Cronaca

«Innamoratevi di voi stessi, della vostra terra»

SAN ZENONE AL LAMBRO – «Quando racconto agli studenti che cos’è la mafia, comincio così. Se a un ragazzo rubano l’automobile o lo scooter, e se porta 300 euro alla mafia per ritrovarlo, al 90% delle possibilità la mafia glielo fa riavere. Questo allora fa pensare alla mafia come a una risorsa, a un servizio. In realtà è solo una leggenda metropolitana…». Dario Riccobono, 36 anni, cresciuto a Capaci, nel 2004 era uno degli otto ragazzi che volevano aprire un pub a Palermo. Arrivati alla lista delle spese di apertura, si chiedono: e se passa il mafioso a chiederci il pizzo? La risposta fu: be’, addio pizzo.

«Dal 2004 la rete di AddioPizzo è cresciuta di 100 membri all’anno, siamo a 1000 aderenti. La mafia si tiene lontana dai nostri negozi» ha detto ieri sera Riccobono, ospite della prima serata della Settimana della Legalità 2015. AddioPizzo è la rete di consumatori che ha contribuito ad aprire ormai dieci anni fa, sull’esempio del coraggioso commerciante Libero Grassi eliminato da Cosa Nostra. «Il pizzo sembra semplicemente una somma di denaro, estorta a negozianti e commercianti – continua Riccobono. – No. Il pizzo in denaro consiste in una somma molto modesta; ed è un rischio per il mafioso, perché la possibilità di venire denunciato è pur sempre aperta. Il pizzo ha diverse forme. È pizzo anche l’imposizione di lavoratori da assumere come personale, lavoratori non necessariamente affiliati alla mafia, bensì persone che chiedono favori. Alla mafia la sommetta di denaro non interessa. La mafia con il traffico di droga guadagna molto di più» chiarisce Riccobono.

È la dignità. È la libertà del singolo cittadino, e di tutto un popolo, a trovarsi sul piatto della contrattazione del pizzo, a trovarsi messa in discussione dal pizzo stesso. «Pagando il pizzo il commerciante riconosce una tassa alla mafia. Le riconosce l’autorità per riscuoterla, le riconosce il diritto a chiedere ciò che chiede, il diritto di esercitare controllo sul mondo del lavoro e sul prezzo finale. Perché il pizzo diventa un costo che ricade sul prezzo finale, che pagano i clienti. Noi cittadini» sottolinea il 36enne.

«Il giornalista siciliano Francesco «Ciccio» La Licata racconta un aneddoto – va avanti Riccobono. – Nel dopoguerra, una donna di origine popolare si reca al Monte di Pietà per impegnare i pochi oggetti che possiede. Cose personali, dal valore esclusivamente affettivo. Sfortunatamente non rivedrà mai più i suoi oggetti: tornata in seguito per riscattarli, le dicono: signora, è troppo tardi. La donna, disperata, va dal boss mafioso di quartiere, che mette le mani avanti: non le promettiamo nulla. Ma la donna l’indomani riottiene tutti i suoi beni. Morale? La donna non avrà mai bisogno di ricevere istruzioni. Se vedrà il boss fare una rapina sotto il suo balcone, lo denuncerà? Assolutamente no.
«Se apre una nuova macelleria con prezzi più bassi, e i macellai di quartiere, invece di inventarsi strategie competitive, si presentano a casa del loro estorsore per chiedergli di intevenire: che cosa succederà? Succede che il mafioso scenderà in strada e detterà il prezzo della carne in quel quartiere.
«In un modo o nell’altro, il costo del pizzo non ricade solo sul commerciante ma sulla gente, su tutta la clientela. Pagare il pizzo è un costo di gestione. Va sommarsi alla paga dei dipendenti, all’affitto del locale. Il pizzo aumenta il prezzo finale.
Nel 2005 siamo riusciti a pubblicare su due pagine del Giornale di Sicilia 3700 firme raccolte contro il pizzo. È con questi numeri che siamo andati dai commercianti a proporre di aderire alla rete di AddioPizzo, portando nuovi clienti pronti ad acquistare prodotti sui quali non c’è il pizzo».

«Il nostro è sano egoismo. Lo facciamo per noi stessi. Giuseppe Di Maio, pentito e collaboratore di giustizia, disse di noi: “Se un commerciante aderisce ad AddioPizzo non ci andiamo, sono più le camurrìe, le seccature, che altro. Colpire tutti i ribelli non è possibile”. Sapete cos’è triste? Sentire i politici lombardi dire oggi quello che dicevano i politici siciliani negli anni Settanta: la mafia è assolutamente brutta ma, qui, nel mio paese, per fortuna non ce n’è. L’invito è: cercate di innamorarvi di voi stessi, della vostra storia, della vostra terra».

Marco Maccari, martedì 6 ottobre 2015, ore 14:47

mamacra@gmail.com
@mamacra

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Le nostre storie

Per questo mi chiamo Giovanni

sicilia-chiamo_giovanni«Credo che nessun’altra parola possa esprimere al meglio la mia profonda gratitudine per questo prezioso strumento di trasmissione dei valori per cui si è sacrificato Giovanni. Il mio profondo augurio è che esso continui a circolare tra i ragazzi» Maria Falcone

Il protagonista di questo libro è Giovanni, un bambino a cui, per il suo decimo compleanno, il padre regala una gita tra le vie della loro città: Palermo. Tutto ciò sarà fatto per spiegargli come mai i suoi genitori hanno scelto per lui proprio questo nome.

Tappa dopo tappa si svilupperà la storia della vita di Giovanni Falcone, dall’infanzia alla sua lotta contro la mafia, fatta da tante vittorie e altrettante sconfitte; fino ad arrivare al tragico epilogo.

Questo libro è stato pensato soprattutto per avvicinare i più giovani a quello che è il complesso tema della lotta alla mafia. Per questo motivo l’autore, Luigi Garlando, fa uso di un linguaggio semplice e scorrevole, arrivando a sfruttare anche esempi, per spiegare al meglio i concetti più ostici.

Lo scopo principale del libro è mostrare come la lotta alla criminalità organizzata non sia solo quella letta nei libri di scuola, ma sono tante piccole grandi battaglie che segnano la vita di tutti i giorni.

Lo stesso Garlando, giornalista e scrittore italiano, in un’intervista afferma di aver deciso di raccontare proprio la storia di Falcone dopo aver parlato con una sua amica libraia, la quale gli consigliava di scrivere di un eroe moderno, esponendo, così, un modello di vita vero e concreto. Mostrando come anche un’esistenza sostenuta da grandi ideali possa essere felice, seppur richieda sacrifici e sforzi costanti. Proseguendo nella stessa intervista, l’autore afferma che la difficoltà più grande che si è trovato ad affrontare è stata la scelta di un linguaggio adeguato, che fosse avvincente, ma senza banalizzare la storia. Per questo motivo ha deciso di far uso d’immagini e oggetti con cui il padre di Giovanni ha riempito lo zaino, per poi servirsene quando trattava concetti difficili che però dovevano essere capiti a pieno dal figlio e dal lettore.

Tra i protagonisti di questo libro vi è anche Maria Falcone, sorella del giudice ucciso dalla mafia. Dopo la morte di Giovanni anche Maria ha deciso di intraprendere un percorso di sensibilizzazione che l’ha portata a far visita a diverse scuole d’Italia per raccontare ai più giovani cos’è il fenomeno mafioso e come ognuno di noi lo può combattere. Ella stessa scrive a proposito di questo libro: «Luigi Garlando è riuscito a trasmettere molto ai giovani. Con la sua rara capacità di raccontare ha avvicinato Giovanni ai problemi quotidiani dei ragazzi, quali la violenza e i soprusi che talvolta subiscono da parte di chi è più grande, o più forte, o anche solo più sfacciato. Far capire che Giovanni ha lottato anche per loro è stato uno dei risultati più forti del libro di Luigi». 

Sensibilizzare i ragazzi su questo tema penso sia la mossa migliore che la società possa fare; poiché forma, sin da subito, persone che sapranno identificare con occhio critico dove e che maschera indosserà la mafia che dovranno combattere nella loro vita. Inoltre ritengo che Uomini come Falcone, Borsellino ma anche Dalla Chiesa, Chinnici, Impastato, Cassarà, vengano uccisi ogni giorno da quel gioco di collusioni e silenzi che ancora aleggia attorno al fenomeno mafioso. Dunque si deve parlare, si deve raccontare dei sacrifici e del lavoro che hanno fatto per noi queste persone, perché così si spezza il silenzio. In questo modo le loro idee e la loro speranza sarà nel cuore e nella mente dei giovani che proseguiranno questa lotta. Così, se ci sarà qualcuno il giorno in cui si avrà verità e giustizia, sarà come se ci fossero lì anche lo stesso Falcone, Borsellino e tutti gli altri uomini veri. 

Martina Papetti, mercoledì 9 settembre 2015 ore 10:05 

martina_papetti@libero.it

Garlando

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L'inchiesta cinica

Lista Cinica

CON LE INCHIESTE SATIRICHE online il blog RADAR innesca arsenali nucleari. Questa settimana, con la prima inchiesta cinica, i missili sono puntati contro Cuba mediterranea, la Sicilia di chi ha detto al telefono: «Lucia Borsellino va fatta fuori come suo padre». Seguiamo l’ispirazione di un poeta vivente: «In quest’epoca senza leggi la nostra guerra è contro l’impero del brutto» (liberamente ispirato a Tomaso Kemeny).

SICILIA
Rosario Crocetta, governatore della regione Sicilia, aveva un medico personale. Giovedì 2 luglio Lucia Borsellino, primogenita del giudice Paolo, si è dimessa dall’incarico di assessore alla sanità siciliana. Crocetta in persona l’aveva nominata. Si è dimessa perché il medico personale di Crocetta, Matteo Tutino, ex chirurgo plastico, ex primario di Villa Sofia a Palermo, indagato da un anno, è stato arrestato il 29 giugno con accuse di truffa, falso, abuso d’ufficio e peculato. «Prevalenti ragioni di ordine etico e morale, quindi personale, sempre più inconciliabili con la prosecuzione del mandato» motivano la dimissione di Lucia Borsellino. È stato Tutino a dire, intercettato, a Crocetta: «Lucia Borsellino va fatta fuori, come suo padre».
Crocetta si è autosospeso alle 14 di giovedì.

LOMBARDIA
Melegnano, 3 luglio. Il giorno dopo le dimissioni di Lucia Borsellino tre politici lombardi si riuniscono per dire no alla fusione delle aziende ospedaliere di Melegnano e Lodi. Guida il trio Fabio Altitonante, consigliere regionale 41enne di Forza Italia: «Sbagliato» è il suo commento all’operazione.
Altitonante è membro della commissione regionale sanità, è spesso ospite di strutture sanitarie per dichiarazioni. È in ospedale anche a ottobre 2014: il 27 dichiarava all’ospedale di Cernusco sul Naviglio che «con una strategia precisa riusciremo a ridurre le liste d’attesa, migliorando l’efficienza» (La Gazzetta della Martesana, «Caratterizziamo i presidi», pagina 15, firma di Tomaso Garella). Sosteneva di avere «raccolto la questione sollevata dal capogruppo di Forza Italia, Gianluigi Frigerio, che ringrazio» (righe 21-24).
Gianluigi Frigerio è consigliere comunale di Cernusco. È descritto dai giornali come il parente «prediletto di Gianstefano Frigerio», il Professore, Forzista storico ed ex indagato Mani Pulite, amministratore della Cupola degli Appalti bloccata dall’inchiesta su Expo del 2014; condannato a 3 anni e 4 mesi di carcere per tangenti.
Altitonante è nelle intercettazioni dell’operazione antimafia Parco Sud che ha fatto arrestare Alfredo Iorio, presidente di Kreiamo Srl e condannato a un anno e mezzo di reclusione per i reati di corruzione e di associazione mafiosa. Altitonante è al telefono con Iorio nel 2008: «Dagli atti è emerso – ha dichiarato il pubblico ministero Paolo Storari nel 2010 – che Fabio Altitonante è riuscito a ottenere un parere di incompetenza dalla Regione Lombardia e ha accompagnato alcuni tecnici presso il Comune di Milano da un funzionario non identificato». Deposizioni di Alfredo Iorio: «La pratica di via Tosi è stata piuttosto laboriosa e Altitonante si era rivolto a un architetto della Regione per formalizzare un parere che tardava ad arrivare. Successivamente Altitonante ha messo in contatto qualcuno della Wed (una delle società di cui Iorio è socio insieme con Andrea Madaffari, anche lui arrestato dalla Dda) con un funzionario comunale per ottenere il via libera sulla pratica di via Tosi. La pratica era incagliata. Dovevamo fare 17 appartamenti. La commissione paesaggistica ci aveva dato prima il parere positivo, poi tutto di botto ce l’ha… [Altitonante] non ha fatto altro che rompere le scatole all’architetto della Regione per avere questo parere, ma in realtà semplicemente per cercare di farcelo dare il prima possibile» (leggi l’interrogatorio di Storaro a Iorio nell’articolo di Davide Carlucci).
Altitonante era ospite del consiglio comunale di Melegnano il 17 giugno. Invitato dai vertici dell’amministrazione Bellomo. Si parlava di contrasto alla mafia.
Il sindaco Vito Bellomo era con lui il 3 luglio presso l’ospedale di Melegnano.

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«L’IMPERO DEL BRUTTO»
Secondo le ultime rivelazioni un solo comitato d’affari unisce Expo a Mafia Capitale (leggi il servizio su Wired, 3 luglio). Appalti, appalti, appalti, appalti. Negli anni appena trascorsi sono stati la priorità del mondo affaristico laterale, cioè la fetta di società politica che usa e, se occorre, abusa dell’amministrazione pubblica per stare a tavola con gli affari; un mondo parallelo al mondo economico. Parallelo e parassitario.
La prassi italiana della corruzione negli appalti «è percepita come normalità, non come una degenerazione» definiva un economista italiano nel novembre 2010 in un articolo fondamentale per chi voglia fare informazione oggi. Nel luglio 2015 la corruzione è religione. La cellula del suo organismo è la trattativa per il singolo appalto, nel piccolo comune come nell’ente nazionale. Corruzione è religione e i partiti producono i suoi sacerdoti, gli attivisti di partito sono i suoi azionisti consapevoli o inconsapevoli.
La fame di appalti è un indicatore. I mondi dell’economia reale e della società reale sono stati schiacciati nel Mondo di Sotto, secondo la dottrina di Maurizio Carminati, ex NAR, ex amico der negro Giuseppucci della Banda della Magliana. Il suo processo sarà celebrato il 5 novembre insieme ad altri 33 indagati. La storia di Carminati è la storia di un criminale italiano ideale, un politicizzato. Inizia rivoluzionario neofascista e militante ideologizzato contro lo stato e contro il progresso, privo di inibizioni culturali o sociali; va militare in Libano nell’81 e ’82 per una missione «senza mandato»; finisce manager di attività illecite. A Roma i ragazzi di strada quelli come lui li rispettano: «Io ero politico… facevo politica a quei tempi … poi… la politica ha smesso di essere politica… è diventata criminalità politica, perché c’era una guerra a bassa intensità, prima con la sinistra e poi con lo Stato. A quattordici anni avevo la pistola… una 7,65… ventimila lire la pagai… mia mamma non mi diceva un cazzo… Ci andavo a scuola… con la pistola… col vespone… erano altri tempi… adesso te carcerano subito». È Carminati a dire in che mondo viviamo. Conosce una teoria: «È la teoria del mondo di mezzo, compa’. C’è il mondo dei vivi sopra e dei morti sotto. Noi stiamo nel mezzo, un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e tu dici: “Cazzo, com’è possibile che quella persona…?”. Si incontrano tutti là, no? Ma non per una questione di ceto, per una questione di merito, no? Allora, nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno gli faccia delle cose che non le può fare nessuno» (clic per ascoltare l’intercettazione ambientale).
I morti, abitanti del Mondo dei Morti, con cosa possono salire? Con «pistola» e con «politica». «Calcola, pigliavamo stecche da 50-60 milioni… con 50 milioni m’ero comprato casa» (Carminati). Salire nel Mondo di Mezzo, conoscere chi, nel Mondo dei Vivi, «ha bisogno di cose che nessuno gli può fare»…
A Roma – città che ha profondamente politicizzato i suoi abitanti, che radicalmente è assorbita e simpatetica al metodo organizzato di ispirazione criminale – tutti i normali cittadini del Mondo dei Morti mostrano e insegnano all’Italia, con complicità, ignoranza o ingenuità, che la via eccellente per accedere ai sopramondi è quella criminale.

FARE UNA ‘NDRINA
È opportuno conoscere le formule che iniziano a dare vita a una cellula organizzata criminale. Antonino Belnome, nato a Giussano in Monza e Brianza nel 1972, ex boss di Seregno, è il primo pentito e collaboratore di giustizia di ‘ndrangheta in Lombardia: «La mia mente era invasa. Ora conosco la vera felicità» ha scritto Belnome. Le sue memorie sono ricche di ricordi sulle formule. «Buon Vespero – dice colui che parla. – Siete conformi?». «Su di che?» rispondono. «Per riformare la società». «Conformissimi». «Io formo questo corpo di società a ciampa di cavallo e sfera di mezzaluna, con parola mia divina formo e sformo fino alla mattina, con parola mia severa formo e sformo come una sfera, con parola da minore sottoposta a maggiore, con parole di umiltà e formata società». Oppure: «I miei piedi di ciompo, la mia pancia una tomba, il mio petto una balata, la mia bocca di fata, con parole di umiltà e formata società.
«Un altro rituale per formare la società» scrive Belnome «si può formulare in questo modo: “Con bastone d’oro e pomello d’argento, stella mattutina forma società criminale e ‘ndrina, con parole d’uomo, con parole di umiltà formata società”.
«Onore bello mi sparasti, di rose e fiori mi copristi, alla fonte d’onore mi portasti» recita un’altra formula di formazione.
«Un altro rituale – continua Belnome – era anche in nome dei nostri vecchi antenati “osso”, “mastrosso” e “carcagnosso”, che dinanzi a due carretti piantarono due lunghi spadini e fecero la guerra tra Calabria e Sicilia e tutto lo Stato napoletano. Con una palla che fece il giro di tutto il mondo, calda come il fuoco, fredda come il ghiaccio e umile come la seta e ai fedeli compagni giuriamo che nessuno la scoprirà, e chi la scoprirà la pagherà con tre o cinque colpi di pugnale come da regola sociale, con queste parole di umiltà e formato questo “onorato corpo di società”.
«Ci sono rituali per battezzare il locale prima delle cosiddette riunioni di ‘ndrina: giusto appunto in questo locale così come lo battezzarono i nostri antenati con ferri, catene e camicie di forza, se lo battezzarono con fiori e gelsomini in mano, così lo battezzo io con fiori e gelsomini in mano e mi riservo spille, specchi, stufe e località, se prima era considerata una località bastarda adesso sarà considerata una località sacra, dove mai nessuno scoprirà in questa giornata di umiltà e battezzata questa località».
Ferri e catene come in un’altra formula. «Amiamoci cari fratelli con sventura e con coltelli, amiamoci come si amarono i nostri antenati con ferri, catene e camicie di forza. Così amiamoci noi fedeli compagni, calice d’argento, ostia consacrata, con parola mia divina, con parola di umiltà e formata società.
«La società di ‘ndrangheta anche lei ha i suoi colori simbolo – ricorda Belnome – e sono il rosso-bianco-verde. Il rosso rappresenta il sangue sparso dell’onorata società, invece il bianco rappresenta l’onore dell’onorata società, invece il verde rappresenta la speranza dell’onorata società. Questi sono i colori riconosciuti all’interno della “società”».

Lo Staff, sabato 18 luglio 2015 ore 13:31

radarmelegnano@gmail.com

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