Cronaca, Poteri e popoli

Marchitelli, Potere al Popolo: «Lo sanno tutti, il vero capo è Vito»

SAN GIULIANO MILANESE — L’attivista Gino Marchitelli coglie il senso della polemica di RADAR, diretta contro i formalismi dell’amministrazione comunale in fatto di sicurezza. «L’attuale amministrazione blaterava di scarsa sicurezza e di incapacità amministrativa di chi c’era prima» critica Marchitelli, «ora è nel pantano della propria incapacità sul tema della sicurezza e dell’amministrare. Tutto vero. A fare i bla bla pre-elettorali sono stati bravi, a mettere le mani nel fango poi ci si sporca. Il sindaco Segala è un bravo ragazzo circondato da incapaci inconsistenti e lo vedremo nel tempo. I conti alla fine tornano e se gli alleati sono uomini preistorici di scarsa veduta te ne accorgi. Nemmeno a fare i bandi son buoni».

Marchitelli sostiene Sinistra per la Lombardia, espressione locale del nuovo movimento sociale e politico Potere al Popolo. «Il comune si regge e non va in crisi» chiarisce «solo perché la presidente Gina Greco, ex sindaca PDS, ha sbagliato sostenendo la destra, ed ecco il risultato. Chissà che abboccando a Mdp – così gettonati – non cambi qualcosa. Quando si vuole amministrare una città bisogna esserne capaci, e non blaterare; poi lo sanno tutti che il vero capo di San Giuliano è Vito…».

Riferimento a Vito Nicolai, assessore ai servizi sociali. A differenza dei colleghi, il nome dell’assessore non risulta iscritto a un social network.

Marco Maccari, giovedì 18 gennaio 2018 ore 9:00
mamacra@gmail.com

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Satira

Mercenari, il film

Sicurezza: la Convenzione con il Comune di Hollywood supera le aspettative.
Ecco i nostri eroi al Festival di Cannes.

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Didascalia: vedersi tanti film.

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Come sopra.

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Oh: U. GUA. LI.

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#spendibili

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Il caso

Il carnevale spiegato. Riflessioni pacate sulla sicurezza

2 mostra santelliIl blog posa le maschere. Una riflessione aperta e saggia sui quesiti posti in settimana

MELEGNANO – L’assessore comunale di Melegnano Fabio Raimondo afferma sui social di avere «provveduto ad adire tutte le competenti Autorità» per «perseguire i responsabili» di «gravissime accuse ed offese che gli sono state rivolte». Sembra chiaro il riferimento ai contenuti che questo blog ha pubblicato nel post «La sicurezza di Raimondo» anche se il messaggio reca un destinatario generico. Il post è un’inchiesta satirica. È una delle categorie di post più seguite su questo blog. Come il pubblico sa, essa è una forma originale di comunicazione con i lettori, ispirata agli albori dell’informazione giornalistica, al teatro popolare e colto, all’umorismo satirico, al pamphlet. Il linguaggio assume pose teatrali, è diretto o selvaggio o scandaloso; anzitutto auto-ironico, fa capire di trovarsi davanti a una lettura particolare della realtà. Una lettura politicamente scorretta ma dichiarativa, anche quando è metaforica; una lettura rigorosa del diritto d’informazione; una chiave di lettura che ammonisce di non considerare le responsabilità pubbliche come se fossero degli assoluti. È abitudine che le autorità politiche lascino che queste forme di comunicazione si sviluppino senza interferire. Se interferissero non farebbe piacere.
Ma è possibile che a volte sia colpita una coscienza, una sensibilità, o una dedizione genuina al proprio lavoro, al proprio vissuto. Questo fa dispiacere, all’opinione pubblica e ai giornalisti. La sede della coscienza è sacra, è preziosa per il nostro mondo moderno. In questi casi, dopo attenta valutazione, bisogna essere pronti alla saggezza.
Di solito, le critiche rivolte alle autorità politiche sono espresse da singoli individui o da singoli gruppi mediante formule di solo rito. Di solito la soglia di attenzione delle autorità ha pareti difensive molto alte, così da «selezionare all’ingresso» le critiche, per smarcare, evitare le critiche inconsistenti e concentrarsi su quelle più mirate, efficaci. Va riconosciuto che questa categoria di post del blog ha una gittata superiore rispetto a quella delle normali critiche. Nel post pubblicato lunedì sono messi in luce dati di fatto riguardanti le elezioni melegnanesi del 2007, sulle quali non c’è attualmente ipotesi di reato, che è comunque possibile discutere con l’opinione pubblica. Sono innanzitutto messi in luce dati riguardanti il presunto background del parlamentare Ignazio La Russa, responsabile del partito Fratelli d’Italia a cui è iscritto l’assessore; La Russa è frequentemente fotografato con l’assessore, è andato in televisione con lui. Questo non implica nulla; ma è un background, quello dell’onorevole La Russa, che nelle fonti giornalistiche, nei documenti giudiziari e investigativi non risulta chiarito in termini di legalità. Su cui pende un possibile rinvio a giudizio. È bene, allora, proporre un’esposizione pacata e civile dei costrutti (cioè dei linguaggi, dei concetti e delle forme) pubblicati su questo blog, nella speranza di ottenere risposte dall’opinione pubblica.

I
Le indagini giudiziarie sul conto di La Russa parlano effettivamente di «38mila euro di rimborsi elettorali gestiti in modo presumibilmente non corretto». Secondo le indagini i rimborsi, destinati al partito Fratelli d’Italia al quale è iscritto La Russa, sarebbero stati «effettuati presso la Camera dei Deputati». Quei rimborsi, è l’accusa a dirlo, sarebbero stati usati da Ignazio La Russa, attualmente eletto in parlamento, per fare «acquisti personali tra il 2004 e il 2010». A novembre 2015 la procura di Roma ha depositato gli atti delle indagini e si prepara il rinvio a giudizio di La Russa per il reato di peculato (clic alla notizia ANSA e alla notizia Askanews). I soldi dei rimborsi elettorali sono soldi dello stato, distribuiti ai partiti dopo le elezioni in base al numero di seggi ottenuti con i voti.
È presumibile in base a due investigazioni della Squadra Mobile di Milano del 2008 (documenti di solo valore investigativo, non penale, non ancora o non affatto confluiti nelle indagini dei magistrati) che vi possano essere stati movimenti tra Ignazio La Russa e l’influente capoclan di ’ndrangheta Salvatore Barbaro. La Russa ha personalmente dichiarato che si tratta di investigazioni mai divenute indagini; che è pronto a tutelarsi con ogni mezzo. È corretto però portare i dati a conoscenza dell’opinione pubblica. Ecco i documenti.
È fine marzo 2008. A Milano «arrivano, sulla scrivania di Ilda Boccassini, alcune informative degli investigatori sui rapporti tra ’ndrangheta e politica». Ilda Boccassini è la coordinatrice dell’inchiesta antimafia Infinito che nel 2010 portò all’arresto di 160 presunti mafiosi in Lombardia. L’informativa datata 11 aprile 2008 è stata depositata dalla polizia presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. L’informativa scrive che «il deputato Ignazio La Russa, attraverso un suo familiare e attraverso tale Clemente, avrebbe fatto contattare Salvatore Barbaro». Secondo l’informativa i due avrebbero chiesto qualcosa di gravissimo: «Un intervento della sua famiglia su tutta la comunità calabrese presente in provincia di Milano, al fine di far votare la lista del Popolo della Libertà».
Tutto questo è scritto in un libro dal titolo Le mani sulla città, degli autori G. Barbacetto e D. Milosa, da pagina 14 a pagina 18. «Chi è “il familiare di La Russa”?» scrivono gli autori a pagina 17. «È Marco Osnato, genero del fratello di La Russa, Romano». Secondo gli autori, «Clemente» è «Marco Clemente, all’epoca titolare della discoteca Lime Light di via Castelbarco, Milano». In cambio della richiesta di «intervento sulla comunità calabrese», il «familiare di La Russa avrebbe garantito a Barbaro che dal 2009 in poi ci sarebbero stati numerosi appalti da assegnare» e, «se vincerà il Popolo della Libertà, i lavori più consistenti (…) sarebbero stati subappaltati a lui» (v. pagina citata).
Nella seconda informativa della Squadra Mobile di Milano datata 19 maggio 2008 (il Popolo della Libertà aveva appena vinto le elezioni) «Marco Clemente incontra Salvatore Barbaro in compagnia di Domenico Papalia, figlio del superboss Antonio Papalia, all’ergastolo. Barbaro e Papalia chiedono a Clemente informazioni sugli appalti promessi prima delle elezioni» (pagina 19).
Non sarebbe l’unica frequentazione di Clemente, genero di La Russa, con ambienti di mafia presunta o accertata. Nelle intercettazioni troviamo Clemente, facendo un passo indietro nel tempo, a colloquio con Giuseppe Amato del clan di Pepè Flachi, boss della Comacina (pagine 15 e 16 del libro). Giuseppe Amato è stato arrestato per associazione mafiosa e condannato a 14 anni di carcere (clic alla notizia della condanna). Le parole di Clemente e Amato sono state intercettate il 17 febbraio 2008. Scrivono le cronache giudiziarie che Giuseppe Amato, detto Pinone, «aveva un passato in Forza Nuova e riscuoteva il pizzo nei locali» (clic a un articolo sui membri del clan Flachi).
Vi sono presunte frequentazioni tra La Russa e il costruttore e imprenditore edile Salvatore Ligresti (motivate da rapporti professionali e fondate su notizie giornalistiche) che sono andate sui giornali (clic alla notizia dei 451mila euro destinati dalla società di Ligresti a La Russa). La percezione di questi rapporti, soprattutto a causa delle costanti indagini della magistratura su Salvatore Ligresti e della sua recentissima condanna, sono materia discussa all’interno delle forze politiche. Anche nella destra e nell’ex MSI. Come scritto nell’articolo dal titolo «Da vent’anni il tumore sono Ligresti e i La Russa», un contenuto riportato in modo fedele all’originale, non automaticamente opinione di questo blog (clic alla notizia del Wall Street Journal Italia, originariamente apparsa sul Fatto Quotidiano). Il Libro Le mani sulla città scrive: «Secondo il rapporto dell’11 aprile 2008 della Squadra Mobile di Milano, l’operazione tra Clemente e Barbaro potrebbe coinvolgere un noto immobiliarista siciliano che opera a Milano. Chi conosce La Russa e i suoi rapporti non può fare a meno di pensare a Ligresti» (pagina 17). Non automaticamente tutti questi dati formano l’opinione del blog su Ignazio La Russa, affermato come professionista e politico. Ma allertano, e devono essere chiariti diventando materia urgente di opinione pubblica.

II
La notizia raccolta dal blog sull’ingresso dell’assessore Raimondo nel comune di Melegnano nell’anno 2007 (ingresso legittimato dal sindaco di Melegnano che lo nominò personalmente; la legge non lo vieta) è di dominio pubblico in Melegnano.
La notizia che riguarda una presunta attività di promozione che l’assessore fece nel 2012 durante la sua campagna elettorale presso le case popolari, è in verità anch’essa di comune dominio in Melegnano; su di essa non pendono notizie di reato né scandali giornalistici o giudiziari; le fonti non l’hanno presentata a questo blog come costituente reato. Oggettivamente, la promozione presso l’elettorato popolare è in linea con l’indirizzo politico tradizionale di Fratelli d’Italia, il partito dell’assessore, che ha riguardo per l’ambito dei servizi sociali e quindi degli alloggi convenzionati. È comunque un territorio minato per i partiti. Romano La Russa, fratello di Ignazio e membro del partito, si trovò coinvolto in un’indagine su un finanziamento illecito in ambienti vicini all’edilizia popolare. Il finanziamento illegale consisteva in 10mila euro consegnati a Romano La Russa da una società che gestiva l’edilizia popolare. Ma il finanziatore è stato condannato, Romano La Russa è stato assolto nel 2013. Inoltre sono territori diversi; questo è territorio di appalti, mentre il fatto di promuovere una campagna elettorale è territorio di elezioni. Non necessariamente una casa popolare è mafiosa, anche se l’immaginario pubblico può essere portato a farsene l’idea e il blog.
Ma è corretto che, viste le critiche e le notizie riguardanti La Russa, si osservi nell’ambito delle case popolari melegnanesi un grado massimo di trasparenza. A causa delle continue notizie giornalistiche e delle denunce sulle irregolarità degli alloggi. Che preoccupano (clic a Il Cittadino di un anno fa, 22 gennaio 2015, e a una notizia più recente sullo stesso giornale).
Le informazioni sulla campagna elettorale del 2007 sono riscontrabili presso gli uffici comunali in piazza Risorgimento. Si informa che le fonti protette consultate da questo blog sono coperte da segreto professionale, come disciplinato dalla legge; le fonti non hanno mai parlato di reati.

III
Carissime lettrici, cari lettori. Nel nostro mondo moderno non si vive di assoluti e se l’opinione pubblica chiede alle autorità di non salire su un piedistallo non può salirci anche lei. Questo blog afferma con forza il valore pubblico e la preminenza della scrittura, dei rapporti tra lettori e scrittori, dell’informazione e dei generi letterari che la disciplinano. Va riconosciuto comunque che questi valori non devono essere per forza degli assoluti. Il blog ha allora il coraggio di posare le sue maschere e di essere chiaro nei confronti dell’importante sfera della coscienza.
Così riesce meglio comunicare che c’è in gioco la coscienza civile di una città. Le battute, le barzellette giovanili sui personaggi politici riportate su questo blog sono e restano tali: barzellette. Solo la barbarie le eleva a metro di giudizio. Nella Melegnano reale le prossime elezioni non sono lontane e le forze politiche hanno iniziato il confronto pre-elettorale. Certamente non è opinione del blog che, oggi, un partito come quello di Fratelli d’Italia offra un background politico del tutto credibile, visti i dati giudiziari e investigativi, visti i dati disponibili sui responsabili e Ligresti; viste le irregolarità continue negli alloggi popolari melegnanesi. È vero, la vicinanza politica non significa automaticamente vicinanza o continuità di comportamenti: c’è sempre la coscienza. Certo di condividere l’opinione pubblica, il blog spera solo che esprimendosi in questa forma sia più facile per l’assessore e i rappresentanti rendere chiari, nel modo che preferiranno, i quesiti offerti da questo post, che ha la pacatezza e la saggezza di non interferire in modo barbaro con la sfera speciale di una coscienza. La nostra.

Mercoledì 27 gennaio 2016 

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Satira

Sono arrivati anche a Melegnano

2016-01-18 11.38.41Terroristi in posa davanti alla sede dell’ISIS in via Zuavi 70.

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2016. La convenzione con l’ISIS permette ai melegnanesi convertiti allo Stato Islamico di tornare a calpestare il suolo natale.

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Andare in bianco al mercato.

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#taggaISIS

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Il caso

Mercato, il racket della contraffazione spiegato in 4 casi

RADAR-19gen2016-racket-contraffazione#MERCATONERO. CASO N. 1
È una domenica qualsiasi e Jenny, 18 anni, passeggia nel mercato di Melegnano. È in giro con Andrea, il suo ragazzo. Nessuno dei due immagina quello che sta per succedere. È una delle prime volte che si vedono insieme, lei è stata «a dormire da un’amica». Lui la riaccompagna. Fanno colazione con un cornetto prima del ritorno. Sulla strada di casa percorrono il viale pieno di bancarelle. Danno un’occhiata alle borse che i venditori stranieri esibiscono a terra sul lenzuolo. È un attimo: il venditore li nota e li invita a comprare un borsellino per lei. Lui riflette sul bel pensiero che le può fare, non fa resistenza e per pochi euro le acquista il borsellino. Carino: è anche di marca. In fondo quel venditore, poverino, ha la loro età e con questo ci deve vivere. Quel regalo non durerà sei mesi nel ricordo di Jenny ma né lei né Andrea penseranno mai che hanno comprato un prodotto contraffatto, né capiranno per molto tempo che cosa voglia dire.

CASO N. 2
Jenny e Andrea non immaginano che il borsellino è un falso, né che il venditore è un ricettatore che rischia la galera. Sandro invece qualcosa lo immagina. È davanti al suo negozio fumando una sigaretta. Ha 52 anni e si fa un mazzo quadro per portare l’attività avanti. Lui è uno degli anni Ottanta. Sa che conta vendere, tanto il consumatore compra tutto, senza un’idea, senza una meta. Perciò sa che tutta quella merce in nero fa danno. Sa che stendere un lenzuolo carico di roba senza autorizzazione è da abusivi. Vuol dire che non hai il permesso del comune, che non hai i documenti e l’autocertificazione e vuol dire che non stai pagando l’occupazione del posteggio come gli altri. Quella non è nemmeno attività itinerante. Quindi rischi una multa da 1500 a 10mila euro per mancanza di autorizzazione e un’altra multa da 500 a 3000 euro per violazione del regolamento del mercato. Va bene che fanno una vita di merda e tutto, che vengono da Paesi straziati dalla guerra o comunque del Terzo Mondo o comunque vengono in Italia perché secondo loro si sta meglio qui: ma un abusivo è un abusivo. C’è un limite. Quella lì è merce contraffatta. Ruba una vendita a un negoziante che l’acquista all’ingrosso al prezzo originale.

CASO N. 3
Per Sandro non c’è rispetto delle regole. Ma per la legge italiana il ricettatore che ha venduto il borsellino commette un reato. Il Codice Penale colpisce il reato di ricettazione con l’articolo 648, punendolo con la detenzione da 2 a 8 anni e con una multa da 516 euro a 10.329 euro. Anche la contraffazione è reato: secondo gli articoli 473 e 474 del Codice Penale chi produce articoli contraffatti è punito con il carcere fino a 3 anni e con multa fino a 2065 euro. Chi li vende è punito con il carcere fino a 2 anni e con multa fino a 20mila euro. Marinella, 44 anni, lo sa. Sa che Jenny può venire sanzionata con una multa da 100 a 7000 euro. Ma non solo. Ha letto che in città gli ambulanti che vendono in modo abusivo sono 72, costituiscono il 50% del mercato. Il mercato per metà è nero. E sa che la contraffazione fa comodo a organizzazioni molto più forti e molto meno lecite. Fa comodo alle organizzazioni criminali mafiose. Ma non sa spiegarsi come sia possibile, né riesce a comunicarlo bene, scoprendo che ogni volta il discorso si arena sull’«abusivo» venuto dall’Africa, dall’Egitto, dal Pakistan. Sull’immigrato. Sul povero cristo dalla pelle scura. E nessuno capisce più niente.

CASO N. 4
Daniele attraversa tutto questo con rabbia. Ha solo 27 anni ma gli è chiara l’incompetenza delle autorità. Si fa presto a dire sicurezza, le forze di Polizia locale e l’amministrazione comunale chiudono un occhio, mettono ogni tanto un po’ di paura ai migranti subsahariani e ai bengalesi scacciandoli dalla strada. Ma non dimentica un episodio: il Comandante dei Vigili che, a piedi in via Roma, sfila accanto ai giovani africani ignorandoli completamente, a sua volta del tutto ignorato.
Daniele con i suoi 27 anni ha capito che l’ignoranza è il vantaggio competitivo di questo #racket. La vendita di merce contraffatta prospera perché l’ordine pubblico la dà per scontata, mentre l’opinione pubblica la sottovaluta. «La percezione della pericolosità della contraffazione è ancora bassa, sia nell’opinione pubblica che nelle forze dell’ordine» dichiara Gianluca Scarponi della direzione generale Lotta alla Contraffazione presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi. È come dire che chiunque può tesserti davanti agli occhi un racket contraffatto e in nero, tanto tu non lo consideri reato. Perché dai per scontato che la gente venda e compri in nero. Acquistare tutto, come diceva Sandro, senza una meta, senza un’idea.
Per questo se il cappotto è buono, riflette Daniele, lo compri anche senza scontrino. A portare le prime prove di questo racket sono stati OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), UNICRI (Istituto di Ricerca su Crimine e Giustizia delle Nazioni Unite), la Commissione Parlamentare Anticontraffazione della Repubblica Italiana e il Ministero italiano dello Sviluppo Economico. È quest’ultimo a chiarire che la contraffazione è in gestione al crimine organizzato, alle neo-mafie insensibili ad altro che ai soldi. Il traffico di merci contraffatte è uno dei serious crimes (in inglese crimini gravi) perché segue «le stesse rotte transnazionali dei traffici di esseri umani e di stupefacenti» (UNICRI & MiSE), controllati dalle mafie. In ordine, ecco i pilastri di questo racket.
1. La contraffazione è sotto il controllo di organizzazioni mafiose strutturate non più come la mafia tradizionale. Le organizzazioni mafiose storiche, fondate sul principio di autorità, non esistono più dagli anni Novanta. Sono state soppiantate dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dopo la globalizzazione del mercato e l’internazionalizzazione delle aziende. Questi fenomeni hanno reso possibile un traffico rapido che finalmente valica i confini di più nazioni. Oggi esistono neo-mafie intente solo a fare utile economico, messe in piedi «anche sulla base di opportunità di profitto e non sulla base di una pianificazione». Le neo-mafie sono «reti di società criminali». Una neo-mafia che dirige un racket di contraffazione può essere composta anche da gruppi etnici diversi. Lo ha scoperto l’operazione Puerto del 2010, condotta a Milano dalla Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. Ha sequestrato 600mila abiti contraffatti a una rete associativa criminale, «composta da produttori residenti in Cina, membri presenti in Italia e procacciatori di clienti che erano di etnia in prevalenza nordafricana». Gli africani, riflette Daniele, vendono al dettaglio anche a Melegnano. L’operazione X-plosion (Milano e hinterland, 2007, Polizia Tributaria) ha smantellato la vendita di 40mila abiti contraffatti, individuando come fornitori delle merci tre fratelli napoletani legati ad ambienti camorristici (camorra e ’ndrangheta sono le organizzazioni mafiose classiche più affermate in questo racket). L’operazione Indianapolis, 2005, ha riconosciuto un nuovo sodalizio criminale composto da membri con precedenti di associazione a delinquere di stampo camorristico e di traffico di droga, che sdoganavano ad Anversa e ad Amburgo merci contraffatte prodotte in Cina, Vietnam e Bangladesh per farle viaggiare su aerei cargo destinati a Milano, Brescia e Roma: dando ragione alla natura fluida, transnazionale delle neo-mafie del contraffatto.
2. La contraffazione dell’abbigliamento funziona perché, secondo i consumatori, gli articoli di moda contraffatta hanno i più alti livelli di «qualità accettabile», normalmente sono «al di sopra delle loro possibilità» e sono «non altrimenti acquistabili» (dati OCSE 2008). Daniele ha notato che i dati del Ministero parlano di 14.800 abiti e di 25.500 accessori di abbigliamento sequestrati tra il 2008 e il 2011. Le calzature contraffatte sequestrate arrivano a 9000 unità. Tutto il resto, elettronica, informatica, gioielli, cosmetici e occhiali, si ferma al massimo alle 4000 unità.
3. Contano il profitto e il riciclaggio di denaro sporco. Sono «i due scopi principali» del racket della contraffazione.
La contraffazione «non è senza vittime» (G. Scarponi). Per questo Daniele non compra da chi è irregolare. Non perché sono africani, non perché eludono le regole. Daniele ha capito che dietro quegli irregolari possono nascondersi le nuove mafie che tanto hanno colpito Melegnano con incendi, proiettili, intimidazioni. Sono sempre state sotto gli occhi di tutti. Sotto le finestre che danno sul Mercato, così ricco di abbigliamento. Così ricco di irregolarità. Quelle mafie sono diventate il Mercato. Quel Mercato è diventato #mercatonero.

Marco Maccari, martedì 19 gennaio 2016 ore 6:30

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Il caso

Angelo Bianchi e la moschea: la verità di Massimo Sabbatini, ex presidente Castellini

14dic15-RADAR-collage«Ho incontrato il sindaco in merito all’opportunità di affittare un capannone all’Associazione mussulmana Al Baraka. Gli incontri riservati erano finalizzati a capire, da parte mia, quale sarebbe stato l’atteggiamento dell’amministrazione comunale nei riguardi di un luogo associativo e di preghiera mussulmano. Prima di incontrare il sindaco avevo incontrato in prefettura un rappresentante della polizia che mi disse che la forza pubblica preferiva conoscere chi fossero queste persone e quante fossero per meglio verificare i loro comportamenti, perciò erano, in linea di massima, favorevoli all’ufficialità dell’ubicazione dei luoghi di aggregazione.

Agli incontri col sindaco era anche presente l’assessore Raimondo. In entrambi i casi il sindaco mi assicurò che non c’era alcun pregiudizio da parte del Comune, che avrebbe visto di buon occhio la costituzione di un luogo di aggregazione e preghiera ponendo l’unica, ovvia, condizione che fossero rispettate le leggi e i regolamenti. Mi disse anche che ben volentieri avrebbe incontrato i rappresentanti dell’Associazione per confermare questo atteggiamento; gli feci presente, per dare più peso alle sue parole, che, qualora mi fossi impegnato con l’Associazione, non mi sarei più potuto ritirare perché non è mia abitudine mancare agli impegni presi.

Quanto al Bianchi, che non avevo mai conosciuto prima e di cui non sapevo nulla, ebbi il suo nome da un amico: mi serviva un professionista perché dovevo ricostruire un capannone che era stato distrutto da un incendio. Avevo avuto danni enormi e volevo ricostruire in fretta. Mi fu detto che Bianchi si muoveva come un pesce nell’acqua nei palazzi comunali e che aveva ottime relazioni con tutti e perciò era la persona adatta per redigere una pratica edilizia confezionata come i tecnici si aspettavano, e forse costava poco. Erano i primi mesi del 2011. Certamente ho sbagliato a seguire il consiglio che mi suggeriva Bianchi come tecnico esperto e ben noto a Melegnano ma la pratica edilizia che mi riguarda è perfetta. Adesso, con il senno di poi, è facile dire che fu un errore, ma i comportamenti di Bianchi, per quanto mi riguarda, sono stati sempre corretti e rispettosi delle norme. Questa è la verità e chiunque dica qualcosa di diverso, chiunque sia, o non è informato o mente.

Non so perché l’Amministrazione comunale abbia cambiato idea riguardo all’autorizzazione, per giustificarsi ha dovuto ricorrere all’alibi fornito dall’ASL riguardo alle analisi del terreno».

Massimo Sabbatini

Lo Staff, lunedì 14 dicembre 2015 ore 6:00

radarmelegnano@gmail.com

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