.

«Il punto è che negli ultimi anni, molti ‘ndranghetisti sono del nord. Oggi Milano, Segrate, comuni dei dintorni. Sono i figli, i nipoti de clan. Che ormai fanno parte del panorama giudiziario, perché un pezzo di imprenditoria lombarda ha pensato di prendersi una scorciatoia e invece di fare quello che il capitale vuole, la libera concorrenza, hanno cercato il monopolio, la protezione. 1. Per fare più soldi, il più rapidamente possibile. 2. Perché hanno bisogno di protezione sui cantieri; utilizzano manodopera che danno loro i mafiosi, che costa di meno, che non ha sindacati che pretendono adeguazioni dei salari; danno la possibilità al padrone del cantiere di fare tutto quello che vuole. 3. Perché hanno bisogno dei mafiosi per recuperare i crediti. Di questi tempi l’imprenditore si rivolge ai giudici? No, alla ‘ndrangheta. C’è la storia di Ivano Perego. Un personaggio straordinario. Ma quando incontrò difficoltà economiche si rivolse alla ‘ndrangheta. In questi casi in azienda arrivano i soldi della ‘ndrangheta, ma arrivano anche gli ‘ndranghetisti. I quali pretendono di governare loro l’azienda. Ivano Perego da padrone che era diventava pedina. Perde l’azienda, fallisce e va in galera. È la capacità della ‘ndrangheta di impossessarsi delle aziende degli altri. Lo dico da 15 anni. C’è un fenomeno che ha investito il nord, ci sono imprenditori che chiedono prestiti a usura. L’usura del cravattaro è diversa da quella mafiosa. La cravatta ti può strozzare. Allora allenta il nodo. Alla fine monetizza, ma non ti strozza mai. Non ha interesse a strozzarti, ma che campi mille anni e il debito non lo estingui mai. All’usuraio mafioso invece non gliene frega di meno della cambiale che si rinnova mese dopo mese. Non paghi il debito? Ti prendo l’azienda. Oppure, da persona perbene, tu rimani formalmente il proprietario. Questo meccanismo ha spostato proprietà di aziende alla ‘ndrangheta calabrese, senza colpo ferire. Nessuno se n’è accorto. Tutto il resto avviene nel segreto di banche, di finanziarie, di studi notarili, senza che nessuno di voi se ne accorga. Se tu hai rapporti con i mafiosi ne esci con le ossa rotte. Non gliene frega niente.

«Per questo è importante dire agli imprenditori lombardi che devono cambiare strada. C’era una parola che connotava il Mezzogiorno, ed era omertà. Oggi l’omertà non è più un fatto dei meridionali. Gli imprenditori davanti ai giudici non parlano; se leggete i testi di Ilda Boccassini, se leggete le intercettazioni al telefono, gli imprenditori alla cornetta fanno fuoco e fiamme contro i mafiosi. Ma davanti ai magistrati: non lo conosco. Quella non è la mia voce. Nel Mezzogiorno l’omertà ha una motivazione storica. Pensate a un meridionale di tre secoli fa, analfabeta che andava contro il potente di turno. Il potente gli girava le parole, perché lui aveva studiato. Succede anche adesso. Quello doveva stare zitto. Era la cosa migliore. Il silenzio aveva una radice storica. Era il modo migliore per difendersi. A migghiu parola è chilla non ditta. Esattamente trapiantata e impiantata a nord.

«Dobbiamo riuscire a ribaltare questa situazione al nord, che è la nuova frontiera della mafia: qui ci sono i dané. Vi hanno ingannato con una teoria farlocca, che la mafia è una cosa da terroni e arretrati. I rituali di ‘ndrangheta non sono folklore, sono l’essenza del modo di essere dello ‘ndranghetista oggi. Se nella chiesa cattolica i riti valgono da mille anni, una ragione c’è. La chiesa costruisce una retorica: se sei chiamato diventi prete. È un errore ridicolizzare questi codici.

«Nei giornalisti c’è una pigrizia intellettuale che ha liquidato il fenomeno delle mafie come un fatto che riguarda assassini, e criminali. Se c’è da fare uno studio, non lo fanno. C’è una rinuncia a fare indagini in quel mondo. Quindici anni fa nessuno di quelli che si occupavano di mafie aveva una cattedra che se ne occupasse. La scusa degli accademici era: ah, ma, in quel modo gli diamo un riconoscimento accademico. Ma il problema non è questo. È che tu devi dare a studiosi e studenti i fondamenti per capire cosa sono le mafie, soprattutto strumenti giuridici. Un magistrato della Dda di Milano fece una ricerca per capire che cosa succedeva al nord. Lo chiamai: ti devo chiedere atti giudiziari, gli dissi. Quando arrivo, busso, mi apre e mi dice, dito puntato: tu mi sei costato 500mila lire. Perché non aveva mai trovato nulla di scritto sulla ‘ndrangheta. Poi lesse il mio primo libro sulla ‘ndrangheta: per fortuna, dice, vado a Bari, lo leggo, lo trovo bellissimo, così ho comprato un sacco di copie le ho regalate a poliziotti e carabinieri. Capite? Quel magistrato diceva che all’università la parola ‘ndrangheta manco la sentiva dire.

«Mazzaferro, Novella, Pino Neri sono stati la ‘ndrangheta padana. Mazzaferro formò una locale importante che andava prendendo peso, con importanza politica ed economica indipendente. Fu arrestato e quel progetto è finito nel dimenticatoio. Perché tentavano l’independenza? Perché erano economicamente forti. Poi ci fu un tentativo, di Novella, che non aveva un pedigree mafioso come Mazzaferro. Lo hanno amazzato. Pino Neri, personaggio straordinario. Finisce nella prima inchiesta sui Mazzaferro, e viene condannato a 6 anni come trafficante di droga ma assolto dal reato 416 bis di concorso esterno in associazione mafiosa. Si ammalò gravemente. Apre uno studio commercialista, ha capacità di relazione con il mondo amministrativo, specie con il direttore amministrativo ASL di Pavia, il cuore della sanità lombarda. Organizzò una riunione per ricostituire la testa tagliata con Novella. Fu a Paderno Dugnano, nel circolo Arci Falcone e Borsellino. È stata filmata. È su YouTube. E Pino Neri fa un discorso straordinario, spiega ai convenuti come il grande mafioso avesse sbagliato. Bisognava eleggere uno ‘ndranghetista e votano all’unanimità per il candidato di Neri. Erano riuniti a ferro di cavallo, altra formula del cerchio formato di onorata società. Perchè questo rituale? Immaginate la scena: un giovane entra per la prima volta, e chiede di essere affiliato. Si trova davanti i capi bastone più importanti del suo comune, che lo mettono in mezzo al cerchio. Sei protetto. Però il cerchio, se tu tradisci, significa: sei accerchiato, ti daremo la caccia davanti, di dietro e di lato. Quando Pino Neri fa l’interrogatorio dai magistrati, dice: sì, ci siamo riuniti, però era riunione della cultura nostra, della tradizione calabrese, noi ci riunivano per discutere di osso, mastrosso e carcagnosso; dovete mettere la legge che chi lo fa è arrestato. Tragico, perché dietro questi rituali si nasconde una ‘ndrangheta feroce che va contrastata e vinta. Se guardate poi quello che è diventata la ‘ndrangheta, una holding, capace di eleggere sindaci o consiglieri comunali…».

Marco Maccari, sabato 10 ottobre 2015 ore 9:00

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L'intervista

Mafie, il destino di via Lodi 39

13---Enzo-Sellerio-Bagheria-Alberto-Sordi-a-villa-Palagonia-durante-le-riprese-del-film-Mafioso-1962«Giuseppe Molluso è l’intestatario dell’impresa immobiliare GRA Sas. Pasquale Molluso era l’intestatario del locale di via Lodi 39 a Melegnano». Con questa differenza la presidente dell’Osservatorio Mafie Sud Milano, Maria Luisa Ravarini, delinea il passaggio a Melegnano della famiglia Molluso. Quella dei Molluso è famiglia la cui sorte è intessuta nel circuito di ’ndrangheta al nord. Pasquale Molluso è, nelle ricerche dell’autorità giudiziaria, colui che possedeva il maggior numero di beni immobili confiscati in Lombardia alla criminalità organizzata. L’immobiliare GRA, intitolata al suo parente Giuseppe, più giovane, nato negli anni Settanta, essenzialmente riciclava il denaro della cocaina.

Aumentano i beni confiscati alle mafie, in Italia. Gestirli è la priorità e la vera sfida dello stato in fatto di contrasto al crimine organizzato. Nella catalogazione dell’agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati si tratta di 12mila unità (dati del 2013). Ravarini fornisce dati più recenti. «Sono 16.185, il conteggio risale a gennaio 2015. 1500 di questi beni si trovano in Lombardia, 8713 sono ancora da destinare – spiega Ravarini. – Si calcola che in tre anni queste cifre siano capaci di crescere di 5000 unità; e che fra cinque, sei anni toccheranno il numero totale di 55mila. Bucare questa cosa significa un disastro per lo stato, sarebbe come se le mafie sapessero gestire meglio quei beni. Solo il 10% di essi attualmente è utilizzato».

L’Osservatorio si è incaricato di sollecitare la destinazione del locale di via Lodi, un tre vetrine di uso commerciale oggi sbarrato. La notizia della confisca risale al 2013. Durante il consiglio comunale del 17 giugno scorso l’Osservatorio ha voluto rivolgere un appello al sindaco e all’amministrazione comunale per ripopolare quel locale con attività socialmente utili. «È nostro dovere fornire dati, fare proposte sulle quali la cittadinanza responsabile possa attivarsi» conclude Ravarini.

Marco Maccari, martedì 1 settembre 2015 ore 9:05

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