MELEGNANO CITTÀ DI PRODOTTI E DI COMMERCIO

Il Black Friday e l’oscuro complotto contro l’e-commerce

QUANDO SI PARLA DI SALDI di solito siamo a fine stagione. Ma quando la stagione è appena iniziata? Le vendite di fine stagione riguardano i prodotti, di carattere stagionale o di moda, suscettibili di notevole deprezzamento se non sono venduti entro un certo periodo di tempo. Poi a novembre compare il Black Friday scatenando il delirio degli sconti.

Un originario di qui vi chiede se il suo acquisto del Black Friday è vistoso o no [foto di Jimmy Nelson, Nenet Yakim Brigade 2 Yamal Peninsula Ural Mountains Russia]

Il Black Friday è una festa importata che, un po’ come avvenuto per Halloween, si è sempre più radicalizzata anche in Italia. Con la modifica di legge proposta dall’assessore regionale allo Sviluppo Economico Mauro Parolini, ed approvata il 15 marzo dal consiglio regionale della Lombardia, i commercianti lombardi del settore moda hanno colto quest’opportunità.

Ora c’è più trasparenza. La norma precedente vietava le vendite promozionali dal 25 novembre e, per il Black Friday, metteva i dettaglianti di moda in difficoltà rispetto a catene e grandi gruppi come Amazon, Ebay che, con un rischio basso di sanzioni non efficaci come deterrente, tappezzavano siti e vetrine di sconti.

A parte qualche negozio che offre il 50% di sconto su alcuni articoli, in generale il mercato non si spinge oltre il 30%. Il vero affare si presenta online come speciale opportunità: sono centinaia di offerte al 70% di sconto.

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Pure la signora è fiera del suo Black Friday [foto di Jimmy Nelson, tribù Himba, Numidia, Yellowtrace]

La questione qual è? Adeguarsi ad un mercato in cambiamento a causa del commercio online? Arginare il fenomeno Amazon che sta colpendo violentemente i commercianti?

Vediamo alcuni dati.

  1. E-commerce in Italia: 18,8 milioni di italiani comprano online, il 61% della popolazione internet (30,8 milioni). E comprano tanto: 19,3 miliardi di acquisti all’anno.
  2. App-commerce, una certezza. Gli acquisti da smartphone e tablet fruttano da soli 5,4 miliardi di euro e coprono il 24% degli acquisti.
  3. Il mercato e-commerce è fatto per il 55% da servizi, 45% da prodotti. Si comprano soprattutto assicurazioni, biglietti per eventi, viaggi e trasporti, ricariche telefoniche, oggetti d’arredo e prodotti food.
  4. Cresce il fenomeno dell’info-commerce, con il 72% delle persone che compra un prodotto in negozio dopo aver raccolto informazioni sul web, insieme a quello opposto dello showrooming: dei 19 milioni di italiani che usano lo smartphone, il 45% cerca informazioni online mentre è in negozio.
  5. Novità dell’anno l’e-commerce alimentare che cresce del 77% sull’anno precedente. Fatti dell’anno, le acquisizioni fatte da JustEat, che arriva a 3.500 ristoranti affiliati, e il lancio di Amazon Prime Now su Milano e hinterland.
  6. Vestiti, libri, viaggi. Cosa compriamo online? Il mercato è dominato da soliti noti come Abbigliamento (+25%), Informatica ed Elettronica di consumo (+22%) e Turismo (+11%) più, a sorpresa, l’Editoria (+16%).
  7. Le aziende investono in adv online (29%) e attività di SEO (19%), un po’ meno in social media ed email marketing, 14% e 11%. Il 56% delle aziende investirà sui social, ma per molti di loro è ancora un processo difficile. Manca la strategia.
  8. 44% delle aziende online vende sui marketplace, soprattutto eBay, Amazon, Etsy.
  9. 81% degli italiani paga online con PayPal, carta di credito o prepagata. 
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    Black Friday pure per fumare [foto di Jimmy Nelson]

Sempre più italiani comprano online, il mobile domina, le aziende sono in ritardo, bisogna fare di più. Ma non è una storia fantasiosa: è la realtà dei dati.

Massimiliano Basile, lunedì 28 novembre 2017 ore 6:30
info@communicatemotion.net

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Satira

La zona a traffico limitato per i pedoni di Melegnano

MELEGNANO – È passato un secolo e le cose sono decisamente cambiate in meglio. Melegnano sembrava una città destinata al declino, all’oblio commerciale; invece le capacità imprenditoriali dei commercianti l’hanno trasformata nel luogo più bello del pianeta dove fare acquisti.

Lo sforzo comune dell’amministrazione comunale, delle associazioni di categoria e dei singoli commercianti ha portato ad un successo che ha dell’incredibile.

Il segreto di questo successo lo possiamo spiegare in due mosse.

La prima mossa è stata sicuramente non banale, ma di grande effetto: è stata introdotta la prima ZTpL (zona traffico pedonale limitato) una idea che ha di fatto impedito ai pedoni di passeggiare per le vie della città a piedi obbligandoli all’uso della propria automobile.

La seconda mossa è stata la vera idea vincente, l’uovo di Colombo che tutto il mondo ora guarda con invidia; e cioè quella secondo cui ogni negozio al suo interno dovesse avere dei parcheggi per le automobili dei clienti.

Oggi i clienti arrivano da tutto il pianeta per fare i loro acquisti a Melegnano a bordo delle loro vetture, che parcheggiano comodamente all’interno dei negozi; questo metodo, che possiamo comodamente chiamare #ParkingOnAndBuy, è diventato di riferimento in tutto il globo.

E Amazon sta cercando di utilizzarlo visto il calo vertiginoso dei fatturati, per evitare il rischio di bancarotta.

#NoiSiamoCaino, martedì 21 novembre 2117 ore 12:55 

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Cronaca, MELEGNANO CITTÀ DI PRODOTTI E DI COMMERCIO

Meno 4000 euro dal comune, ZTL tutto dicembre: per i negozianti «i segnali sono pessimi»

MELEGNANO — «Guardate che, per un negoziante, le luci significano molto. La luce è un segno. Significa: io ci sono. La mia attività c’è. Illumino la via».

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Ma la luce è bassa a Melegnano. Si contano meno luminarie. Due «pessimi segnali» stupiscono i negozianti: prima, la drastica riduzione dei contributi comunali per le luci decorative natalizie — che quest’anno costano 110-115 euro l’una; l’anno scorso costavano 60 euro — e, seconda, la mozione presentata al consiglio comunale per prolungare la zona a traffico limitato fino alle ore 20, tutte le domeniche di dicembre. Non tutti dichiarano di avere contribuito per l’acquisto delle stelle luminose.

«Molti negozianti non sono contenti di questa cosa. Il mese in cui si lavora di più è il mese di dicembre: per un negozio, se la gente in questo periodo ha la possibilità di girare con la macchina e trovare parcheggio, significa che il mese potrà andare bene».

Giugno ha cambiato le cose in municipio. Il nuovo governo locale di Rodolfo Bertoli — uomo di idee democrat — ha contribuito alle luminarie con 4000 euro in meno rispetto ai tempi di Vito Bellomo, berlusconiano ex socialista. «Non tutti ci sentiamo aiutati» avvertono i negozianti.

Marco Maccari, martedì 14 novembre 2017 ore 11:14
mamacra@gmail.com

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L'intervista, Melegnano Smart City

«Schiacci il pulsante, arrivano le forze dell’ordine»

RADAR-videoallarme-22feb2016Un negozio, un’azienda o un comune: un pulsante e telecamere accese nel raggio di 500 metri. L’iniziativa di RADAR «Melegnano Smart City» intervista Sergio Rizzi

«SIAMO L’UNICA azienda in collegamento con la questura e con l’arma dei carabinieri. Possiamo collegare i vostri sistemi di videoallarme e antirapina direttamente alle forze dell’ordine. La definiamo sicurezza partecipata. A Melegnano il nostro progetto è stato accettato da un grande supermarket, da un parrucchiere, in una farmacia e in una parafarmacia e stiamo preventivando altri negozi. A Mediglia hanno spinto per realizzare il progetto. A Roma abbiamo iniziato un progetto per il Giubileo».

A PROCESSO PER DIRETTISSIMA 
Chi parla è Sergio Rizzi, consulente di soluzioni e tecnologie per la sicurezza collegate con le forze dell’ordine. Rizzi è melegnanese. «Si tratta di un impianto di video allarme da installare nei negozi, nelle aziende, nei comuni» spiega Rizzi. «In pratica, quando qualcuno entra in un supermercato o in una farmacia per fare una rapina, basta che i titolari schiaccino un pulsante e si attivano subito le videocamere interne ed esterne: alla polizia e ai carabinieri arrivano immediatamente le riprese e le immagini. Costituisce quasi una flagranza di reato. Perciò i rapinatori, quando vengono arrestati, vanno a processo per direttissima. A Parma, davanti a un tabaccaio, hanno aggredito una donna. Il titolare ha schiacciato il pulsante antirapina e ha acceso la telecamera. In pochi secondi è arrivata la polizia.
«Una rapina dura 20 secondi. Questo sistema accende tutte le telecamere nel raggio di 500 metri. Con questo impianto le forze dell’ordine vedono quanti rapinatori ci sono e quali armi hanno. Il server, quando parte l’allarme, memorizza non appena si schiaccia il pulsante: al cliente arriva il report di tutto ciò che è successo durante la rapina. Un ladro seriale che agiva a Roma è stato beccato alla settima rapina. Ha preso 9 anni per direttissima. Chiaramente ci vuole una telecamera ad alta definizione.

DETRAIBILE  DALLE TASSE AL 140%
Esiste un pregiudizio generico secondo il quale a un’azione criminale fisica va contrapposta un’azione repressiva altrettanto fisica. «Non puoi fermare qualcuno pensando di poterlo disarmare. Diversi negozianti si convincono che basti tenere un’arma in negozio, quando a casa hanno figli e famiglia. Mi è stato anche detto: ma io ho una Smith&Wesson. Ho prestato a lungo servizio militare e so dire questo: se decidi di affrontare un rapinatore armato le cose sono due: o è più veloce lui, e ti spara, e lasci moglie e figli soli. Oppure, se sei più veloce tu e il rapinatore aveva una pistola giocattolo, vai in galera. Mi hanno risposto: ma io gli sparo quando si gira! Peggio ancora. Non mi possono sparare i carabinieri nella schiena, mi ci spari tu?».
È possibile che tanto know-how, di tipo anche militare, intimorisca e lasci cadere un’opportunità? «Non dovrebbe; l’impianto di videoallarme è una forma di protezione a vantaggio della cittadinanza. I costi dell’impianto sono contenuti, poche decine di euro al mese per il nostro decoder con 5 anni di abbonamento. Secondo la legge di stabilità il 140% delle spese per questi impianti è detraibile dalle tasse fino al 31 dicembre 2016».

Marco Maccari, lunedì 22 febbraio 2016 ore 11:30

mamacra@gmail.com
@mamacra

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Il caso

«È un buco nero»

«È un buco nero», commenta una negoziante lungo la strada. Fu del liquido infiammabile a provocare i danni. Breve indagine sul ricordo dell’esplosione, consumata con un gesto intimidatorio di ispirazione mafiosa e, dissero le autorità, «mai vista prima a Melegnano»

MELEGNANO, VIA XXIII MARZO – Il 20 febbraio 2014 il bar tabaccheria Jolly, situato all’angolo tra via Castellini e via XXIII Marzo, fu devastato dalle fiamme. L’intera palazzina fu resa inagibile da quell’incendio, costringendo al trasferimento non solo il tabacchi, ma anche gli studi medici che si trovavano al primo piano e una merceria. Lo stabile fu messo sotto sequestro per poter accertare se il fatto fosse doloso.

Ora, a più di un anno di distanza, le condizioni della palazzina restano le stesse. Chi si trova a passare da quella via continua a fare i conti con la devastazione causata dalle fiamme di quella sera mentre la porta dell’edificio è chiusa da assi di legno e un lucchetto. I commercianti della zona sono costretti a convivere con la costante visione di quell’edificio ormai abbandonato a se stesso senza avere nessun tipo di notizia sugli sviluppi della vicenda. «Ci piacerebbe leggere qualcosa di ufficiale a proposito del futuro di quella palazzina – ci ha detto stamattina una commerciante della via – è lì da più di un anno e non sappiamo ancora nulla. Non penso sia bello per la zona e per la città mostrare una situazione di tale degrado»

Martina Papetti, mercoledì 4 novembre 2015 ore 6:30

maerina_papetti@libero.it

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Cronaca

«Innamoratevi di voi stessi, della vostra terra»

SAN ZENONE AL LAMBRO – «Quando racconto agli studenti che cos’è la mafia, comincio così. Se a un ragazzo rubano l’automobile o lo scooter, e se porta 300 euro alla mafia per ritrovarlo, al 90% delle possibilità la mafia glielo fa riavere. Questo allora fa pensare alla mafia come a una risorsa, a un servizio. In realtà è solo una leggenda metropolitana…». Dario Riccobono, 36 anni, cresciuto a Capaci, nel 2004 era uno degli otto ragazzi che volevano aprire un pub a Palermo. Arrivati alla lista delle spese di apertura, si chiedono: e se passa il mafioso a chiederci il pizzo? La risposta fu: be’, addio pizzo.

«Dal 2004 la rete di AddioPizzo è cresciuta di 100 membri all’anno, siamo a 1000 aderenti. La mafia si tiene lontana dai nostri negozi» ha detto ieri sera Riccobono, ospite della prima serata della Settimana della Legalità 2015. AddioPizzo è la rete di consumatori che ha contribuito ad aprire ormai dieci anni fa, sull’esempio del coraggioso commerciante Libero Grassi eliminato da Cosa Nostra. «Il pizzo sembra semplicemente una somma di denaro, estorta a negozianti e commercianti – continua Riccobono. – No. Il pizzo in denaro consiste in una somma molto modesta; ed è un rischio per il mafioso, perché la possibilità di venire denunciato è pur sempre aperta. Il pizzo ha diverse forme. È pizzo anche l’imposizione di lavoratori da assumere come personale, lavoratori non necessariamente affiliati alla mafia, bensì persone che chiedono favori. Alla mafia la sommetta di denaro non interessa. La mafia con il traffico di droga guadagna molto di più» chiarisce Riccobono.

È la dignità. È la libertà del singolo cittadino, e di tutto un popolo, a trovarsi sul piatto della contrattazione del pizzo, a trovarsi messa in discussione dal pizzo stesso. «Pagando il pizzo il commerciante riconosce una tassa alla mafia. Le riconosce l’autorità per riscuoterla, le riconosce il diritto a chiedere ciò che chiede, il diritto di esercitare controllo sul mondo del lavoro e sul prezzo finale. Perché il pizzo diventa un costo che ricade sul prezzo finale, che pagano i clienti. Noi cittadini» sottolinea il 36enne.

«Il giornalista siciliano Francesco «Ciccio» La Licata racconta un aneddoto – va avanti Riccobono. – Nel dopoguerra, una donna di origine popolare si reca al Monte di Pietà per impegnare i pochi oggetti che possiede. Cose personali, dal valore esclusivamente affettivo. Sfortunatamente non rivedrà mai più i suoi oggetti: tornata in seguito per riscattarli, le dicono: signora, è troppo tardi. La donna, disperata, va dal boss mafioso di quartiere, che mette le mani avanti: non le promettiamo nulla. Ma la donna l’indomani riottiene tutti i suoi beni. Morale? La donna non avrà mai bisogno di ricevere istruzioni. Se vedrà il boss fare una rapina sotto il suo balcone, lo denuncerà? Assolutamente no.
«Se apre una nuova macelleria con prezzi più bassi, e i macellai di quartiere, invece di inventarsi strategie competitive, si presentano a casa del loro estorsore per chiedergli di intevenire: che cosa succederà? Succede che il mafioso scenderà in strada e detterà il prezzo della carne in quel quartiere.
«In un modo o nell’altro, il costo del pizzo non ricade solo sul commerciante ma sulla gente, su tutta la clientela. Pagare il pizzo è un costo di gestione. Va sommarsi alla paga dei dipendenti, all’affitto del locale. Il pizzo aumenta il prezzo finale.
Nel 2005 siamo riusciti a pubblicare su due pagine del Giornale di Sicilia 3700 firme raccolte contro il pizzo. È con questi numeri che siamo andati dai commercianti a proporre di aderire alla rete di AddioPizzo, portando nuovi clienti pronti ad acquistare prodotti sui quali non c’è il pizzo».

«Il nostro è sano egoismo. Lo facciamo per noi stessi. Giuseppe Di Maio, pentito e collaboratore di giustizia, disse di noi: “Se un commerciante aderisce ad AddioPizzo non ci andiamo, sono più le camurrìe, le seccature, che altro. Colpire tutti i ribelli non è possibile”. Sapete cos’è triste? Sentire i politici lombardi dire oggi quello che dicevano i politici siciliani negli anni Settanta: la mafia è assolutamente brutta ma, qui, nel mio paese, per fortuna non ce n’è. L’invito è: cercate di innamorarvi di voi stessi, della vostra storia, della vostra terra».

Marco Maccari, martedì 6 ottobre 2015, ore 14:47

mamacra@gmail.com
@mamacra

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L'intervista

Bar Notte

f2e450b6067fd5e90f69c8ffec2a7e16MELEGNANO – 22 anni, da due anni e mezzo imprenditore. Marco è il primo titolare di un bar in città a decidere di fare orario notturno. A RADAR racconta le sue idee.

«L’idea dell’orario notturno nasce da un preciso fattore. I ragazzi hanno bisogno di divertirsi e di passare del tempo fuori di casa. Senza certi tipi di pressione. Per il piacere di stare in compagnia, senza dover usare veicoli per uscire dalla città. Problemi di sicurezza finora non ne ho incontrati, forse per il fatto che, quando rimani aperto tardi, fai in modo che il movimento nel tuo locale renda la piazza più tranquilla. Tutti i giorni ora come ora sono aperto fino alle 2. Finiti i lavori di insonorizzazione del locale, cosa che ottiene agevolazioni negli orari, nei fine settimana l’apertura verrà prolungata alle 4. Ho scelto i weekend perché la concentrazione della clientela è sicuramente nel fine settimana, i ragazzi che vengono per la maggior parte sono studenti universitari che durante la settimana hanno orari di uscita molto inferiori.

«Aprire un bar, oggi? Ci vuole voglia. Dall’esterno può sembrare tutto semplice: sto dietro a un bancone; la fatica è poca; il bar funziona a prescindere da quanto posso lavorare… Ma è un pensiero sbagliato. Ci vuole tempo, ci vogliono sacrifici. Molti giovani, anche con la famiglia, si cimentano in questo lavoro, che poi non si dimostra quello giusto per loro, proprio perché vedono la cosa con eccessiva semplicità. Per questo lavoro mi sono informato, ho studiato, ho imparato tecniche particolari, concentrandomi su quello in cui sono personalmente più capace, in un momento in cui l’abilità personale fa tanto rispetto a tempo fa. Prima bastava lo studio, bastava il pezzo di carta. Il lavoro funzionava lo stesso anche senza bisogno di differenziarsi. Oggi per far funzionare un locale bisogna avere una marcia in più.

«Non saprei dare un nome preciso alla tecnica manageriale che prediligo. So, in quanto giovane, che il bisogno dei ragazzi è di potersi divertire e stare in tranquillità. Quindi applico la mia forza e il mio lavoro a vantaggio dei loro bisogni. Lavorando su tempi anche leggermente più lunghi della media, ma fare sì che per i ragazzi diventi un’abitudine associare il mio locale a un mondo creato apposta per loro.

«Nella ristorazione si vede non dico una crisi ma un netto aumento dei costi. Fortunatamente nel settore alcolico c’è un buon consumo: ciò che purtroppo incide su di noi, ultimi venditori, e sui consumatori, è un peso di accise e tasse che si fa sentire. Non è più un fattore di crisi, è che il prezzo finale del prodotto alcolico diventa troppo alto per andare a comprarlo spesso.

«Dire la mia sul concetto di divertirsi bevendo, o di bere divertendosi? Direi che sono cose che possono viaggiare all’unisono. Significa bere bene, quindi non cose che si bevono in discoteca, o cose di qualità abbassata per interesse di guadagno maggiore, che vanno a incidere sull’organismo, sulle persone. Uno, due drink di quelli fatti come non si devono fare, non a norma, non conosciuti, con liquori di scarsa qualità, non sono più bere, ma stare davvero male. In un posto invece dove l’utilizzo del liquore è buono e in cui conosco quello che si beve, automaticamente posso anche andare a bere quel bicchiere di più senza dovermi ritrovare a stare male, tornando a casa tranquillo dopo essermi divertito in amicizia».

Marco Maccari, venerdì 18 settembre 2015, ore 12:06

mamacra@gmail.com
@mamacra

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