Il dibattito

La ricetta, di Leonardo La Rocca

laroccaOggi ho pensato di trasformarmi in uno stratega diabolico ed al tempo stesso divino ed ho deciso di teorizzare l’assalto ad un paese o, magari, vedetela così: di giocare ad uno di quei giochi di ruolo in cui ti costruisci e ti gestisci una fattoria nel far west. Ma il far west è troppo far e, quindi, facciamo che il mio gioco di ruolo lo faccio nel near south east.

Come per magia farò crescere un paese di 7000 abitanti fino a 23000 abitanti, trasformandolo nella settima città italiana per reddito pro capite, arricchendomi fino a dire basta e magari condendo il tutto con un po’ di sana, strategica infiltrazione della criminalità organizzata (che in quanto tale – organizzata – a strategia mi sa che è messa bene).

Serve creare un sistema, dove tutti sono compresi e tutti ci guadagnano illegalmente e riciclano e si autosostengono e si arricchiscono, ed infiltrano e comandano e soprattutto non sparano e se lo fanno lo fanno poche volte e col silenziatore, magari al funzionario che ha capito il giretto…

Ma la vera svolta ce l’ho io perché, avendo fatto tutta questa bella torta, ho praticamente scritto una ricetta. E se la prima volta la torta l’ho fatta 20 anni fa e mi sono comprato un paese, oggi sono ancora in grado di farla, basta sostituire gli ingredienti ed il gioco è fatto.

Nel sud est milanese, come ho detto, la torta l’hanno già fatta una volta, adesso son cambiati gli ingredienti ma in realtà ci sono tutti e quindi la nuova torta è praticamente pronta da infornare. Ma tanto si sa, nel sud est milanese non succede mai niente.

Clicca e leggi l’originale: Oggi voglio farmi un paese.

Leonardo La Rocca, mercoledì 1 febbraio 2017 ore 18:52 

 

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L'inchiesta satirica

Melegnano, «imprese della ’ndrangheta» nell’Azienda Ospedaliera?

Raccontiamo? A più di un anno dal commissariamento poco è ancora emerso dell’Azienda Ospedaliera. Ricordate Gianstefano Frigerio? Il «Professore»? Pizzicato a fare creste in EXPO, arrestato l’8 maggio 2014, condannato a 3 anni e 4 mesi? «Coordinatore» di una mazzetta da 120mila euro per l’appalto di pulizie in ospedale? A due anni dal suo arresto abbiamo continuato a leggere fra le sue carte. È lui a regalarci il nuovo scoop.

#ROBACALABRESE
Frigerio era nella Compagine di Melegnano, c’era dentro la Patrizia Pedrotti, ex direttrice amministrativa dell’Ospedale. Gli inquirenti la descrivono così: «Quasi in rapporto di “dipendenza” dalle scelte decisionali di Frigerio». Una che Frigerio le diceva: «Provvedi, fai in quella maniera». E lei: «Sì sì sì. Ho già telefonato».
Mica erano solo loro a fare compagini. C’era – si presume – la ’ndrangheta. Dai documenti d’indagine si ottiene la notizia che era presumibile la presenza di imprese «collegate» più o meno «direttamente alla roba calabrese», alla «’ndrangheta». È la notizia di cui tratta questo articolo. A rivelarla alla Polizia Giudiziaria furono Frigerio e Pedrotti il 7 giugno 2013 durante un’intercettazione effettuata in ripresa video. I contenuti della loro conversazione sono racchiusi in atti formali citati nell’ordine d’arresto del giudice Fabio Antezza, spiccato nei confronti di Frigerio.

#IAMELE 
«Ma hai visto quali sono le aziende inquisite nella vicenda Guarischi per il San Paolo con la ’ndrangheta calabrese?» inizia Frigerio il Professore. Ha la febbre per la preoccupazione. «Hai notato che sono quelle che abbiamo lì anche noi nel nostro reparto di ingegneria clinica?».
Pedrotti: «Non so».
«Ci è andata di culo, che non ci hanno tirato dentro a noi! Perché se estendono quelle indagini lì, e vanno a vedere dove questi qui hanno vinto da altre parti, vanno dritti su Iamele e poi da noi» spiega Frigerio. «A me sono venuti i brividi!».
Chi è Guarischi? E il San Paolo? A marzo 2013 un’investigazione antimafia ammanetta Massimo Guarischi e Pierluigi Sbardolini. Sono, nell’ordine, un consigliere regionale della Lombardia formigoniano e l’ex direttore amministrativo dell’ospedale San Paolo di Milano. In particolare Sbardolini era accusato di «avere favorito l’associazione di stampo mafioso denominata ’ndrangheta delle locali di Milano e Pavia, rappresentata da Carlo Chiriaco e da Cosimo Barranca»; è stato condannato a un anno di carcere con patteggiamento (clic alla notizia del 13 maggio 2016).

#MUCCIOLA
«A me sono venuti i brividi. Ma qui non c’eri ancora tu» continua il Professore.
«La Troiano, è la Troiano quella che ha portato lì Iamele» gli fa Pedrotti, «io, a far capire a Moroni quanto sia pericoloso Iamele, non ce la faccio. Ti dico l’ultima che mi ha fatto, con ’sta cazzo di Mucciola Spa, non ne posso più» scoppia.
Chi era Moroni? Era il direttore generale dell’Ospedale di Melegnano. Mucciola Spa è un’azienda di impiantistica di Reggio Calabria. E Iamele? È l’architetto Giovanni Iamele. Aveva un incarico a Melegnano nell’azienda ospedaliera. Il 1° febbraio 2016 è stato condannato per una truffa e il 16 febbraio è stato allontanato dall’Ospedale di Melegnano. A Milano, in veste di direttore di dipartimento tecnico, predispose un appalto nel 2008 per l’ospedale Pio Albergo Trivulzio. Chi lo vinse? L’azienda Mucciola Spa, in circostanze controverse.
Pedrotti: «Ti dico l’ultima che mi ha fatto Iamele. Siccome la Mucciola non sta pagando, allora sto pagando io i fornitori e i dipendenti. C’avevo Iamele che parla di una delibera e viene a dirmi, ah, firmala qui. Gli ho detto, Giovanni, lo sai che non firmo niente senza leggere. Ho letto la delibera e c’era tutta una serie di risorse economiche che noi dovevamo alla Mucciola. Il giorno dopo arriva un decreto ingiuntivo. L’ho chiamato. 39mila euro! Adesso chi cazzo lo paga? Ho fatto fermare la delibera, che aveva già firmato. Gli ho detto: guarda, Giovanni, mi fai un altro scherzo così, veramente, ti denuncio».
«Forse c’è un ricatto. È la tesi che sostengo anch’io».
«Perché lui cambia espressione quando gli parlo della Mucciola! Se lo guardi negli occhi, lui cambia. Ha paura».
«Tieni conto che» cambia tono Frigerio «io parlai con quelli dei servizi. Salta fuori che, nei tre luoghi dove la Mucciola ha vinto gli appalti, quello che aveva firmato gli atti era Iamele. Una persona intelligente. Ma probabilmente succube di questi. Poi non scherzano questi qui».

FINALE
Sapete che il 30 luglio 2012 Mucciola Spa aveva ricevuto una misura interdittiva? Dalla prefettura di Roma, a causa di contatti sospetti con la ’ndranghetaIl tribunale del consiglio di stato ha confermato. Ma a Melegnano, Mucciola Spa aveva incarico nel 2012 e 2013 di riordinare e potenziare i servizi sanitari dell’Ospedale. La corte dei conti della Lombardia ha rescisso il contratto a causa di continui ritardi da parte di Mucciola (clic al provvedimento, pagine 199-201). Credevate di avere trovato un Professore. E se invece aveste trovato l’Università?

Lo Staff, mercoledì 1 giugno 2016 ore 12:00 

radarmelegnano@gmail.com

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L'inchiesta satirica

La sicurezza di Raimondo

SONO LE 17:00 di martedì 29 dicembre 2015. Rita Capriotti, commercialista e assessore, educatamente sale in palazzo Broletto per raggiungere l’aula delle adunanze. Sta andando al lavoro. Nella stanza saluta i colleghi, saluta il sindaco e il segretario generale. Due delibere sono stese sul tavolo pronte da firmare. Sono la convenzione con il comune di Milano, contenente la richiesta di 10 vigili di supporto al mercato domenicale, e la ripartizione del denaro incassato con le multe del 2015. Hanno importi del valore di 1,9 milioni di euro la prima, di 15.652 e 15.421 euro la seconda. Riguardano la Sicurezza e la Polizia.

In questo istante Rita Capriotti si accorge che manca un collega. Non ha salutato l’ultimo assessore, l’uomo i cui incarichi sono sul tavolo quel giorno. È Fabio Raimondo. Ma è assente. L’assessore incaricato alla sicurezza pubblica e alla polizia locale non verrà a fare il suo lavoro.

RADARISTA 1: LA COMUNICAZIONE, #FONDAMENTALISMOITALICO
Melegnano lo paga 18mila e 750 euro lordi l’anno. Raimondo vive a 38 anni con un doppio incarico politico in due comuni diversi, con un terzo incarico in un distretto sociale, con un quarto incarico nel partito. A Melegnano è assessore dal 2007.
Osserviamo l’immagine di copertina. La foto, scattata nel luglio 1950, ritrae un radar doppler della NASA e due operatori del Centro di Ricerca di Langley, Virginia, il primogenito centro NASA. La copertina omaggia l’icona miniaturizzata di questo blog, ispirato al radar e nato nell’80mo anno dalla sua costruzione. Immaginiamo che ciascuno dei due operatori stia captando la storia dell’assessorato così come si percepisce fuori dai normali radar, e ne offra un rapporto. Il primo operatore sta captando il suo lavoro di comunicazione.
Responsabile della nuova Pagina Facebook del comune di Melegnano (creatura clonata da RADAR e figlia del neonato ufficio stampa comunale, sul quale è stanziato un fondo bebé di 27mila euro) Raimondo è colui che ha condiviso le fotografie dei poliziotti di Milano e Melegnano, usciti in pattuglia domenica 17. La pubblicazione di queste foto in forma di vignette da parte di RADAR ha riscosso «un successo catastrofico», generando un flame memorabile. Lettrici e lettori hanno riso tre giorni dal 19 al 21 gennaio. Le foto di RADAR sono comparse come un ibrido genuino, a metà strada tra il cartoon satirico giornalistico e lo storyboard di un cortometraggio dell’ISIS sbarcato in terra milanese. Ridisegnate a mano una per una hanno dato vita a una serie unica nella vita social cittadina. I poliziotti apparivano incappucciati come miliziani dell’ISIS e sembrava che lo Stato Islamico avesse ispezionato davvero le bancarelle di Melegnano.
Alle 72 ore di gioia hanno contribuito anche i moralisti, tirando giù ogni genere di bestemmia. Alcuni, i più onesti, si sono distinti dicendo: «Non mi piace».
Altri hanno commentato diversamente. «Non si capisce», hanno scritto. «Spiegatemele». Occultando così il fondamentale preconcetto culturale, religioso, politico o psicologico con cui hanno affrontato lo spettacolo bizzarro e geniale di RADAR. Costoro con il loro occultamento hanno cercato di nascondere un pregiudizio, quindi un loro personale difetto, dietro a un presunto difetto residente nell’opera di RADAR o nei singoli manufatti giornalistici. Lasciando intendere che il chiarimento, o una spiegazione, avrebbero potuto cambiare qualcosa del loro giudizio finale dell’opera. No. In realtà intendevano dimostrare, a chiarimento ottenuto, che anche la spiegazione li deludeva e che la deludente spiegazione rendeva banale all’origine l’intera operazione, fin dalla mente dei creatori. Tutto pur di negare il fondamentale errore nella loro mente: essersi esaltati per delle brutte foto originali. È come se una ragazza facesse una festa alla moda in un club esclusivo ma, il sabato dopo, una compagna di scuola facesse una festa all’aperto con musica rock dal vivo, band emergenti e il doppio del divertimento. La festa scatenata delle foto di RADAR, consumata dal 19 al 21, è stata un duello tra il riso e il rancore, la commozione e il rodimento, la gioia e il male di vivere e la gioia ha vinto la sua umile vittoria. Il male di vivere non ha accettato di perdere ma, con nuda invidia, ha allungato le mani sulla corona. Sì, perché, vedete: nessuna spiegazione delle vignette cambierà la vostra «comprensione». I fatti, in chi soffre di preconcetti, saranno sempre comunque secondogeniti. Attaccati alla primogenitura ci sono i vostri fondamentali pregiudizi. Che guai a toccarli. Che guai a metterli in pubblico. A tutto ciò, che è un fondamentalismo tutto italiano, non verrà offerta nessuna spiegazione. Viene regalato solo un approfondimento a vantaggio di appassionate e appassionati, a sottolineare la genialità e la brillantezza dell’opera che hanno condiviso.
RADAR ha preso visione delle foto di Raimondo. Soprattutto della foto con gli agenti in tenuta davanti alla sede della Polizia locale, via Zuavi 70. Accorgendosi, con un sorriso, di qualcosa. In apparenza regolare, il linguaggio del corpo era in realtà un po’ maschilista, un po’ centurione. Un po’ esaltato. È come quando un gruppo di donne inizia a commentare un taglio di capelli, un abito, un accessorio, un abbinamento che sembrava onesto e invece rivela particolari catastrofici. È andata come segue.
AMICA CANDIDA «Che facce. Che posers. Tutti orgogliosi della loro guerra».
AMICA MALIZIOSA «Ehi! Ma quante manone sul pacco. Pubblicità per casalinghe? E funziona…?».
AMICA CANDIDA «Ma che dici» (arrossendo).
AMICA STRONZA «Va’ i politici come si mettono in mostra. Altro che pacco. Figurati se perdevano occasione…».
AMICA MALIZIOSA «Ma questo qui magro…? È sfigato?».
AMICA STRONZA «…che falliti. Sembra una foto dell’ISIS».
Contraffare con arte le foto è stata pura illuminazione. Un’intuizione originaria. Una magia di sentirsi vivi, di scoprirsi, con i propri sensi, membri del principio di gioia universale. Perciò anche il servizio fotografico del comune (malcerto e malfatto, malcelatamente compiaciuto, con angolazioni errate o inutili) è stato riconvertito al suo principio: un’operazione mediatica inadeguata, svolta da un comune che interpreta le istituzioni come una sfilata di fanatici. Un messaggio di #fondamentalismoitalico.
Lo studio del marketing ISIS permette di individuare fotografie identiche a quella di domenica 17 con i poliziotti in posa davanti a via Zuavi 70. Per i miliziani ISIS è abitudine posare in foto davanti alle sedi istituzionali conquistate, ostentando bandiere nere dello Stato Islamico stese sulle porte, ai cancelli. Lo stesso per gli ideologi ISIS, in posa fotografica nelle moschee locali, indosso un copricapo bianco.

RADARISTA 2: LA SICUREZZA, #MAFIEPOPOLARI
Il secondo radarista capta il lavoro dell’assessore Raimondo in tema di sicurezza. Il suo report offre lo spettacolo di un background mafioso.
Il testo che segue è accessibile con chiarezza. Per accedere anche al suo livello illuminante serve inserire un codice, il codice RADAR. Eccolo: disimparate a confondere l’identità delle istituzioni repubblicane con l’identità dei partiti. Tenetele separate. I partiti sono solo uno dei molteplici modi di interpretare le istituzioni, di occuparle.
La contraffazione artistica delle foto di Raimondo sottolinea un dato di fatto. Il posizionamento di Fabio Raimondo dentro l’assessorato di Melegnano è una questione di legalità. Non corrisponde ai voti della popolazione. Discende dalla spartizione di potere che i partiti nazionali stanno eseguendo nel Sud Est Milano manu militari (espressione figurata dell’antica Roma, significa: per mano degli eserciti). Cioè con una strategia militarizzata che nulla invidia allo Stato Islamico.
In principio esistevano tre generali milanesi del Popolo della Libertà. La spartizione di potere nel Sud Est Milano nacque da loro. Il primo è Mario Mantovani, ex vicepresidente di regione Lombardia, oggi arrestato per corruzione e in attesa di rinvio a giudizio. Il secondo è Guido Podestà, ex presidente della provincia di Milano, condannato a 2 anni e 9 mesi. Il terzo è Ignazio La Russa, oggi indagato per reato di peculato. I generali nominarono ciascuno il proprio centurione per Melegnano. Erano rispettivamente Vito Bellomo, Marco Lanzani, Fabio Raimondo.
Raimondo entra a Melegnano da assessore nel 2007. Non era iscritto in alcuna lista elettorale. Non fu legittimato da nessun elettore. I documenti elettorali che lo provano erano disponibili sul sito web comunale fino al 2015, oggi sono spariti. Raimondo risiedeva e tuttora risiede a Cesano Boscone nell’Ovest Milano, dove il padre fu consigliere comunale iscritto al MSI. Nel 2007 il futuro assessore Raimondo sponsorizzò dall’esterno i colleghi candidati melegnanesi. A giugno il neosindaco Vito Bellomo gli consegnò l’assessorato. Come il sindaco spiegò cinque anni più tardi, Raimondo gli era stato «imposto a Melegnano dal partito». Fu Bellomo a legittimare con i suoi poteri di neosindaco il posizionamento a Melegnano del triumviro di La Russa.
Nel 2007 Raimondo non aveva svolto nessun incarico nelle istituzioni della repubblica. Era a bottega nello studio legale di Ignazio La Russa, avvocato. Nel 2012, terminato il primo mandato, il sindaco uscente Bellomo si ricandidò a nuove elezioni con Il Popolo della Libertà e finì in ballottaggio. In sede di trattative con le forze politiche per il ballottaggio, tutti gli chiedevano se Raimondo sarebbe ritornato a casa propria. Rispose: «Tutto, ma questo no. Non si può. Raimondo me l’hanno portato per mano da Milano».
200 elettori votarono Raimondo alle elezioni di maggio 2012. Stavolta si era candidato davvero.
Come il sindaco Vito Bellomo, l’assessore Fabio Carmine Raimondo vive la vita dal lato del privilegio. Nasce e muore figlio. Di papà politici. Ne ha due, Ignazio Benito e Romano Maria La Russa. Il nome del loro attuale partito, Fratelli d’Italia, è a loro ispirato. Oggi, da assessore comunale, Raimondo è una rifrazione degli incarichi tenuti dai due La Russa: da Ignazio La Russa come ministro berlusconiano della Difesa e delle Forze Armate, e da Romano La Russa come assessore regionale formigoniano alla Sicurezza in Lombardia. Nel 2012, da candidato, lo schema tattico elettorale di Raimondo fu quello dei La Russa, lo schema delle #mafiepopolari. Chiedere voti nelle case popolari melegnanesi a dei poveri cristi, promettendo riguardi.
Ignazio La Russa, avvocato e parlamentare, è noto ai tribunali e alle forze dell’ordine. Si scopre favorito alle elezioni 2009 grazie ai voti della ’ndrangheta. Come rappresentato dal caso di Michele Iannuzzi e Alfredo Iorio, due procacciatori di voti per La Russa. Iannuzzi e Iorio sono stati condannati al carcere per corruzione e per associazione mafiosa. L’anno prima, nel 2008, le informative della squadra mobile di Milano hanno preso nota di «un contratto siglato tra il deputato Ignazio La Russa e il capoclan di ’ndrangheta milanese Salvatore Barbaro. Scopo del contratto era dirigere i voti della comunità calabrese a vantaggio del partito del Popolo della Libertà. Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente con il massimo interessamento su tutta la comunità calabrese, garantendo i voti. In cambio, la ’ndrangheta di Barbaro avrebbe ottenuto lavoro in subappalti» (leggi D. Milosa su Il Fatto Quotidiano e un altro articolo di Milosa apparso anche sul portale destradipopolo.net).
Ignazio La Russa, patrono di Raimondo, è indagato per reato di peculato dalla procura di Roma: per sette anni dal 2004 al 2010 ha utilizzato 38mila euro, prelevando da un conto corrente aperto nel Banco di Napoli come deposito di rimborsi elettorali. È in attesa di rinvio a giudizio, cioè di convocazione al processo.
I fratelli Ignazio e Romano La Russa hanno un cognato, Gaetano Raspagliesi, in affari con la ’ndrangheta nei call center. Uno che «meno male che c’era lui» (leggi Paolo Biondani su L’Espresso 2013 e il freepress siciliano I Paternesi, pagine 9-10).
Infine Ignazio La Russa, di cui Raimondo è un centurione, nel 2009 e nel 2010 ha ricevuto 451mila euro dalla società di Salvatore Ligresti, un affarista imbottito di indagini dal 1984, protagonista del boom edilizio della Milano da Bere durante la quale era chiamato Don Salvatore. Ligresti è stato condannato per corruzione pochi giorni fa.

CONCLUSIONI
La sicurezza che l’assessore Raimondo ha portato a Melegnano è solo la sua. La sua personale sicurezza di vivere passando per la porta del privilegio. Melegnano è priva di controllo, con furti in aumento, venditori irregolari, trafficanti di contraffazione. Raimondo condivide lo stesso destino di Vito Bellomo: è un contenitore da maxi-incarico pubblico e da multi-stipendio a spese dei cittadini. Al di là di ogni tratto caratteriale non è un caso se una storia popolare su Raimondo e Bellomo, elaborata nei centri dell’aperitivo melegnanese, li disegna così: «Due gay. Anzi, la coppia gay della politica locale, i cui due matrimoni etero sono di copertura».

Lo Staff, lunedì 25 gennaio 2016 ore 6:00

radarmelegnano@gmail.com

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L'inchiesta satirica

Il processo a Bellomo

LA SERA DEL 29 OTTOBRE il sindaco Vito Bellomo era in riunione con i suoi colleghi. Sedeva come sua abitudine adocchiando lo smartphone, facendosi i suoi cazzi sul display con l’unghia del dito medio. I colleghi di maggioranza e di minoranza gli chiedevano di mettere sotto inchiesta il periodo 2011-2012, lui rispose: «Non lo so». Testuali parole. «La proposta non l’ho letta, ero a un corso per avvocati… Comunque non abbiamo nulla da nascondere, ma questo è un campo minato, bisogna usare bene le parole. Essere processati, non ci va».

Perché mai «no»? È così bello. Essere processati è un piacere raffinato e solo un finto moralista rifiuta sublimi piaceri. Ecco allora il processo.

PRIMA SCIMMIA: LA STAMPA, #CARTADANNATA
Con una certezza: non è la faccia di un politico locale (per quanto impacciato, incompetente e inconcludente) a venire messa a processo. È la faccia dei suoi elettori. Quando è impacciato, incompetente e inconcludente, il politico è sempre un prestanome e un prestavolto di poteri più forti di lui: i finanziatori della sua campagna elettorale, i suoi grandi elettori sparsi negli istituti e nelle organizzazioni professionali, imprenditori e dipendenti di piccole e medie imprese locali, i singoli ingenui che lo vanno a votare con candore perfetto. 
Osserviamo l’immagine di copertina. Tre scimmie. Bocca, orecchie e occhi tappati, e un bulletto incocainato e impaccato di banconote. L’immagine richiama la copertina di RADAR su Facebook e sull’inserto di 7giorni. Stavolta però le scimmie rappresentano i maggiori capi di imputazione di Bellomo. La prima scimmia con la bocca chiusa è l’informazione. Serve a istruire la prima parte del processo.
È in corso una fuga di autori dal periodico locale Il Melegnanese. Due autori hanno bussato alla porta di RADAR dichiarando i metodi che l’informazione locale applica con gli articolisti. «Ho visto i miei articoli tagliati, censurati, se non addirittura stravolti nel loro significato dal Melegnanese» hanno dichiarato (settembre 2015). «Quando arriva una riga che critica il sindaco, le autorità o le personalità, il giornale cerca di tagliare o di non pubblicare» (dicembre 2015). Come dire che, tra criticare politici craxotti dall’importanza assolutamente trascurabile e rinunciare a un contributo giornalistico di valore, Il Melegnanese sceglie di rinunciare al contributo di valore.
C’entra con il processo perché il piccolo elettore di Bellomo ha bisogno di leggere sui giornali la lode quotidiana dell’Amministrazione (visto che non riesce a trovare motivi per farla da solo: ha votato ingenuamente). Inoltre Melegnano ha caratteristiche che tagliano gli abitanti fuori da qualsiasi servizio di informazione. Eccole:
1. non esistono giornali melegnanesi. I vostri padri vi hanno dato Il Cittadino. Ma Il Cittadino è di Lodi, figli. È dedicato all’opinione pubblica lodigiana. Cercò di migliorare negli anni Novanta/Duemila distribuendo anche nel Sud Est Milano, che ai tempi era un settore occupato da nessuno. Ma dedica a un centro come Melegnano lo spazio di una pagina o meno. Contando il fatto che una notizia, per venire stampata sullo spazio di Melegnano, deve avere un’importanza e una eco tale da giustificare la sua diffusione su un giornale distribuito in un capoluogo come Lodi e in altre città del Sud Est Milano. Per forza trovano evidenza solo notizie provenienti dalle giunte comunali o dalle grandi istituzioni. Infine Il Cittadino è un giornale ecclesiastico, quindi monarchico e teocratico: non critica il lavoro degli amministratori di una repubblica, né delle sue istituzioni, né delle molestie dei sacerdoti pedofili. Critica i baci tra maschi e il sesso tra femmine.
2. L’unico giornale stampato a Melegnano costa 2 euro e non vende articoli interessanti. Ha scarse prestazioni e prezzi altissimi.
L’informazione serve a farsi #idee. La legge italiana è fondata sul diritto dei cittadini a informarsi e sul dovere/diritto di informare. È un dovere/diritto che spetta anche ai Comuni (legge 150/2000, «Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni», clic al testo). Nell’ottica di RADAR, dalla legge emerge questo principio: un Comune ha il dovere di essere la prima fonte di informazione di una città. Non la second’ultima. Bellomo in 9 anni ha dimostrato agli elettori di non avere i muscoli né il cervello per introdurre qualcosa nell’informazione. Ha solo permesso all’assessore Fabio Raimondo di fare la recente Pagina Facebook del Comune che offre doppioni inutili del Bollettino La Voce del Comune: non serve a farsi un’idea del presente, serve a trasmettere certe operazioni svolte dalla Giunta comunale.
Dal presidente Berlusconi, Bellomo non ha imparato nulla.

SECONDA SCIMMIA: IL #MALCOMUNE
La seconda scimmia non sente nulla. È il Comune.
La priorità politica di Bellomo qual è stata? La vita della città? No. È stata favorire la costruzione della deludente TEEM, Tangenziale Est Esterna Milanese. «È una mia battaglia» disse alla comunità nel 2011 parlando della strada Cerca-Binasca, costruzione connessa alla Tangenziale Est Esterna. «Io voglio valutare bene, non possiamo né avere pregiudizi né fare discorsi assurdi» ha dichiarato a proposito della nuova Tangenziale Ovest Esterna (novembre 2015). Melegnano decadeva e il Benini era a pezzi, il ponte sul Giardino provocava cause contro il Comune ma l’Amministrazione Bellomo ha usato 3774 voti per fare il prestavolto del Gruppo Gavio.
Il Gruppo Gavio è la seconda società industriale in Italia nel settore autostradale. Con Banca Intesa San Paolo controlla la Tangenziale Est Esterna che da Melegnano va ad Agrate Brianza. Sono 32 kilometri. Vale 2 miliardi. Ha fatto record di sollevamento pesi con 1400 tonnellate a 36 metri di altezza. Ma è un fallimento per gli automobilisti (clic all’articolo su Il Sole24Ore). Infatti non ha veri collegamenti con Milano. Sta svendendo il prezzo dei pedaggi, è la seconda volta (clic alla notizia su Corriere.it). Così, mentre Bellomo bucava il Patto di Stabilità violando una Legge dello Stato e una Legge europea, i costruttori di TEEM individuavano in lui il sindaco giusto: adeguato alla pubblicità, ma adeguatamente incapace di prevedere un fallimento autostradale. 
Inseguendo i sogni di grandezza dell’idolo #carcerario Mantovani l’Amministrazione Bellomo divide la destra invece di unirla. Come è successo all’ex assessore Marco Lanzani, dimesso nel 2013. Da allora medita di tornare in politica «con una lista civica». Eppure Marco Lanzani, colui che non impedì di violare la Legge di Stabilità, oggi è presente agli incontri informali che il Sindaco Bellomo tiene nella Macelleria di Giovanni Ghianda, vicepresidente dell’Associazione Commercianti. Amici?

TERZA SCIMMIA: IL #MERCATONERO
La terza scimmia, quella dagli occhi chiusi, consiste nelle occupazioni abusive del mercato da parte dei possessori di bancarelle irregolari. Sono Italiani. Hanno la pelle bianca. E sono abusivi. Uno staziona sulla curva di via Marconi/via Roma. Uno è in piazza davanti a S. Rocco.
Consiste nell’occupazione del tradizionale Mercato di Melegnano da parte della Mafia e della ’Ndrangheta. Dopo il bombardamento di Melegnano nel 2014/2015 (quando negozi, automobili e magazzini furono fatti esplodere) tanti si sono chiesti dove fosse questa Mafia che agiva in modi «mai avvenuti prima» (Il Giorno, 5 settembre 2014).
Era sotto gli occhi di tutti. La Mafia era il Mercato. Il Mercato bisettimanale è la meta prelibata del crimine organizzato, per numero di consumatori e per vastità di clientela. I vestiti #contraffatti, le borse false e gli occhiali taroccati sono un affare «gestito dalla criminalità organizzata transnazionale» (Ministero dello Sviluppo Economico, relazione 2012). La Lombardia è la regione numero uno per valore economico delle merci sequestrate (514 milioni di euro). Scrive il Ministero: è un business radicato «con un sistema industriale e commerciale», «con i suoi centri di produzione e di trasformazione, canali di vendita, reti distributive e consumatori», cioè con fabbriche in Italia e punti vendita italiani dove i prodotti della mafia sono disegnati, confezionati, smistati, venduti e comprati; ruba all’economia un fatturato di «6 miliardi e 900 milioni di euro e 110mila posti di lavoro», sottrae allo Stato «un gettito aggiuntivo di 1 miliardo e 700 milioni» e «non ha conosciuto crisi». L’Amministrazione Bellomo ha dichiarato di avere portato i problemi dell’abusivismo e della contraffazione del Mercato di Melegnano dinanzi al Prefetto di Milano, di avere ottenuto 2 nuovi poliziotti e 10 turni di mercato blindato. È andata davvero così?
La Prefettura di Milano dichiara fatti diversi. Attraverso un funzionario della prefettura RADAR è venuto a sapere che il vertice con il Prefetto, la Polizia del Comune di Milano, la Guardia di Finanza, il Corpo dei Carabinieri e il Comune di Melegnano nelle persone del Sindaco e dell’Assessore alla Sicurezza «è stato richiesto su istanza di ambulanti e negozianti della città» di Melegnano. Non per iniziativa dell’Amministrazione. Il funzionario dichiara che Sindaco e Assessore sono stati criticati da tutti i presenti.
Questi sono solo i casi clamorosi. Quali casi hanno conosciuto i lettori di questa inchiesta? Scrivete.

Lo Staff, mercoledì 13 gennaio 2016 ore 07:30

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Cronaca

Ciconte e la ndrangheta: con un rito vi seppellirà

SETTIMANA DELLA LEGALITÀ – Enzo Ciconte, il primo in Italia a parlare di andrangheta. Scrive libri. Tanti. L’ultimo ha il titolo Riti criminali, i codici di affiliazione alla ‘ndrangheta. L’Osservatorio Mafie Sud Milano l’ha invitato a Dresano ieri sera e questo è il suo brillante colloquio con il pubblico.

«Sono calabrese, ma sto più al nord che al sud. È molti anni che vengo dalle vostre parti, in Emilia Romagna in modo particolare. A dire: guardate che qui c’è un problema. Guardate che qui c’è una realtà predisposta al rischio. In molti mi credevano; altri no. Del resto ricordo che il prefetto di Milano disse ‘la mafia a Milano non esiste’ proprio 15 giorni prima che iniziassero 300 arresti per mafia. Io dicevo che era vero, che la mafia a Milano non c’era. C’è la ‘ndrangheta. Che è peggio.

«La ‘ndrangheta ha rituali. I carabinieri hanno registrato riunioni nelle quali venivano conferite le doti di ‘ndrangheta, anche dette fiori. L’ultima dote è stata conferita qui in Lombardia. Se andate su YouTube, vedete che è stata conferita la Santa. Dote altissima, di coloro che possono fare parte della massoneria deviata.

«Nel mio libro Riti criminali ho voluto descrivere quello che succede nei rituali di ‘ndrangheta. Perché i mafiosi vengono pensati come un fatto antico. Se noi pensiamo che i rituali fanno parte del folklore facciamo un errore madornale. Pensate a quello che sta succedendo nel Sinodo a Roma. Avete visto i paramenti dei vescovi? Perché i rituali della Chiesa, o della Massoneria al massimo grado, quella inglese – personaggi di altissimo livello, con grembiulino, triangolo, con i simboli delle logge massoniche – perché nessuno pensa di dire che sono rituali arcaici? Perché sminuire un fatto costitutivo? Avete mai visto un cattolico senza la Bibbia? Così, non ci può essere uno ndranhetista senza rituali.

«Portatevi con la mente nella Calabria dell’800 o primi del ‘900. I giovanotti, figli di braccianti, zappatori, contadini, sentivano parole grosse. Formulari che apparentemente sono normali… ‘Dove cammini? Fra il cielo e la terra’. Tutti quanti ricordiamo come si facevano le messe in latino. Ma quanti capivano quello che diceva il prete? La stragrande maggioranza non capiva. È la stessa cosa per la ‘ndrangheta. Conta la continuità. La ripetitività. Il patto che ti dava sicurezza che venivano ripetute le stesse cose. Che tu entravi in un mondo magico, dove gli altri non possono entrare. Nella ‘ndrangheta non possono partecipare tutti. Le donne, no. Primo sbarramento. Poi non possono fare parte tutti quelli che hanno una divisa, poliziotti, preti, guardie. Certo, ci sono anche eccezioni, ci sono stati preti pungiuti. Ma il fascino qual è? E dobbiamo capirlo. Chi partecipa alla ‘ndrangheta partecipa a un’organizzazione di élite; non è un fatto popolare. Solo quelli che hanno alcune caratteristiche: ferocia, violenza, ma anche, come la ‘ndrangheta di seta, che hanno capacità avvolgente, di fare politica. Solo i migliori. Tutti gli altri sono pecore.

«Per un giovane figlio di pecorai, questo discorso lo portava alle stelle. Tutti i collaboratori di giustizia raccontano che quando andavano a fare il rito si sentivano tremebondi! Tutti i racconti anche nell’800 scandiscono questa cosa. Una volta il matrimonio era indissolubile. In tutte le professioni, puoi dimetterti. Anche il papa può dimettersi. Nella ‘ndrangheta, le dimissioni non sono contemplate. Quando fai i riti battesimo ti pungono il dito, una goccia di sangue cade su un’immaginetta sacra che viene bruciata e va in cenere. Ti dicono che, se esci, puoi rientrare nel momento in cui riesci a recuperare la cenere e a rifare quella stessa immaginetta sacra. Impossibile. Ti impegni nella vita. Non è solo un’organizzazione di violenti ma è molto più complessa.

«Chi sono Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Antenati. Altri nomi sono Minofrio, Misgarro e Misghizzi. Ogni tanto viene fuori di tutto… ma i mafiosi vanno anche presi un po’ per il culo. Chi sono? Tre cavalieri spagnoli. Ma sono esistiti? No. Sono una leggenda, secondo cui facevano parte di un’associazione segreta spagnola; nel 1412 sarebbero venuti dalla Spagna in Italia perché avevano ucciso una persona che aveva violato la propria sorella. Erano dei latitanti. Arrivano nell’isola della Favignana. È una località stupenda. Sono rimasti chiusi 29 anni, 11 mesi e 29 giorni (30 anni meno un giorno). Hanno approntato le regole sociali dell’Onorata Società. Escono tutti e tre all’aria aperta. Il primo dalla Favignana va in Sicilia, si ferma a Palermo e forma Cosa Nostra. E così via. Naturalmente è una leggenda ma, attenzione, mostra che i cavalieri formano le tre organizzazioni insieme. Di solito sono divise. È difficile trovare libri che parlano delle tre insieme.

«Vi racconto un episodio personale. Io e Vincenzo Macrì, giudice, scriviamo un libro sulla missione di Nicola Calipari in Australia. Calipari da ragazzo faceva parte della squadra mobile a Cosenza. Una città babba, dal punto di vista mafioso. Lui capisce che invece che gli ndranghetisti c’erano, e per questo lo ostacolano. Lo Stato, vedendo che era minacciato, lo manda in Australia, lo sostituisce. Un giorno la moglie, Rosa Calipari, deputata, commette l’imprudenza di dirmi che quando suo marito era andato in Australia aveva fatto una relazione sulla ‘ndrangheta in Australia. Aveva un allegato. Conteneva tre rituali di ‘ndrangheta in Australia. Tre diversi. C’è uno zoccolo comune. Insomma, io e il giudeice presentiamo il nostro libro in un giardino di un amico a Favignana. Era estate. Quando racconto la storia di Osso, Mastrostefano e Carcagnosso, la gente apre due occhi così. Nessuno ricordava quella leggenda. Enzo Patti, un pittore, rimase stregato. Fece delle tavole sui tre cavalieri, e uscì un libro illustrato.

«Perché la leggenda parla di Favignana e non di Aspromonte, che ha grotte bellissime, o della Sicilia? Perché la sede leggendaria è in un’isola? Perché era la sede del carcere dei Borboni, dove mandavano a morire i condannati. Si capisce il legame che i mafiosi hanno sempre avuto con le carceri.

«Il punto è che negli ultimi anni, molti ‘ndranghetisti sono del nord. Oggi Milano, Segrate, comuni dei dintorni. Sono i figli, i nipoti de clan. Che ormai fanno parte del panorama giudiziario, perché un pezzo di imprenditoria lombarda ha pensato di prendersi una scorciatoia e invece di fare quello che il capitale vuole, la libera concorrenza, hanno cercato il monopolio, la protezione. 1. Per fare più soldi, il più rapidamente possibile. 2. Perché hanno bisogno di protezione sui cantieri; utilizzano manodopera che danno loro i mafiosi, che costa di meno, che non ha sindacati che pretendono adeguazioni dei salari; danno la possibilità al padrone del cantiere di fare tutto quello che vuole. 3. Perché hanno bisogno dei mafiosi per recuperare i crediti. Di questi tempi l’imprenditore si rivolge ai giudici? No, alla ‘ndrangheta. C’è la storia di Ivano Perego. Un personaggio straordinario. Ma quando incontrò difficoltà economiche si rivolse alla ‘ndrangheta. In questi casi in azienda arrivano i soldi della ‘ndrangheta, ma arrivano anche gli ‘ndranghetisti. I quali pretendono di governare loro l’azienda. Ivano Perego da padrone che era diventava pedina. Perde l’azienda, fallisce e va in galera. È la capacità della ‘ndrangheta di impossessarsi delle aziende degli altri. Lo dico da 15 anni. C’è un fenomeno che ha investito il nord, ci sono imprenditori che chiedono prestiti a usura. L’usura del cravattaro è diversa da quella mafiosa. La cravatta ti può strozzare. Allora allenta il nodo. Alla fine monetizza, ma non ti strozza mai. Non ha interesse a strozzarti, ma che campi mille anni e il debito non lo estingui mai. All’usuraio mafioso invece non gliene frega di meno della cambiale che si rinnova mese dopo mese. Non paghi il debito? Ti prendo l’azienda. Oppure, da persona perbene, tu rimani formalmente il proprietario. Questo meccanismo ha spostato proprietà di aziende alla ‘ndrangheta calabrese, senza colpo ferire. Nessuno se n’è accorto. Tutto il resto avviene nel segreto di banche, di finanziarie, di studi notarili, senza che nessuno di voi se ne accorga. Se tu hai rapporti con i mafiosi ne esci con le ossa rotte. Non gliene frega niente.

«Per questo è importante dire agli imprenditori lombardi che devono cambiare strada. C’era una parola che connotava il Mezzogiorno, ed era omertà. Oggi l’omertà non è più un fatto dei meridionali. Gli imprenditori davanti ai giudici non parlano; se leggete i testi di Ilda Boccassini, se leggete le intercettazioni al telefono, gli imprenditori alla cornetta fanno fuoco e fiamme contro i mafiosi. Ma davanti ai magistrati: non lo conosco. Quella non è la mia voce. Nel Mezzogiorno l’omertà ha una motivazione storica. Pensate a un meridionale di tre secoli fa, analfabeta che andava contro il potente di turno. Il potente gli girava le parole, perché lui aveva studiato. Succede anche adesso. Quello doveva stare zitto. Era la cosa migliore. Il silenzio aveva una radice storica. Era il modo migliore per difendersi. A migghiu parola è chilla non ditta. Esattamente trapiantata e impiantata a nord.

«Dobbiamo riuscire a ribaltare questa situazione al nord, che è la nuova frontiera della mafia: qui ci sono i dané. Vi hanno ingannato con una teoria farlocca, che la mafia è una cosa da terroni e arretrati. I rituali di ‘ndrangheta non sono folklore, sono l’essenza del modo di essere dello ‘ndranghetista oggi. Se nella chiesa cattolica i riti valgono da mille anni, una ragione c’è. La chiesa costruisce una retorica: se sei chiamato diventi prete. È un errore ridicolizzare questi codici.

«Nei giornalisti c’è una pigrizia intellettuale che ha liquidato il fenomeno delle mafie come un fatto che riguarda assassini, e criminali. Se c’è da fare uno studio, non lo fanno. C’è una rinuncia a fare indagini in quel mondo. Quindici anni fa nessuno di quelli che si occupavano di mafie aveva una cattedra che se ne occupasse. La scusa degli accademici era: ah, ma, in quel modo gli diamo un riconoscimento accademico. Ma il problema non è questo. È che tu devi dare a studiosi e studenti i fondamenti per capire cosa sono le mafie, soprattutto strumenti giuridici. Un magistrato della Dda di Milano fece una ricerca per capire che cosa succedeva al nord. Lo chiamai: ti devo chiedere atti giudiziari, gli dissi. Quando arrivo, busso, mi apre e mi dice, dito puntato: tu mi sei costato 500mila lire. Perché non aveva mai trovato nulla di scritto sulla ‘ndrangheta. Poi lesse il mio primo libro sulla ‘ndrangheta: per fortuna, dice, vado a Bari, lo leggo, lo trovo bellissimo, così ho comprato un sacco di copie le ho regalate a poliziotti e carabinieri. Capite? Quel magistrato diceva che all’università la parola ‘ndrangheta manco la sentiva dire.

«Mazzaferro, Novella, Pino Neri sono stati la ‘ndrangheta padana. Mazzaferro formò una locale importante che andava prendendo peso, con importanza politica ed economica indipendente. Fu arrestato e quel progetto è finito nel dimenticatoio. Perché tentavano l’independenza? Perché erano economicamente forti. Poi ci fu un tentativo, di Novella, che non aveva un pedigree mafioso come Mazzaferro. Lo hanno amazzato. Pino Neri, personaggio straordinario. Finisce nella prima inchiesta sui Mazzaferro, e viene condannato a 6 anni come trafficante di droga ma assolto dal reato 416 bis di concorso esterno in associazione mafiosa. Si ammalò gravemente. Apre uno studio commercialista, ha capacità di relazione con il mondo amministrativo, specie con il direttore amministrativo ASL di Pavia, il cuore della sanità lombarda. Organizzò una riunione per ricostituire la testa tagliata con Novella. Fu a Paderno Dugnano, nel circolo Arci Falcone e Borsellino. È stata filmata. È su YouTube. E Pino Neri fa un discorso straordinario, spiega ai convenuti come il grande mafioso avesse sbagliato. Bisognava eleggere uno ‘ndranghetista e votano all’unanimità per il candidato di Neri. Erano riuniti a ferro di cavallo, altra formula del cerchio formato di onorata società. Perchè questo rituale? Immaginate la scena: un giovane entra per la prima volta, e chiede di essere affiliato. Si trova davanti i capi bastone più importanti del suo comune, che lo mettono in mezzo al cerchio. Sei protetto. Però il cerchio, se tu tradisci, significa: sei accerchiato, ti daremo la caccia davanti, di dietro e di lato. Quando Pino Neri fa l’interrogatorio dai magistrati, dice: sì, ci siamo riuniti, però era riunione della cultura nostra, della tradizione calabrese, noi ci riunivano per discutere di osso, mastrosso e carcagnosso; dovete mettere la legge che chi lo fa è arrestato. Tragico, perché dietro questi rituali si nasconde una ‘ndrangheta feroce che va contrastata e vinta. Se guardate poi quello che è diventata la ‘ndrangheta, una holding, capace di eleggere sindaci o consiglieri comunali…».

Marco Maccari, sabato 10 ottobre 2015 ore 9:00

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19 luglio

«La mia colpevole indifferenza sino ai quarant’anni»

«Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. Sono ottimista perchè vedo che i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni verso la mafia sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

«Cosa Nostra tende ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, legittimamente, lo Stato. Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l’imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l’accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.

«È naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l’imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti). La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione. Il conflitto inevitabile con lo Stato con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall’interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perché venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale».

Paolo Borsellino

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Lo Staff, lunedì 20 luglio 2015 ore 14:48

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Cronaca

Melegnano e la ’ndrangheta, Bellomo: «A Melegnano c’è un bene confiscato alla mafia? Tecnicamente non si può dirlo»

RADAR-Bellomo-17giu2015SALA CONSILIARE – «Perché parlo di strumentalizzazione? Perché stasera sono state dette cose che non sono vere. L’immobile confiscato a Melegnano non è stato confiscato alla mafia. Ecco perché io mi arrabbio». La dichiarazione è del sindaco di Melegnano Vito Bellomo, 45 anni, a chiusura del consiglio comunale aperto del 17 giugno.

«Non ha nulla a che fare con reati legati alla mafia. L’Osservatorio Mafie Sud Milano dovrebbe informarsi prima di parlare. Bisogna dire le cose come stanno. Si tratta di una società dei figli di Giuseppe Molluso, una s.a.s., società ad accomandita semplice. Tecnicamente non si può dire che l’immobile è stato confiscato per mafia.

«Per quanto riguarda i singoli episodi c’è la massima attenzione. Per quanto riguarda gli incendi alle auto io sapevo, si trattava di ragazzi che non avevano nulla a che fare. Due persone che per divertimento andavano a incendiare le auto. Per quanto riguarda gli incendi non pensate che il sindaco di Melegnano stia lì ad aspettare che si svolgano le indagini e si arrivi a una sentenza. Io mi sono attivato e ho chiesto informazioni. Gli episodi dell’esplosione e degli spari sono gravi, ma non nascono dalla città di Melegnano, non c’entrano con il tessuto economico e sociale della città. Arrivano da fuori.

«L’autorità giudiziaria purtroppo ha bisogno di tempo per arrivare all’individuazione dei responsabili, così come sono arrivate all’individuazione dei responsabili degli incendi alle auto, degli incendi alle agenzie immobiliari. Dobbiamo solamente avere la pazienza di aspettare che si concludano le indagini. Le autorità giudiziarie e le forze dell’ordine sono molto attente al nostro territorio, ci conosciamo.

«La massima attenzione da parte di questa amministrazione. Sappiamo che la criminalità è sempre attenta e pronta a inserirsi nell’economia del territorio. Quindi: massima attenzione, però ecco, il discorso di determinate prese di posizione io credo che dobbiamo stare più attenti a trasmettere alla cittadinanza, non creare allarmismo, determinati episodi bisogna saperli, bisogna conoscerli, prima di comunicare e rilasciare allarmismo, quindi procediamo su questa strada di massima allerta».

Marco Maccari, 23 giugno 2015 ore 13:26

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